Vittoria in Francia, correità in Italia

httpmedia.radiocittafujiko.bedita.net4c7enuit-_4c7e0dcdb0b4ab48c8f1e9dfe1e85630nuit-debout_600x_e57f9a772331ae99a36651dc7d5ec78aLa notizia non è stata data con grande rilievo dall’informazione, ma in Francia la dura resistenza popolare alla riforma delle pensioni ha sconfitto il macronismo e i suoi valletti, facendo cadere l’aumento dell’età della “retraite” dai 62 ai 64 anni come era stato previsto dal governo. Il paragone con l’Italia, dove tutto, anzi molto di peggio è stato accettato con appena qualche mugugno, è impietoso. Anzi vergognoso perché non è possibile tollerare che tra i soggetti di maggior spicco a criticare la vittoria dei ceti popolari in Francia siano stati proprio i sindacati che hanno fatto loro gli argomenti padronali su una presunta insostenibilità del sistema pensionistico e che accusano i cugini francesi di aver sostenuto la lotta con gli scioperi a tappeto. E’ stato lo stesso Mario Monti a raccontare cosa fecero i sindacati nel “gelido dicembre 2011”, quando il suo governo presentò per decreto legge la riforma Fornero sulle pensioni: “L’abbiamo presentata, più che discussa, con i leader delle federazioni sindacali, che poi non hanno colto quello per fare una specie di rivolta sociale. Ci sono state, qualche settimana dopo, due ore simboliche di sciopero ma non c’è nessun Paese in cui una riforma così forte delle pensioni sia stata adottata così semplicemente dal punto di vista politico”. Naturalmente l’ex premier lo ha detto con compiacimento, come fosse una medaglia, ma ha lascia trasparire il disprezzo per i traditori.

Vittoria in Francia, correità in Italia

Ci sono due guerre e l’Italia è un sonnambulo

di Alberto Negri – 08/01/2020

Ci sono due guerre e l'Italia è un sonnambulo

Fonte: Alberto Negri

Sembriamo dei sonnambuli. Inutile girarci intorno: qual è l’interesse dell’Italia in tutta questa storia? Nessuno ce lo sa dire perchè di tutto quello che sta accadendo non siamo stati neppure informati pur avendo militari in Iraq, Libano, Afghanistan. Inglesi e francesi, molto probabilmente, all’ultimo minuto sono stati avvisati dagli Usa che stavano per colpire il generale iraniano Qassem Soleimani in Iraq. Noi che laggiù abbiamo più di 900 soldati, niente: e ora ci troviamo nel mezzo di un conflitto senza sapere cosa fare. Che il presidente della Repubblica, visto che è capo supremo delle Forze armate, convochi il consiglio di difesa per prendere delle decisioni o almeno esaminare la situazione.

Abbiamo due fronti, quello libico e quello iraniano ma non abbiamo alcuna idea di cosa fare se non compiere giri turistici per le capitali del Mediterraneo. Che siano definiti gli interessi nazionali – politici, energetici ed economici – e vengano resi noti anche a una popolazione, quella italiana, che pensa di vivere in un mondo di frutta candita. Altrimenti anche tenere dei soldati in Iraq diventa un gesto criminale se non è accompagnato da un minimo di consapevolezza. Senza contare che in Libia, a Tripoli, dove abbiamo foraggiato per anni governo e fazioni, adesso comanda Erdogan, un signore che mette in pericolo i nostri rifornimenti energetici nel Mediterraneo o che comunque ne decide adesso le sorti. Ma stiamo scherzando?

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La Libia e l’impotenza

591x394xlibia_turchia_truppe,P20diretta,P20oggi,P20ultime,P20notizie_03083938.jpg.pagespeed.ic.QrA2xfN9fYL’annuncio di Ankara su un possibile invio di truppe turche in Libia è per noi quasi un’allegoria della disfatta totale del Paese nella politica mediterranea: magari le nuove generazioni non lo sanno, non ne hanno la minima idea, ma lo scatolone di sabbia fu conquistato nel 1911 proprio facendo guerra alla Turchia del cui impero facevano parte Tripolitania e Cirenaica: ora questo ritorno dei sultani riporta simbolicamente indietro l’orologio di oltre un secolo. Con la Libia abbiamo fatto di tutto e sempre mancando la misura e la dignità: solo nell’ultimo decennio potremmo annoverare prima la sceneggiata delle tende di Gheddafi  a Roma e poco dopo l’acquiescenza assoluta verso la guerra dei “volonterosi” contro il leader libico, primo atto della tentata conquista americana del medio oriente con Francia e Gran Bretagna scalpitanti per prendersi le briciole. Insomma ci siamo piegati fino al ridicolo di fronte a Gehddafi perché facesse da scudo all’ondata migratoria con i lager nel deserto, poi abbiamo permesso che il nostro partner più importante dell’area mediterranea venisse aggredito e distrutto perdendo così le rendite di posizione in quel Paese.

