I nuovi poveri

Der Spiegel, 14 novembre 2016

È in costante crescita il numero di cittadini europei che, nonostante abbiano un impiego a tempo pieno, sono a rischio povertà. Queste sono le conclusioni di un recente studio del “Social Justice Index 2016”, finanziato dalla Fondazione Bertelsmann. Lo scorso anno questa percentuale è salita al 7,8 per cento. Ciò significa che milioni di persone nell’UE sono sottoposte a un reale rischio di povertà, pur potendo contare su un’occupazione a tempo pieno. Tre anni fa questa percentuale era del 7,2 per cento.

Anche se alcuni paesi dell’UE stanno mostrando una lenta ripresa rispetto alle conseguenze della crisi economica e finanziaria, lo stesso non si può dire dell’impatto che i mutamenti del mercato del lavoro hanno avuto sulla vita delle persone. Sulla base di 35 criteri, i ricercatori di “Social Justice Index” analizzano ogni anno sei aree di studio, tra cui povertà, istruzione, occupazione, salute e giustizia intergenerazionale.

Secondo il documento, un cittadino europeo su quattro è alle soglie della povertà o a rischio di una qualche forma di esclusione sociale: in totale si parla di oltre 118 milioni di persone. Per i ricercatori le ragioni vanno ricercate in particolare nella crescita dei settori a basso salario.

L’aumento dei cosiddetti “lavoratori poveri”, ovvero delle persone con un’occupazione ma a rischio di povertà, preoccupa moltissimo gli autori della ricerca. “Una crescente percentuale di persone alle quali non basta un lavoro per vivere è qualcosa che mina l’intera legittimità del nostro ordine economico e sociale”, ha detto il Presidente della Fondazione, Aart De Geus.

Non è solo la povertà a essere identificata come una delle problematiche fondamentali in Germania, da parte degli autori, ma anche la scarsa permeabilità sociale prodotta dal sistema educativo. Il numero di persone che sono occupate a tempo pieno ma sulla soglia della povertà in Germania è aumentato dal 5,1% del 2009 al 7,1% del 2015. Questo pone la Germania al settimo posto in Europa, nonostante la Repubblica Federale sia la più grande potenza economica del vecchio continente. Il primo posto è occupato dalla Svezia, mentre il fanalino di coda resta la Grecia.

In particolare nell’Europa meridionale sono i giovani a rischiare di essere lasciati indietro. In UE il 27% dei minori (sotto i 18 anni) sono a rischio di povertà o esclusione sociale. In Grecia, Italia, Spagna e Portogallo addirittura un bambino su tre è a rischio di povertà.

http://vocidallestero.it/2016/12/01/der-spiegel-118-milioni-di-cittadini-europei-minacciati-dalla-poverta/

Tutto può succedere

Se confermata, la scelta di Trump di mettere al Pentagono il  generale James Mattis sembra  buona. Nei Marines da 41 anni, non ammogliato (ha sposato l’esercito),   senza incarichi nei consigli d’amministrazione del complesso-militare industriale, gli ufficiali che sono stati suoi  sottoposti in operazioni belliche (è stato uno dei leader dell’invasione Irak  2003) ne parlano bene. Anzi con ammirazione: coraggioso, capace, geniale, onesto, un vero uomo di comando.

Nel 2013  ha criticato pubblicamente Israele, denunciando che stava costruendo un regime di “apartheid”.  Come comandante del CENTCOM ha pagato ogni giorno un prezzo in sicurezza militare  per il fatto  che gli americani sono visti pregiudizialmente pro-Israele.  Ciò influenza tutti gli arabi moderati che vogliono stare dalla nostra parte, perché non possono apertamente schierarsi con chi manca di rispetto ai palestinesi”.  E rivolto agli israeliani: “Se non viene stabilito uno stato palestinese, io vi dico che l’attuale situazione è insostenibile. (…)   Gli stanziamenti delle colonie [ebraiche nei territori occupati] stanno rendendo impossibile la soluzione a due stati”.   Finirete con realizzare l’apartheid.

