Mar d’Azov

La Russia e l’Ucraina godono del libero uso del Mar d’Azov nell’ambito dell’accordo ” 2003 tra la Federazione russa e l’Ucraina sulla cooperazione nell’uso del mare di Azov e dello stretto di Kerch”. Il documento è in vigore ma non specifica qualsiasi confine preciso Le parti concordano che il Mare di Azov e lo Stretto di Kerch sono le acque interne sia dell’Ucraina che della Russia. I colloqui sono trascinati da molto tempo ma non sono riusciti a produrre una soluzione. L’Ucraina non vuole riconoscere i diritti della Russia, che sono basati sul fatto che la Crimea si è unita alla Federazione Russa. Inoltre, le autorità ucraine insistono sul loro diritto di detenere qualsiasi nave che viaggi per o dalla Crimea senza il permesso di Kiev. L’Ucraina chiede l’imposizione di sanzioni internazionali contro i porti russi del Mar Nero, a causa di ciò che definisce il “blocco” del Mar d’Azov. Ha già imposto misure punitive unilateralmente. Le tensioni sono aumentate da marzo, quando le navi sono state bloccate e perquisite. Il 24 marzo, le guardie di frontiera ucraine hanno fermato il peschereccio del Nord, registrato in Crimea, con bandiera russa nel Mar d’Azov. La nave era stata dirottata . I membri dell’equipaggio hanno riferito di essere stati interrogati e maltrattati dalle autorità ucraine che li hanno ritenuti responsabili secondo le leggi nazionali, non riconoscendo l’equipaggio come cittadini russi. I marinai trattenuti furono finalmente liberati per tornare in Crimea senza passaporto. L’Ucraina ha violato un certo numero di accordi internazionali e questo ha segnato l’inizio di una campagna di azioni provocatorie che è stata condotta da allora. Il mese scorso, la petroliera russa Mekhanik Pogodin è stata detenuta nel porto ucraino di Kherson. La Russia ha paragonato questo passaggio alle attività dei pirati somali.

