I due golpe americani

Oggi quasi tutta l’informazione si chiede cosa stia succedendo in America, dopo che persino il Campidoglio è stato preso invaso da dimostranti  e c’è anche scappato il morto, una donna peraltro veterana dell’Air Force ( qui il video dell’uccisione). La domanda in realtà è mal posta perché questa informazione mainstream dovrebbe invece chiedersi perché abbia minimizzato i giganteschi brogli elettorali (c’è chi dice avvenuti anche grazie a complicità italiane) , perché abbia sempre e comunque demonizzato Trump e invece santificato Biden nascondendone la corruzione e i suoi trascorsi di boia dell’ America Latina. Perché abbia ordinato e pubblicato sondaggi elettorali palesemente falsi, perché abbia drammatizzato fino all’impossibile una sindrome influenzale facendola passare per peste, mettendo la museruola a fior di esperti, bloccando ogni dibattito  e riducendo la scienza a un grottesco feticcio; perché racconta come fossero verità eterne anche le più squallide e assurde balle del potere.  E’ inutile che ora questa informazione si domandi cosa stia succedendo perché essa non sta osservando il problema, ma è parte del problema, ovvero dell’assalto finale alla democrazia e alla rappresentanza da parte di potentati economici che sono poi gli stessi che controllano giornali, televisioni, intrattenimento e sebbene non ancora del tutto, la rete.

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La terza via

L’avvento del covid democratico ha spazzato via Trump: lui sarebbe stato rieletto nonostante la guerra mondiale permanente contro di lui, per i grandi risultati conseguiti nel rilancio dell’economia, l’occupazione, l’assenza di guerra, i buoni successi internazionali. Ma il covid, e la sua spavalderia nell’affrontarlo, anzi la sua arroganza, come l’ha chiamata il suo precursore italiano Berlusconi, lo hanno sconfitto. È passato il messaggio che ha identificato negli States la catastrofe della pandemia con la sua leadership. E gli americani per chiudere col covid hanno chiuso con lui.

Ma resta un gigantesco interrogativo che sovrasta come una nuvola sospesa sul mondo: ma con Trump è stato sconfitto e debellato il sovranismo, è finita l’era dei sovranismi? Sconfitto può darsi, debellato troppo presto per dirlo. Anche perché Trump è stato solo un veicolo del populismo sovranista, un collettore, ma non è stato né l’inventore né il titolare unico della sua formula politica. Perché si tratta di un fenomeno mondiale con radici profonde e reali, insorto contemporaneamente in diversi paesi, fiorito in Europa, e già imbrigliato alle ultime elezioni europee, ma non per questo debellato.

Il problema è che i disagi, le proteste, le aspettative che hanno generato il sovranismo sono rimaste tutte in piedi. Si può parlare di interpreti inadeguati, a cominciare da Trump. Si può parlare d’insufficiente capacità di affrontare la realtà e le sue articolazioni, o meglio – in tanti casi – di una grande capacità di raccogliere voti ma senza altrettanta perizia poi nel governare e tradurle in una visione compiuta. Ma si deve soprattutto parlare dell’enorme difficoltà di governare avendo contro l’establishment, la macchina mediatica e giudiziaria, le oligarchie finanziarie e intellettuali, le agenzie d’influenza come la Chiesa di Bergoglio.

Ciònonostante la sconfitta di Trump non è la fine del sovranismo, ma indica la sua necessità di ridefinirsi e ridisegnarsi. Trump aveva fatto una scelta precisa e vistosa: non si era posto come leader globale del sovranismo ma come il presidente degli Stati Uniti che intendeva pensare prima di tutto al suo Paese, non al mondo, tutelarlo dagli attacchi e proteggerlo sul piano economico e commerciale. Di conseguenza la sua influenza sugli altri paesi è stata pressoché inesistente; mai Trump ha preteso di dar vita a un’Internazionale sovranista, ma si è posto in concorrenza commerciale e in antagonismo con la Cina, con l’Asia, con l’Europa. La sua parola d’ordine è stata “dazi”, non certo divulgare il sovranismo. Trump ha opposto il protezionismo alla globalizzazione.

