GS su, tutti gli altri giù

di Sergio Di Cori Modigliani

Non fatevi incantare: piangono lacrime di crisi quando in realtà, sottobanco, realizzano giganteschi profitti sulla pelle di noi tutti.

Sembra una notizia inventata da Maurizio Crozza, quando parla dei sogni di Flavio Briatore “al top” e invece è la realtà.

Ascoltando la radio (Gr2-rai) nella specifica sezione relativa allo stato dell’economia, alcuni esponenti della cupola mediatica davano notizie positive, sulla ripresa già iniziata, sul fatto che bisogna andare a guardare gli aspetti positivi del mercato perché la ripresa è già iniziata e finalmente si vede la luce in fondo al tunnel e tornano i profitti e la voglia di imprendere. Non solo. Oltre alla ripresa dell’economia c’è anche il rilancio dello sviluppo e dell’occupazione. Ma che bella notizia, mi sono detto.
Alla richiesta di un esempio specifico che potesse illuminarci sulla via di pensieri positivi, il cronista ha risposto citando almeno cinque aziende che a Milano stanno assumendo a pieno ritmo, con pimpante allegria dei lavoratori.
E’ vero.
Andando a controllare, però, si dà il caso che tali aziende risultino essere delle società finanziarie che appartengono alla multinazionale Goldman Sachs perché –è sempre il nostro baldo cronista rai a spiegarcelo- “come spiegava stamattina il collega Corrado Poggi su Il Sole 24 ore, sono stati resi noti i conti di Goldman Sachs e il risultato per il 2012 è stato davvero sorprendente, superiore a ogni migliore attesa: ben 53% superiore alle attese per un utile al netto delle tasse di quasi 10 miliardi di euro. Basti pensare che le azioni al 31 dicembre del 2011 valevano 1,84 $ e al 31 dicembre 2012, invece, toccavano i 5,60 $. Stanno assumendo e a Milano e in diversi centri della Lombardia apriranno nei prossimi sei mesi ben dieci nuovi uffici. E’ un segno dell’ottimismo che si sta diffondendo sui mercati”. Ma che meraviglia!
Grazie a queste notizie, le borse di tutto il mondo vanno in negativo.
Il cronista rai deve essere rimasto sorpreso, ma non pensiamo si sia interrogato sul perché il suo personale ottimismo non sia stato condiviso dai cosiddetti “mercati”. Da Tokyo a Londra, da Francoforte a Parigi, via Milano, la borsa capisce che la ripresa è molto lontana, e che a dettar legge sono sempre e soltanto loro: i colossi della finanza in guerra contro l’economia che produce merci, lavoro, occupazione, espansione.
Soltanto in Italia, Goldman Sachs (avvalendosi della trasversale consulenza di Corrado Passera, Mario Monti, Romano Prodi, Giuliano Amato ed Enrico Letta) ha realizzato nel 2012 un profitto netto di 2,2 miliardi di euro.
Tradotto vuol dire che per loro non c’è crisi, anzi. Va tutto benissimo e bisogna impedire a tutti i costi che si verifichi il benché minimo cambiamento.
Certo, ciò che la Rai non spiega (e neppure il Sole 24 ore) è che il prezzo da pagare per tali profitti corre su un binario parallelo; su una rotaia la finanza gongola, sull’altra rotaia l’economia che produce merci e servizi crolla.
Questa è la vera campagna elettorale.
Il resto sono chiacchiere.
Vista la proliferazione di simboli, gagliardetti e curiosi nomi delle liste civiche, ci aggiungiamo anche “distintivo” perché viene naturale la citazione dal film di Brian de Palma “Gli intoccabili” dove Al Capone urla a squarciagola all’ufficiale del FBI “sei solo chiacchiere e distintivo”. (ve lo ricordate? Erano Robert De Niro e Kevin Kostner).
E’ ciò che sono le nostre mummie.
Fingono un agone che non esiste, un’opposizione falsa, un antagonismo inesistente.
Berlusconi, Bersani, Monti, Casini, Fini sono “obbligati” a garantire ai colossi della finanza che, in un qualche modo, saranno in grado di fare un governo che seguiterà a produrre tali profitti.
Volete capire la vera posta in gioco in questa campagna elettorale?
Andate a leggere i dati sulla finanza operativa in Italia, e chi li garantisce nel nostro paese, e capirete come stanno le cose, conti alla mano.
Intervistato alla tivvù nipponica, ieri il presidente di Goldman Sachs ha dichiarato “il 2012 è stato l’anno migliore dal 1980, le cose si stanno mettendo davvero molto bene e siamo grandiosamente ottimisti per il 2013”. La borsa di Tokyo ha reagito con una flessione pari al -2,56%. Tradotto in linguaggio accessibile vuol dire che hanno in cantiere la prosecuzione di un rigore e di una austerità ancora più perfida e non hanno nessuna intenzione di fare nulla e hanno già un piano predisposto per far contrarre ancora di più l’economia; chi è quotato in borsa (come azienda che produce merci) lo sa, lo capisce e quindi tutti vendono e le borse vanno giù.
Sono chiacchiere e distintivo, tutto qui.
Siamo ormai arrivati al trionfo del paradosso: ci spiegano alla radio di stato che la crisi non esiste e che va tutto bene.
Pensateci e riflettete.
Non fatevi ingannare dalla facile demagogia elettorale: non mandate in parlamento i bastardi che rappresentano i giochi della finanza: vi svuoteranno le tasche. A sinistra ci penserà il PD, a destra il PDL e al centro l’Udc & co. Questa è la ragione per la quale Berlusconi sta facendo campagna per invitare a votare o lui o Bersani. E’ uguale.
Ecco, qui di seguito, il lancio sul sito online de Il Sole 24 ore ripreso dalla rai

