La guerra civile italiana

La geopolitica è interessante, appassionante e ci consente di tifare come juventini e interisti, ma in Italia non esiste che un conflitto: quello del patriziato italiano contro il resto del paese.
Il patriziato, che assomma circa il 20% degli italiani, è assai variegato al suo interno. Ne fanno parte, infatti, personaggi fra loro apparente diversi: Prodi e Monti, capoccia dell’ANM e del CSM, presidenti di Camera e direttori di talent show, i giudici del TAR e i cuochi televisivi, sindacalisti in pantofole ed ex segretari di partiti con fiamma a Montecarlo, appaltagironi e comiche sguaiate di RAI3, mafiosi e archistar, anticamorristi alle vongole e proprietari di yacht, trans e cattedratici, mestatori di gossip col parrucchino e pettegoli al soldo dei servizi segreti, decani del giornalismo e Comandanti delle due Polizie, cravattari e capi di cooperative, attorucoli da prima serata di RAI1 e comandanti degli Stati Maggiori, cardinali alla Carlo Maria Martini e amministratori delegati di aziende private a capitale pubblico, onorevoli animalfemministi e onorevoli destrorsi à la Chiappe d’Oro, i capoccia di MPS e i priori di comunità di cenobiti col wi-fi, giocatori di serie A e ministri colla terza media, sindacalisti in pantofole e assassini devoti al sociale, amministratori delegati di multinazionali delle auto con residenza in Svizzera e magnati di stampa progressista con residenza in Svizzera, grassatori di Iniquitalia e presentatori di Sanremo, ONG lacrimevoli e ONLUS piangine, figli e nipoti di presidenti della sedicente Repubblica Italiana, giudici amministrativi e vallette con la farfallina presso la voliera della fica, statali e parastatali di livello apicale, direttori di ASL, pervertiti e mignottoni assortiti (ognuno può escogitare, per puro divertimento, gli accostamenti più favolosi).
Ciò che lo rende un blocco inscalfibile e solidamente strutturato è il godimento e la difesa di privilegi vasti quanto insindacabili basati sulla spoliazione delle risorse pubbliche.
Chi non rientra nel patriziato è, appunto, “il resto del paese”, una plebaglia informe, litigiosa e inconcludente che può definirsi solo quale negazione del patriziato stesso.
Il patriziato italiano ha un unico scopo: far sopravvivere i propri privilegi e trasmetterli ai propri eredi, agnati e clientes, a qualsiasi costo.
Per far ciò ha sviluppato due diverse armi.
Svendita del proprio Paese in cambio del mantenimento dei privilegi stessi. La distruzione sistematica della Prima Repubblica, l’avvio dell’Italia nella follia dell’Euro, le inchieste accese o soffocate a seconda della convenienza del momento, la riduzione della sovranità, la lenta disgregazione del patrimonio agricolo e industriale italiano sono atti di servaggio che il patriziato italico compie nei riguardi delle entità sovranazionali che li comandano in cambio della salvaguardia dei privilegi suddetti.
L’istinto del branco, secondo cui un patrizio riconosce immediatamente un membro della propria classe e scatta in sua difesa con un meccanismo innato e, ormai, connaturato al proprio animo. È un istinto, appunto, che fa a meno di veri e propri coordinamenti. Di fatto è impossibile da dimostrare oggettivamente. Solo così si spiegano alcune sentenze, alcuni scioperi, alcuni atti amministrativi, alcune dimissioni, alcune promozioni, alcune rinunce, alcuni brucianti successi che, a lume di logica (la logica della plebaglia, ovviamente), appaiono insensati. È l’istinto del branco che scatta immediato e sorgivo nell’animo di un patrizio (o di una corporazione patrizia) quando vede che un altro membro del branco è in pericolo; o è in pericolo il branco stesso nella sua unità e compattezza o è appena messa in discussione la legittimità di un elemento fondante dei giganteschi privilegi di cui gode.
Qualcuno ha soprannominato il branco “Casta”, qualcun altro “Massoneria” et cetera. Sono puri nomi.
Il Blocco Sociale Patrizio (BSP) si riproduce per via endogamica.
Il BSP non ammette deroghe alla trasmissibilità dei privilegi che avviene esclusivamente per via ereditaria o raccomandazione diretta o compravendita di cariche istituzionali o distorsione di concorsi pubblici oppure tramite la creazione giuridica fattuale di un intrico di norme e regolamenti che, interpretati da elementi del patriziato stesso, chissà perché, favoriscono esclusivamente altri membri del patriziato (e i loro parenti, figli, liberti, famuli, zoccoloni).
Un po’ di sangue nuovo (tribuni della plebe) è, a volte, immesso con caute cooptazioni.
Il 20% di italiani di cui si compone il BSP ha, inoltre, il supporto di numerose frange di elettori che, per dabbenaggine o convenienza o conformismo, tendono ad appoggiarlo stolidamente (nostalgici della destrasinistra, timbratori di cartellini in mutande, ex sessantottini, aviatori pindarici, semplici imbecilli).
Il conflitto sotterraneo, costante e a bassa tensione fra il patriziato così concepito e il resto dell’Italia è la Guerra Civile Italiana (GCI).