Di conseguenza la sua sconfitta non fa saltare nessuna filiera, nessuna internazionale sovranista. Durante i suoi quattro anni, Trump non ha nemmeno tentato di affrontare la battaglia culturale contro il politically correct sul piano globale; non ha contrapposto un modo di pensare e di vedere alternativo a quello dominante. Si è limitato, ed è già tanto, a difendere l’America reale di sempre, sul piano pratico e giuridico. L’unico tentativo vagamente abbozzato è stato quello di Steve Bannon, ed è stato presto sconfessato da Trump.

Marcello Veneziani

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-covid-democratico-batte-il-sovranismo

Rojava

La Siria settentrionale fa parte della Mezzaluna fertile e comprende siti archeologici risalenti al Neolitico, come Tell Halaf. Nell’antichità, l’area faceva parte del regno di Mitanni, il cui centro era la valle del fiume Khabur nella moderna regione di Jazira. Faceva quindi parte dell’Assiria, con gli ultimi documenti imperiali assiri sopravvissuti, tra il 604 a.C. e il 599 a.C., furono trovati nella città assira di Dūr-Katlimmu.[18] Successivamente fu governato da diverse dinastie e imperi: gli Achemenidi dell’Iran, gli Elleni che succedettero ad Alessandro Magno, gli Artasiadi di Armenia,[19] Roma, i Parti iraniani[20]Sasanidi,[21] poi dai Bizantini e successivamente da califfati arabi islamici.

L’insediamento curdo in Siria risale a prima delle crociate dell’XI secolo. Un certo numero di insediamenti militari e feudali curdi precedenti a questo periodo sono stati trovati in Siria. Tali insediamenti sono stati trovati nelle montagne alauite e nord libanesi e nei dintorni di Hama. La fortezza crociata di Krak dei Cavalieri, conosciuta in arabo come Hisn al-Akrad (Castello dei Curdi), era in origine un insediamento militare curdo prima che fosse ampliata dai crociati francesi. Allo stesso modo, il Kurd-Dagh (monte curdo) è stato abitato dai curdi per più di un millennio.[22]

Durante l’impero ottomano (1516–1922), grandi gruppi tribali di lingua curda si stabilirono e furono deportati in zone della Siria settentrionale dall’Anatolia. I dati demografici di quest’area hanno subito un enorme cambiamento nella prima parte del XX secolo. Alcune tribù circasse, curde e cecene cooperarono con le autorità ottomane (turche) nei massacri di cristiani armeni e assiri nella Mesopotamia superiore, tra il 1914 e il 1920, con ulteriori attacchi a civili in fuga disarmati condotti da milizie arabe locali.[23][24][25][26] Molti assiri fuggirono in Siria durante il genocidio e si stabilirono principalmente nell’area della Giazira.[25][27][28] A partire dal 1926, la regione vide un’altra immigrazione di curdi a seguito del fallimento della ribellione di Sheikh Said contro le autorità turche.[29] Mentre molti curdi in Siria sono stati lì per secoli, ondate di curdi sono fuggiti dalle loro case in Turchia e si sono stabiliti in Siria, dove hanno ottenuto la cittadinanza dalle autorità del mandato francese.[30] Negli anni ’30 e ’40, la regione ebbe diversi movimenti di autonomia falliti.

estratto da wikipedia

Navi turche in acque greche

Sullo sfondo della reazione quasi passiva dell’UE alle preoccupazioni di Atene, la Grecia ha deciso di prepararsi a un’eventuale ulteriore escalation del conflitto con la Turchia verso uno scontro uno armato, in particolare aumentando il servizio militare di un anno e preparando le manovre militari. Come ha chiarito Nikolaos Panagiotopoulos, ministro della Difesa nazionale della Grecia, il 20 ottobre, i piani di Atene includono l’aumento delle forze dei suoi soldati professionisti e l’arruolamento nelle istituzioni educative militari. L’obiettivo è fornire più truppe al confine con la Turchia lungo il fiume Maritsa (nome greco – Evros). La Grecia sta anche facendo preparativi militari nel Mar Egeo, dove le sue forze armate sono attualmente in massima allerta.

