Giappone

Fonte: Thomas Fazi

Da oggi (16 settembre) il Giappone ha un nuovo primo ministro: Yoshihide Suga, presidente del Partito Liberal Democratico ed ex ministro degli affari interni e delle comunicazioni e segretario generale del governo negli esecutivi guidati da Shinzō Abe. Sotto la sua guida, possiamo essere certi che il Giappone continuerà a impartire lezioni di macroeconomia al mondo e a sfatare i molti miti che, ahinoi, continuano ancora a circolare in materia di deficit e di debito pubblico, soprattutto nella nostra disgraziata Europa.
Solo qualche giorno fa, nel corso di un’intervista, Suga ha dichiarato chiaramente che non c’è alcun limite al volume di titoli di Stato che può emettere il governo giapponese e dunque al rapporto debito/PIL del paese, che quest’anno dovrebbe raggiungere il 270 per cento (sì, avete letto bene). «L’unica cosa che conta in questo momento è migliorare le condizioni economiche: creare posti di lavoro e proteggere le imprese», ha aggiunto.
Suga si è limitato a enunciare una banalissima verità, che, però, in un tempo di inganno universale (soprattutto sui temi economici) quale quello che viviamo da anni, acquista una valenza quasi rivoluzionaria.
Detto molto semplicemente, per uno Stato che dispone della sovranità monetaria e che emette debito nella propria valuta, non c’è alcun limite intrinseco alla quantità di debito che esso può emettere, né in termini assoluti né in rapporto al PIL; non c’è alcuna “soglia” oltre la quale si va incontro a chissà quali conseguenze nefaste (giusto qualche anno due economisti di fama mondiale pubblicarono un celebre paper, poi smontato da un studente ventenne, in cui affermavano che il debito pubblico diventava un problema una volta superata la soglia del 90 per cento del PIL: in pratica il Giappone, con il suo rapporto debito/PIL del 270 per cento, dovrebbe essere messo peggio della Libia).
La verità è che uno Stato che rispetta le suddette condizioni – cioè che emette la propria valuta ed emette debito nella suddetta valuta – non potrà mai rimanere a corto di soldi, né potrà mai trovarsi impossibilitato a finanziare (e rifinanziare) il proprio deficit/debito, per il semplice fatto che, nel caso in cui non vi fossero investitori privati disposti a comprare i titoli emessi dallo Stato al tasso di interesse fissato da quest’ultimo – come dimostra il Giappone, lo Stato ha sempre il potere di determinare il tasso di interesse sui propri titoli –, la banca centrale può sempre intervenire per comprare i titoli essa stessa o per rimborsare i titoli in scadenza (quello che in gergo tecnico si chiama rollover) attraverso la creazione di denaro dal nulla.
Come viene riconosciuto persino in uno studio della BCE di qualche anno fa: «In uno Stato che dispone della propria moneta fiat, l’autorità monetaria e quella fiscale sono in grado di garantire che il debito pubblico denominato nella propria valuta nazionale non sia soggetto al rischio di default, nella misura in cui i titoli emessi dal governo sono sempre monetizzabili in modo equivalente».
Questo è esattamente quello che la Banca del Giappone sta facendo da anni (ma che in misura minore stanno facendo un po’ tutte le banche centrali). Oggi essa possiede quasi il 45 per cento di tutti i titoli di Stato emessi dal Giappone; considerando che la variazione nella quota di titoli detenuta dalla Banca del Giappone negli ultimi anni è aumentata molto più della variazione nel volume di titoli totali emessi, questo significa che la Banca del Giappone negli ultimi anni ha effettivamente finanziato per intero – o “monetizzato” – il deficit di bilancio giapponese.
In quest’ottica, risulta evidente come il debito pubblico, in un regime di cooperazione tra banca centrale e Tesoro, non sia altro che un debito che un ramo dello Stato ha nei confronti di un altro ramo dello Stato: un debito, in altre parole, che lo Stato ha nei confronti di se stesso e dunque, a tutti gli effetti, fittizio. Un debito, cioè, che esiste solo dal punto di vista contabile, ma che non comporta conseguenze di alcun tipo, a prescindere dalla sua entità, perché non deve realmente essere ripagato. Come riconosceva un economista tutt’altro che radicale come Luigi Spaventa già negli anni Ottanta a proposito della cooperazione tra Tesoro e Banca d’Italia che era la norma prima del “divorzio” del 1981: «Lo stock di base monetaria creata tramite il canale del Tesoro può essere considerato un debito solo convenzionalmente. Ciò si vede bene qualora si consolidi il Tesoro con la banca centrale: in questo caso manca un vero e proprio debito corrispondente alla base monetaria creata dalla Banca d’Italia per conto del Tesoro, e in ciò consiste l’essenza del potere del signoraggio».