Leggi tutto: http://pauperclass.myblog.it/2017/02/10/la-battaglia-che-non-si-combatte-alceste/

La Svezia si arrende a USA-NATO

Nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel 2005, il drammaturgo Harold Pinter stronco l’impero USA e notò che esso “ora occupa 702 installazioni militari in 132 Paesi di tutto il mondo – con l’onorevole eccezione della Svezia, certamente”.
Da allora, la presenza militare globale degli Stati Uniti ha continuato a crescere; ma il premiato scrittore era disinformato circa l’onorevole eccezionalismo della Svezia. Circa nello stesso momento in cui il mortalmente malato Pinter stava registrando il suo discorso, un funzionario del Ministero della Difesa svedese osservava che il Paese era già così profondamente coinvolto nel dispositivo USA/NATO che avrebbe costituito una piccola trascurabile differenza se ne fosse diventato formalmente membro.
Ciò era vero nel 2005, e lo è ancora di più dieci anni dopo. Benché la Svezia non sia ancora ufficialmente un Paese membro, le sue forze armate sono ora quasi completamente incorporate nel sistema USA/NATO. Truppe svedesi hanno partecipato alle guerre di aggressione ed occupazione degli USA e dei suoi alleati in Afghanistan, Libia e nei Balcani. Un gruppo segreto dei reparti speciali ha combattuto a fianco delle truppe USA/NATO in luoghi lontani come il Ciad e il Congo, ed è rappresentato al quartier generale delle forze speciali statunitensi in Florida.
Esercitazioni militari congiunte sono svolte con crescente frequenza nei cieli, in terra e nelle acque territoriali della Svezia. A partire da aprile dell’anno scorso [2014 – ndt], ad USA/NATO è stato garantito libero accesso allo spazio aereo svedese al fine di spiare la Russia mediante i suoi velivoli di sorveglianza AWACS.
Lo scorso agosto, il governo ha firmato un accordo cosiddetto di nazione ospitante che aumenta grandemente l’accesso USA/NATO al territorio svedese in caso di guerra e, come al tempo attuale, per i preparativi bellici. L’accordo – che deve ancora essere ratificato dal parlamento svedese – sembra inoltre violare il rifiuto svedese di lunga data degli armamenti atomici e le politiche connesse. E proprio recentemente, USA/NATO ha condotto l’esercitazione aerea più grande al mondo sul terzo più settentrionale del territorio svedese. Parte della sempre più intensa lotta con la Russia per il controllo dell’Artico in via di scioglimento, “Arctic Challenge Exercise” ha coinvolto 100 velivoli militari da 10 Paesi, inclusi gli USA, Germania, Francia e Inghilterra. Leggi il resto dell’articolo

La solita zuppa

Il ritorno al potere del centro-destra sembrava ormai certo.  Il vincitore a  mani  basse  era  dato Francois Fillon: scelto alle primarie,  centro-destra, abbastanza a  destra per raccattare  al ballottaggio i voti di Marine Le Pen,    pro-Ue  è vero, ma anche filo-Putin. I sondaggi  lo favorivano.

Poi, il trappolone.  Le Canard Enchainé  (“da  lustri strofinaccio della Cia”,  per Nicolas Bonnal) tira fuori lo scandalo:  Fillon ha pagato  alla moglie Penelope uno stipendio come assistente parlamentare (500 mila euro lordi  in 8 anni), e  la signora ha preso 5 mila euro mensili  alla  Révue des Deux Mondes, a cui ha collaborato dal 2012 al 2013.  I 500 mila in 8 anni fanno colpo; ma sono, in  realtà, la dotazione che Fillon ha ricevuto come parlamentare per le spese connesse, poteva non impiegare un assistente e tenerseli tutti per sé senza commettere alcun reato.  Altra cosa è  l’impiego ben pagato della signora alla Révue. I media cominciano  a dire che prendeva 5 mila euro  mensili, per la redazione “di due o tre note di lettura”.