Allo stesso tempo, le autorità greche prevedono di triplicare la lunghezza del muro al confine con la Turchia, completando una sezione lunga circa 26 chilometri e installando ulteriori telecamere di sorveglianza e sirene mobili per scoraggiare gli immigrati clandestini, che costeranno circa 63 milioni di euro. La Grecia sta progettando di completare questa “barriera” entro la fine di aprile del prossimo anno. Il suo obiettivo è fermare le violazioni di massa dei confini da parte dei migranti provenienti dalla Turchia, che il leader turco usa come pressione diretta sull’Unione europea. Il lettore ricorderà che a fine febbraio il leader turco Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che la Turchia ha aperto i suoi confini con l’Ue per i rifugiati siriani e non ha intenzione di chiuderli se i rapporti con l’Ue si deteriorano. Successivamente, Süleyman Soylu, ministro degli interni turco, ha detto che il suo paese ha fatto transitare dalle sue frontiere ai paesi europei più di 100.000 rifugiati che erano arrivati nella provincia di Edirne alla frontiera nord occidentale con la Grecia.

https://www.controinformazione.info/leuropa-e-in-equilibrio-sulla-bilancia-turca/

Il modello svedese

Forse la cosa più importante è che il “tocco leggero” della Svezia sembra aver domato COVID-19. Mentre molti paesi europei che hanno attuato l’isolamento stanno assistendo a una recrudescenza del virus, i casi e i decessi della Svezia rimangono in netto contrasto con le altre nazioni europee. https://platform.twitter.com/embed/index.html?dnt=false&embedId=twitter-widget-1&frame=false&hideCard=false&hideThread=false&id=1313926783197118468&lang=en&origin=https%3A%2F%2Fwww.ariannaeditrice.it%2Farticoli%2Fcinque-grafici-che-mostrano-che-la-strategia-svedese-ha-funzionato-e-il-confinamento-e-fallito&theme=light&widgetsVersion=ed20a2b%3A1601588405575&width=550px

[Non solo nessun obbligo di mascherine, ma quasi nessuno indossa la maschera in Svezia. Mai chiuso. Dio benedica questo paese libero.]

It’s true there was concern around a slight uptick in cases that began in mid-September, but the increase is well below other European nations, which has resulted in fewer COVID-19 related deaths.

E’ vero che c’è stata preoccupazione per un leggero aumento dei casi iniziato a metà settembre, ma l’aumento è ben al di sotto delle altre nazioni europee, il che ha portato a un minor numero di decessi legati alla COVID-19.

Yinon Weiss, fondatore di RallyPoint e laureato alla Harvard Business School, ha dimostrato che l’attuale tasso di mortalità giornaliera della Svezia è esponenzialmente inferiore – di 25, 10, e 7 volte – rispetto a molti dei suoi omologhi europei che hanno dato il via a severe misure di blocco, come la Spagna, il Regno Unito e la Francia. https://platform.twitter.com/embed/index.html?dnt=false&embedId=twitter-widget-2&frame=false&hideCard=false&hideThread=false&id=1313633744058642432&lang=en&origin=https%3A%2F%2Fwww.ariannaeditrice.it%2Farticoli%2Fcinque-grafici-che-mostrano-che-la-strategia-svedese-ha-funzionato-e-il-confinamento-e-fallito&theme=light&widgetsVersion=ed20a2b%3A1601588405575&width=550px

grafico coronavirus svezia 2

[Svezia: aggiornamento: La situazione deve diventare imbarazzante per la Spagna, la Francia e il Regno Unito che si stanno di nuovo mettendo in lockdown. La Svezia si sta godendo scuole aperte, attività commerciali aperte e niente maschere.

Gli attuali tassi di mortalità giornaliera rispetto alla Svezia:

Spagna 25x
Francia 10x
Regno Unito 7x]

Durante tutta la pandemia, molti hanno sostenuto che la Svezia non può essere paragonata a queste nazioni più grandi, poiché hanno una maggiore densità di popolazione. Il legame tra COVID-19 e la densità urbana è quantomeno debole, ma anche se si tiene conto dei dati sulla densità della popolazione, i dati sulla densità demografica mostrano che la capitale svedese Stoccolma ha surclassato le città americane che hanno chiuso come Boston, Philadelphia e Chicago. (E naturalmente New York). https://platform.twitter.com/embed/index.html?dnt=false&embedId=twitter-widget-3&frame=false&hideCard=false&hideThread=false&id=1314218489465499654&lang=en&origin=https%3A%2F%2Fwww.ariannaeditrice.it%2Farticoli%2Fcinque-grafici-che-mostrano-che-la-strategia-svedese-ha-funzionato-e-il-confinamento-e-fallito&theme=light&widgetsVersion=ed20a2b%3A1601588405575&width=550px

grafico coronavirus svezia 3

[“Rispetto a città di densità simile, gli svedesi continuano a superare le prestazioni senza blocchi o maschere.