Leggi tutto su: https://www.ariannaeditrice.it/articoli/la-lezione-del-nuovo-premier-giapponese-non-c-e-vincolo-al-debito-emesso-da-uno-stato-che-dispone-di-sovranita-monetaria

Il ritorno dei Gilet gialli

Il movimento dei Gilet Gialli è iniziato il 17 novembre 2018 come reazione dei cittadini alle proposte del governo per aumentare le tasse sul carburante. Ampliando gradualmente il suo appello antielitario per una maggiore giustizia sociale e fiscale in Francia, molte delle proteste del fine settimana sono degenerate in scontri violenti che hanno coinvolto manifestanti, anarchici, elementi criminali e polizia.

Nota: Mentre il Governo francese si unisce alle proteste internazionali per la repressione delle manifestazioni ad Hong Kong, lo stesso Macron finge di ignorare la repressione delle proteste dei “gilet gialli che in Francia ha lasciato sul campo molti feriti ed un numero di arresti che sono superiori rispetto a quelli di Hong Kong. Per questo motivo il governo di Macron viene tacciato di ipocrisia e di strabismo.

Fonte: Fort Russ

Traduzione: L.Lago

https://www.controinformazione.info/si-rilancia-in-tuta-la-francia-la-protesta-dei-gilet-gialli/

Madrepatria azzurra

“Ci stavano mandando in missione a Megisti, un’isola sperduta nell’Egeo. La più piccola, la più lontana. Importanza strategica: zero”. È il giugno del 1941 e con questo stato d’animo il tenente Raffaele Montini è alla guida un plotone sgangherato di otto soldati italiani che presto verranno dimenticati in una piccola isoletta abitata da greci distante solo un paio di chilometri dalla costa turca.

Megisti, la piccola isola conosciuta anche con il nome di Kastellorizo o Castelrosso, all’epoca era un possedimento italiano. Dagli anni ’20, l’Italia controllava infatti tutte le isole dell’arcipelago del Dodecaneso, di cui Megisti rappresenta l’estensione più orientale. Sarebbe stato interessante sapere che emozioni avrebbe provato il tenente Montini ricordando la sua avventura qualche anno più tardi, nel 1947 quando, con il trattato di Pace firmato a Parigi, Megisti e tutte le altre isole del Dodecaneso furono cedute dall’Italia alla Grecia.

Montini non è però mai esistito nella realtà. È un personaggio di fantasia interpretato da Claudio Bigagli in “Mediterraneo”, il film di Gabriele Salvatores del 1991 che fu premiato negli Usa con l’Oscar per il miglior film straniero.

Mentre proprio nella zona di mare in cui si trova Megisti si sta alzando in queste settimane la tensione tra Grecia e Turchia, fa un certo effetto pensare a quello che diceva il tenente Montini guardando sconsolato l’isola semideserta all’inizio del film: “Importanza strategica: zero”.

Megisti rappresenta oggi uno dei nodi principali su cui Ankara e Atene si stanno scontrando furiosamente per il controllo strategico del Mediterraneo orientale. A parte una leggera collisione tra una nave da guerra turca e una greca, per ora il conflitto si è consumato soltanto a parole, sebbene i toni utilizzati in Turchia siano incandescenti, come il caso di un consigliere sulla politica estera di Erdoğan che, in diretta TV, ha menzionato esplicitamente la possibilità della guerra sostenendo che lui stesso avrebbe sparato a un pilota greco se la Turchia avesse subito attacchi.