Il giorno stesso della rivelazione del Canard, la magistratura “apre un fascicolo”. E il giorno dopo, fulminea,  già manda con fanfare e sirene spiegate  la polizia a fare una perquisizione alla Révue des Deux Mondes,  per sospetto di “impiego fittizio”.  La strana fulminea rapidità della magistratura,  la grancassa mediatica assordante,  hanno avuto l’effetto: Fillon è crollato nei sondaggi, lui ha chiesto scusa e si presenta comunque, ma non sarà lui a sfidare Marine per vincerla al secondo turno.

Perché  nessuno si illuda, la Le Pen non  andrà mai all’Eliseo.  Anche  se oggi è  al primo posto nelle preferenze degli elettori (26%, tutti gli altri candidati la seguono a distanza) al secondo turno tutto l’elettorato “antifacho”   concentra i voti sull’avversario di  Marine, chiunque sia. E’ così ed è sempre stato così.

Il punto è  che a sfidare la Le Pen non sarà un  esponente del centro-destra, Fillon. E chi sarà dunque? Uno della “sinistra”, diciamo così: Emmanuel Macron.    Uno che oggi ha fondato il suo movimento  (“En  Marche”,  come le sue iniziali)  ma che è stato ministro di Valls e di Hollande fino all’agosto scorso, quando si è staccato  dai PS per fingersi indipendente. Un PS  che s’è messo una nuova maschera appena in tempo.

Immediatamente esaltato e promosso dai media come  colui che incarna “il rinnovamento e la modernità”,  ultra-europeista, liberista (come Hollande), “Superare destra e sinistra, la folla lancia l’anti-Le Pen al grido Europa! Europa!”,   ha scritto il Fatto Quotidiano.

Insomma  si è capito: stessa zuppa di prima.  E’ bastato che Marine Le Pen presentasse il suo programma politico perché  le Borse europee crollassero, i “mercati”  si terrorizzassero,  e lo spread dei titoli nostri, ma anche francesi, si allargasse: ed è tutta una manfrina, perché non esiste nessuna possibilità che la signora entri all’Eliseo per attuare quel programma. Fa  parte della messinscena del drammone “Il Fascismo alle Porte”,  la recita della paura   che  susciterà nell’elettorato il riflesso pavloviano di andare a votare chiunque per fermare il Front National. Già adesso, i sondaggi dicono che al ballottaggio Macron prenderà il 65 % contro Marine al 35.

http://www.maurizioblondet.it/trucco-cui-francesi-voteranno-un-socialista-dei-rotschild/

