Il rompicapo libico

Fonte: Alberto Negri

Ancora una volta sulla Libia l’Italia è stata colta apparentemente di sorpresa. Come del resto accade nel 2011 quando Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti decisero di fare fuori il Colonnello Gheddafi. Poi l’Italia si accordò ai raid della Nato commettendo un secondo errore: bombardammo il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo, ricevuto a Roma soltanto sei mesi prima e con cui avevamo firmato accordi miliardari e nel campo della sicurezza, perdendo ogni credibilità internazionale. Gli stessi americani ci hanno preso in giro: prima Obama e poi Trump ci hanno promesso una “cabina di regia” sulla Libia che in realtà nessuno ci ha mai voluto dare, visti i precedenti.

Le illusioni dell’Italia
L’Italia è un Paese di illusi. Con il fascismo ha perso la seconda guerra mondiale, tutte le sue colonie ed è stato occupato dagli Alleati ospitando dozzine di basi Nato e testate nucleari americane che non controlla: puoi dichiarare di essere “sovranista” quanto vuoi ma non avendo mai recuperato sovranità reale conti ben poco. Anche le famose missioni militari all’estero con cui abbiamo avuto dozzine di morti in Iraq e in Afghanistan non sono bastate a ridarci credibilità: siamo rimasti i camerieri degli americani che ci tirano le orecchie di continuo, come è accaduto quando abbiamo firmato un memorandum sulla Via della Seta con la Cina e stretto contratti commerciali con Pechino, di valore per altro ben inferiori a quelli di francesi e tedeschi.

Da escludere un intervento militare
Del resto cosa accadrebbe se intervenissimo militarmente, da soli, a sostenere il governo Sarraj di Tripoli? Al primo morto qui si scatenerebbe il finimondo. La Francia che noi vituperiamo tanto perché protegge i suoi interessi manda i suoi soldati ovunque e nessuno protesta, nemmeno i gilet gialli che qui qualcuno ama tanto.

Un attacco annunciato
Che il generale Khalifa Haftar fosse sul piede di guerra era sotto gli occhi di tutti da mesi e lo avevano segnalato anche su queste colonne: non possiamo dire che non fossimo informati, pur nel silenzio generale di governo e opposizione, della sua avanzata.

Il giacimento libico El Feel
Bastava guardare cosa stava accadendo sul terreno. Haftar aveva preso il controllo dell’importante giacimento libico El Feel, gestito dall’ Eni assieme alla Compagnia petrolifera nazionale libica (Noc), un’operazione avvenuta nell’ambito della campagna di conquista del Sud-Ovest con cui si era già impadronito dei pozzi di Sharara, i più importanti della Libia.

Il vero problema della Libia
Ma qui in Italia quando si parla di Libia l’unico argomento sembrano i flussi dei migranti che sono un conseguenza dell’instabilità libica, non la causa. Il problema libico è che nel 2011 il Paese si è spezzato: Tripolitania e Cirenaica sono tornate a essere entità diverse e in competizione, come era prima della sanguinosa colonizzazione italiana che le unificò negli anni Trenta con il generale Graziani (80mila morti). Dopo la seconda guerra mondiale la Gran Bretagna, potenza mandataria, puntò a tenere insieme la Libia sotto la monarchia dei Senussi nonostante Re Idriss avesse dichiarato: “Io sono re della Cirenaica non della Tripolitania”. Dopo la caduta di Gheddafi le due grandi regioni, cui si aggiunge il Fezzan, non sono più tornate assieme, se non in via teorica.

L’errore dei governi italiani
L’errore più marchiano commesso dai governi italiani è stato quello di snobbare per lungo tempo i rapporti con Haftar perché pensavano che il governo di Sarraj fosse appoggiato dalla comunità internazionale. In realtà Fayyez Sarraj ce lo abbiamo messo noi a Tripoli: è un uomo debole, privo di una sua forza militare autonoma e dipende dalla milizie.