http://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.537867

 

Sono frasi  di buon senso, ma dirle ad alta voce in Usa, per un militare,  sono sintomo di audacia. Più precisamente, di non aver paura di rovinarsi la carriera.  Il generale Mattis, nonostante il nomignolo “Mad Dog”,   viene ritenuto un intellettuale; ha certamente letto The Israeli Lobby di Walt e Mearsheimer.  Per una serie di motivi, gli ufficiali che sono stati sotto il suo comando sperano, anzi sono convinti,che Mad Dog libererà il Pentagono dalla presa dei neocon, che controllano la politica estera Usa  in senso  filo-sionista dal 2001, quando hanno preso il potere   nei ministeri-chiave  sotto il presidente repubblicano Bush, e ci sono rimasti aggrappati  negli 8 anni del democratico Obama.

Su Obama ha un parere soldatesco
Di Obama non ha una grande stima

“Mi aspetto –  scrive  uno di loro su Sparta Report (sic, un blog soldatesco)- che Mattis come segretario alla Difesa faccia un c. così a quelle donnette imboscate che infestano il Pentagono dopo otto anni di regno di Obama.  Con l’appoggio di Trump, tirerà fuori le budella a quei parassiti nel   complesso militare-industriale,  che usano il servizio militare come parte del curriculum per atterrare in posizione  direttoriale a McDonnell-Douglas e  altri. Se Dio vuole  il presidente Trump emanerà un divieto  PERMANENTE   per OGNI ufficiale superiore  di lavorare per un contractor della difesa”.

https://www.spartareport.com/2016/12/secdef-mad-dog-mattis-trumps-anti-neocon/

D’accordo, si tratta di una speranza. Ma quella che viene qui denunciata è una delle peggiori piaghe del sistema americano. Come da noi  certi politici ed alti funzionari (da Draghi a Prodi a Barroso) finiscono  a Goldman Sachs,  a Washington anche  gli altissimi gradi  a fine carriera sono invitati nei  consigli d’amministrazione delle grandi aziende private produttrici di armamento o servizi  come contractors   al   Pentagono; assunti con emolumenti che non hanno mai visto durante il servizio, per le loro conoscenze interne e per  la loro capacità di fare lobby alla Difesa. Questo è uno dei più gravi elementi di distorsione della politica estera americana,  essendo  Loocked-Martin e McDonnell Douglas  imprese con un solo cliente (il Pentagono) o due (la NATO, i suoi satelliti), ed essendo  loro interesse che il governo Usa faccia più operazioni belliche e più occupazioni armate possibile – perché così consuma i materiali prodotti da loro,  e  garantisce un flusso permanente di lucrosi contratti di manutenzione, riparazione e sostituzione.  La  proliferazione cancerosa di basi americane nel mondo, il mostruoso bilancio del Pentagono  (in cui si annidano sprechi, tangenti e furti enormi), ma anche l’ipertrofia   bellicista Usa si spiegano in gran parte  non  con l’interesse nazionale, ma con l’interesse dei bilanci delle ditte.

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Lo sfruttamento è così evidente e lucroso, che anche la nota lobby ha creato una apposita sottolobby per storcere il tutto a favore di Sion:  il Jewish Institute fon National Security Affairs (JINSA), il cui scopo dichiarato è “informare le personalità della difesa americana sul ruolo svolto da Israele nell’affermare gli interessi della democrazia”,   nonché “sull’importanza  di mantenere una efficace capacità di difesa ad Israele così che siano salvaguardati gli interessi vitali americani”.  Generali ed ammiragli in servizio vengono invitati in Israele in visite pagate per fraternizzare  coi comandi sionisti; i generali a riposo  inseriti nel complesso militare industriale,  vengono invitati a far perte del JINSA e del suo board. JINSA, ha scritto il giornalista Jason Vest, “è l’ambiente in cui ideologia e affari si mescolano fino a identificarsi”: l’ideologia è quella del Likud e dei ‘coloni’ occupanti le terre dei palestinesi: i generali americani così manipolati sposano tutti  le posizioni del sionismo più estremo, “buttare a mare” i palestinesi, e così via.