Guarda coste ucraino

Gli Stati Uniti si schierano per aumentare le tensioni. Il Dipartimento di Stato ha preso una posizione deliberatamente provocatoria , esortando l’Ucraina a uno scontro. Senza preoccuparsi di studiare i dettagli, dà semplicemente la colpa alla Russia come al solito per tutto ciò che va storto. Washington sta spingendo l’Ucraina verso la ricerca di una soluzione militare, comprese idee tanto irrealistiche quanto pericolose come l’ utilizzo delle navi da guerra della forza della NATO per proteggere le sue rotte di navigazione, l’ annessione del Mar d’Azov o l’uso di navi d’attacco in movimento per circondare una grande risorsa navale russa da tutte le direzioni come un branco di lupi. Questa tattica fu inventata dall’ammiraglio tedesco Karl Dönitz durante la seconda guerra mondiale, quando “lupi di mare” degli U-boats vennero usati per attaccare le navi principali. Il fatto stesso che tali idee siano state generate e che si diffondano intorno dimostra quanto sia sconsigliabile appoggiare l’Ucraina lanciando un sostegno incondizionato alle sue spalle. Stephen Blank dell’American Foreign Policy Council, uno dei maggiori esperti statunitensi sulla Russia, ritiene che l’amministrazione statunitense “debba inviare missili anti-nave disponibili da o attraverso l’Arpaon Block II AGM-84, AGM-158C LRASM A, e il Norwegian Naval Strike Missile ” così come ” una valida piattaforma di lancio e un sistema di puntamento, in particolare un radar. ” L’autore pensa che questo dovrebbe essere fatto in questo momento, senza indugio. Il suo articolo è stato pubblicato il 7 settembre dal Consiglio Atlantico, il prestigioso gruppo di esperti che fornisce consulenza al Dipartimento di Stato e gode di grande influenza tra coloro che plasmano la politica estera degli Stati Uniti. In un altro articolo, Mr. Blanc chiede di fornire all’Ucraina piattaforme: navi più vecchie che sono state dismesse o che stanno per andare in pensione. Il mese scorso, Mykola Bielieskov, vice direttore esecutivo dell’Istituto di politica mondiale, ha chiesto spedizioni veloci in Ucraina del missile anti-nave Harpoon Block II ER + , consentendogli di attaccare le navi russe. L’idea di fornire all’Ucraina navi da guardia costiera di classe Island è all’esame del governo degli Stati Uniti. Il 1 settembre, Kurt Volker , rappresentante speciale USA per i negoziati in Ucraina, ha dichiarato che l’amministrazione statunitense “è pronta a espandere le forniture di armi in Ucraina per costruire le forze navali e di difesa aerea del paese “. Si tratta degli stessi poteri che hanno mancato di mantenere le loro promesse e migliorare la vita della gente comune in Ucraina. Le elezioni presidenziali si terranno nel marzo 2019. È necessario uno spauracchio russo minaccioso per spiegare i fallimenti. L’economia e le finanze del paese sono in stasi e la corruzione è sbalorditiva. Nessuno dei problemi è stato risolto e l’Occidente si sta stancando dell’Ucraina. La fiaba della “politica estera aggressiva” di Mosca è utile quando i governanti ucraini hanno bisogno di un capro espiatorio. Nessuno ha bisogno di un conflitto armato nella regione del Mar d’Azov. Un certo numero di paesi sono interessati a proteggere il diritto di passaggio gratuito, consentendo alle navi di arrivare ai loro porti di destinazione senza rischi o ritardi. La regione non deve essere un punto di infiammabilità. La Russia e l’Ucraina potrebbero sedersi a una tavola rotonda per discutere questioni controverse, poiché l’accordo del 2003 stabilisce che le parti debbano fare per risolvere le loro controversie, se ne hanno, ma non è quello che il Dipartimento di Stato chiede. L’unica opzione che l’amministrazione americana sta prendendo in considerazione è quella di fornire all’Ucraina armi per combattere la Russia e poi spingere Kiev per aumentare le tensioni. E quelle sono già pericolosamente alte. Una scintilla può innescare un grande incendio in qualsiasi momento se il problema non viene affrontato in modo positivo senza scuotere la sciabola. È un peccato che gli Stati Uniti stiano giocando un ruolo così distruttivo. È giunto il momento per esperti e funzionari russi e ucraini di mettere da parte le loro differenze e iniziare a parlare per trovare una soluzione pacifica a questo problema urgente. Fonte: Russia Insider Traduzione: Luciano Lago

https://www.controinformazione.info/gli-stati-uniti-incoraggiano-lucraina-ad-andare-in-guerra-con-la-russia-sul-mare-di-azov/

La foglia di fico del mercato

Il modello di società dei Trattati europei è quindi estraneo e incompatibile rispetto a quello prefigurato dalla nostra Costituzione. È un modello sociale regressivo, nato sull’onda del fondamentalismo di mercato conseguente al crollo del muro di Berlino, del trionfo dell’ideologia neoliberale e delle farneticazioni dei primi anni Novanta sulla fine della storia.

Esso prevede: a) uno Stato residuale, il cui ruolo è confinato all’intervento in caso di “fallimenti del mercato” (non vi è neppure più l’equivalenza tra forme di proprietà prevista dal Trattato di Roma); 2) una “forte competizione” tra paesi fondata sul dumping fiscale e sul dumping sociale (come è noto, in particolare sul secondo aspetto – ma in verità anche sul primo – si è fondato il successo commerciale della Germania dal 2005 in poi).

Ora, questo meccanismo, in una situazione di cambi fissi (la moneta unica), è semplicemente distruttivo, in quanto impedisce ogni politica economica diversa dal recupero di competitività fondato sulla svalutazione interna, ossia sulla deflazione salariale.

In questo contesto istituzionale e normativo, insomma, la generalizzazione dell’agenda 2010 di Schröder diventa economicamente obbligata (anche se essa deprime la domanda interna all’area e comporta una politica mercantilistica destabilizzante al di fuori di essa – che causa manovre ritorsive: vedi alla voce Trump).