L’irrilevanza della UE

Il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, dichiara che la nuova «amministrazione sembra mettere in discussione gli ultimi settant’anni di politica estera americana» in particolare che si dimostra preoccupato per il cambiamento verificatosi a Washington che pone l’Unione Europea in una situazione difficile, dato che la nuova amministrazione USA sembra mettere in discussione tutte le precedenti impostazioni della politica estera ». Donald Tusk ha pubblicato la lettera di convocazione dell’incontro informale che si svolgerà tra i capi di governo dei 27 stati membri venerdì 3 febbraio a La Valletta, Malta. Incontro dedicato all’immigrazione ed a quelle che, secondo Tusk, sono le principali minacce all’Unione Europea: “l’aggressività della Russia, la situazione di caos ed anarchia nel Medio Oriente, le dichiarazioni della nuova amministrazione americana”. In più Tusk si dice  preoccupato anche per il crescente numero di persone che si dichiarano apertamente antieuropeiste o, nella migliore delle ipotesi, euroscettiche, inclusi alcuni degli stessi governi dei paesi UE”. Neanche una parola di autocritica sulle demenziali politiche svolte dalla UE in questi anni che hanno determinato tutto questo scenario fallimentare. Verrebbe quasi da tirare fuori il fazzoletto ed asciugarsi una lacrima di compassione per questo personaggio patetico, un euroburocrate polacco, malato di russofobia e di “delirio immigrazionista”, quello che un giorno si e l’altro pure, chiedeva ai governi europei di rispettare le regole, emetteva reprimende, mentre lui andava a stringere accordi con i dittatori come Erdogan promettondo miliardi dai cittadini europei con cui premiare il turco per la sua “preziosa opera” alle frontiere della UE.. Il problema di Tusk è quello che costui non riesce ancora ad assimilare che la globalizzazione è finita con il trumpismo e con il Brexit, quando accade che il commercio e l’ economía si vanno militarizzando negli USA, perchè Trump ha optato di riavvicinarsi alla Russia a livello geoestratégico mentre la UE è rimasta ancora alle sanzioni ed alla russofobia e, orfana di Obama, non ha il coraggio di fare un passo avanti. Gli USA di Trump stanno gettando alle ortiche gli obsoleti trattati commerciali, como el TTIP ed il PPP che gli oligarchi europei anelavano di sottoscrivere. L’apprendista Tusk dai mille usi è stato umiliato da Trump e dal suo fiduciario all’economia Peter Navarro che ha definito la UE “un organismo al collasso che serve solo agli interessi della Germania”. Navarro ha dato uno schiaffo in pieno volto alla Germania della Merkel quando ha definito questa come uno dei maggiori ostacoli all’accordo commerciale fra gli Stati Uniti e l’Europa ed ha dichiarato morto il Partenariato Transatlantico per il commercio e gli investimenti (il TTIP, quello che piaceva tanto a Renzi). Tutto questo avviene mentre Trump dichiara di voler realizzare un super accordo diretto commerciale e di cooperazione con la Gran Bretagna, snobbando la UE e lodando apertamente la decisione britannica di abbandonare l’Unione. Il Presidente statunitense ha voluto ribadire apertamente la priorità data al Regno Unito rispetto agli altri tradizionali alleati europei.

Alleanza Cina Russia

Bruxelles dimostra ogni giorno di più la sua inconsistenza su tutti i temi principali dell’attualità internazionale, dall’immigrazione alla lotta al fondamentalismo, a causa dell’inadeguatezza della sua classe politica di euroburocrati, chiusi in una fredda mentalità progressista e globalista. Incapaci di comprendere i fenomeni nuovi che si affacciano all’orizzonte come il cambiamento degli equilibri strategici, l’impetuoso sviluppo delle potenze euroasiatiche dalla Russia, alla Cina, all’India che sposteranno verso l’Asia il baricentro del mondo. Nel regno della Bce e dell’Euro è impossibile pensare una strategia e una politica comune, e qualsiasi tipo di orgoglio nazionale viene umiliato ogni giorno. Gli inglesi lo hanno capito per primi ed hanno preso la via di fuga, gli ungheresi, gli austriaci e gli altri della vecchia MittelEuropa, per riflesso comune, hanno fatto fronda per riprendersi le loro sovranità, in Francia l’opinione pubblica sta dando segni di risveglio,  soltanto i più ottusi rimangono ancorati alle menzogne difuse dai media euroservi e dai giullari di regime (tipo Benigni e Saviano). In pratica si sta verificando che, i nuovi sviluppi della politica USA, con la nuova prospettata sintonia geopolitica russo-americana, gli accordi diretti con il Regno Unito, il blocco economico Cina-Russia nella Shangai Cooperation, sono elementi che di fatto andrebbero ad esautorare l’Europa da qualsiasi ruolo di rilievo nel contesto internazionale. Un cambio di paradigma ed un fatto nuovo a cui i tecnoburocrati europei come Tusk e Junker non si sono ancora abituati: l’irrilevanza della UE nel contesto internazionale e geopolitico.

Luciano Lago in

http://www.controinformazione.info/lirrilevanza-della-ue-nel-nuovo-contesto-internazionale-e-geopolitico/

Heartland

Famosa è la massima: “chi dice democrazia dice organizzazione, chi dice organizzazione dice oligarchia, chi dice democrazia dice oligarchia.”

Anche gli Stati Uniti d’America, spesso ancora definiti come “più grande democrazia del mondo” a discapito dell’India, sembrerebbero non sfuggire a questa legge della società: dietro i due storici partiti americani, il repubblicano e il democratico, si nasconderebbe in realtà un unico establishment che, elezione dopo elezione, anno dopo anno, rimarrebbe saldamente al potere nonostante l’alternanza di facciata.