Goldman Sachs: utili IV trim a 2,89 mld, ricavi a 9,24 mld (RCO)

Risultati migliori delle attese (Il Sole 24 Ore Radiocor) – Milano, 16 gen – Goldman Sachs ha riportato per il quarto trimestre del 2012 un utile netto pari a 2,89 miliardi di dollari, o 5,60 dollari ad azione contro 1,84 un anno fa, a fronte di un giro d’affari salito del 53% a 9,24 miliardi. I profitti per l’intero anno sono invece piu’ che raddoppiati a quota 7,3 miliardi. I risultati sono migliori delle attese degli analisti. Nel trimestre il giro d’affari delle attivita’ di investment banking e’ cresciuto del 64% mentre il totale degli asset sotto gestione e’ salito a quota 939 miliardi alla data del 31 dicembre. Il capitale Tier 1 e’ invece salito alla fine del trimestre a quota 16,7%, ben oltre i requisiti di Basilea
Le spese operative invece nel trimestre si sono attestate a quota 4,92 miliardi, mentre il numero dei dipendenti era di 32,400 unita’ a fine anno ma nel 2013 sono previste nuove assunzioni.
Corrado Poggi per Il Sole 24 Ore
c.poggi@ilsole24ore.com
No comment.

Chi vota i signori della finanza è un idiota, un masochista o un irresponsabile.

Sarebbe ora che la gente si desse una smossa e cominciasse a svegliarsi.

Non è vero nulla ciò che vi raccontano.

Ciò che vale per davvero sono le cifre e i conti fatti con il pallottoliere.

L’Italia è diventato un paradiso per i colossi della finanza e quindi gli squali ci si stanno buttando a pesce.

Dipende da noi evitarlo, quantomeno contenere la loro bulimìa.

Non votateli più.

Mandiamoli tutti a casa e non cadiamo nella trappola consueta di destra e sinistra, di fasci e falce e martello, di laici e credenti. E’ un teatro loro.

Se votate per Bersani o per Berlusconi o per Monti o per chiunque si appoggia a loro ed è un loro alleato, voi, consciamente o inconsciamente, state semplicemente aumentando la quantità di potenziali profitti della finanza sciacalla e strozzina.

Ma ci vuole davvero tanto a capirlo?