La radice delle politiche di austerity e antisociali è nei Trattati.

Questo modello, di cui la moneta unica è parte integrante, ha consentito che si creassero gravissimi squilibri di bilancia commerciale tra i paesi dell’eurozona, che sarebbero stati impossibili in un regime a cambi flessibili.

Questi squilibri sono stati ulteriormente aggravati dalla gestione della crisi e dalle politiche pro-cicliche distruttive imposte ad alcuni paesi, tra cui il nostro.

Questo ha alterato i rapporti di forza in Europa in misura tale che la concorde “condivisione di sovranità” a favore dell’Unione Europea, di cui spesso si favoleggia, è risultata in realtà fortemente asimmetrica a favore dei paesi creditori (di cui la CE è stata l’agente durante l’intero percorso della crisi), divenendo una cessione unilaterale da parte degli Stati in difficoltà (qui giova ricordare che la nostra Costituzione parla, all’art. 11, di “limitazione” e non di cessione).

Risultato della gestione europea della crisi è stata la localizzazione principalmente nei paesi debitori della capacità produttiva in eccesso e quindi da eliminare: in questi paesi si è avuta una rilevante distruzione dell’apparato industriale (in Italia la capacità produttiva perduta è arrivata al 20% del totale), e in qualche caso una progressiva spoliazione (esemplari al riguardo le privatizzazioni in Grecia).

In altre parole: alcuni sistemi-Paese hanno vinto, altri hanno perso, in una guerra tra capitali intrecciata con meccanismi classici della lotta di classe.

Vladimiro Giacché in

https://www.maurizioblondet.it/intervento-di-vladimiro-giacche-allassemblea-di-presentazione-dellassociazione-patria-e-costituzione/

Guardare alla Storia

di Roberto PECCHIOLI

E’ tornato il tempo della geopolitica anche per l’Italia. Se non ora, quando? Le vicende del nuovo secolo, unite agli eventi dell’ultimo scorcio del millennio trascorso, hanno mostrato che la politica, la storia, non si sono mai arrestate, ma sono mutate in maniera rapidissima e profonda. Per capirle, non farsene travolgere e possibilmente orientarle, riappare una chiave interpretativa dimenticata: la geopolitica. Scienza poco frequentata in Italia, punto di congiunzione tra storia, geografia, economia e politica con incursioni nell’etnologia e nell’antropologia culturale, studia i fattori geografico-storici e fisico-ambientali che condizionano la storia. Sorse in area germanica ad iniziativa di geografi come Friedrich Ratzel e lo svedese Rudolf Kjellen, venne poi sviluppata come efficace forma di instrumentum regni dell’impero britannico ad opera di Halford Mackinder, teorizzatore del conflitto terra-mare e padre della teoria dell’Heartland. L’heartland, o cuore della terra, nel pensiero di Mackinder è il territorio delimitato ad ovest dal Volga, a nord dall’Artico, ad est dal corso del cinese Fiume Azzurro e a sud dall’Himalaya. Chi controlla quella porzione di terre emerse è di fatto padrone del pianeta. La teoria è stata poi integrata in area americana dal concetto di Rimland, l’immensa fascia costiera che circonda l’Eurasia.

Un uomo politico quasi dimenticato, Beppe Niccolai, esortava gli italiani a non ragionare di politica con le categorie della sociologia, delle ideologie o dell’etica corrente, ma a pensare in termini di storia. L’Italia dopo il 1945 ha pressoché dimenticato la storia, dunque la politica e la geopolitica. Ogni politica è innanzitutto politica estera, ma la nazione italiana e lo Stato, dopo la sconfitta militare, hanno rinunciato ad esercitare un ruolo qualsiasi. Ci siamo rifugiati in una sorta di ritorno all’ infanzia, un popolo regredito a Peter Pan collettivo bisognoso di tutela, protezione, felice di tornare colonia o provincia straniera, come nelle più infelici stagioni della sua storia.