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Grecia-e-Turchia-machismo-nel-Mediterraneo-orientale-204699

https://www.google.com/maps/@37.6548327,21.8036609,5.75z

Spagna

Fonte: Thomas Fazi

Interessantissimo estratto di un articolo dell’intellettuale socialista spagnolo Manolo Monereo, da cui si evince come la strategia del “vincolo esterno” – cioè la scelta delle classi dirigenti di un paese di ancorare quest’ultimo all’Unione europea con l’obiettivo di delegare a quest’ultima l’imposizione di politiche classiste che quelle classi dirigenti avevano sempre auspicato ma non sarebbero mai riuscite a imporre attraverso i normali canali della democrazia –, che trova un paradossale contraltare a sinistra in quello che potremmo invece chiamare il “complesso” del vincolo esterno – cioè l’idea che il paese abbia bisogno della UE per rimanere nel consesso delle nazioni civilizzate e nella fattispecie per arginare “i nazionalisti” –, non sia un problema solo italiano:
«L’europeismo delle destre [spagnole] è singolare. Non hanno mai avuto difficoltà ad accettare un ruolo dipendente e subordinato della Spagna nell’Europa a trazione tedesca. Lo vedevano come inevitabile e necessario: perché il loro problema era lo stesso di quello del PSOE: controllare il conflitto sociale, neutralizzare il sindacalismo di classe, ridurre il peso politico del PCE e di Izquierda Unida. Il trattato di Maastricht, l’Unione economica e monetaria, era la grande opportunità per disciplinare l’economia, imporre la camicia di forza al movimento operaio e delegare alla UE le decisioni economiche fondamentali. Cedere sovranità per conservare più potere sulle classi popolari del proprio paese.
L’Unione europea – diciamolo senza eufemismi, l’Europa tedesca – riscuote il consenso totale del blocco di potere che domina la Spagna. Il suo carattere di classe è chiarissimo. I tre grandi attori della vita politica spagnola, le destre, i socialisti e i nazionalisti, condividono quella che Miguel Herrero ha definito la “sindrome di Vichy”, vale a dire delegare a una terza parte (la Germania hitleriana) la funzione di decidere un conflitto interno: “l’essenza di Vichy non fu altro che la collaborazione con la potenza occupante perché questa facesse il lavoro sporco che gran parte della destra francese (e anche gran parte della sinistra) avrebbe desiderato fare, ma non osava fare da sé”.

Continua su https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-complesso-del-vincolo-esterno

Libano

La formazione del Grande Libano consiste nel tracciare, nel territorio del caduto Impero Ottomano, un confine che separa uno stato siriano da un altro libanese annesso alla vecchia moutassarifiya (collegio elettorale autogestito nell’impero ottomano) del Monte Libano, Beirut, le regioni di Tripoli, Akkar, Hermel e Bekaa, così come Rachaya, Hasbaya e il Libano meridionale. Questa rotta era stata voluta dal patriarcato maronita preoccupato per la “viabilità” del futuro Stato libanese, che non poteva essere assicurata senza le risorse agricole dei territori così annessi.

Così in Libano, dal 17 ottobre 2019, una potente mobilitazione popolare mira a porre fine al confessionalismo politico messo in atto con l’aiuto della Francia per garantire la sostenibilità della salvaguardia i suoi interessi.

Prima di sbarcare a Beirut per la seconda volta in un mese, il signor Macron ha preso perniciosamente la precauzione di inviare la sua “road map” ai leader libanesi con la sua paga per, presumibilmente, dare al paese un’ultima possibilità. prima che affondi.

Come previsto, manca di fantasia e audacia. Ci vogliono solo le direttive del Fondo monetario internazionale. Privatizzazione eccessiva di tutti i settori chiave dell’economia, a cominciare dall’elettricità, accompagnata dalla ristrutturazione del debito. Il tutto basato su riforme pseudo politiche che garantiscono la sostenibilità di una condivisione del potere tra i leader delle diverse comunità confessionali, rinnovando così un sistema centenario e fonte di tutte le crisi che regolarmente scuotono il Paese.

https://www.controinformazione.info/il-significato-del-ritorno-di-macron-in-libano/

Assenti per malattia

Fonte: L’Occidentale

Seguendo giornali e televisioni, l’impressione che l’opinione pubblica italiana può trarne è che il mondo, da quando a marzo in Europa e negli altri continenti si è diffusa l’epidemia da coronavirus, si sia fermato e che tutti i paesi siano alle prese con un’emergenza senza precedenti nella storia recente.