Più chiaro di così.

fonte: Libero Pensiero

Il sistema bancario ombra

di Ida Magli

Il missionario e giornalista P. Giulio Albanese ha inserito in un articolo del numero di Gennaio della sua rivista “Popoli e missione”, un’informazione tanto fondamentale quanto ignorata dalla stampa e che riportiamo qui sperando di aiutare in questo modo a divulgarla. Vorremmo anche che i nostri governanti, astutissimi banchieri che non trovano mai sufficiente la cosiddetta “trasparenza e tracciabilità” dei nostri miseri redditi, inseguendo con la forza di quella che ormai possiamo considerare la loro particolare Polizia, i militari della Finanza, ogni nostro scontrino, ogni più piccola ricevuta, ci spiegassero quali sono i “loro” interessi a mantenere nell’ombra queste operazioni. Dei nostri politici è inutile tenere conto: una volta ridotto il Parlamento alla farsa del dire “sì” ai banchieri, sono diventati come le famose scimmiette che non vedono, non sentono, non parlano, impegnati esclusivamente nella salvaguardia della propria carriera.

“Si tratta di un importante studio sul “sistema bancario ombra”, lo shadow banking mondiale, pubblicato dal Financial Stability Board (Fsb), l’istituto internazionale di coordinamento dei governi, delle banche centrali e degli organi di controllo per la stabilità finanziaria a livello globale. Leggendo attentamente questo testo, si scopre che qualcosa di aberrante è all’origine della crisi finanziaria planetaria. Lo studio, incentrato sulla cosiddetta eurozona e su altri 25 Paesi, evidenzia infatti che a fine 2011 ben 67mila miliardi di dollari erano gestiti da una “finanza parallela”, al di fuori, quindi, dei controlli e delle regole bancarie vigenti; una cifra che equivale al 111% del Pil mondiale ed è pari alla metà delle attività bancarie globali e a circa un quarto dell’intero sistema finanziario.

Leggendo questo studio si ha l’impressione d’essere al cospetto di un movimento sovversivo che specula impunemente ai danni degli Stati sovrani e soprattutto dei ceti meno abbienti. In altre parole, se da una parte ci sono i conti correnti con i risparmi dei cittadini e delle imprese, dall’altra abbiamo questo sistema bancario occulto, composto da tutte le transazioni finanziarie fatte fuori dalle regolari operazioni bancarie.

Come spiegato in più circostanze su questa rivista dal 2008, in coincidenza col fallimento della Lehman Brothers e dall’inizio della crisi sistemica dei mercati, si tratta di operazioni fatte da differenti intermediari finanziari, come certi operatori specializzati nel collocamento dei “derivati”, quei prodotti finanziari che, in larga misura, hanno inquinato i mercati. Tutte attività, queste, rigorosamente over the counter (otc), cioè stipulate fuori dai mercati borsistici e spesso tenute anche fuori dai bilanci. Alcuni autorevoli economisti ritengono che il “sistema ombra” sia spesso un’emanazione delle grandi banche internazionali che hanno interesse ad aggirare le regole e i controlli cui sono sottoposte.”

Naturalmente nulla di tutto ciò è nuovo: se ne è parlato in libri e articoli (vedi “La Dittatura europea”) già diversi anni fa e discusso abbondantemente in molti siti internet, incluso il nostro, ma come è successo sempre per quanto riguarda l’Unione europea e la moneta unica, politici e governanti ignorano qualsiasi domanda, passano sopra con dittatoriale indifferenza alle richieste e ai bisogni dei sudditi, intenti esclusivamente a condurre in porto il proprio progetto di potere: l’unificazione del mondo governato dai banchieri. Non ha nessuna importanza il fallimento evidente di tante delle loro imprese, inclusa quella dell’euro, visto che se ne sono arricchiti in denaro e in potere, togliendoli ai cittadini. La bilancia, infatti, è proprio questa: tanto hanno perso in sovranità e in denaro i cittadini d’Europa, tanto hanno acquistato in potere e in denaro i banchieri. Come abbiamo già detto, i politici non contano: sono esclusivamente al servizio dei banchieri, forse perché altrimenti perderebbero pure le apparenze del potere e le connesse prebende di cui ancora godono.