Il governo di Fayyez Sarraj
Inoltre il suo governo è malvisto perché viene appoggiato da gruppi islamisti e Fratelli Musulmani. Ancora prima del petrolio questa è la vera ragione del conflitto. Haftar, che è tra l’altro cittadino americano, gode del sostegno dell’Egitto, della Francia, dell’ Arabia Saudita, degli Emirati e in parte degli Usa e della Russia perché ha il compito di far fuori i Fratelli Musulmani a Tripoli, una della parti perdenti delle vicende mediorientali, appoggiati soltanto da Qatar e Turchia. Il Qatar tra l’altro proprio per questo è boicottato dalle monarchie del Golfo che lo vedono come il fumo negli occhi.

Gli interessi petroliferi
L’Italia si è adattata alla situazione perché ha il 70% dei suoi interessi petroliferi in Tripolitania ma anche per gli affari con il Qatar, uno dei maggiori investitori stranieri in Italia e al quale abbiamo fornito in un anno mezzo circa 10 miliardi di dollari di armi, tra navi, elicotteri e aerei. Non facciamo i furbetti come al solito: sappiamo benissimo le ragioni per cui sosteniamo il governo di Tripoli. Ma non abbiamo la forza per tenerlo in piedi.

Gli obiettivi del generale
Il generale Haftar ha tre obiettivi. Il primo è conquistare il potere facendo fuori gli islamisti. Il secondo impadronirsi delle entrate petrolifere: lui controlla infatti i pozzi del Sud e i terminali dell’Est ma non può esportare il greggio per un embargo internazionale e i soldi dell’oro nero li incassa ancora Tripoli con la banca centrale libica. Aveva infatti chiesto recentemente di aumentare del 40% la sua quota di entrate. Questi due obiettivi non sono facili da raggiungere e non è detto che la sua offensiva su Tripoli abbia successo: deve evitare un bagno di sangue per presentarsi come un “pacificatore” del Paese. In realtà i sauditi gli hanno dato i finanziamenti per comprarsi l’appoggio delle fazioni avversarie ma questa operazione non è ancora riuscita completamente.

La conferenza dell’Onu sulla Libia
Ha già invece colto il terzo obiettivo, quello più immediato: far saltare, con ogni probabilità, la conferenza nazionale sulla Libia sponsorizzata dall’Onu che dovrebbe svolgersi a Ghadames tra una settimana. In ogni caso adesso ha alzato la posta e fatto capire che lui e i suoi sponsor non hanno nessuna intenzione di lasciare a lungo al potere il governo di Tripoli.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61804

Riserve auree

La seconda economia del mondo aumenta le riserve auree per quattro mesi consecutivi. Cosa significa questo passaggio per il mercato? Nell’articolo per Bloomberg, l’analista Ranjeetha Pakiam afferma che la decisione della Cina di accumulare oro aumenta l’ottimismo sulle banche centrali nel mondo che continueranno ad aumentare le riserve di metallo prezioso, notando che a marzo, la Banca popolare cinese (Banca centrale) aumentava le riserve auree di 0,36 milioni di once. Cioè, il mese scorso Pechino acquistava 11,2 tonnellate di oro. Inoltre, a febbraio, gennaio e dicembre 2018, la Cina acquistò rispettivamente 9,95, 11,8 e 9,95 tonnellate di oro. A marzo, le riserve cinesi raggiunsero i 60,62 milioni di once. Oggi la Cina è il più grande produttore e consumatore di oro al mondo. La sua economia mostra segni di rallentamento, nonostante Pechino e Washington concordino sui negoziati commerciali. Gli ultimi dati della Banca Popolare della China mostrano che Pechino aumenta le riserve auree a ritmo costante, come fece tra la seconda metà del 2015 e l’ottobre 2016. “Se la Cina continuerà ad accumulare lingotti al ritmo attuale, nel 2019 potrebbe chiudere l’anno come principale acquirente dopo la Russia, che aggiungeva 274 tonnellate nel 2018”, secondo Pakiam, che ricordava che ci sono stati lunghi periodi nella storia cinese quando le autorità cinesi non rivelavano informazioni sull’aumento delle riserve auree. Ad esempio, nella seconda metà del 2015, la Banca centrale cinese annunciò per la prima volta in sei anni l’aumento del 57%. Quell’anno le riserve erano 53,3 milioni di once. Un’altra pausa si ebbe tra ottobre 2016 e dicembre 2018. La banca d’investimento internazionale Goldman Sachs si aspetta che la corsa all’oro continui e nei prossimi 12 mesi il prezzo del metallo prezioso raggiunga i 1450 dollari l’oncia.
E la Russia continua ad aumentare le riserve auree. Secondo gli analisti, la tendenza al rialzo delle riserve di metalli preziosi russe indica che il Paese continua a “compiere rapidi progressi negli sforzi per diversificare le attività a scapito delle attività statunitensi”.

http://aurorasito.altervista.org/?p=6539

Provocazioni

Il 27 marzo, parlando alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che la Russia deve uscire dal Venezuela e ha avvertito che “tutte le opzioni sono aperte” per raggiungere questo obiettivo.