La verità non sarà nascosta per sempre. Mettetevi dalla parte giusta della storia”.]

Anche i paesi nordici con tassi di mortalità bassi, ai quali la Svezia è spesso sfavorevolmente paragonata, stanno ora registrando un forte aumento dei casi (anche se la mortalità in tutti i paesi nordici rimane fortunatamente bassa). https://platform.twitter.com/embed/index.html?dnt=false&embedId=twitter-widget-4&frame=false&hideCard=false&hideThread=false&id=1314220487615098881&lang=en&origin=https%3A%2F%2Fwww.ariannaeditrice.it%2Farticoli%2Fcinque-grafici-che-mostrano-che-la-strategia-svedese-ha-funzionato-e-il-confinamento-e-fallito&theme=light&widgetsVersion=ed20a2b%3A1601588405575&width=550px

grafico coronavirus svezia 4

[Uno sguardo ai casi #Covid_19 nei paesi nordici.

I decessi di Covid in tutti e quattro i paesi rimangono bassi.]

I critici della politica svedese sottolineeranno che il tasso di mortalità del COVID-19 della Svezia è ancora più alto di quello dei suoi vicini nordici – il risultato di un’incapacità di proteggere adeguatamente le sue case di cura per anziani – ma l’obiettivo non è mai stato quello di avere il tasso di mortalità del coronavirus più basso d’Europa. L’obiettivo era quello di limitare la diffusione del virus e di evitare che i sistemi ospedalieri fossero sopraffatti.

Nonostante le previsioni secondo cui la sua politica di laissez-faire avrebbe portato a un’infezione di massa e a 96.000 morti, la Svezia ci è riuscita e il suo tasso di mortalità pro capite rimane oggi ben al di sotto di molti dei suoi vicini europei.

Gli ultimi tre mesi sono stati particolarmente impressionanti, sottolinea Weiss. https://platform.twitter.com/embed/index.html?dnt=false&embedId=twitter-widget-5&frame=false&hideCard=false&hideThread=false&id=1313633750824091648&lang=en&origin=https%3A%2F%2Fwww.ariannaeditrice.it%2Farticoli%2Fcinque-grafici-che-mostrano-che-la-strategia-svedese-ha-funzionato-e-il-confinamento-e-fallito&theme=light&widgetsVersion=ed20a2b%3A1601588405575&width=550px

grafico coronavirus svezia 5

Ed ecco il quadro generale con Regno Unito, Francia e Spagna.

E sì… altri paesi nordici hanno fatto meglio degli svedesi, ma non è una prova che i lockdown funzionino. Forse è solo una prova che gli svedesi avrebbero dovuto proteggere meglio le loro case di cura.]

Ogni settimana che passa, vediamo che l’esperimento di isolamento del mondo è fallito, ed è fallito miseramente, distruggendo orribilmente milioni di imprese, decine di milioni di posti di lavoro e causando un diffuso deterioramento della salute mentale e fisica. (C’è un motivo per cui i leader europei come Boris Johnson si stanno consultando con il principale esperto svedese di malattie infettive, Anders Tegnell).

Come John Tierney ha spiegato recentemente sul City Journal, il meglio che si può dire degli ordini di soggiorno a domicilio è che potrebbero aver avuto senso prima che avessimo dati solidi e pochi indizi sul tipo di virus con cui avevamo a che fare. Ora lo sappiamo meglio. Non c’è alcuna correlazione tra il rigore dell’isolamento e i decessi di COVID-19, mentre i danni sono indiscutibili.

Questo è il motivo per cui migliaia di medici e scienziati della sanità pubblica hanno firmato una nuova dichiarazione – la Grande Dichiarazione di Barrington – che esprime gravi preoccupazioni sugli effetti negativi dell’isolamento e chiede un approccio più mirato.

A giugno, dopo la pubblicazione di un rapporto della NPR che ha dimostrato che il COVID-19 non è così pericoloso come si credeva all’inizio, ho suggerito che l’isolamento potrebbe rivelarsi il più grande “fallimento” di esperti dai tempi della guerra in Iraq.

Quattro mesi dopo, le prove sembrano solo più forti.