Lo spettacolo che le migliaia di pirati all’arrembaggio hanno offerto ai nostri occhi in questi giorni per candidarsi alle prossime elezioni, per appropriarsi, come affamate cavallette, degli ultimi resti del corpo dilapidato dell’Italia, ha dato la misura di una involuzione ormai irreversibile. Nessuno ha minimamente messo in dubbio che si debba dipendere dai banchieri, dall’alta finanza che governa l’Europa. Nessuno ha detto che, senza la sovranità monetaria, è impossibile ricominciare ad avere un vero mercato e salvare qualche briciola dalla competizione con gli Stati emergenti. Nessuno ha parlato della fine degli Stati nazionali e della loro indipendenza. Addirittura si è deciso di partecipare ad una guerra (quella in Mali) senza discuterne in Parlamento. Nessuno ha preso in considerazione, in un’Europa che si vanta della propria civiltà, la criminalità di strutture di governo che dominano i sudditi attraverso il denaro, attraverso il fisco, assurto ad unico “valore”. Non parliamo dei “cattolici” visto che si vantano di esserlo anche molti dei governanti banchieri, pur calpestando il Vangelo ad ogni passo. Parliamo, però, della gerarchia della Chiesa la quale non ha mai condannato l’unificazione europea, pur voluta dall’alta finanza e guidata dai banchieri, e non ha neanche mai condannato i governanti banchieri che attraverso il fisco hanno spinto i sudditi alla disperazione fino al suicidio. Ma soprattutto parliamo della gerarchia della Chiesa che adopera essa stessa il linguaggio del mercato laddove parla di valori “non negoziabili”. Formula atroce che fa rabbrividire chi sa che nel Vangelo non esiste nessun valore “non negoziabile” perché soltanto di una specie di peccatori Gesù ha detto che “non entreranno nel regno dei cieli”: i ricchi.

Fonte: Italiani Liberi

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SHADOW BANKING – IL SISTEMA BANCARIO OMBRA

I RISCHI DEL SISTEMA BANCARIO OMBRA

I padroni del mercato

di Alessio Mannino

Ce lo chiedono i mercati. Bisogna rassicurare i mercati. Come reagiranno i mercati. Prima era la crescita economica, da qualche anno a questa parte l’impostura si è tolta la maschera: è la finanza internazionale a dettare i compiti alla politica. Chi diavolo siano i mercati, però, è una questione lasciata regolarmente sul vago.

Tanto per cominciare, bisogna aver chiara la sproporzione apocalittica fra l’ammontare di ricchezza reale, prodotta con l’agricoltura, l’industria, i servizi, cioè mediante il lavoro, e il quantitativo generato dalle transazioni finanziarie. Prendendo come misura di riferimento il valore (fallace ma comunemente accettato) del Prodotto Interno Lordo, quello del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, mentre il Pil della finanza è stato di 611 mila miliardi: otto volte superiore.

Un’abnorme massa di denaro che gira vorticosamente da un angolo all’altro del pianeta, virtuale perché creata a prescindere dall’economia produttiva. Manovrata da potenze finanziarie di gran lunga più forti di qualunque Stato che hanno un nome e cognome.

Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, sono cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie), cioè J.P Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa, e cinque istituti di credito, ovvero Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas. Nel 2011 queste dieci banche hanno conquistato il 90% del totale dei titoli derivati, che ancor oggi costituiscono la fetta più grossa dell’intero mercato della finanza globale. Per venire all’Italia, il debito pubblico è posseduto all’87% da banche più assicurazioni, formando insieme il gruppo dei cosiddetti investitori istituzionali, più noti come speculatori. Per l’esattezza, ad essere in mano estera è il 60% dei titoli italiani. Scrive l’economista Fumagalli: «i mercati finanziari non sono qualcosa di etereo e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia: lungi dall’essere concorrenziali… essi si confermano come fortemente concentrati e oligopolistici: una piramide, che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70% dei flussi finanziari globali e,  alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva».

Lassù, nell’empireo della razza eletta, un club di professionisti della speculazione gestisce il mondo con l’unico fine di moltiplicare i propri profitti, e qua giù il risparmio, i soldi delle famiglie, li segue come un gregge di buoi.

