Padova fotografia

È in corso la quinta edizione della rassegna Padova Aprile Fotografia, dal titolo Forme dell’Identità. Centrata su tre mostre che scandagliano un’idea d’identità e le diverse relazioni che questa assume con il mondo e la realtà, la manifestazione, promossa dall’Assessorato alle Politiche Culturali e Spettacolo – Centro Nazionale di Fotografia del Comune di Padova, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, e curata da Enrico Gusella e Alessandra De Lucia, presenta tre mostre: la collettiva dal titolo “10 Fotografi d’oro” con Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Luca Campigotto, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Mario De Biasi, Franco Fontana, Paolo Gioli, Guido Guidi, Mimmo Jodice, Fulvio Roiter, Marco Zanta, e due personali di “Douglas Kirkland. Portraits” e “The Oxford Project” del fotografo Peter Feldstein e dello scrittore Stephen G. Bloom.

Nel Museo Civico di Piazza del Santo, fino al 24 maggio, è la mostra Douglas Kirkland. Portraits. Curata da Elena Ceratti per l’Agenzia Grazia Neri, e Enrico Gusella, l’esposizione presenta una galleria di ritratti di singolare qualità ed efficacia che sottolineano la capacità dell’autore di scavare in profondità nell’identità del soggetto. Una sessantina di opere a colori e in bianco e nero sono l’espressione dello straordinario percorso dell’artista costituito da rapporti e amicizie all’interno dei set cinematografici e dello showbiz. Il celebre fotografo di origine canadese è teso a scandagliare volti e fisionomie dei soggetti per fissare un sentimento o un’emozione, cercando la componente umana o la spontaneità.
Kirkland ha iniziato la sua carriera tra gli anni Sessanta e Settanta, ha collaborato con importanti riviste americane, ma noti sono soprattutto i suoi ritratti di celebrità e star dello spettacolo, tra cui Marilyn Monroe, Elizabeth Taylor, Angelina Jolie, Sean Connery, Robert De Niro, e di uomini della scienza, come Stephen Hawking, attraversando i percorsi di vita e di lavoro accanto ai personaggi – attori, registi, produttori, direttori della fotografia – più importanti dell’industria cinematografica di Hollywood e Cinecittà, passati alla storia e diventati oramai leggende.

In ben due sedi, alla Galleria Civica Cavour e al Museo Diocesano, sempre fino al 24 maggio, è invece Dieci Fotografi d’oro, curata da Enrico Gusella e Italo Zannier. L’originale collettiva con fotografie di Gabriele Basilico, Gianni Berengo Gardin, Luca Campigotto, Giovanni Chiaramonte, Mario Cresci, Mario De Biasi, Franco Fontana, Paolo Gioli, Guido Guidi, Mimmo Jodice, Fulvio Roiter, Marco Zanta, annovera oltre un centinaio di opere che rappresentano la prima di una serie di mostre dedicate ai più grandi fotografi italiani, il cui obiettivo è una ricognizione organica sulla fotografia italiana contemporanea. I fotografi coinvolti indagano, ognuno a proprio modo, il concetto di identità. Così Gabriele Basilico presenta un lavoro intitolato Milano. Ritratti di fabbriche: una sequenza di immagini della periferia milanese, frutto di una lunga indagine fotografica compiuta tra il 1978 e il 1980. Gianni Berengo Gardin indaga le realtà delle comunità di nomadi di tre città italiane: Trento, Firenze e Palermo. Di Luca Campigotto sono i lavori dedicati ai notturni de Il Cairo: fotografie in bianco e nero che aprono la visione a minareti, piramidi e architetture egiziane. Le immagini di Giovanni Chiaramonte riguardano invece l’itinerario, attraverso il territorio lombardo, del fiume Olona, inteso come metafora della propria vita. Mario Cresci presenta due tipi di ricerca che hanno segnato il suo percorso artistico: i lavori di natura concettuale, e l’indagine sugli aspetti etnografici e antropologici delle regioni del Mezzogiorno. Suggestivi gli scatti del reportage storico di Mario De Biasi della rivolta civile di Budapest del 1956, mentre di Franco Fontana sono le fotografie, espressione della ricerca astratta sul colore, realizzata su forme e cromie del paesaggio urbano americano. Si sviluppa sulla tecnica del fotofinish l’indagine di Paolo Gioli, le cui ricerche sono scandagliate attraverso la manipolazione della realtà. Guido Guidi, attraverso le sue architetture minime coglie l’identità poetica dei dettagli, in questo caso della porta. Mimmo Jodice presenta dieci scatti in bianco e nero che rivelano uno studio profondo e appassionato sulle impronte del passato, sul presente e sulle radici lontane della cultura mediterranea. Fulvio Roiter focalizza l’attenzione su civiltà e culture che, dalla Grecia all’Egitto, colgono la suggestione e la pienezza di coste e mari cui sente di appartenere. Infine Marco Zanta con i suoi scatti percorre gli ambienti industriali, luoghi fatiscenti che diventano manifestazione nel silenzio dell’inoperosità.

Infine The Oxford Project è un progetto ideato dal fotografo Peter Feldstein e dallo scrittore Stephen G. Bloom. La mostra, curata da Amy Worthen e Enrico Gusella, nella Galleria Sottopasso della Stua, presenta una quindicina di opere tese a descrivere una sorta di racconto americano fatto di immagini. I primi scatti di questo progetto risalgono al 1984: sono ritratti di ogni singolo residente (676 gli abitanti della piccola comunità) della città di Oxford realizzati in uno studio improvvisato lungo la strada principale del paese. Nel 2004, a distanza di vent’anni, Feldstein fotografa nuovamente le stesse persone incontrate nel 1984: i bambini sono diventati adulti, magari padri o madri di famiglia, e gli adulti di allora sono oramai vecchi. Qualcosa però accomuna gli scatti recenti con quelli storici: non si tratta di elementi tangibili, quanto del senso di appartenenza che mette in relazione tutti questi individui, ciò che li lega alla loro città e che fa di questo lavoro una sorta di descrizione dell’archetipo di comunità americana.

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