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Fonte: https://fee.org/articles/5-charts-that-show-sweden-s-strategy-worked-the-lockdowns-failed/

Traduzione in italiano per Comedonchisciotte.org a cura di Riccardo Donat-Cattin

Curiosità

Così si vota alle presidenziali USA. In questa busta bianca “Official Election Mail”, indirizzata a Andrea Malaguti – Amherst (MASS) e da reinviare al municipio di appartenenza, è contenuta una busta gialla di risposta (anonima), che a sua volta contiene la scheda elettorale in cui si esprime la preferenza tra quattro opzioni: Partito Repubblicano (Trump – Pence), Partito democratico (Biden – Harris), Green Party e Libertarian Party. Questa scheda elettorale multipla contiene anche altre richieste di voto, tra cui la scelta di un rappresentante alla House of Representatives (Camera dei Deputati) e due quesiti referendari. Uno riguarda la disponibilità dei dati tecnici della scatola nera di ogni automobile (attualmente in possesso solo della casa produttrice dell’auto) e l’altro un nuovo sistema di valutazione delle preferenze attribuite ai Deputati. Per esprimere il voto, bisogna riempire di nero un cerchietto posto vicino alla scelta preferita, in modo da facilitare la lettura elettronica della scheda.C’è una particolarità interessante riguardo alla scelta del candidato Presidente: oltre alle quattro opzioni descritte, c’è la possibilità di indicare, in un apposito spazio bianco, il nome di un altro candidato qualsiasi, che per avere una (assai remota) possibilità di essere eletto deve comunque essere nato negli USA…

Massimo Malaguti su Facebook

Vicolo cieco

È quasi lo stesso schema: in Libia, il neo-sultano Erdogan ha lanciato insieme ai suoi amici israeliani ed emiratini una vera e propria guerra falsa, su richiesta degli Stati Uniti, una guerra che mirava meno al saccheggio di petrolio e gas, già in gran parte saccheggiati dalla Libia rispetto al dispiegamento dell’asse USA / NATO ai confini con l’Algeria.

Lo stesso neo-Sultano ha appena lanciato un’identica guerra sulla base di un conflitto secolare e che improvvisamente riaffiora, anche se gli USA, potenza in totale declino, stanno esaurendo il vapore nel Golfo Persico, spinti verso la porta da Iran e suoi alleati russi e cinesi.

Tuttavia, questa guerra Armenia / Azerbaigian si sta svolgendo ai confini dell’Iran nordoccidentale e ha l’ovvio obiettivo di stabilire la Turchia e quindi la NATO ai confini iraniani. Nuovo errore di calcolo del Sultano edel suo enturage? Molto probabilmente.

Mentre è vero che questa NATO, trainata da Ankara, avrà la missione di prolungare le molestie aeree e marittime già in corso contro la Russia nel Mar Nero sullo sfondo delle invasioni sulle esportazioni energetiche russe, mentre la Turchia sta lavorando per espandersi verso est, oltre il Mar Caspio. L’obiettivo della Turchia è quello di collegare le fonti di gas in Turkmenistan e in altri paesi dell’Asia centrale con il vettore azero (e sappiamo che Israele ottiene il 40% del suo fabbisogno di petrolio da Baku, ndr), è anche vero che le basi militari della NATO dovrebbero in questa logica rappresentare una minaccia territoriale contro l’Iran.

In vista delle conquiste territoriali che l’esercito azero sta per compiere, esercito posto direttamente sotto il comando turco e israeliano (come ai suoi tempi in Siria, ndr), l’asse USA / NATO / Israele sta addirittura lavorando per creare un corridoio al centro del territorio armeno che darebbe accesso ai confini con l’Iran. Una cosa è certa: se gli Stati Uniti stanno ora incendiando il Caucaso, è perché sono completamente in un vicolo cieco di fronte all’ascesa dell’asse Iran-Cina-Russia.

In Siria e in Iraq il loro fallimento è totale; in Libano, lo stallo è completo e anche la normalizzazione non è servita adeguatamente ai loro scopi, la coalizione Abraham composta da un’entità israeliana già a bada e i giocatori di golf perfettamente disarmati non sono altro che figurine. Rimane una sorta di tacchino che continua a mangiare a tutte le rastrelliere senza capire che ci sono limiti a tutto.