In quali modi specifici, nessuno saprebbe dirlo. «Chi sta dietro la maggioranza degli hedge fund e dei private equity? Che bilanci hanno? Zero notizie. E i fondi sovrani? Muovono migliaia di miliardi, ma solo quello norvegese dice come. I derivati, un multiplo del Pil mondiale, restano un mistero gaudioso, officiato da banche ombra controllate dall’oligopolio bancario americano più Deutsche Bank» (Massimo Mucchetti, Corriere della Sera, “Il sistema Tyson e le democrazie”, 11 settembre 2011). Federico Rampini, in un articolo rimasto famoso (“Wall Street, le cene del ‘club dei derivati’. Così i banchieri decidono la speculazione”, La Repubblica, 13 dicembre 2010), ne parla come di «una vera e propria “cupola” di grandi banchieri»: questa volta sono nove rappresentanti di altrettante banche, l’élite della prima Borsa del mondo, che controllano in modo esclusivo il commercio dei titoli “tossici”, i derivati, in gergo CDS (Credit Default Swaps). Sono in buona parte gli stessi che abbiamo già elencato: Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan, Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank, Barclays, Ubs, Credit Suisse. Secondo il New York Times, ogni terzo mercoledì del mese questi signori si incontrano a Manhattan per concordare le mosse e dirigere dall’alto, e in segreto, il mercato dei junk bonds, la spazzatura finanziaria. La fonte è, anche qui, ufficiale: un’inchiesta della Commodity Futures Trading Commission, organo di vigilanza federale degli Stati Uniti.

Uno studio dell’Istituto Svizzero di Tecnologia pubblicato sulla rivista scientifica New Scientist ha scoperto che mettendo ai raggi X il groviglio di partecipazioni incrociate nella proprietà di tutte le 43.060 multinazionali presenti al mondo (su un database di 37 milioni di società, l’Orbis, risalente al 2007), è possibile enucleare un gruppo privilegiato di 1.318 investitori che detiene il 60% dell’economia reale mondiale, mobiliare e manifatturiera. Districandosi nei meandri degli assetti proprietari, i ricercatori hanno individuato un gruppo ancora più ristretto di nomi ancora più legati fra loro. In breve, il risultato finale vede 147 soggetti controllare il 40% della ricchezza industriale del pianeta. Meno dell’1% è a capo dell’intero intreccio. È composto per la maggior parte, guarda caso, da banche e fondi d’investimento. Gli stessi di sempre: Barclays, JP Morgan Chase, Ubs, Merryl Lynch, Deutsche Bank, Credit Suisse, Goldman Sachs, Bank of America, Unicredit, Bnp Paribas. I nodi che tengono avvinte questa super-entità in una specie di consiglio supremo della finanza non deve far pensare a un vertice che decide e procede all’unisono. Gli autori della ricerca ipotizzano con ogni verosimiglianza che un tale numero, 147, è ancora troppo elevato per concludere che sia operante una collusione scientifica. Non è dimostrabile, insomma, che agiscano di concerto, ingegnando complotti in sistematica concordia. E’ certamente più probabile che si considerino portatori di interessi comuni e facciano cartello quando risulti utile per aumentare i profitti o ci si debba difendere da tentativi di attaccarne la posizione di dominio (eventuali colpi di coda della politica o di qualche popolazione recalcitrante a farsi colonizzare), ma per il resto è realistico immaginare che si sfidino sul mercato. «La realtà è talmente complessa che dobbiamo rifuggire i dogmi, sia che si tratti di teorie cospirazioniste o di libero mercato», ha affermato uno degli scienziati, James Glattfelder. «La nostra analisi è basata sulla realtà».

L’anonima sequestri finanziaria, come si vede, non è per niente anonima.

fonte: Asso di Picche

Con la scusa del debito

di Angelo Casella

Nessuno sa di cosa si tratta, nonostante che l’AGCS, ovvero l’Accord General sur le Commerce des Services, abbia (e ancor più avrà in futuro) una devastante influenza sulla nostra società. Ma nessun mezzo di informazione ne ha mai dato notizia.