Come abbiamo visto, il generale Mattis pensa esattamente il contrario di quel che proclama  il JINSA: che gli Usa “pagano un prezzo per sostenere” Israele. Quanto all’altra questione, risponde il fatto che dopo la pensione non ha avuto incarichi  strapagati  in una azienda di armamento: segno che li ha rifiutati,  perché certamente gli sono stati offerti.

Ciò è in linea col  sensazionale discorso tenuto da Donald Trump a Cincinnati, il 1 dicembre, per ringraziare i suoi elettori: “Sì, distruggeremo Daesh. Ma allo stesso tempo, perseguiremo una politica estera nuova tenendo conto degli errori commessi in passato. Noi smetteremo  di rovesciare governi di Stati esteri […]. Il nostro obbiettivo è la stabilità, non il caos. E’ venuto il tempo di ricostruire il nostro paese”.

I media  “democratici”  di tutta Europa  non  hanno dato alcun peso a  questo proposito programmatico  (sono per l’intervento umanitario?). Invece, hanno rumorosamente criticato Donald Trump  per aver telefonato- in realtà, ricevuto  la telefonata  della presidente di Taiwan,  con cui  Washington non ha rapporti diplomatici dagli anni di Nixon  quando, grazie a Kissinger,   riconobbe che quella con capitale Pechino è l’unica Cina. Che gaffe! Che inesperienza! Naturalmente tacendo questo piccolo particolare: che due giorni prima, il mercoledì  precedente, Obama aveva notificato al Congresso la vendita a Taiwan – lo stato non riconosciuto – armamenti per 1,8 miliardi di dollari.  Suscitando le proteste di Pechino.

Kissinger a Pechino: “Trump non deve niente a nessuno”

Pechino ha protestato anche per la telefonata di Trump –  che non ha l’aria di  esserne stato intimidito. Obama invece ha fatto comunicare al Dipartimento di Stato che la politica Usa verso la Cina non cambia.

I leader cinesi sono così preoccupati, in realtà, che hanno chiamato “il vecchio amico Kissinger” (è quello che ha messo la Cina agli onori del mondo nel ’78)  per ottenere informazioni e consigli sul nuovo presidente eletto. Secondo Bloomberg, Kissinger (93 anni) di sicuro dopo congruo pagamento, ha dato la sua consulenza  direttamente a Xi Jinpin e al   Politburo in questi termini: “Questo presidente eletto è unico tra quelli  che ho conosciuto  sotto un aspetto: non ha assolutamente alcun bagaglio. Non ha alcuna obbligazione verso nessun gruppo  particolare perché è diventato presidente sulla base della sua propria strategia e d’un programma che ha posto davanti al pubblico americano che i suoi concorrenti non hanno dato.  Dunque  è una situazione unica”.

https://www.bloomberg.com/news/articles/2016-12-02/china-grappling-with-trump-turns-to-old-friend-kissinger

Il fatto di non aver alcun gruppo o potere forte da ringraziare (e ricompensare) può essere una forza, ma anche una fatale debolezza: vuol dire che nessun potere forte ha un interesse  particolare a mantenerlo alla Casa Bianca, nemmeno il “suo” partito repubblicano.  Già alcune giornaliste della CNN  sono state intercettate, durante un fuori-onda, a scherzare su “un incidente aereo” che le avrebbe liberate dall’odiato Trump. Sapranno  qualcosa?