L’oligarchia in questione è spesso definita “atlantica” nei nostri articoli, dal momento che poggia sull’asse Londra-New York e raccoglie i papaveri della City inglese e di Wall Street: è l’élite anglofona, liberal, mondialista, che dirige le principali banche d’affari e sin dal XVIII secolo controlla i destini del Regno Unito. Custode del liberismo economico e della globalizzazione, geneticamente allergica alle potenze continentali (Germania, Russia e Cina) che rischiano di insidiare la sua egemonia sui mari, quest’oligarchia è animata dal sogno di un governo mondiale (o “universale”, per usare il termine massonico più appropriato) in cui dovrebbero diluirsi anche gli Stati Uniti d’America.

È l’oligarchia atlantica che, oltre alle principali piazza finanziarie mondiali, controlla anche le corazzate dell’informazione: si comincia col The Times fondato a Londra nel 1785 e si termina con la CNN nata ad Atlanta nel 1980. Pur disponendo di uno strumento di influenza già capillare ed influente come la massoneria, a partire dal secondo decennio del Novecento quest’élite fonda una serie di organizzazioni ad hoc, studiate per consentire ai suoi elementi di spicco di rimanere in contatto e di discutere delle principali problematiche: nasce così nel 1920 la Chatham House per l’Inghilterra, nel 1921 il Council on Foreign Relations per gli Stati Uniti, nel 1954 il gruppo Bilderberg per l’Europa e gli USA, nel 1973 la Commissione Trilaterale per gli USA-CEE-Giappone, nel 2007 l’European Council on Foreign Relations per l’Unione Europea.

Dietro la democrazia americana si nasconde quindi una tentacolare e plurisecolare oligarchia, sempre pronta a difendere con grande spregiudicatezza i suoi interessi: sebbene si sorvoli sull’argomento, la storia degli USA è infatti anche un racconto a tinte fosche, dove non mancano gli omicidi politici e le violente faide mediatico-giudiziarie. Si contano innumerevoli aspiranti alla Casa Bianca uccisi ancor prima della campagna elettorale (come il populista, rivale di Franklin D. Roosevelt e fervente critico della FED, Huey Long, assassinato nel 1935), e ben quattro presidenti eliminati durante il loro mandato (Abraham Lincoln, James Garfield, William McKinley, John Kennedy).

Chiunque ambisca ad entrare o sia entrato alla Casa Bianca, deve quindi ricordarsi che anche il “più potente uomo del mondo” risponde ad un potere superiore (e non è Dio): chi osa disobbedirgli, corre il serio rischio di cadere vittima di qualche congiura. Non c’è dubbio che il “populista” Donal Trump rientri nella casistica dei “disubbidienti” e sia esposto a qualche pericolo: a pochi è sfuggita la minaccia neppure troppo velata della CNN che, alla vigilia del giuramento del prossimo presidente, si è chiesta nel servizio “Disaster could put Obama cabinet member in Oval Office” cosa sarebbe accaduto se Trump ed il suo vice fossero stati assassinati il giorno dell’inaugurazione.

Come abbiamo evidenziato nell’ultima analisi, il prossimo presidente non è un candidato completamente estraneo al sistema: nella sua scalata alla Casa Bianca, Donald Trump si è avvalso di una serie di alleanze che gli saranno certamente utili anche per rimanerci. Pensiamo innanzitutto al premier israeliano Benjamin Netanyahu ed alla destra israeliana, che avevano mal digerito le aperture all’Iran da parte dell’establishment liberal, le sue accuse di discriminazione ai danni dei palestinesi e la sua stigmatizzazione dei nuovi insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ne è emersa quindi un’alleanza tra “nazionalisti” americani e “nazionalisti” ebraici ai danni dell’establishment atlantico, alleanza peraltro anche “benedetta” dalla Russia di Vladimir Putin, nell’ottica di una spartizione del Medio Oriente e dell’Europa in rispettive sfere d’influenza. Petrolieri e superstiti della Old Economy (costruzioni, siderurgia ed industria leggera) hanno anche salutato con gioia la vittoria del candidato “populista”, allettati dalla prospettiva di norme meno vincolanti e dazi a loro difesa.