Parliamo di un Trattato concluso nell’ambito WTO, e cui hanno aderito gli Stati europei, con il quale si intende imporre lo smantellamento dei servizi pubblici. Ovvero (Art.19): “il progressivo incremento della liberalizzazione del commercio dei servizi”.

Utile, ad ogni buon fine, premettere i contorni del concetto di servizio pubblico.

Può tale definirsi quella attività pubblica che intende fronteggiare sia le esigenze che deve affrontare l’individuo a causa dell’esistenza della società, sia in generale quanto attiene alla sua coesione ed al suo progresso. Un concetto che si incrocia quindi con quello di interesse pubblico.

Facciamo qualche esempio. I membri di una collettività sono funzionalmente interconnessi. La loro immersione in un gruppo determina una serie di costrizioni, di limitazioni alla propria libertà di azione. Per cui, del caso, non potranno costruirsi una abitazione come se fossero gli unici abitanti del territorio, non sarà loro possibile derivare l’acqua dalla sorgente o dal fiume vicino, non potranno liberamente cacciare o raccogliere frutti, ovvero tenere sotto casa gli animali utili per cibo, trasporto o lavoro. Non potranno neppure gettare i rifiuti dove è più comodo, né scaldarsi o cucinare con fuochi improvvisati, e così via.

In sostanza, l’esistenza della collettività, comporta l’adozione di determinate regole e limiti su determinate attività che interferiscono o coinvolgono la coesistenza e che, di conseguenza, debbono essere svolte sotto regole comuni, in funzione del bene comune. Ed è per questo motivo che se ne occupa essa medesima. Dando vita ai servizi pubblici.

Consegnare ai privati questi ultimi, cioè trasformarli in occasione di lucro, è innanzitutto moralmente inammissibile, perché non si può consentire ad alcuno di fare cassa sui bisogni insopprimibili della collettività. Inoltre, nel momento in cui si concede un servizio ad un privato, si carica il cittadino, oltre che del costo di esso, anche del profitto del privato.

Ma, è sopratutto da osservare che il servizio pubblico è ispirato al criterio oggettivo della potenziale fruizione da parte di tutti (gli isolani di Marettimo hanno diritto anche loro ad un presidio sanitario). Il privato segue invece il criterio opposto: fornire il servizio a chi può pagarlo ed al maggior prezzo possibile. E ciò demolisce il principio di base del servizio: la proiezione di eguaglianza fra i cittadini. Senza poi dimenticare quanto è successo in tutto il mondo in caso di privatizzazione: crollo della qualità e innalzamento dei costi.

Contrariamente a quanto qualcuno afferma, l’interesse generale non è mai meglio tutelato in mano ai privati. Il servizio pubblico svolge poi anche una irrinunciabile funzione redistributiva, che rinsalda la solidarietà e guida all’eguaglianza delle opportunità.

Circa i contenuti, con il termine servizi si intendono tutte le funzioni di interesse generale. Ovvero: salute, educazione, protezione dell’ambiente, trasporti e telecomunicazioni, energia, acqua. Attività del tutto irrinunciabili per una società che voglia rimanere tale.

Nell’obbiettivo privatizzante dell’AGCS, sono ricompresi tutti i servizi che sono forniti dallo Stato, ad eccezione di: difesa, giustizia, amministrazione centrale e locale (che, evidentemente, non possono essere monetizzati). Ne vengono elencati ben 160, dalla educazione, ai parchi naturali, alla gestione dell’acqua (che 27 milioni di italiani hanno deciso debba restare pubblica, ma che il governo tenta in ogni modo di privatizzare egualmente).

L’approccio prescelto prevede un intervento di graduale privatizzazione e di progressiva eliminazione delle norme, nazionali e locali, che eventualmente la ostacolano in considerazione di specificità locali. Questa gradualità darwiniana ha lo scopo di conferire all’azione la minore evidenza possibile onde evitare prevedibili reazioni.