Ciò può spiegare alcune delle nomine di “The Donald”, come Steve Mnuchin,uno di Goldman Sachs, al Tesoro. Però attenzione: Mnuchin è stato a Goldman Sachs 14 anni fa; poi se n’è andato, volontariamente, ha fatto il produttore a Hollywood e il gestore di fondi per ricchi, fra cui  Donald. Anche Steve Bannon,    il giornalista-blogger e stratega della campagna che ha dato  la vittoria a Trump, è stato a Goldman Sachs: se n’è andato sbattendo la porta dopo aver scoperto che suo padre, grazie alla speculazione finanziaria, aveva perso la pensione, e da allora è  il più fiero e temibile  nemico di Goldman e Wall Street, di  cui non cessa di ricordare che   quelli non hanno pagato per il disastro dei  subprime che hanno creato nel 2008,  e per cui hanno “fatto pagare la gente che guadagna 50-60 mila dollari annui”, mentre i colpevoli ricevono bonos d’oro. “Wall Street dovrebbe essere preoccupata di Steve Bannon”,   titolava Business Insider  il 16 novembre scorso.  Perché è intelligente. Perché conosce i giochi. E soprattutto, perché  è di destra con idee  “sociali” anti-speculazione. Naturalmente, i media hanno  spiegato che è antisemita e “contro le donne”.

Estratto da http://www.maurizioblondet.it/trump-mette-al-pentagono-generale-ant-neocon/

La realtà è un uccello

…che non ha memoria, diceva Gaber, non puoi immaginare da che parte va:

Le conseguenze inintenzionali delle proprie azioni. È la morale che gli americani dovrebbero trarre dall’attuale scenario mediorientale. Quando i conflitti si saranno sedati, è molto probabile che ci ritroveremo in un contesto che vedrà rafforzata la presenza russa in tutta l’area. Mentre, sia la guerra in Siria che i cambi di regime in Libia ed Egitto erano originariamente legati anche all’idea americana di ridimensionare la Russia. Mosca, infatti, si è sempre considerata la garante del regime di Assad in Siria, dove esistono le strategiche basi militari russe a Latakia e Tartus. Tradizionalmente positive erano anche le relazioni fra Russia ed Egitto. Infine, proprio grazie al ruolo dell’Italia in Libia, all’epoca dell’ultimo governo Berlusconi, Gazprom aveva spuntato la possibilità di sfruttare i giacimenti libici Eni di Elephant Field, una mossa strategica che ha probabilmente segnato la sorte sia di Berlusconi che di Gheddafi. Nel 2011, l’obiettivo degli americani era indebolire la posizione dominante della Russia dal punto di vista energetico in Europa, aprendo una nuova via per i gasdotti verso il Caspio che passassero dall’Azerbaijan, filo turco, dunque vicino all’alleanza atlantica, puntando al contempo a spingere sempre più verso la Ue sia l’Ucraina che il Kazakistan. Contrariamente alle previsioni di Washington, la Russia riusciva invece a portare avanti un nuovo gasdotto, South Stream, che rafforzava la propria posizione nell’Est, mentre il progetto targato Ue, Nabucco, naufragava. Inoltre, attraverso l’operazione Elephant Field con Eni, Mosca si proiettava anche nel Mediterraneo. Per questi motivi, gli Stati Uniti hanno visto di buon occhio sia la volontà francese di eliminare Gheddafi per sostituirsi all’Italia in Libia, che il tentativo dei sauditi di rovesciare la Siria filo Iran e di estendere la propria influenza allo stesso Egitto, attraverso la Fratellanza Musulmana che diventava protagonista della “primavera egiziana”. obama-drone-yemen42In questo momento, invece, le previsioni americane si sono rovesciate. Mosca ha riallacciato buoni rapporti con la Turchia; in Iraq, sta sconfiggendo l’Isis grazie alle milizie sciite filo iraniane. Ottime sono le relazioni di Mosca con Al Sisi; Haftar sta, infine, vincendo la sua guerra, grazie alla collaborazione di Mosca; e già si parla di una possibile nuova base extraterritoriale russa in Libia. Come se ciò non bastasse, le ex repubbliche sovietiche centro asiatiche del Turkestan, che sono fisiologicamente sottoposte al potere destabilizzante delle limitrofe Cina, Iran, Turchia, stanno reiterando la loro adesione all’area di influenza di Mosca, senza creare attriti con le altre potenze regionali. Anche la Moldova, la cui adesione Nato era stata promessa dell’ex presidente filo Ue Filip, si sta riallineando all’Est. Dunque, se l’America voleva ridimensionare Mosca, si ritrova oggi con una Russia rafforzata. La morale da trarre è che era irrealistico pensare di ridurre l’area di influenza di Mosca, soltanto perché la Russia non è una potenza economica, ignorando il dato che è comunque una potenza militare. Ora spetterà alla Russia dimostrare di saper giocare un ruolo di riequilibrio nello scacchiere euroasiatico, senza pestare i piedi alle legittime ambizioni di Cina e Turchia. L’Europa rischia di essere ridotta all’irrilevanza, se il suo progetto comune dovesse naufragare. Se ciò dovesse accadere, la crisi dell’Unione potrà essere spiegata anche con il tentativo di utilizzarla come ariete da parte degli Usa contro la Russia.