Il fatto è che da troppo tempo non abbiamo alcuna politica estera la quale potrebbe essere efficacemente sostituita da un disco che ad ogni azione americana o francese o tedesca o britannica dica sissignore con voce gracchiante. Anzi potremmo dire che essa si è definitivamente arenata con la morte di Enrico Mattei che aveva tentato di costruire un commonwealth mediterraneo del petrolio al di fuori del diretto controllo di Washington e delle altre capitali europee in funzione anticoloniale. Anzi in un qualche modo Gheddafi era una creatura di quella stagione italiana: le cronache ricordano la lontana notte del 26 aprile 1962 quando al Motel Agip di Gela Mattei incontrò rappresentati egiziani, libici, tunisini, algerini e marocchini, una specie di consiglio del Magreb allargato per favorire un colpo di stato contro il Re Idriss che su consiglio americano e francese (era appena finita la guerra di Algeria) aveva escluso l’Eni dalle ricerche petrolifera in Libia, riservandole esclusivamente alle sette sorelle dell’oro nero e in particolare ad Esso e Occidental. Si favoleggia che a quella riunione abbia partecipato lo stesso Gheddafi, cosa abbastanza improbabile, ma sta di fatto che quando il colonnello conquistò il potere sette anni dopo, l’Eni trovò le porte aperte, anche se Mattei era stato assassinato il giorno dopo la fatidica riunione.

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E l’Italia festeggia

 In realtà il 30 gennaio scorso  esso è stato solo completato dal vertice informale del Consiglio europeo, con la Gran Bretagna e la Repubblica ceca che si sono tirate fuori. Ed ecco perché la versione pubblicata sul sito del Consiglio, e che ho tradotto e commentato, portava la data del 31 gennaio 2012 e differiva dal draft, ambedue del resto circolano unicamente in lingua inglese, contrariamente a quanto prescritto dai trattati.

Inoltre esso entrerà in vigore  non appena lo avranno ratificato almeno 12 Stati membri dell’eurozona  Dodici, capito??? Nella forma di trattato internazionale sarà legalmente vincolante con lo scopo di incorporarlo nelle leggi comunitarie entro 5 anni dalla sua entrata in vigore. cfr. http://www.european-council.europa.eu/home-page/highlights/the-fiscal-compact-ready-to-be-signed-%282%29?lang=en

In breve, non se ne parla o pochissimo nella stampa, di un trattato internazionale – neanche metodo intergovernativo – su cui nessun organo democratico può esercitare un vero controllo e poi si stabilisce contrariamente a qualsiasi regola di democrazia, che entrerà in funzione non appena 12 Stati membri lo avranno ratificato per poi integrarlo nei trattati UE – ora per le modifiche dei trattati la procedura doveva essere all’unanimità e con una conferenza intergovernativa. Ora se leggete quel trattato vi renderete conto che non si tratta unicamente di una modifica costituzionale, nazionale ed europea, effettuata come se fosse un semplice trattato internazionale commerciale, ma che riguarda l’essenza stessa dell’Unione, il suo consacrarla perpetuamente a regime di neo nazismo finanziario/fiscale, di tipo bancassicurativo, dove il banco vince sempre.
Contrario alla democrazia, contrario alla solidarietà, contrario all’autodeterminazione dei popoli, contrario alle stesse innumerevoli norme UE sulla concorrenza – poiché sancisce il monopolio della cupola finanziaria della trilaterale – contrario alle  stesse forme UE di modifica costituzionale, contrario e incompatibile con quella sussidiarietà di cui tutti si riempiono la bocca – e cioé il principio che ciò che non può essere legiferato a livello europeo lo dev’essere a livello locale – contrario ai diritti dell’uomo, contrario all’uomo stesso. Una mostruosità generata da un corpo tecnocratico impazzito che non deve rendere conto a nessuno tranne che a un gruppo di lobby che rappresentano gli interessi dei finanzieri del bilderberg, della trilaterale e del Council of Foreign Relations, per citare i primi tre, che poi gira che ti rigira, questi proliferano per gettare polvere negli occhi, ma sono sempre gli stessi che tirano le fila.