Sabato, le autorità iraniane hanno annunciato che un totale di 35 colpi di mortaio erano caduti sul territorio iraniano a seguito delle battaglie nella regione del Karabakh. Il governatore della città di confine iraniana di Khoda Afrin nell’Iran nordoccidentale, Ali Amiri Raad, ha detto che le due parti stavano abusando della neutralità dell’Iran e hanno continuato a sparare senza riguardo per le vite dei popolazioni. Nel processo in corso, un severo monito, un secondo nello spazio di 3 giorni è stato lanciato all’indirizzo di Baku e Yerevan da un portavoce della diplomazia iraniana, Khatib Zadeh, che ha affermato che l’Iran “non non tollererà alcuna provocazione ”.

L’Iran, infatti, sta seguendo da vicino le azioni di Ankara, il remake di ciò che la Turchia dei Fratelli Musulmani ha già realizzato in Siria e poi in Libia, ovvero il dispiegamento di terroristi Takfiri nella Repubblica dell’Azerbaigian e questo, come pretesto per il conflitto del Nagorno-Karabakh. Secondo le prove, anche una cellula composta da 18 ufficiali sionisti sta monitorando i combattimenti.
Secondo quanto riferito, circa 900 terroristi sono stati trasferiti negli ultimi giorni dalla Siria e dalla Libia ai confini nord-occidentali dell’Iran, appena a nord del fiume Aras che separa l’Iran dalla Repubblica dell’Azerbaigian.

Secondo fonti sul campo, i servizi segreti turchi hanno già trasferito più di 530 elementi terroristici in Azerbaigian; con ulteriori trasferimenti, il numero di terroristi in Azerbaigian è salito ad almeno 2000 e l’afflusso continua.

Terroristi e mercenari reclutati dalla Turchia in Azerbaijan

Sono membri del gruppo terroristico della “Brigata del sultano Mourad”, fondato nel 2013 e composto principalmente da turkmeni dalla Siria ma anche da Jaysh al-Sharqiya, al-Hamza, l’esercito di al-Nokhba, Jabhat al-Sham, brigata al-Furqan, brigata 51 e brigata al-Moutasem. I leader dei gruppi terroristici nei territori occupati di Siria e Libia si sono uniti alla coalizione Turchia / Azerbaijan / Israele, nonostante abbiano già perso almeno 103 membri negli scontri nella regione del Nagorno-Karabakh.

Ma la parte caucasica è ben lungi dall’essere una passeggiata nel parco per l’asse Turchia / Israele / USA, il campo antagonista ha già preparato delle belle sorprese contro di loro: proprio come in Siria e Libia, il la delusione rischia di essere monumentale. Sabato, la seconda città principale della Repubblica dell’Azerbaigian, Gandja è stata presa di mira dai missili armeni di fabbricazione russa. Questo è l’aeroporto militare che attualmente ospita aerei da guerra turchi e NATO.

Gandja, seconda città dell’Azerbaijan bomnbardata

A una settimana dall’inizio del conflitto, l’Armenia si morde le dita per essersi normalizzata con Israele e ha già richiamato il suo ambasciatore. Quanto alla Russia di Putin, ha condizionato i suoi aiuti al ritorno da Yerevan, totale e intero, al campo orientale. Fonti turche ammettono che l’attacco contro Gandja rischia di mandare in frantumi la superiorità aerea di Baku, che è in parte basata sui droni turchi e israeliani. “Circa 60 missili sarebbero stati lanciati contro il campo d’aviazione che sarebbe stato ridotto in cenere con i droni e i caccia che erano lì. Due giorni prima era stata attaccata anche la base aerea Dallar, base che ospita caccia F-16 turchi e caccia MiG-25 azeri ”.

In Nagorno-Karabakh, la Russia sta iniziando a colpire Israele, cosa che non ha fatto in Siria o in Libia. Per la prima volta, i missili israeliani sparati contro il Nagorno-Karabakh sono stati intercettati e distrutti dall’S-300…. Le divisioni tendono a fissarsi … l’asse Iran-Russia-Cina si sta riprendendo …

Fonte: https://parstoday.com/fr

Traduzione: Luciano Lago

https://www.controinformazione.info/iran-e-russia-tensione-a-distanza-con-la-turchia-di-erdogan/

Il cuneo

Occorre segnalare che, indipendentemente dalle circostanze, questa situazione risponde agli obiettivi e agli interessi geopolitici degli USA o della elite di potere di Washington. In primo luogo, dati i rapporti di vicinanza politica e militare tra Azebaijan e Turchia e fra Russia e Turchia, Washington ha la opportunità di aprire una breccia nelle relazioni fra Mosca ed Ankara, dato che una buona armonia di rapporti fra Mosca e Ankara, è una autentico grosso problema per gli USA e la UE poiché questa è basata su interessi economici e militari comuni e molto ampli fra i due paesi ed è una relazione osteggiata dagli strateghi della NATO.
Quella fra Turchia e Russia è una relazione che non si è infranta, nonostante le tensioni in Libia e in Siria. Nonostante gli sforzi della Nato e della UE per ottenere questa rottura dell’asse Mosca Ankara.