In effetti, si tratta di un piano di lungo termine. In previsione delle modifiche di fondo dell’economia mondiale, (dettate dall’esaurimento delle risorse naturali, dalle incomprimibile esigenze ambientali, ecc.), che imporranno un rallentamento della produzione industriale ed un ridimensionamento dell’economia dei consumi, si è studiato di spostare i capitali sull’area dei servizi pubblici, che possono far conto su una domanda per sua natura stabile e su una totale autonomia dai cicli economici.

Non c’è una vera urgenza, quindi, basta centrare l’obbiettivo a distanza, con la complicità del potere politico.

Ogni Stato viene obbligato dal trattato a fornire al WTO – ogni anno – un rapporto dettagliato sui passi compiuti per realizzare questa generalizzata privatizzazione.

L’abolizione delle normative considerate “ostacoli non necessari al Commercio dei servizi”, comprende anche la delicata normativa che definisce le qualifiche professionali, la sicurezza sul lavoro, le tariffe preferenziali per soggetti in stato di necessità, il salario minimo garantito.

Gli Stati sono contestualmente tenuti a consentire l’insediamento sul loro territorio di fornitori esteri di servizi (acqua, luce, gas, ecc.) e debbono nel contempo eliminare a quelli interni qualsiasi aiuto, sovvenzione o facilitazione che possa alterare la libera concorrenza.

Questo insieme di vincoli crea una impostazione strutturale sovraordinata al sistema che mette palesemente la parola fine alla libera scelta democratica in nome dell’ossequio all’investitore e toglie al popolo il diritto elementare di adottare (o cambiare) orientamenti specifici. Cioè vieta ad una collettività di regolarsi come meglio ritiene in ordine alla soluzione dei suoi problemi.

Si tratta di un super-vincolo (giuridicamente non configurabile) sulla volontà futura di un popolo, vietandone l’autodeterminazione (!!).

E’ stato anche studiato un meccanismo costrittivo che renda questi vincoli del tutto “irreversibili” (così: D. Hartridge, dirigente del WTO).

L’art. 21 del trattato prevede infatti che qualora uno Stato avesse un ripensamento, e non intendesse ulteriormente procedere sulla strada delle privatizzazioni, tutti gli altri Stati che si ritenessero danneggiati, avranno il diritto di chiedere delle compensazioni finanziarie, che verranno determinate da uno organo dello stesso WTO.

Tutto ciò appare paradossale e perfino ridicolo, ma nessun governo ha mai sollevato obbiezioni di qualunque natura ed anzi tutti hanno entusiasticamente aderito.

Addirittura da rilevare che, mentre le determinazioni circa l’attuazione completa del trattato sono ancora in fase di elaborazione, i governi europei hanno superato tutti nella corsa all’abiezione, stabilendo – di comune accordo (ma senza darne notizia all’opinione pubblica…) – che “la protezione dell’interesse collettivoverrà esclusa dagli obbiettivi che il trattato non deve danneggiare (!!). Ciò che significa, tra l’altro, ammettere che l’ “Europa” è portatrice – in primo luogo – di interessi particolari.

Oltre l’austerità

“Oltre l’austerità” è in primo luogo un libro di denuncia delle politiche folli che in Europa e in Italia porteranno inevitabilmente – e in proporzioni sconosciute da generazioni – ad alti livelli di disoccupazione, crollo degli standard di consumo e dei servizi sociali e degrado delle nostre comunità. E’ un passato che tristemente ritorna. Chi porti la responsabilità politica di questo, se la Merkel, o Monti (e con lui le forze che lo sostengono), oppure ancora i gruppi dirigenti della sinistra radicale europea, in gran parte superficiali e disinteressati ai temi reali, non è nostro compito dire. Così come non vogliamo giudicare quante responsabilità per essere giunti a questo punto vadano attribuite agli ignominiosi governi Berlusconi, oppure ai governi ulivisti di centrosinistra, che dell’unificazione monetaria europea hanno fatto la propria bandiera subordinando a essa gli obiettivi della piena occupazione e di una più equa distribuzione del reddito e aprendo così la strada al ciclico ritorno del Cavaliere.