Circa 100 truppe russe sono atterrate a Caracas il 23 marzo, secondo i termini di un trattato di cooperazione del 2001 tra i due stati. La mossa ha causato un’ondata di voci nei media mainstream. La maggior parte riguarda le forze speciali russe e un possibile coinvolgimento militare russo in caso di invasione statunitense.

Il vicepresidente americano Mike Pence ha descritto il dispiegamento come una “provocazione inutile”. Pence ha anche invitato Mosca a ritirare il suo sostegno al presidente venezuelano Maduro e “stare con Juan Guaido”, il presidente ad interim proclamato a Washington dal paese.

Il consigliere per la sicurezza di Trump John Bolton è stato ancora più ostile nelle sue osservazioni.

John Bolton minaccia il Venezuela

John Bolton

@AmbJohnBolton
The United States will not tolerate hostile foreign military powers meddling with the Western Hemisphere’s shared goals of democracy, security, and the rule of law. The Venezuelan military must stand with the people of Venezuela.

A sua volta, il ministero degli Esteri russo ha dichiarato che lo spiegamento è stato effettuato “in stretta conformità con la costituzione di quel paese e nel pieno rispetto delle sue norme legali”.

Questa situazione è un altro esempio di come gli Stati Uniti si stiano intromettendo apertamente negli affari interni venezuelani, sostenendo che questa è una mossa per difendere la democrazia.
Nota: Alcuni commentatori russi si sono chiesti in base a quale principio gli USA pretendono di mantenere lontana la Russia dal continente Latino Americano mentre allo stesso tempo inviano le loro truppe, attrezzature militari e armamenti in Ucraina, nei paesi Balici, in Georgia e nelle zone limitrofe dei confini della Federazione Russa.

Fonte: South Front

Traduzione e nota: Luciano Lago

https://www.controinformazione.info/trump-la-russia-deve-uscire-dal-venezuela-tutte-le-opzioni-sono-aperte/

 

Kosovo

Fonte: Cultura e identità

autoproclamatosi indipendente dalla Serbia il 17 febbraio 2008

Molti, in Occidente, fanno fatica a comprendere le ragioni dell’attaccamento serbo al Kosovo. In un’ottica geopolitica, o anche solo politica, la questione balcanica resta sconosciuta alle élite culturali e politiche che sostengono l’indipendenza kosovara. Manca la volontà di capire le ragioni profonde – spirituali, mitiche e culturali che per secoli hanno spinto la nazione serba a includere quella regione nel suo Stato e nella sua Chiesa.

A due decenni dal bombardamento della Serbia, una tragedia che ha lasciato in eredità una profonda incomprensione tra il popolo serbo e l’Europa, gli intellettuali occidentali ancora si interrogano, preoccupati, sui motivi dell’irrazionale resistenza di una piccola nazione all’usurpazione di una piccolo porzione del suo territorio. Non mi riferisco all’Italia, che già vent’anni fa aveva messo in guardia dalle conseguenze legate a una simile scelta. In particolare la Lega, unico partito europeo filo-serbo, seppe prevedere il pericolo rappresentato da un’invasione islamica che avrebbe coinvolto innanzitutto le coste italiane una volta destabilizzata la penisola balcanica.

Ma perché i Serbi si ostinano a non accettare la perdita del Kosovo? Molti ritengono che la ragione vada cercata nel fatto che proprio lì ebbe origine il primo stato serbo nel Medioevo, dopo l’occupazione bizantina; questo è vero: per i serbi il Kosovo è stato la culla non soltanto dell’identità politica serba, ma anche di quella idea di libertà senza la quale nessun popolo può darsi una dimensione storica. Altri pensano che il vero motivo sia legato alla presenza, nello spazio kosovaro, di ben 1300 tra templi e monasteri cristiani edificati nel corso dei secoli. Altri, infine, attribuiscono l’ostinazione serba a una questione di principio, ovvero alla di vedere rispettate la sovranità e la Costituzione di Belgrado, nonché il diritto internazionale.