Buon anno

Arrivati alla fine dell’anno ci sono due notizie complementari che ci riguardano da molto vicino e costituiscono una nuova cattiva sorpresa: da una parte il trasferimento sul nostro territorio di altre 50 testate nucleari americane tolte dal territorio turco e trapiantate da noi e l’entrata in servizio dei primi sistemi d’arma ipersonici russi Avangarde. Si tratta di piccoli velivoli automatici, chiamati in gergo alianti, in grado montare testate nucleari di potenza variabile dai 500 kilotoni ai 2 megatoni trasportati in gran numero da un missile balistico e capaci di arrivare a velocità di mach 27, ossia non intercettabili da nulla per almeno vent’anni stando a ciò che dicono gli esperti militari.

L’uomo della strada rimbambito da un’informazione senza più ritegno, non ha la minima idea di questa situazione e di come le economie miste si siano rivelate molto più efficienti di quelle basate sul puro profitto privato. Di certo da qualche anno a questa parte gli stati maggiori della Nato sono letteralmente terrorizzati e la cosa migliore che hanno saputo produrre sono la russofobia e la cinofobia cercando di nascondere la situazione alle opinioni pubbliche occidentali e di armarle in sostengo di un mondo irreale dove i golpe, i massacri le false guerre civili, vedi Cile, Bolivia, Siria, Ucraina, sono la democrazia e dove i tentativi di fare il solletico alla Cina con Hong Kong o con leggende su presunte repressioni di popolazioni mussulmane senza nemmeno uno straccio di prova, sono un modo di mobilitare le coscienze perché esse non vedano il reale contesto.

il milieu politico non ha fatto altro negli ultimi 30 anni che caricarsi di sempre maggiori servitù sia militari nei confronti della Nato, sia economiche nei confronti dell’Europa alla tedesca. E e con un’opinione pubblica che ha sempre preferito vedere il dito piuttosto che la luna diventando un ostaggio con la sindrome di Stoccolma.

Ostaggi

Turkestan

Ora che non servono più per la guerra in Siria,  secondo René  Naba, corrispondente della France Presse dal Libano, gli Stati Uniti e la Turchia stanno facendo la cernita fra i guerriglieri jihadisti  in Turchia e “preservando  i  combattenti  di questa formazione  per impiegarli in altri teatri operativi, contro gli avversari degli USA riuniti nei BRICS  (specie Cina e Russia) polo di contestazione  dell’egemonia americana nel mondo.

Per gli Usa, “è la riduzione alla loro tattica da sempre  per contenere e condizionare la “heartland eurasiatica”,  per loro imprendibile,  circondarla con la Cintura  Islamica” (allusione alla strategia indicata da Brzezinski, per cui a suoi temo gli Usa preferirono insediare in Afghanistan i Talebani, e in Iran la dittatura degli ayatollah invece dello Scià).

André Vitchek,  l’inviato ed analista dal campo di battaglia siriano, è dello  stesso parere:

“Sia l’Occidente che la Turchia li stanno montando,  gli uiguri estremisti. Stanno finanziando e armando. Li stanno   dipingendo  mediaticamente come vittime. Gli uiguri sono ora una nuova “arma segreta”, da usare contro la decisa marcia in avanti di Pechino, verso il socialismo con caratteristiche cinesi”.

https://journal-neo.org/2019/07/21/march-of-the-uyghurs/

Lo  scopo: “Sabotare  i   grandi progetti infrastrutturali, in particolare la BRI  (la nuova Via della Seta): tener presente che collegamenti ferroviari ad alta velocità, autostrade e altre arterie infrastrutturali attraverserebbero Xingjian, verso est. Se brutali attacchi terroristici sostenuti dall’Occidente e dai suoi alleati islamisti, e perpetrati dai terroristi uiguri, scuotessero  la regione, l’intero progetto ,e la sua influenza che Pechino ha voluto positiva ed ottimista per tutti i popoli interessati, potrebbero essere messi a repentaglio, persino collassare.