La Nato è cosciente che si sta formando una grande coalizione anti occidentale su scala globale, fra Russia-Iran-Turchia-Cina e per questo motivo la NATO considera prioritariamente l’opportunità di far rompere l’intesa fra Russia e Turchia che è molto pericolosa per l’occidente soprattutto per il futuro. La NATO è consapevole che una gran guerra nel Caucaso obbligherà la Russia a reagire ed è poco probabile che questa sia una reazione che piacerà alla Turchia e tale fattore causerà difficoltà a Erdogan nel mantenere l’alleanza con Mosca.
Pertanto in questa situazione molto dipenderà dalla posizione di Ankara , fino dove arriverà la Turchia nel suo appoggio all’Arzebaijan, se questa entrerà in conflitto indirettamente con la Russia o se arriverà ad un accordo di compromesso. Tuttavia tenendo in conto di come si sviluppa questo conflitto, dove si ci sono state minacce incrociate di di colpire le installazioni nucleari di Armenia e dell’altro lato, installazioni similari per importanza, tutto potrebbe precipitare. Questo conflitto può essere parte di uno scenario molto più ampio in cui possibilmente la parte più estremista dei falchi USA, assieme al Pentagono, si sono imbarcati nel sobillare il confitto per i loro interessi.
Se uniamo questo al protagonismo del leader francese Macron che sta facendo una crociata in cui si è autoproclamato “campione” della civilizzazione europea contro la Russia, allora intendiamo la ratio degli avvenimenti. (Vedi: https://www.politico.eu/article/emmanuel-macron-baltics-trip-france-russia-strategy/)
I neocon occupano un posto chiave nell’apparato militare e di intelligence degli USA, incluso il Pentagono, e sopingono per azioni più decise contro la Russia. Il segretario della difesa Mark Esper ha una relazione difficile con Trump e professa la russofobia come sua ossessione tanto da proclamare la Russia come il principale nemico degli USA (per Trump è la Cina). Questi “falchi” neocon del Pentagono vogliono suscitare una partecipazione diretta degli USA nei teatri remoti dove affrontare la Russia, e questi hanno un piano B per esercitare una maggiore pressione politica e militare sulla Russia che deve essere esercitata dai paesi satelliti degli USA, soprattutto da quelli ubicati lungo le frontiere russe, proprio dove l’Occidente sta costruendo un cordone sanitario anti russo continuo da molto tempo ed in modo persistente.