Una lezione trascurata, quella di Niccolai, che torna di attualità nella confusione del presente, caratterizzato da fenomeni come la globalizzazione, le grandi migrazioni sull’asse Sud Nord, il predominio dell’economia e della finanza, il potere delle organizzazioni transnazionali, l’immensa capacità di controllo, indirizzo e formazione delle coscienze delle nuove tecnologie informatiche, elettroniche e della comunicazione.

In un quadro siffatto occorre una bussola, che la geopolitica individua nell’interesse permanente delle nazioni legato all’area geografica che occupano, allo sviluppo economico, ai soggetti vicini, alle emergenze storiche e culturali. L’Italia ha smarrito la bussola, inverando il grido di dolore di Dante Alighieri, il vero padre della nostra Patria: “ahi, serva Italia di dolore ostello/ nave sanza nocchiero in gran tempesta/ non donna di province, ma bordello“. Nazione a sovranità limitata con oltre cento basi straniere sul territorio, paese occupato, diviso per mezzo secolo tra filo americani e filo sovietici, poi sollevata alla prospettiva di dissolversi nell’ Europa dei mercanti.

La storia ci parla di continue dispute intestine a tutto vantaggio degli stranieri di turno, spesso invocati sul nostro territorio da una o più parti in causa, all’ombra del potere papalino avversario dell’unità nazionale. Il dopoguerra ci ha consegnato all’egemonia di due culture antinazionali, quella comunista e quella clericale, il cui unico avversario di rango animato da sentimenti di orgoglio italiano fu non un movimento, ma un uomo, Bettino Craxi, la cui disgrazia originò allorché nel 1987 si oppose agli americani a Sigonella.

Non c’è più tempo, tuttavia, per recriminazioni o indagini retrospettive sul passato; rischiano di trasformarsi in autopsie su un corpo morto. Prendiamo il caso della questione libica, le cui ripercussioni sulla crisi migratoria e sulla politica energetica sono evidenti. L’Italia, forte della vicinanza geografica e storica con quella che fu la “quarta sponda”, parteggia per la fazione capeggiata da Serraj. La Francia, maggiore responsabile del folle attacco contro Gheddafi per motivi di politica energetica e di consolidati interessi in Africa, sostiene le milizie di Haftar. La prima riflessione è che l’Europa non esiste, se due grandi nazioni alleate da 70 anni, entrambe fondatrici delle istituzioni europee, sono contrapposte in maniera tanto plateale nel decisivo scenario africano.

La seconda è che, nonostante l’Unione Europea, o magari a causa di ciò che essa è diventata, alcuni Stati (Francia e Germania innanzitutto, ma la Gran Bretagna in uscita non si comporta diversamente) continuano a svolgere politiche autonome, perseguendo interessi ed obiettivi in contrasto con altri paesi membri e con l’Unione nel suo complesso. Segno che pensano in termini nazionali e geopolitici. I tedeschi, assorbita dal punto di vista economico la disfatta bellica e recuperato (parte) del territorio perduto nel 1945, agiscono in termini di lebensraum, spazio vitale, la dottrina di Klaus Haushofer. Nell’impossibilità di conquiste territoriali, la Germania ha recuperato sotto forma di influenza economica e finanziaria sull’Europa centro orientale un’egemonia sconfitta due volte dalle armi.