Si tratta però soltanto di un’impressione. In realtà ad essersi fermata è solo l’Italia.

Il resto del mondo, al contrario, pur dovendo fare i conti con il problema sanitario, ha continuato a muoversi. In particolare i processi geopolitici già in atto hanno avuto importanti sviluppi e, in taluni scenari, addirittura un’accelerazione.

E’ il caso, ad esempio, dell’evoluzione che ha subito in questi mesi lo scacchiere mediterraneo e libico in special modo, dove, rispetto a febbraio, il quadro sembra essersi completamente ribaltato.

Se fino a qualche mese fa il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez al Sarraj sembrava ormai spacciato – assediato e accerchiato a Tripoli dalle truppe dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar – oggi la situazione sembra essersi completamente ribaltata, con le milizie del GNA ormai alle porte di Sirte e di al-Jufra e i soldati di Haftar in fuga nel deserto libico.

Al fine di ribaltare la situazione, è stato decisivo il massiccio intervento turco, che ha rifornito la Tripolitania di mezzi e di uomini, in particolare trasferendo sul suolo libico circa 16.500 combattenti jihadisti, veterani del conflitto siriano, come più volte denunciato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani. Tutto questo in violazione agli accordi sanciti a gennaio dalla Conferenza di Berlino, che vietavano ai paesi terzi di intervenire a sostegno delle parti in conflitto, e in barba alla missione dell’Unione Europea IRINI, che, sotto guida italiana, avrebbe dovuto far rispettare l’embargo sugli armamenti e che si è rivelata un fallimento totale.

Anche il Comando supremo delle Forze americane in Africa, l’AFRICOM, ha fatto sentire la sua voce, dichiarandosi pronto a intervenire a sostegno dell’esercito tunisino con le sue Security Force Assistance Brigades, preoccupato per le attività russe in Nord Africa.

Ancor più preoccupato dell’evolversi della situazione è apparso l’Egitto, il cui parlamento ha autorizzato il governo a intervenire militarmente in Libia nel caso in cui Sirte e al-Jufra venissero attaccate. Un bel problema, dal momento che il governo turco ha più volte dichiarato di essere disponibile ad intervenire “direttamente” a sostegno del GNA pur di assicurargli il controllo di al-Jufra, dove è situata un’importante base aerea, il cui utilizzo Sarraj avrebbe promesso ad Erdogan in cambio degli aiuti che gli hanno consentito di ribaltare le sorti del conflitto.

E’ tecnicamente possibile, dunque, che al di là delle fazioni impegnate nella guerra civile, due importanti paesi del Mediterraneo orientale, Turchia ed Egitto per l’appunto, possano scontrarsi militarmente a poche centinaia di kilometri dalle coste italiane: un’eventualità che metterebbe l’Europa nelle condizioni di non poter restare con le mani in mano.

Che gli eventi in Libia si susseguano a un ritmo incalzante, mentre l’opinione pubblica italiana e la sua classe politica continuano a trastullarsi con discoteche e mascherine, incuranti dell’ormai quasi totale estromissione del nostro paese da quello scenario, ce lo raccontano due film russi: uno uscito a maggio e il suo sequel annunciato sul web per l’autunno.

Parliamo di Shugaley, un lungometraggio che racconta la vicenda di una squadra di sociologi russi, impegnati in un’indagine demoscopica in Tripolitania, che finiscono per essere imprigionati illegalmente dagli uomini della milizia salafita Rada, di fatto alle dipendenze del ministero degli Interni del GNA.

Si tratta di una storia vera, divenuta negli ultimi mesi un vero e proprio caso diplomatico che sta complicando non poco i rapporti tra Mosca e Ankara: il sociologo Maxim Shugaley e il suo interprete dall’arabo Samer Sweifan hanno trascorso, infatti, diversi mesi in stato di detenzione nella prigione di Mitiga, situata nei pressi del locale aeroporto, tristemente nota per le torture  a cui sono sottoposti i prigionieri. Proprio del loro sequestro e delle violenze subite, oltre che degli intrighi di cui sono vittime a causa della loro ricerca, raccontava la trama del film andato in onda sui canali federali russi, diretto da Denis Neimand.