Anche la diffusione dei  documenti sulla repressione cinese in Xinjang serve allo stesso fine: “Macchiare e  umiliare la Cina, rappresentandola come un paese che “viola i diritti umani”, i “diritti religiosi” e i diritti delle minoranze”, in un mondo, come quello estremo orientale, dove non si deve  “perdere  la faccia”.

LA MOBILITAZIONE CONTRO XI DELLA “LEGIONE UIGURA” IN SIRIA

Omaggio a Nigel Farage

Un omaggio a  Nigel Farage,  eroe democratico.   Non ha partecipato alle ultime votazioni  – nonostante  avesse da poco piazzato, nelle europee, il Brexit Party di sua invenzione come più grosso partito britannico nell’europarlamento, annunciando prima la desistenza sua e del suo partito perché Boris Jocnson potesse avere la maggioranza di governo abbastanza grande da “fare il Brexit”.

La sua desistenza  è stata qualcosa più che decisiva: molti dei votanti per il Labor nella “barriera rossa” del Nord de-industrializzato avevano votano, nelle penultime elezioni,  il suo Brexit Party e prima ancora il suo UKIP ( UK Independence Party)

Quest’uomo  con l’aspetto da Andy Capp  ma l’eloquio splendido e tagliente della upper class,  che in fondo non ha mai vinto davvero –  gli inglesi  votavano per lui nelle elezioni locali e per mandarlo i Europa,  mai ha ottenuto  un seggio ai Comuni, pur provandoci sette volte –   ma  è riuscito nell’incredibile  missione di imporre il tema dell’uscita dalla Gran Bretagna  dalla UE, portandola dai  margini al cuore del dibattito politico: fino al trionfo, il Brexit che è lo scopo della sua vita da 30 anni.   Sopportando per decenni gli insulti  che impariamo a  conoscere da populisti: matti, ossessi di identità, razzisti. L’Establishment britannico lo ha tenuto ai margini come portatore di un’infezione plebea.

Senza aver mai avuto un briciolo  di potere, con la sua sola oratoria come arma, ha costretto i due partiti principali e storici  a rimodellare le loro politiche su immigrazione ed euroscetticismo, a schierarsi “pro” o “contro”; senza di lui non ci sarebbe stato il referendum  del 2016 dove la volontà popolare  ha detto Brexit.

E  non solo nel  Regno  Unito; Farage ha  costretto  l’ eurocrazie e gli  altri governi a prendere atto del  tema, le disfunzioni e la mancanza di libertà e democrazia nella UE,  magagne che lorsignori hanno nascosto sotto i tappeti.  Non si può dimenticare che, nell’europarlamento, s’è alzato a difendere la sovranità italiana, che  i nostri governanti non hanno mai osato.

“Il successo di Farage è una testimonianza dell’impatto che  figure populiste possono avere, anche quando non vincono”,  ha commentato l’americano The Atlantic  : “In tutta Europa, i partiti populisti  hanno dimostrato la loro capacità di ristrutturare la politica nei rispettivi paesi semplicemente fissando i termini del dibattito pubblico – spesso su una  solo questione  – e costringendo i partiti tradizionali a impegnarsi. In tal modo, hanno rivelato la vera innovazione della nuova estrema destra: la vittoria elettorale in senso convenzionale non è una condizione necessaria per vincere”.

Per questo manifesto, Farage è stato denunciato alla polizia per “incitamento all’odio razziale”.

Speriamo sia un auspicio. Adesso Nigel Farage ha ottenuto lo scopo della  sua vita, perseguito con ostinazione e coraggio e  – ora  si vede  – disinteresse.  La Brexit la farà un altro. Il fatto che  Farage, apparentemente, non abbia negoziato la sua desistenza, non abbia chiesto qualcosa per sé  –  risulta quasi incredibile dato il livello del personale politico esistente. Quale politico italiano avrebbe mai fatto qualcosa del genere?

Ammirevole mister Farage, uomo libero e eroe politico, saluto.

 

L’articolo OMAGGIO A NIGEL FARAGE, EROE DEL POPULISMO proviene da Blondet & Friends.