La corsa all'oro

La rivalutazione dell’oro negli ultimi anni (+355% nell’ultimo decennio, +140% negli ultimi 5 anni; +17% nel 2010) rileva come sia sempre più considerato non solo un bene rifugio ma anche un vero e proprio bene di investimento. A dare lo sprint ai prezzi dell’oro, con una accelerazione delle quotazioni senza precedenti negli ultimi 24 mesi, è stato lo tsunami che ha investito Wall Street, e la crisi di liquidità che ha aggredito anche l’Europa, e che ha spinto gli investitori finanziari a puntare ai metalli preziosi, liberandosi dei dollari stampati per convertirli in oro e argento.

Contestualmente, le banche centrali hanno continuato negli ultimi tempi ad impinguare i loro caveau del prezioso metallo giallo, in attesa di una ripresa dell’economia. Nel solo 2009, la Cina ad esempio, ha raddoppiato le proprie riserve auree, portandole a 1.054 tonnellate. La stessa operazione, seppur in misura più contenuta, è stata effettuata dalle banche centrali dell’Eurozona, firmatarie del Central Bank Gold Agreement, un accordo sottoscritto per evitare che vendite troppo massicce o svendute a prezzi stracciati potessero intaccare le riserve auree e il cui patrimonio è stato costituito al fine di mettere al sicuro i paesi firmatari da gravi fenomeni inflazionistici e garantire una relativa stabilità contro una perdita eccessiva del potere di acquisto delle valute nazionali.

La nuova “età dell’oro” ha come risvolto la faccia drammatica della crisi economica e degli effetti che questa stessa ha prodotto sulle famiglie. I negozi “compro-oro” nel nostro Paese sono quintuplicati in meno di due anni (con un giro d’affari che supera ormai i 3 miliardi di euro l’anno) ed è sempre maggiore il numero di persone che si rivolgono ai negozi specializzati per vendere gioielli e preziosi, in modo da poter fronteggiare i problemi finanziari urgenti, far quadrare i sempre più ristretti bilanci domestici, pagare i mutui della casa e le bollette delle utenze domestiche o acquistare beni di largo consumo.

Il fenomeno dei “compro-oro” è solamente una delle manifestazioni del carattere distintivo della corsa all’oro del terzo millennio, incentrata non tanto sull’estrazione, quanto sul recupero dell’oro da altri prodotti di largo consumo e successivo riciclaggio: le schede madri dei pc sono il più ricco giacimento del metallo aureo di seconda mano (attraverso un complesso procedimento si ottiene oro purissimo); dai telefonini si può recuperare una fortuna (da 1 milione di cellulari si ricavano 37,5 chili d’oro, 386 d’argento e 16,5 di palladio). Fino a quando?

Tra aprile e giugno 2010 gli europei hanno acquistato 84,8 tonnellate di oro, vale a dire il 40% del totale del mondo e oltre il doppio rispetto al trimestre precedente. Anche se il boom delle quotazioni dell’oro è destinato, secondo il parere di esperti e analisti, ancora a durare, è anche vero che tale apprezzamento non potrà avvenire per sempre, il rischio è di uno scoppio della bolla speculativa dell’oro.

Shopping di energia e di materie prime metallifere. Il rialzo delle quotazioni ha riguardato anche altre materie prime, tra cui il rame (da un minimo di 2.800 dollari alla tonnellata del dicembre 2008 ad un massimo di 71.170 dollari alla tonnellata nel dicembre 2009, +250%), il ferro, l’acciaio e i 17 elementi minerari indispensabili per la produzione delle tecnologie. Secondo l’ultimo rapporto del Government Accountability Office, in Cina si trova il 37% delle riserve conosciute dei 17 elementi necessari per la produzione di nuove tecnologie, contro il 18% dell’ex-Urss e il 12% negli Usa. Pechino nella scorsa primavera ha alzato i dazi del 25%, mentre a luglio 2010 ha tagliato la vendita delle quote all’estero di ben il 72%, nel 2011 esporterà solo il 60% del globale.

Fonte: Rapporto Eurispes Italia 2011 (www.eurispes.it)

One thought on “La corsa all'oro

  1. Scalea sul debito pubblico

    Vi sono due prospettive da cui è possibile osservare la questione delle privatizzazioni: una economico-finanziaria, ed è quella finora adottata nel dibattito; l’altra strategica. Per ragioni di competenza (e speculare incompetenza) io mi concentrerò su quest’ultima, ma non posso esimermi da una breve incursione nel dominio dell’economia. Dimostrando che le privatizzazioni non possono avere un effetto salvifico rispetto al problema del debito, si rafforza le liceità dell’approccio strategico.

    Bene: prendiamo il caso dell’Italia stessa. Nel 1980, data che possiamo convenzionalmente assumere come inizio delle privatizzazioni, il rapporto debito pubblico / PIL era al 55%. Nel 1991, ultimo anno dell’ultimo governo Andreotti, il rapporto è al 98%. Si è alla vigilia della stagione dei governi tecnici e del grande ciclo di privatizzazioni. Ma nei vent’anni seguenti, il rapporto debito/PIL raggiunge il massimo nel 1994, col 121,8%, e come minimo non scende al di sotto del 103,6% del 2007, chiudendo il 2010 al 119%. La situazione del debito è dunque peggiorata, dal 1991 ad oggi, malgrado un decennio almeno di privatizzazioni.

    L’Istituto Bruno Leoni ha individuato 20 società di proprietà pubblica o a partecipazione statale da dismettere, prevedendo un incasso pari a 102 miliardi. Questa cifra rappresenta solo una frazione del debito pubblico italiano, poco più del 5%.

    Lungi da un’opposizione di principio alle privatizzazioni, bisogna però chiedersi se, per ottenere risultati tanto limitati, valga la pena rinunciare ad imprese strategiche come l’ENI – che cura l’approvvigionamento energetico d’un paese come l’Italia che di risorse energetiche è drammaticamente privo – come Finmeccanica – azienda di rilievo internazionale nella produzione d’armamenti – e come le Poste – che nell’ultimo periodo hanno cominciato ad operare nella collezione del risparmio. Lo stesso Luca Cordero di Montezemolo (non certo sospettabile d’ostilità verso il liberalismo) in una recente intervista al “Corriere della Sera” ha auspicato la privatizzazione ma delle “industrie non strategiche”.

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