Il clamore suscitato presso il pubblico dalla vicenda, ha indotto il Cremlino ad avanzare formale richiesta di rilascio dei due cittadini russi illegalmente detenuti ai vertici del governo tripolino.

La stessa Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, aveva assicurato la loro imminente liberazione, che però ad oggi ancora non è avvenuta.

Da qui la decisione di realizzare un sequel, Shugaley 2, diretto questa volta da Maxim Brius.

La seconda parte del film si preannuncia avvincente quanto la prima, con la speciale caratteristica di narrare fatti avvenuti recentissimamente e che spesso concernono le trame ordite non solo dagli emissari del governo di Erdogan in Tripolitania, ma anche dei Fratelli Musulmani i cui stretti rapporti con le leadership turca e del GNA sono note e di fatto forniscono la base ideologica al neo-osmanesimo che ispira la politica estera erdoganiana.

Suggestioni geopolitiche che vogliono legittimare storicamente la sua aggressività geopolitica e che hanno portato la Turchia non solo ad entrare prepotentemente nelle questioni libiche, ma negli anni scorsi anche in quelle legate al Corno d’Africa ed in particolare alla Somalia (come ha dimostrato la recente vicenda della cooperante italiana Silvia Romano) e ai Balcani.

Tuttavia è proprio negli ultimissimi mesi che Ankara sembra essersi fatta oltremodo intraprendente, sfruttando anche le circostanze di un’Europa frastornata dalla pandemia e di un’Italia ormai assente dal contesto mediterraneo: alle numerose e dure frizioni con la Grecia legate alle esplorazioni petrolifere nell’Egeo e ai flussi migratori, si sono aggiunte le tensioni con la Francia, che nei giorni scorsi ha deciso di rafforzare la propria presenza nel Mediterraneo orientale inviandovi alcune navi militari per supportare Atene e indurre Ankara a più miti consigli.

La risposta non si è fatta attendere: è di ieri la notizia di un accordo siglato dai ministri della Difesa di Qatar e Turchia e dal loro omologo viceministro del GNA, volto ad offrire a Tripoli maggiore sostegno militare. In questo ambito, alla Turchia, secondo quanto riferito dall’emittente libica “218 tv” vicina al generale Haftar, sarebbe stato dato in concessione per 99 anni il porto di Misurata, la strategica città libica dove è collocato l’ospedale da campo militare italiano. Secondo alcuni esperti, la visita a Tripoli del ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, avvenuta in concomitanza con il vertice che ha visto protagonisti Salah Al-Namroush(GNA), Hulusi Akar(Turchia) e Khaled al Attiyah (Qatar), non sarebbe casuale.

Di fronte a simili sommovimenti, non sarebbe sbagliato se qualcuno in Italia desse una sbirciatina a come gli sceneggiatori russi descrivono le vicende libiche in Shugaley. Tra i palazzi governativi e i vicoli della medina di Tripoli compaiono tutti: americani, francesi, egiziani, qatarini, russi, turchi, emiratini, fratelli musulmani, ma mai gli italiani.

Sintomatico. Fino a qualche tempo fa sarebbe stato impensabile raccontare quel contesto senza tenere in considerazione il Belpaese.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/shugaley-la-crisi-libica-e-la-definitiva-scomparsa-dell-italia-dallo-scacchiere-internazionale

 

Bielorussia

bielorussia

La principale rivale di Alexander Lukashenko alle elezioni per il capo della Bielorussia, Svetlana Tikhanovskaya, intende dichiararsi presidente.

Dopo di che l’Occidente la riconoscerà in questa veste.

L’edizione polacca di Rzeczpospolita ne è stata informata dalla rappresentante della sede di Tikhanovskaya, Anna Krasulina.

Tihanovskaya, che ora si trova in Lituania, sta preparando un comunicato speciale in cui dichiarerà la sua vittoria alle elezioni presidenziali tenutesi il 9 agosto.

“Ci aspettiamo che l’Occidente accetti la scelta del popolo bielorusso e riconosca la vittoria di Tikhanovskaya”, ha detto Krasulina.