estratto da https://www.maurizioblondet.it/libia-tornare-alla-geopolitica/

Libia, la guerra continua

Il Supremo Consiglio delle tribù e città libiche nella regione occidentale dichiarava che “ciò che accade nella capitale Tripoli negli ultimi 8 anni non è altro che ingerenza delle milizie e del loro controllo sulle articolazioni dello Stato, con l’aiuto dei terroristi e guidati da capi stranieri”. Il Consiglio dichiarava che tali milizie usavano l’immigrazione clandestina come fonte di reddito, assieme a contrabbando di droga e carburante, furto di fondi bancari, e che ricorrevano all’intervento straniero, culminato nella violazione della sovranità nazionale della Libia. La dichiarazione condannava l’attacco aereo straniero sulla città di Tarhuna, uccidendo civili e soldati dell’esercito popolare. Il Consiglio esprimeva stupore per la Missione delle Nazioni Unite in Libia che aveva lasciato i prigionieri politici della Jamahiriya ed ufficiali dell’Esercito popolare nelle mani delle milizie, mentre si preoccupava dei migranti illegali e del loro desiderio di allontanarli dalle aree degli scontri, mostrando così la doppia morale della Missione ONU. Il consiglio dichiarava infine che le tribù marceranno libereranno i loro figli dalle prigioni delle milizie nel caso la missione delle Nazioni Unite non si assumesse le proprie responsabilità nei loro confronti, confermando di sostenere i fratelli di Tarhuna e che qualsiasi aggressione su Tarhuna sarà considerata come diretta contro le tribù e le città dell’ovest libico.

http://aurorasito.altervista.org/?p=2326

Ricominciamo da noi

“La Francia  negli ultimi due decenni ha comprato talmente tante società da diventare il Paese europeo che avrebbe più da perdere in caso di crollo economico-finanziario italiano. La dimensione delle acquisizioni e dell’intervento francese in Italia è stato così grande in termini dimensionali e così sbilanciato da determinare una situazione che avrebbe eguali sono nei casi di ex-colonie. L’Italia ha scelto di farsi comprare convinta che legandosi alla Francia avrebbe maggiore riparo in sede europea; oggi la Francia non può augurarsi un fallimento dell’Italia: telecomunicazioni, media, banche, assicurazioni, energia, industria, lusso, alimentare… non c’è un settore in cui non faccia capolino una società francese con ruoli di rilievo. Comprare o fondersi con la principale banca italiana non può essere un caso, soprattutto in una fase così delicata per l’economia italiana. Bisogna quindi chiedersi perché incrementare l’esposizione in Italia e perché oggi”.

Ora si capiscono meglio tutte quelle Legion d’Onore sparse a piene mani sui petti dei nostri piddini e  governanti  ed esponenti del nostro Deep State, ovviamente “democratico”. Qui sotto per l’elenco:

QUINTE COLONNE?

https://www.maurizioblondet.it/quinte-colonne/embed/#?secret=TrL1CBiQ9F

Ora, il nuovo governo può e deve proibire questa fusione sulla base dell’interesse strategico nazionale.
Per giunta, Macron è politicamente alle corde.  Un suo ministro,  Nicolas Hulot dell’ecologia, s’è dimesso sbattendo la porta ha annunciato la sua dimissione in tv, senza consultare l’Eliseo);
i risultati economici del “macronismo” sono disastrosi.
“La Francia registra il calo della disoccupazione più basso d’Europa.  Il miracolo produttivo non s’è verificato.
La produzione industriale del paese è aumentata dello 0%  da settembre 2017, in confronto all’1,7 della Germania e al 5% della Svezia. La perdita di competitività continua, il debito è ormai il 100 % in rapporto al Pil,  quest’anno il paese sforerà  il limite di deficit del 3% (inutile ma necessario per farsi stimare da Berlino), la Francia è deficitaria per 50 miliardi delle partite correnti verso gli altri paesi dell’UE, anche verso l’Italia. Fra aumenti delle imposte e rincari (2,6 di aumento  dle costo della vita, solo Romania e Bulgaria fano peggio) Macron è riuscito a ridrre il potere d’acquisto dei lavoratori in pensione del 10% in due anni, un record”.
Inoltre, “le riforme di Macron non sono strutturali, non modernizzano il paese”.
Un po’ di titoli a caso, di media economici o di blogger:

Budget 2019: pitoyable défaite

(Budget 2019, pietosa disfatta, BFM)

“Improvvisazione politicante che mira a inventare una ppolitica del potere d’acquisto e  mancano di rigore intellettuale  (Le Journal du Dimanche)

Crise de l’immobilier, crise de sens, crise de la raison et de l’intelligence

(crisi dell’immobiliare, crisi di senso,  crisi della ragione e dell’intelligenza)