Tutte queste ragioni nel loro insieme giustificano la volontà di difendere a oltranza una regione considerata il centro originario di una Nazione: eppure, abbiamo molti esempi nel passato che ci ricordano che, pur di sopravvivere, altri popoli hanno accettato di rinunciare a porzioni del loro territorio, sebbene li considerassero sacri per il loro valore storico. Il caso in questione, però, presenta una sua peculiarità: durante i cinque secoli di occupazione turca il popolo serbo, disperso, non smise mai di sognare di poter un giorno tornare ad abitare in Kosovo e quando nel XIX secolo fu ripristinato uno Stato nazionale indipendente un po’ più a nord, la gente continuò a desiderare di poter un giorno far ritorno nella patria originaria. Ancora vent’anni fa, al termine dei bombardamenti, allorchè le grandi potenze promisero un certo grado di autonomia alla regione del Kosovo, il popolo serbo decise di opporsi  e resistere ad ogni costo alla sua perdita. Una forza più potente delle bombe e delle esplosioni fece sentire in quel momento la sua voce, una voce proveniente dalle profondità del tempo, e che affermava che la rinuncia a quel luogo da cui aveva avuto origine, avrebbe significato l’annientamento dell’identità del popolo serbo e della sua storia, oltre al fallimento di quella missione che dava senso alla sua esistenza.

630 anni fa, in Kosovo, ebbe luogo una grande battaglia tra l’esercito cristiano serbo e quello islamico turco, dall’esito incerto e in cui entrambi i sovrani furono uccisi. Prima della battaglia i turchi fecero al Re un’offerta: accetta l’occupazione e il nostro ordine islamico, paga il tributo al Sultano e noi in cambio ti lasceremo in vita e rispetteremo la tua autorità sul popolo e i tuoi beni.

Dalla decisione del sovrano serbo Lazar non dipese in quel momento soltanto il futuro del popolo serbo, ma dell’Europa intera. E fu così che in quel momento avvenne il miracolo e la volontà di Dio si incarnò nel destino della nazione serba. Ai pragmatici calcoli politici, Lazar preferì tener fede a quei valori che plasmano le genti, ne modellano la storia e ne determinano il destino, qualunque esso sia. Rifiutò l’offerta turca pur di non pagare la conservazione delle sue ricchezze e del suo potere al prezzo del proprio onore, della dignità e della libertà nazionale, perché questo avrebbe significato accettare l’umiliazione di sottomettersi allo straniero e alla sua religione. Per i turchi, infatti, quella in atto era una guerra santa, combattuta sotto la bandiera dell’Islam e per Lazar, arrendersi, avrebbe significato tradire il suo popolo, la sua storia, la sua famiglia e ciò che rappresentavano. Avrebbe significato tradire Cristo.

Incurante delle conseguenze, Lazar scelse di non tradire, consapevole della missione storica affidata ai serbi: difendere non soltanto la propria indipendenza, ma la libertà della più ampia comunità di genti a cui appartenevano, quella dei popoli europei. Secondo il poema popolare che ne canta le gesta, Lazro riassunse la sua decisione in una sola frase: “Quello terrestre è un piccolo regno, quello celeste dura in eterno”.

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C’era un europeo in coma

Guarda caso l’ostilità aperta alla Cina comincia proprio in questo periodo in cui si iniziano a imporre vincoli ambientali alle imprese straniere sulla base di tre principi che sono esattamente il contrario delle dottrine occidentali: 1) che tutte le risorse naturali appartengono allo Stato; 2) che lo Stato rappresenta interessi nazionali superiori agli interessi privati; 3) che opera a lungo termine, non può essere sottomesso “al feticismo del tasso di crescita” ed è dunque l’unica entità che può portare a un riequilibro ambientale che richiede tempi medio lunghi. Ed ecco le ragioni per cui le elite atlantiche si limitano a fare ambientalismo -spettacolo e nutrono sospetti sulla Cina: non è la protezione dell’ambiente che li spaventa, ma l’evidenza che essa non può essere efficacemente realizzata in un contesto esclusivamente privatistico che ha al proprio centro il profitto. Ecco cos’è davvero la “minaccia cinese”. Si alla fine i nodi vengono pettine e la soluzione occidentale non è quella di sciogliere i nodi, ma di eliminare i pettini.