Nota: Una nuova autoproclamazione a presidente, analogamente a quanto accaduto in Venezuela con Juan Guaidò. Si aspetta anche di assistere presto a nuove autoproclamazioni quali un presidente autoproclamato a Teheran, un’altro a Damasco in Siria ed anche Cuba. Tutti gli “autoproclamati” sarano decisamente appoggiati dal Dipartimento di Stato USA e da Mike Pompeo.


La principale richiesta dei manifestanti in Bielorussia sono le dimissioni di Alexander Lukashenko e il rilascio di tutti i prigionieri politici.

Lo ha detto una collega della candidata alla presidenza Svetlana Tikhanovskaya, membro del quartier generale dell’opposizione congiunta, Maria Kolesnikova, in una manifestazione a Minsk.

“Chiediamo il rilascio di tutti i prigionieri politici, così come quelli detenuti per azioni pacifiche e azioni di dissenso. Victor e Eduard Babariko, Sergei Tikhanovsky, Pavel Sevyarynets, Nikolai Statkevich, Igor Losik, tutti i prigionieri politici e 4.000 persone che rimangono in prigione – tutti devono essere rilasciati immediatamente “, ha detto.

La principale richiesta dei manifestanti, secondo Kolesnikova, sono le dimissioni dell ‘“ex presidente” Alexander Lukashenko.

“Secondo numerose testimonianze e fissazioni, Svetlana Tikhanovskaya ha vinto le elezioni il 9 agosto. Lukashenka non è solo la principale minaccia per il popolo bielorusso, ma anche per l’indipendenza del paese. Sappiamo che il regime è pronto a fare qualsiasi cosa per mantenere il potere “, ha detto.

Kolesnikova ha anche affermato che i rappresentanti dell’opposizione chiederanno l’avvio di un procedimento penale sui fatti di morte di manifestanti e bullismo da parte delle forze dell’ordine.

“Tutti coloro che hanno usato la violenza contro i manifestanti e solo i passanti per le strade, nei carri di risaia e successivamente nel dipartimento di polizia e nel centro di detenzione preventiva dovrebbero essere ritenuti responsabili in conformità con la legge della Repubblica di Bielorussia!” – ha sottolineato.

Fonte: Источник: https://rusvesna.su/news/1597603768

Traduzione e nota: Sergei Leonov

https://www.controinformazione.info/svetlana-tikhanovskaya-si-prepara-a-dichiararsi-presidente-della-bielorussia/

Ancora Putin!

Dopo l’annuncio di Putin del primo vaccino contro il covid-19 prodotto e testato in Russia si è scatenata la campagna di discredito occidentale contro il vaccino prodotto in Russia.
Inizialmente l’annuncio è stato accolto con una certa incredulità ma, in breve, questa si è tradotta in scetticismo sull’efficacia di tale vaccino.
Questo vaccino non è uscito dai laboratori di proprietà di Bill Gates, non viene presentato come obbligatorio, probabilmente sarà innocuo, è stato prodotto da una entità statale russa e non rientra nelle produzioni della Big Pharma, quanto basta per essere in conflitto con i giganteschi interessi delle grandi corporations farmaceutiche.

Normale quindi che parta una campagna mediatica di discredito che cerca di sminuire la scoperta ed il brevetto del vaccino russo. Ne iniziano a dire di tutti i colori.
Tutto parte dagli Stati Uniti ed il primo a “scomunicare” il vaccino russo, si può indovinare, è il dr. Fauci, consulente di Trump e speciaista in malattie infettive.
Dubito che i russi abbiano un vaccino sicuro: cos’ ha detto il capo specialista in malattie infettive degli Stati Uniti il quale ha detto di non credere nel vaccino russo per il virus K.
ll dr. Anthony Fauci, afferma che gli USA potrebbero presentare diverse versioni del loro vaccino contemporaneamente anche la prossima settimana, ma non sono sicuri della loro efficacia e sicurezza e dubitano che la Russia abbia adeguatamente testato il proprio.

Il Ministero della Salute russo ha registrato martedì il primo vaccino al mondo per la prevenzione della nuova infezione da coronavirus COVID-19, sviluppato dal Centro di ricerca per l’elettrochimica N.F. Gamaleya in collaborazione con il Fondo russo per gli investimenti diretti. Si chiamava “Sputnik V”. Il ministro della Salute russo Mikhail Murashko ha annunciato che il vaccino sarà prodotto in due siti: il centro di Gamaleya e lo stabilimento di Binnopharm.

Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che il vaccino ha superato tutti i test necessari e forma un’immunità stabile.

“Avere un vaccino e provare che un vaccino è sicuro ed efficace sono due cose diverse. Abbiamo una mezza dozzina di vaccini o più, quindi se volessimo correre dei rischi e ferire molte persone, dare loro qualcosa che non aiuta, potremmo iniziare a farlo la prossima settimana se lo volessimo “, ha risposto Fauci alla rivista National Geografic, la Russia ha davvero un vaccino contro il coronavirus? La trasmissione è stata condotta sul sito web della rivista.

“Pertanto, ha proseguito Fauci, spero che i russi siano davvero pienamente convinti che il vaccino sia sicuro ed efficace. Dubito fortemente che l’abbiano fatto “, ha aggiunto il direttore dell’Istituto nazionale statunitense di malattie allergiche e infettive.

https://www.controinformazione.info/parte-la-campagna-di-discredito-contro-il-vaccino-anti-covid-brevettato-dai-russi-bill-gates-furibondo/

Beirut

I media occidentali evitano di ricordare che il Libano è stato invaso già per tre volte negli ultimi anni da Israele e che nel 2006, nel corso dell’ultimo tentativo di annessione del sud Libano, il paese fu bombardato in modo indiscriminato dall’aviazione israeliana per 33 giorni con un altissimo numero di vittime civili e distruzione di abitazioni ed infrastrutture.
Fu Hezbollah in quell’occasione a fermare l’invasione ed a resistere in modo coraggioso al più potente esercito del medio Oriente. Pochi se lo ricordano ma la Storia è Storia e non si può cancellare.

Che sia in atto a Beirut una sobillazione esterna e che questa si svolge alla luce del sole da parte degli agenti provocatori è piuttosto evidente e prova ne sia che, nel corso delle ultime agitazioni di piazza in cui è stato ucciso anche un poliziotto libanese, sono comparse bandiere israeliane fra i manifestanti ed è stato appiccato il fuoco ad un pupazzo raffigurante il leader di Hezbollah, Nassan Nasrallah. Uno scenario simile a quello che si sta verificando ad Hong Kong, salvo le dovute differenze, la strategia del caos risulta analoga.

Alexander Zasypkin, l’ambasciatore russo in Libano, ha effettivamente confermato queste informazioni. Il diplomatico ha dichiarato che, sotto le spoglie di una politica umanitaria, “un paese senza nome sta cercando di interferire negli affari interni del Libano “, come era facile prevederee la conferma viene dagli sviluppi sul terreno del paese arabo martoriato.
La strategia di chi vuole la destabilizzazione del Libano è anche quella di provocare uno scontro fra i vari gruppi etnici presenti nel paese: quello cristiano maronita, quello sunnita e quello sciita principalmente, rompendo quella coesistenza pacifica che fino ad oggi aveva contraddistinto il paese multietnico dopo la fine della guerra civile.

https://www.controinformazione.info/inizia-la-riconquista-del-libano-una-rivoluzione-colorata-a-beirut-con-la-regia-delle-grandi-potenze/

Scade mercoledì

Ma sull’euro incombe la sentenza di Karsruhe:  la corte suprema germanica ha ingiunto alla BCE di  dimostrare che la “stampa” di moneta    che ha fatto Draghi  a suo tempo, e  quella forsennata  sta facendo la Lagarde  per salvarci  con il PEPP ( Pandemic Emergency Purchase Program)  è “proporzionata” e congruente ; e  di  dimostrarlo entro il 5 agosto. 

Entro mercoledì. Siccome la   BCE continua a stampare, la Bundesbank sarà obbligata ad obbedire a Karlsruhe ….   Smettendo di  partecipare all’acquisto  forsennato dei titoli pubblici. Senza la Germania, la zona euro sarebbe divisa di fatto in due. Cosa farà Weidmann?  Dopo tanto brontolare e minacciare  la BCE, restarci dentro e cooperare al PEPP, gli  è semplicemente impossibile. Come è impensabile che il banchiere centrale tedesco possa disobbedire alla  Corte Suprema tedesca.

IL 5 AGOSTO, FINE DELL’EUROZONA E’ POSSIBILE. E non se ne parla