“La classe politique n’a pas conscience du désastre dans lequel notre patrimoine est plongé»

“La classe politica non ha coscienza del disastro in cui il nostro patrimonio è affondato”  (Figaro)

Secondo Michel Geoffroy, autore di La Super-classe mondiale contre les peuples ♦ (quindi sovranista),  il clima prevalente oggi è una sorta di rassegnazione tragica . “La Destra è in coma profondo.  A sinistra, i sindacati non riescono a mobilitare: gli si risponde, “a che serve?”. A che serve, perché Macron dispone di tutti i poteri. Gode del sostegno dei media, delle lobbies,  della Davos-crazia. I suoi deputati senza esperienza votano a catena tutti i progetti di legge che presenta il governo, stakanovisti del voto.  Persino gli alti funzionari [una istituzione-pilastro  de la République] assistono senza reagire alla decostruzione sistematica dello Stato repubblicano e presto alla loro propra scomparsa, perché il governo promette di sostituirli  con precari a contratto reclutati sul  mercato”.

Ma allora tutto è passività e rassegnazione? No. “Questo silenzio apparente della Francia nasconde una collera fredda e  una rottura abissale  tra il paese reale e il paese legale, come fra occupanti ed occupati“.  Geoffroy compara l’ggi al  “1940, dopo il collasso di giugno dell’armata,  quando la Francia sbalordita dalla  vergogna e dalla disfatta, non sapeva più che fare, dava fiducia al mareciallo Pétain”….Come allora, però, Macron opera come un agente della Germania.  “il suo Potere dà la caccia alla dissidenza, i suoi sbirri associativi la denunciano alla polizia, la trascinano nei tribunali, la censurano sui social – secondo le procedure repressive usate al di là del Reno, perché ancora come allora, Macron è a rimorchio della Germania”.

A questo punto?

“Come nel 1940,  il Potere non si rende conto che la dissidenza progredisce nei cuori.  Il caos migratorio sta risvegliando a poco a poco l’Europa. un grande  movimento storico prende forma. Come nel ’40, il Potere  si illude di mantenerne estranea la Francia”.   Questa rassegnazione sembra a Geoffory un annuncio della rivolta.

Esagera? Ma   lo stesso Macron sembra aver avvertito   qualcosa, se   ha diffuso questo stupefacente messaggino:

“coloro che credevano all’avvento di un popolo mondializzato si sono profondamente ingannati.  Dovunque nel mondo l’identità dei popoli è tornata.  Ed è in fondo una buona cosa”.

https://www.maurizioblondet.it/non-regalate-unicredit-a-macron-proprio-ora-e-alle-corde/

Una carta da giocare

L’Italia, terzo contributore   netto  con  quei miliardi si paga il biglietto per sedere al tavolo dove si approva il bilancio  preventivo della (dis)Unione.  E’ imminente la discussione del bilancio preventivo per  il quadriennio 2021-2027:  l’approvazione “spetta  al Consiglio, con delibera  all’unanimità, previa approvazione del Parlamento”.

All’unanimità. Dunque l’Italia ha un potere di veto. Con  i governi precedenti non l’ha mai usato, ovviamente. Adesso il nuovo governo, che gli euro-oligarchi odiano e che vogliono schiacciare, ha in mano l’arma per esigere molto in cambio, far pagare carissima l’approvazione. O ancor meglio, bloccare tutto fino alle elezioni europee del maggio 2019, quando il nuovo Parlamento UE vedrà  il crollo degli europeisti e l’affermazione dei “sovranisti e populisti”:  Perché dar la soddisfazione   di “far votare il budget a  questo Parlamento UE, quando  il prossimo sarà molto diverso?” (Musso).

Le euro-oligarchie sono ben consapevoli del pericolo. Tanto è  vero che nei documenti emananti da loro, si legge: “I   deputati chiedono  che i colloqui tra Parlamento, Commissione e Consiglio inizino subito, per cercare di raggiungere un accordo prima delle elezioni europee del 2019”.