Il simplicissimus

solar_farm_floating_china_power_plant_sungrow_10I nodi vengono al pettine e per quanto riguarda la fragile e insieme tracotante Europa proprio in queste settimane le oligarchie al potere dovranno decidere quali rapporti avere con la Cina: se obbedire agli ordini di Washington e ai suoi diktat o sviluppare i rapporti con Pechino che già oggi in via formale arrivano al 15% dell’interscambio diretto del continente, dunque superiore ormai a quello  con gli Usa, ma in termini reali, cioè attraverso altri Paesi, è parecchio più alto.  Domani arriva in Italia il presidente cinese Xi Jinping che poi andrà anche in Francia, oggi si è aperto il Consiglio Europeo dedicato alla questione cinese e il 9 aprile ci sarà il vertice annuale Cina-UE che si terrà a Bruxelles il 9 aprile, co-presieduto dal premier cinese Li Keqiang. Insomma molta carne al fuoco mentre a Washington  “invita” e  minaccia, vuole le barricate contro la Huawei e contro l’ingresso…

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Una nuova “Via della Seta” per il futuro dell’Italia

di Ernesto Ferrante – 13/03/2019

Una nuova “Via della Seta” per il futuro dell’Italia

Fonte: l’Opinione Pubblica

L’Italia non può e non deve perdere la straordinaria opportunità della nuova Via della Seta. La firma dell’accordo con la Cina, darebbe al nostro Paese la possibilità di muoversi da attore autorevole sullo scacchiere multipolare, consegnando agli archivi l’appiattimento sulle posizioni dell’unipolarismo statunitense che ne hanno caratterizzato la politica estera dal dopoguerra in poi, al netto dei circoscritti e limitati sussulti di Mattei, Moro e Craxi.

Il memorandum con la potenza asiatica non prevede obblighi, ma principi condivisi per l’organizzazione di forme specifiche di cooperazione economica. L’esatto contrario di quel pericolo di “colonizzazione” che gli atlantisti di sangue, di ideologia o confessione paventano.

E’ sfacciato, inaccettabile ed immorale che a vestire i panni degli amici premurosi siano i cantori delle gesta di Washington, Bruxelles, Parigi e Londra, fonti di sventure e disastri economici e geopolitici per l’Italia. Se gli “alleati” sono quelli delle 113 basi militari sul nostro suolo, del Britannia, del pareggio di bilancio nella Costituzione e della sciagura libica, meglio starne alla larga.

Nell’esecutivo gialloverde non mancano gli sbarratori delle porte del treno della Via della Seta, anche se fortunatamente i sottosegretari allo Sviluppo Economico Geraci e ai Trasporti Rixi (entrambi leghisti) e diversi esponenti di peso del M5S (il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano in primis), riescono a far sentire la propria voce con argomentazioni serie, suffragate da dati.

Il negoziato è in dirittura d’arrivo e potrebbe essere firmato durante la visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping a Roma (prevista per il 22 e 23 marzo) o a fine aprile, tra il 25 e il 27, quando a Pechino si svolgerà il secondo Forum sulla “Belt and Road Initiative”.

Il nostro sarebbe il primo Paese del G7 a beneficiare dei vantaggi strategici ed economici di quella cintura economica lungo l’antica Via della Seta che aprirà un mercato di tre miliardi di consumatori. “Yi Dai Yi Lu”, in mandarino.

“Una Cintura Una Strada” nella nostra lingua. Una “cintura” di strade, ferrovie per il trasporto delle merci, gasdotti e oleodotti, linee di telecomunicazioni che partendo dalla Cina attraverseranno l’Asia centrale, la Russia, il Medio Oriente per arrivare in Europa. Una “strada” marittima che comincia dai grandi porti di Shanghai e Canton, fa rotta lungo il Mar Cinese meridionale e l’Oceano Indiano, fa tappa in Kenya, risale il Mar Rosso, arriva nel Mediterraneo con uno scalo al Pireo e termina a Venezia.