Gli USA e le conseguenze inintenzionali delle proprie azioni

Hasta la victoria siempre

Ma la festa è guastata dal sentore anacronistico che accompagna queste manifestazioni di giubilo o di riflessione del pensoso liberismo dei servi, per un obiettivo raggiunto troppo tardi, quando l’intero sistema che ha assediato Cuba sta lentamente affondando nella palude delle proprie contraddizioni, così confuso, rabbioso e disorientato, così privo di promesse credibili da dare origine ai Trump e alle Clinton, a nuovi bordelli e nuovi latifondisti del consumo e della rapina, a nuovi dispensatori di massacri, ai Fulgencio Batista del terzo millennio, mentre l’Europa senza vergogna inaugura la censura sulla stampa russa. Hasta la victoria siempre.

Il simplicissimus

cattura6Non mi perderò in analisi troppo complesse e in chiacchiere troppo futili, ma per capire il significato di Castro e della rivoluzione cubana, basta leggere i coccodrilli prodotti dalle pagine dei grandi giornali illuminati e incappucciati di questo Paese, che di fronte ad eventi complessi non sanno fare altro che ripetere le stesse melensaggini di sempre, ma questa volta ritagliate con gli strumenti assolutamente primitivi che offre la contemporaneità. Così il ruolo coloniale degli Usa sparisce chissà dove, Castro diventa un dittatore che a  tutti i costi vuole trasformare la rivoluzione in marxista leninista facendo fuori chi si oppone a questo disegno, si lega a Mosca e si trasforma – oh cielo – in un comunista contro il parere di Che Guevara che infatti va  a fare la rivoluzione altrove. E il più lungo embargo, anzi blocco della storia viene a mala pena citato en passant. Il fatto che Cuba sia…

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Populismi in marcia

Oggi, però, si arriva all’assurdo di accusare la stessa popolazione dominata di populismo, il che equivale ad accusare il cane perché abbaia. Si giunge all’estremo, come accade in Italia, di mettere in discussione il suffragio universale – il voto concesso a tutti e non limitato in base al censo o al sesso – perché costituirebbe una seria minaccia per la cosiddetta civiltà occidentale, cioè la supremazia dell’élite dominante finanziaria, nell’occidente e nel nord del mondo. Quella stessa élite che poi è il vero e l’unico decisore strategico-politico, il depositario ultimo di un potere assolutista che la “civiltà occidentale” ha riservato al Mercato, nonostante il suffragio universale …

La vittoria della Brexit nel Regno Unito e quella di Trump alle presidenziali americane, a distanza di pochi mesi, hanno inquietato le élite dominanti e i loro servitori politici, mediatici, accademici in tutto l’occidente, mai come prima d’ora. Se il liberismo e la moderna finanza sono nati nel mondo anglosassone, è proprio là, ed in particolare nel cuore americano dell’occidente a supremazia elitista, che il “populismo” ha riportato le sue maggiori vittorie, elettorali e referendarie (senza nulla togliere a Viktor Orban in Ungheria). Com’è stato possibile? Ce lo chiediamo anche noi, oltre che gli intellettuali, accademici, giornalisti e sondaggisti, di servizio, che finora hanno mentito sapendo di mentire e adesso devono raccogliere i cocci delle loro menzogne.