No,  a noi conviene esercitare il veto, far passare le elezioni,  negare il sì al bilancio 2021-27 a  questo  parlamento collaborazionisti, negargli i soldi – e riparlarne  col Parlamento rinnovato  in cui, se non sarà maggioranza, lo schieramento sovranista sarà  una forte  minoranza, decisiva per rendere impossibile la solita  alleanza, centro  e socialisti. Abbiamo un grosso bastone in mano se vogliamo usarlo, perché l’Italia – oltre ad essere in avanzo primario e in attivo nella bilancia  commerciale –  è un contributore netto: ossia dà   alla UE  molti più soldi di quanti ne riceve:

Nel decennio 2007-2016 abbiamo versato all’Ue quasi 34 miliardi di euro in più di quanti ne abbiamo ricevuto.

Molti italiani non lo sanno, perché le opposizioni onnipresenti sui media gli fanno credere che noi “dipendiamo” dall’Europa.

Si veda la replica del povero  Maurizio  Martina  pd  alla minaccia di Di Maio:

Bloccare i fondi all’UE significa bloccare risorse per imprese e cittadini italiani (vedi agricoltura). Queste minacce sono solo un autogol per il nostro paese, giocato sulla pelle di esseri umani

O di Tajani, lo sciagurato berlusconiano:

Tagliare i fondi UE sarebbe un autogol, da essi vengono i fondi UE”.

E’ esattamente il contrario della verità, menzogne pronunciate per far credere all’opinione pubblica italiana che, se irritiamo l’oligarchia, se “ci isoliamo”,  restiamo senza i fondi UE. Invece  i fondi Ue, siamo noi che li diamo.

Per questo nei prossimi mesi, che  saranno tempestosi  (da  metà dicembre ci assoggetteranno alla “procedura per deficit eccessivo”;dandoci un ultimatum di sei mesi per   tagliare;  a giugno 2019, decideranno se applicarci le sanzioni,   ci faranno salire lo spread, i magistrati cercano di intimidire,  il Quirinale trama, i media urlano al “razzismo”) sarebbe essenziale di disporre almeno di un mezzo televisivo di massa:  per far capire all’opinione pubblica quello che sta avvenendo, cosa sta facendo il governo, e le corde che l’Italia ha al suo arco.

estratto da https://www.maurizioblondet.it/litalia-ha-unarma-porre-il-veto-sul-bilancio-ue/

La petrolizzazione del salario

Questo lunedì 20 agosto è entrata in vigore la riconversione monetaria, il primo passo di un piano globale che attua il Governo venezuelano per recuperare il valore del salario, attraverso l’ancoraggio del bolivar sovrano al Petro, e per stabilizzare l’economia nazionale in generale, puntando verso lo smantellamento degli indicatori illegali del dollaro parallelo.