Sessantasette Paesi hanno già sottoscritto la Belt and road Initiative. Sono già 13 i Paesi dell’Ue che hanno siglato un memorandum di intesa con la Cina. Si tratta di Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia. La Cina è il principale partner commerciale di 126 nazioni; gli Stati Uniti di 56.

A chi pende ancora dalle labbra di tromboni da salotti buoni come il politologo Luttwak, secondo il quale “la scelta di stare con la Cina dimostrerebbe che l’Italia si rivela essere ancora una volta provinciale e fuori dai giochi”, è appena il caso di snocciolare qualche numeretto sonante: i progetti cinesi prevedono investimenti per 900 miliardi di dollari nei prossimi 5-10 anni; 502 miliardi in 62 Paesi entro il 2021, secondo i calcoli degli analisti di Credit Suisse.

Il premier Conte, che pare aver colto l’importanza della nuova Via della Seta, faccia il Marco Polo e dia all’Italia la possibilità di esplorare un mondo sconosciuto che si chiama sovranità piena, con la libera scelta delle migliori opzioni strategiche sul piano economico e politico. Nell’esclusivo interesse del popolo italiano.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61727

 

L’Iran prepara la sua Marina

Stretto di Hormuz

L’Iran presenta un suo nuovo sottomarino di produzione nazionale.
La scorsa domenica l’Iran ha battezzato un nuovo sottomarino di produzione nazionale, classe Fateh (conquistatore), armato di missili cruise.

“Il Fateh è, nella sua interezza, un proprio disegno sottomarino, sviluppato da esperti del Ministero della Difesa e dotate delle più moderne tecnologie nel mondo”, ha sottolineato il ministro della Difesa iraniano generale di brigata Amir Hatami, nel corso di una cerimonia tenutasi nella città portuale di Bandar Abás (sud dell’Iran).

Quello che distingue questo sommergibile dai suoi predecessori, ha sottolineato il comando militare persiano, è che si trova dotato di sistema di missile cruise antinave, oltre a siluri e mine navali.

Il Fateh è considerato uno dei più potenti sottomarini della Marina iraniana, con 48 metri di lunghezza e quattro nella trave. È in grado di navigare per cinque settimane a una profondità di circa 200 metri.

Questo sottomarino da 600 tonnellate (medio-pesante), come ha sottolineato il ministro della Difesa iraniano, è anche dotato di una varietà di tecnologie avanzate, tra cui sistemi sonar, sistemi di propulsione elettrica, sistemi di guerra elettronica e un sistema di comunicazione integrato e sicuro. .

Il generale Hatami ha assicurato che questo nuovo sommergibile aumenterà la “capacità deterrente” del paese , rafforzando la flotta meridionale della Forza navale dell’esercito iraniano, la cui missione è di garantire la sicurezza delle acque territoriali dell’Iran nel Mare di Oman e nello strategico Golfo Persico .
Secondo il militare iraniano di alto rango, l’incorporazione di questo sommergibile avanzato alla marina iraniana trasmette un messaggio importante a tutti i paesi che si affacciano sul Golfo Persico.

Le potenze straniere non sono le benvenute nel Golfo Persico

“Il messaggio è che la regione (del Golfo Persico) è sufficientemente capace di garantire la propria sicurezza senza alcun bisogno di presenza delle potenze espansionistiche fuori dalla loro zona”, ha detto.

Il ministro della difesa persiano ha anche esortato i poteri egemonici a smettere di intromettersi negli affari interni dei paesi dell’Asia occidentale e di rispettare il diritto all’autodeterminazione delle nazioni della regione.

La Repubblica Islamica ha già dichiarato che la Marina iraniana monitora da vicino tutti i movimenti delle navi da guerra regionali e non che si avvicinano al Golfo Persico, dove, secondo le autorità persiane, regna la sicurezza grazie alle azioni a difesa dell’Iran .

Fonte: Hispantv Traduzione: Lucino Lago

https://www.controinformazione.info/netanyahu-la-marina-israeliana-e-pronta-a-bloccare-le-rotte-di-esportazione-del-petrolio-iraniano/

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