Leggi tutto l’articolo in http://pauperclass.myblog.it/2016/11/16/lo-strano-populismo-del-xxi-secolo-rivolta-cosciente-delle-masse-o-istinto-collettivo-sopravvivenza-eugenio-orso/

Lo sapevate?

A chi risponde in Europa l’Oligarchia della Commissione Europea (https://europa.eu/european-union/about-eu/institutions-bodies/european-commission_it)  ed a quali interessi fa riferimento? Le decisioni prese dalla Commissione (costituita dai 28 membri) sono unilaterali e non prevedono alcuna consultazione con il Parlamento Europeo né tanto meno con i governi dei vari paesi europei, da cui i commissari sono autonomi. Tutto si svolge riservatamente negli uffici della Commissione e le decisioni della stessa Commissione muovono interessi miliardari nei settori finanziari, delle Banche, dell’Energia, delle imprese farmaceutiche, dell’alimentazione, ecc..
Sarà un caso ma i commissari, quando terminano il loro mandato, ottengono prestigiosi incarichi da grosse multinazionali e da grandi banche o da organismi finanziari e questo fa capire come sia importante per i commissari prendere le decisioni “giuste”.
http://www.controinformazione.info/le-porte-girevoli-la-sfilata-degli-ex-commissari-europei-verso-le-lobbies-delle-multinazionali/?lang=it

Piove sul bagnato

di Robert Fisk L’esercito siriano, insieme ad Hezbollah ed ai suoi alleati iraniani si sta preparando ad una massiccia invasione da parte di migliaia di combattenti dell’ISIS che, quando Mosul sarà caduta, saranno costretti ad abbandonare l’Iraq. L’esercito siriano ha il sospetto che il vero motivo sottostante la tanto osannata liberazione, da parte degli Americani, della città irachena sia quello di inondare la Siria con orde di combattenti dell’ISIS che abbandoneranno la loro capitale in Iraq a favore della loro “mini-capitale”, Raqqa, all’interno della stessa Siria. E’ ormai da settimane che i media occidentali e gli esperti americani stanno annunciando una battaglia all’ultimo sangue, tipo quella di Stalingrado, all’interno di Mosul, o (in alternativa) una rapida vittoria sull’ISIS, seguita da scontri inter-settari per il controllo della città. Le Nazioni Unite mettono in guardia su massicce colonne di profughi in fuga dalla città assediata. Ma i Siriani, dopo essere stati testimoni dell’improvviso crollo e della (successiva) evacuazione di Palmira, quando il loro esercito aveva riconquistato l’antica città, all’inizio di quest’anno, hanno il sospetto che l’ISIS finirà semplicemente con l’abbandonare Mosul e cercherà di porsi in salvo nelle zone della Siria ancora sotto il proprio controllo. Il servizio di intelligence dell’esercito siriano ha già ricevuto rapporti inquietanti su alcune richieste dell’ISIS, nelle città e nei villaggi a sud di Hasaka, una città siriana tenuta dalle forze governative e dai Kurdi nella parte settentrionale della nazione, per un potenziamento delle infrastrutture elettriche ed idriche, in previsione dei combattenti che (arriveranno) da Mosul. In altre parole, se Mosul cade, l’intero esercito del Califfato dell’ISIS potrebbe essere mandato contro il governo di Assad e contro i suoi alleati, uno scenario che non mancherà certo di provocare soddisfazione a Washington. Quando la città irachena di Fallujah, questa primavera, era caduta nelle mani dell’esercito iracheno e della milizia, molti combattenti dell’ISIS erano immediatamente fuggiti in Siria. Sayed Hassa Nasrallah, il leader degli Hezbollah, che ha mandato migliaia dei suoi uomini a combattere (e a morire) nella lotta contro l’ISIS e Jabhat al-Nusra in Siria, ha detto in un discorso, in occasione della ricorrenza dell’Ashura la settimana scorsa, che gli Americani “intendono ripetere il trucco di Fallujah, quando lasciarono aperta all’ISIS la via di fuga verso la Siria Orientale” e ha ammonito che “lo stesso ingannevole piano potrebbe essere applicato a Mosul”. In altre parole, una sconfitta dell’ISIS a Mosul incoraggerebbe l’ISIS a dirigersi ad ovest, per cercare di sconfiggere il regime di Assad in Siria.