La riconversione è iniziata con il piede giusto
Dalla prime ore della mattina il Paese era calmo, la maggior parte delle grandi catene commerciali ha aperto le porte, gli sportelli hanno cominciato ad emettere le banconote di nuovo conio ed il sistema di pagamento elettronico della banca nazionale ha assimilato, rapidamente, i cambi della riconversione.
Contro chi scommetteva sul fallimento della riconversione, nel suo primo giorno, la corrispondente della CNN in Venezuela, Osmary Hernandez, che in alcun momento può qualificarsi come chavista, ha scritto su Twitter nelle prime ore del mattino che già le nuove banconote erano disponibili alla popolazione. Rapporti raccolti a caldo dall’Agenzia Venezuelana di Notizie, mostravano il primo contatto della popolazione con l’emissione dei nuovi biglietti. (…) In parallelo a ciò che accadeva per strada, i reduci dell’opposizione venezuelana, enucleata nel Fronte Ampio Venezuela Libero, cercavano approfittare della riduzione delle attività commerciali, naturale nei giorni non lavorativi decretati dal Governo venezuelano, per convincere la popolazione, attraverso le reti sociali, che il loro appello allo “sciopero nazionale” faceva parte dello “scalpore nazionale”. Tali settori invocavano a protestare con l’esca pubblicitaria “lottare contro il pacchetto Maduro”, nel tentativo di attirare la popolazione lavoratrice che, paradossalmente, ha appena ottenuto un miglioramento del depresso potere d’acquisto con l’aumento dello stipendio a 1800 Bs, o metà Petro. Alla fine della giornata, la Vicepresidentessa Delcy Rodríguez indicava che “il 92% della piattaforma elettronica della banca tanto pubblica che privata è attiva, persino con cifre inusuali per un giorno non lavorativo”, confermando che la Banca Nazionale può metabolizzare efficacemente le transazioni elettroniche espresse nel nuovo conio monetario. Secondo Ultime Notizie, citando una nota stampa della Soprintendenza delle Banche (Sudeban), “è stata adempiuta con successo la prima fase del cronogramma delle attività della riconversione monetaria nelle istituzioni bancarie, iniziata questa domenica 19 e che si concluderà lunedì 20 agosto alle sei del pomeriggio”. Col fallito assassinio, dello scorso 4 agosto, settori dell’opposizione legati ad agenti terroristi a Bogotà e Miami hanno voluito che il 20 agosto giungesse con uno scenario di caos e ampie violenze impedendo l’attuazione della riconversione economica. Fare appello alla carta estrema dell’assassinio serve misura al meglio la portata del piano elaborato da Maduro. L’urgenza degli operatori della guerra contro il Venezuela di eluderne l’esecuzione e mantenere la popolazione sottomessa all’inflazione indotta dal dollaro parallelo, si sono anche resi visibili nella permanente apologia al fallimento della riconversione, al primo giorno.

In primo luogo, la rivalutazione nominale o “petrolizzazione” del salario, in 1800 Bolivare o 1/2 Petro, costituisce un primo anticipo sul recupero del potere d’acquisto dei venezuelani. Innanzitutto, questo aggiustamento aumenta il salario di 35 volte, garantisce un potere d’acquisto automatico a un enorme gruppo di beneficiari diretti degli strati popolari del Paese. Secondo il Presidente Maduro, da due trasmissioni sul suo account Facebook Live, le notti del 19 e 20 agosto, il regime dei prezzi “ideali” derivanti dalla politica di ancoraggio suppone la copertura del paniere base alimentare per famigliare a un costo inferiore a 1800 BsS. Questo martedì 21 agosto, aveva detto, 25 prodotti del paniere di base avranno prezzi concordati coi settori industriali del Paese, prodotti che saranno ancorati al Petro. Politiche di ancoraggio, di successo nella maggior parte dei casi noti al mondo nel fermare l’iperinflazione, suppongono la possibilità che l’emissione discrezionale di Petro ed il posizionamento come moneta o fattore convertibile, supponga dreni le asimmetrie create dal dollaro parallelo, aumenti il flusso delle importazioni ed espanda la base delle risorse finanziarie del Paese. Un nuovo riferimento che potrebbe andare sostituendo il dollaro come riferimento centrale del mercato dei cambi venezuelano. Questa possibilità è nella concessione alla Banca Centrale Venezuelana di oltre 28 miliardi di barili di petrolio greggio delle riserve. Questione annunciata giorni fa, ma che sembra una decisione che entrerà in vigore col prodursi, presto, di nuovi annunci. Ciò significa che la base di supporto prevede l’emissione di certificati petroliferi, strumenti emessi dal Venezuela per espandere le riserve internazionali ed eventualmente sostenere la circolazione del Petro come criptovaluta internazionale. E’ importante sottolineare quanto annunciato da Maduro nel creare l’habitat commerciale del Petro mediante le operazioni della PDVSA che migreranno verso l’uso della criptovaluta a scapito del dollaro USA. È importante sottolineare l’apertura di più di 300 franchigie di cambio in Venezuela, attraverso l’abrogazione della Legge sugli Illeciti Cambiari dell’Assemblea Nazionale Costituente nei giorni scorsi.

estratto da http://aurorasito.altervista.org/?p=2137