Resta però il fatto che la parte preponderante del sistema statunitense, la sullodata oligarchia atlantica, è rimasta frustrata dalla vittoria di Trump: spaventa la sua volontà di liquidare i due bastioni del vecchio ordine liberale, la NATO e la UE, spaventa il desiderio ad una spartizione del mondo con le altre superpotenze, spaventa il rifiuto della missione messianica/universalista degli Stati Uniti a vantaggio di una più concreta realpolitik, spaventa l’intenzione di smontare la già traballante globalizzazione a colpi di dazi e barriere, spaventa l’accento sul binomio industria-inflazione , opposto di quello finanza-deflazione tanto caro all’élite della City e di Wall Street.
http://federicodezzani.altervista.org/lestablishment-precedente-richard-nixon/

1917: il grande gioco americano

La fine del 1916 determina per gli Europei la conclusione di un processo evolutivo che si conclude con la perdita del controllo dei loro destini. Questa “perdita” avviene per tre ragioni principali.
In primo luogo, le promesse fatte dai belligeranti dei due blocchi alle potenze di secondo rango, per convincerle a entrare in guerra al loro fianco, hanno trasformato la conclusione del conflitto in una questione di sopravvivenza per diversi stati multinazionali (imperi austro-ungarico, ottomano e russo). In secondo luogo, la configurazione dei blocchi avversi compromette ormai ogni possibilità di pace separata. Da ultimo, qualsiasi nuova combinazione interna all’Europa sembra esaurita: una rottura dell’equilibrio delle forze non può condurre a un vantaggio decisivo per nessuno dei due schieramenti.
Di conseguenza, è a partire dal 1916 che i fattori esterni all’Europa prendono il sopravvento sui fattori interni; un fatto, questo, che determinerà l’intervento americano.

Le cause dell’entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco dell’Intesa sono note. Il 1° febbraio 1917 la Germania scatena la guerra sottomarina a oltranza allo scopo di far

Clicca sulla immagine per ingrandire
L’affondamento del Lusitania sancì l’ingresso degli USA nel conflitto

cadere l’Inghilterra nella carestia e nella crisi economica e di costringerla a chiedere la pace. Il 24 febbraio gli Inglesi comunicano agli Americani un telegramma cifrato che essi dicono di aver intercettato il 19 gennaio. In questo telegramma diretto all’Ambasciata tedesca in Messico, il Segretario di Stato tedesco agli Affari Esteri, Zimmerman, esprime la sua intenzione di proporre «una alleanza con il Messico. che potrà in tal modo riconquistare i territori perduti del Nuovo Messico, del Texas e dell’Arizona». Il 1° marzo 1917 il Presidente Wilson rende pubblico il telegramma, provocando un moto di indignazione. In tal modo egli riesce a modificare l’atteggiamento dell’opinione pubblica americana, fino ad allora in gran parte contraria all’ipotesi della guerra. Il 2 aprile 1917 il Congresso vota l’entrata in guerra contro la Germania e gli Imperi Centrali. Ma a causa della indisponibilità di un esercito adeguato alle esigenze e di una flotta per trasportarlo e rifornirlo, gli effetti militari di tale decisione non potranno farsi sentire prima di un anno.
Durante questo lasso di tempo, all’est, la Germania può rallegrarsi della destabilizzazione del suo nemico russo. L’8 marzo 1917 (febbraio secondo il calendario russo) scoppia una prima rivoluzione che si conclude con la rapida abdicazione (15 dello stesso mese) dello zar. Fra la primavera 1917 e il 1918 i Tedeschi non sono mai stati così vicini alla vittoria. Nell’aprile 1917, l’ammiraglio britannico Jennicoe informa l’ammiraglio americano W. Sims, inviato in Europa, che egli teme di non poter impedire il trionfo della guerra sottomarina. Ma quello che è peggio, la ritirata russa durante l’inverno del 1917, conseguente alla vittoria bolscevica, dà ai Tedeschi una superiorità numerica del 20% sul fronte ovest.