Giappone

Fonte: Thomas Fazi

Da oggi (16 settembre) il Giappone ha un nuovo primo ministro: Yoshihide Suga, presidente del Partito Liberal Democratico ed ex ministro degli affari interni e delle comunicazioni e segretario generale del governo negli esecutivi guidati da Shinzō Abe. Sotto la sua guida, possiamo essere certi che il Giappone continuerà a impartire lezioni di macroeconomia al mondo e a sfatare i molti miti che, ahinoi, continuano ancora a circolare in materia di deficit e di debito pubblico, soprattutto nella nostra disgraziata Europa.
Solo qualche giorno fa, nel corso di un’intervista, Suga ha dichiarato chiaramente che non c’è alcun limite al volume di titoli di Stato che può emettere il governo giapponese e dunque al rapporto debito/PIL del paese, che quest’anno dovrebbe raggiungere il 270 per cento (sì, avete letto bene). «L’unica cosa che conta in questo momento è migliorare le condizioni economiche: creare posti di lavoro e proteggere le imprese», ha aggiunto.
Suga si è limitato a enunciare una banalissima verità, che, però, in un tempo di inganno universale (soprattutto sui temi economici) quale quello che viviamo da anni, acquista una valenza quasi rivoluzionaria.
Detto molto semplicemente, per uno Stato che dispone della sovranità monetaria e che emette debito nella propria valuta, non c’è alcun limite intrinseco alla quantità di debito che esso può emettere, né in termini assoluti né in rapporto al PIL; non c’è alcuna “soglia” oltre la quale si va incontro a chissà quali conseguenze nefaste (giusto qualche anno due economisti di fama mondiale pubblicarono un celebre paper, poi smontato da un studente ventenne, in cui affermavano che il debito pubblico diventava un problema una volta superata la soglia del 90 per cento del PIL: in pratica il Giappone, con il suo rapporto debito/PIL del 270 per cento, dovrebbe essere messo peggio della Libia).
La verità è che uno Stato che rispetta le suddette condizioni – cioè che emette la propria valuta ed emette debito nella suddetta valuta – non potrà mai rimanere a corto di soldi, né potrà mai trovarsi impossibilitato a finanziare (e rifinanziare) il proprio deficit/debito, per il semplice fatto che, nel caso in cui non vi fossero investitori privati disposti a comprare i titoli emessi dallo Stato al tasso di interesse fissato da quest’ultimo – come dimostra il Giappone, lo Stato ha sempre il potere di determinare il tasso di interesse sui propri titoli –, la banca centrale può sempre intervenire per comprare i titoli essa stessa o per rimborsare i titoli in scadenza (quello che in gergo tecnico si chiama rollover) attraverso la creazione di denaro dal nulla.
Come viene riconosciuto persino in uno studio della BCE di qualche anno fa: «In uno Stato che dispone della propria moneta fiat, l’autorità monetaria e quella fiscale sono in grado di garantire che il debito pubblico denominato nella propria valuta nazionale non sia soggetto al rischio di default, nella misura in cui i titoli emessi dal governo sono sempre monetizzabili in modo equivalente».
Questo è esattamente quello che la Banca del Giappone sta facendo da anni (ma che in misura minore stanno facendo un po’ tutte le banche centrali). Oggi essa possiede quasi il 45 per cento di tutti i titoli di Stato emessi dal Giappone; considerando che la variazione nella quota di titoli detenuta dalla Banca del Giappone negli ultimi anni è aumentata molto più della variazione nel volume di titoli totali emessi, questo significa che la Banca del Giappone negli ultimi anni ha effettivamente finanziato per intero – o “monetizzato” – il deficit di bilancio giapponese.
In quest’ottica, risulta evidente come il debito pubblico, in un regime di cooperazione tra banca centrale e Tesoro, non sia altro che un debito che un ramo dello Stato ha nei confronti di un altro ramo dello Stato: un debito, in altre parole, che lo Stato ha nei confronti di se stesso e dunque, a tutti gli effetti, fittizio. Un debito, cioè, che esiste solo dal punto di vista contabile, ma che non comporta conseguenze di alcun tipo, a prescindere dalla sua entità, perché non deve realmente essere ripagato. Come riconosceva un economista tutt’altro che radicale come Luigi Spaventa già negli anni Ottanta a proposito della cooperazione tra Tesoro e Banca d’Italia che era la norma prima del “divorzio” del 1981: «Lo stock di base monetaria creata tramite il canale del Tesoro può essere considerato un debito solo convenzionalmente. Ciò si vede bene qualora si consolidi il Tesoro con la banca centrale: in questo caso manca un vero e proprio debito corrispondente alla base monetaria creata dalla Banca d’Italia per conto del Tesoro, e in ciò consiste l’essenza del potere del signoraggio».

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Il ritorno dei Gilet gialli

Il movimento dei Gilet Gialli è iniziato il 17 novembre 2018 come reazione dei cittadini alle proposte del governo per aumentare le tasse sul carburante. Ampliando gradualmente il suo appello antielitario per una maggiore giustizia sociale e fiscale in Francia, molte delle proteste del fine settimana sono degenerate in scontri violenti che hanno coinvolto manifestanti, anarchici, elementi criminali e polizia.

Nota: Mentre il Governo francese si unisce alle proteste internazionali per la repressione delle manifestazioni ad Hong Kong, lo stesso Macron finge di ignorare la repressione delle proteste dei “gilet gialli che in Francia ha lasciato sul campo molti feriti ed un numero di arresti che sono superiori rispetto a quelli di Hong Kong. Per questo motivo il governo di Macron viene tacciato di ipocrisia e di strabismo.

Fonte: Fort Russ

Traduzione: L.Lago

https://www.controinformazione.info/si-rilancia-in-tuta-la-francia-la-protesta-dei-gilet-gialli/