Forze popolari irachene

Forze popolari irachene

Questi sospetti sono stati scarsamente mitigati, nelle ultime settimane, da tutta una serie di commenti da parte di generali e fonti militari americane. Il Tenente-Generale Stephen Townsend, il nuovo comandante americano della regione, alla guida di quella che gli Stati Uniti hanno pomposamente chiamato “Operazione Determinazione Innata”, ha detto che non solo Mosul, ma anche la città siriana di Raqqa sarebbe stata catturata “sotto il mio comando”. Ma perché mai pensa di riuscire a catturare Raqqa? L’esercito siriano intende tuttora conquistare Raqqa operando dalla propria base lungo la strada militare Damasco-Aleppo, ad ovest della città, dopo un precedente tentativo fatto all’inizio dell’anno, che era stato abbandonato piu per ragioni politiche che militari. La Russia, apparentemente, sembra preferisca concentrare la sua potenza di fuoco su altre formazioni, specialmente al-Nusra e al-Qaeda che, sia Mosca che Damasco, considerano assai più pericolose dell’ISIS. Entrambe hanno notato come, sempre con maggior insistenza, sia i giornalisti, che i politici occidentali si riferiscano ad al-Nusra, che ha cambiato il proprio nome in Jabhat al-Sham (“Fronte di sostegno per il popolo del Levante”), nella speranza di liberarsi delle proprie radici (al-Qaeda), identificandola come “i ribelli”, insieme ad una pletora di altre bande di miliziani che combattono il regime siriano. Un generale americano, che non ha voluto essere identificato, il mese scorso ha asserito di essere preoccupato perché le truppe sciite irachene potrebbero assediare la città di Tal Afar, sul confine siriano-iracheno, per cercare di intrappolare i suoi difensori all’interno dell’Iraq, impedendo loro di combattere in Siria. Si dice che la stessa ISIS abbia abbandonato Tal Afar diversi giorni fa. La rivista online americana Military Times (che, come si dice in gergo, è “vicina” al Pentagono) ha suggerito che il Generale Townsend, che dispone solo di 5000 soldati americani sul terreno, in Iraq e nell’estremo nord della Siria, dovrebbe “inseguire l’ISIS all’interno della Siria, dove gli Stati Uniti hanno pochi alleati sul campo” (per dirla con un eufemismo), mentre lo stesso Townsend parla di una “lotta lunga e difficile” per Mosul. Parlando di Mosul, fa riferimento anche ad un “assedio”. Queste sono fosche previsioni a cui i Siriani non credono. L’esercito stesso di Assad, con i suoi 65.000 caduti in una guerra che dura da ormai cinque anni, è già stato bombardato dagli Americani a Deir Ezzor, pagando il prezzo di almeno 60 morti (Washington lo ha descritto come un errore) ed ora si prepara a sfidare l’enorme fiumana di combattenti dell’ISIS che potrebbero attraversare il confine dopo la caduta di Mosul. Lo stesso Nasrallah, ne ha fatto una interessante allusione nel suo discorso. Ha suggerito che, se le forze dell’ISIS non dovessero essere sconfitte dagli stessi Iracheni a Mosul, allora gli Iracheni (presumibilmente le milizie sciite irachene, che sono la punta di lancia dell’esercito governativo) “sarebbero obbligati a spingersi nella Siria Orientale per combattere questo gruppo terroristico”. Con la possibilità che le truppe siriane e i loro alleati russi possano trovarsi di fronte questa stessa formazione, non c’è da meravigliarsi che cerchino di portare a termine la cattura della parte orientale di Aleppo (indipendentemente dal costo in vite umane) prima della caduta di Mosul. ***** Fonte: TheTruth Seeker Tradotto in Italiano da Mario per SakerItalia.it

Quando Mosul cadrà, l’ISIS cercherà scampo in Siria. E poi?