Nel momento in cui sulla scena della storia immense masse umane si autodistruggono, un piccolo numero di uomini radunati intorno al presidente statunitense Wilson e al governo inglese contribuisce a orientare le decisioni. Insieme alle motivazioni ideali, la potenza dell’alta finanza svolgerà un ruolo importante nel portare gli Stati Uniti in guerra.
Tre banche di New York concentrano la maggior parte degli interessi finanziari statunitensi: la Kuhn Loeb and Company, prima banca mondiale; la J.P. Morgan (estensione americana della Rothschild londinese); la National City Bank (banca della dinastia dei Rockfeller). I loro dirigenti sono Benjamin Strong per la Morgan, Frank A. Vanderlip e Cleveland H. Dodge per la National City Bank, Salomon Loeb e i fratelli Warburg e Schiff per la Khun. Ad alcuni di essi Wilson deve tutto: la carica di Governatore del New Jersey nel 1910 e la “distruzione mediatica” del suo avversario repubblicano William Taft nella corsa alle presidenziali. E’ anche grazie a essi che il principale consigliere di Wilson, il colonnello House, ha potuto organizzare, in quanto braccio americano della Tavola Rotonda (società iniziatica inglese di idee mondialiste, vicina agli interessi dei Rothschild a Londra, fondata, tra gli altri, da Sir Cecil Rhodes e Lord Alfred Milner ), il Council for Foreign Relations (uno dei più antichi Think tank americani), al quale appartiene un altro influente consigliere di Wilson, Justice Louis Brandeis, Presidente del comitato provvisorio sionista.

Clicca sulla immagine per ingrandire
Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921

Attraverso il Federal Reserve Act del 1913, Wilson ha dato a questi uomini ciò che essi attendevano da tanto tempo: una banca centrale per unificare il capitale americano. Ma il progetto degli “uomini del presidente” va ben al di là dell’unità del capitalismo a stelle e strisce. Si tratta in effetti di fare dell’America il motore di una nuova mondializzazione, fatto che implica la necessità di rompere con la regola del vecchio equilibrio di potenze e di favorire una riorganizzazione della geopolitica mondiale intorno alla finanza anglo-americana. Per alcuni si tratta anche di punire gli autocrati russi e di farla finita con l’aristocrazia austro-tedesca che ribadisce in ogni circostanza la supremazia del “guerriero” sul “mercante”.
Il 22 agosto 1914 il colonnello House aveva già lasciato intravedere i possibili sviluppi: «Se gli Alleati trionfano, è l’egemonia russa sul continente europeo. Se al contrario, la Germania esce vittoriosa, saremo per diversi anni sotto l’indicibile giogo del militarismo tedesco». Occorre dunque silurare da un lato la potenza russa e dall’altro la potenza tedesca.

Massimo Iacopi

Leggi tutto su: http://win.storiain.net/arret/num170/artic3.asp

Siamo liberi?

E’ stato già  impagabile sentire il sibilo con cui Marco Taradash,  soffocando di rabbia, commentava il discorso di Trump: “…Fascista…”.  Ma ilpiù articolato nell’esprimere la rabbia della setta è Charles Krauthammer,  il  principale commentatore J del Washington Post: un fanatico di tutte le guerre  che i precedenti presidenti americani hanno fatto per il (presunto) bene di Sion. Questo  super-Israel First ha colto nello slogan trumpiano  “America First”  il  nome “del partito isolazionista degli anni ’30  che si batté per tener gli Usa fuori dalla seconda guerra mondiale,   guidato da Charles Lindberg , che fu smantellato una settimana dopo Pearl Harbor”.

Già. Charles Lindberg  (1902-1974), il popolarissimo trasvolatore atlantico,   fondò nel 1940  un  movimento per contrastare la politica interventista di Roosevelt: si chiamava  ‘America First Committee .  “In  in ottobre Lindbergh, a Yale, parlò a tremila persone chiedendo che l’America  riconoscesse “le nuove potenze europee” [Germania e Italia]  e dichiarando che “la razza ebraica” era tra coloro che con più forza ed efficacia spingevano gli Stati Uniti, “per ragioni che non sono americane“, verso l’intervento nella guerra”  (Wikipedia

Krauthammer  ha colto  un’allusione sgradevole nella frase di Trump: “…essi  ci hanno derubato, la nostra corrotta classe dirigente ha preso il denaro della classe media e l’ha  sparsa  in giro per il mondo”.  Commenta   Kraut:  “Per molti nel mondo, specie i britannici, è una frase che lascia un’eco risonante; essa dice a loro e al   mondo libero,   per la prima volta dai tempi di Truman e Eisenhower: ‘Noi abbiamo costruito un mondo in cui abbiamo dato moltissimo a voi, economicamente,militarmente, eccetera. Questo gioco è finito, ora siete per conto vostro”.

Leggi tutto: http://www.maurizioblondet.it/godiamoci-quel-trump-ci-perche-sappiamo-cosa-non-dara/