Il nostro proposito è stato di smentire le sciocchezze in nome delle quali si chiedono sacrifici, in particolare che spesa e debiti pubblici siano causa ultima della crisi, e di mostrare come questi sacrifici a nulla porteranno tranne che a un avvitamento verso il basso della crisi in una spirale di cui non si vede la fine. Interessi nazionali, voglia di farla finita con sindacati e stato sociale, una totale assenza di lungimiranza politica e anche tanta ignoranza spiegano tutto questo.

Non il processo d’integrazione politica ed economica europeo viene messo sotto accusa nel libro – anzi riteniamo che il volume sia profondamente europeista – bensì il processo di unificazione monetaria. Quest’ultimo è stato progettato e si è dispiegato male. Ma non casualmente. Da parte dei governi italiani esso è stato interpretato come strumento di disciplina sindacale e sociale. In questo gioco i tedeschi hanno vinto, e noi abbiamo perso. Ora la crisi costituisce una nuova e più ghiotta occasione per perseguire il medesimo obiettivo.

Il volume nasce da un anno d’incontri, ma il gruppo non ha mai ritenuto che esso dovesse avere una tesi precostituita. Al di là di alcune differenziazioni, tuttavia, la pura disanima degli scenari che il paese ha davanti ha fatto prevalere in molti contributi l’idea che in questa unione monetaria non c’è spazio per il nostro paese, pena il suo rapido e drammatico degrado. Non è peraltro affatto escluso che l’euro non crolli da solo. Gli autori disegnano e auspicano altre soluzioni, del tutto possibili, che potrebbero garantire crescita, occupazione e sviluppo ecologicamente sostenibile all’Europa, contribuendo alla stabilità dell’economia globale. Ci pare tuttavia inutile accarezzare disegni che non hanno alcuna possibilità di prevalere. Serve più coraggio per guardare le cose come stanno. Questa è la nostra denuncia. Domandiamo alle forze politiche della sinistra quali altri sacrifici ritengono il paese debba inutilmente affrontare prima di assumersi le proprie responsabilità davanti alla realtà.

Il grosso degli autori gode di solida notorietà nella comunità internazionale degli economisti eterodossi. La sintesi dei loro contributi è nell’introduzione. E’ stata un’esperienza per noi importante, in un paese in cui non solo la sinistra è disinteressata a un lavoro intellettuale di lunga lena, ma nel quale anche il dibattito accademico si è impoverito con la progressiva formazione strettamente neoclassica delle giovani generazioni di economisti e la scomparsa di scena di grandi studiosi come Paolo Sylos Labini o Federico Caffè.

Il nostro lavoro continuerà in autunno perché tante sono le questioni su cui, riteniamo, vi sia da far luce con riguardo sia al recente passato che, in questa luce, alle prospettive. Al grande maestro di molti di noi scomparso lo scorso novembre, Pierangelo Garegnani – l’allievo prediletto di Piero Sraffa – abbiamo dedicato il volume proprio per ricordare come solo dall’associazione, che egli suggeriva, di una solida ricerca teorica con un’attenta analisi empirica, economica e storico-politica, entrambe motivate da un forte senso d’impegno civile, possano scaturire risultati solidi e duraturi. Speriamo che questo volume e il nostro lavoro futuro, possa costituire strumento di studio e di agitazione politica per un popolo di sinistra desideroso di opporsi al preoccupante corso degli eventi. Esso è anche dedicato ai nostri figli e a tutti i giovani.

L’INDICE DEL VOLUME

Introduzione – S. Cesaratto e M. Pivetti

1. Le politiche economiche dell’austerità
L’austerità, gli interessi nazionali e la rimozione dello Stato – M. Pivetti
Molto rigore per nulla – G. De Vivo

2. La crisi europea come crisi di bilancia dei pagamenti e il ruolo della Germania
Il vecchio e il nuovo della crisi europea – S. Cesaratto
Le aporie del più Europa – A. Bagnai
Deutschland, Deutschland…Über Alles – M. d’Angelillo e L. Paggi

3. Austerità, BCE e il peggioramento dei conti pubblici
Sulla natura e sugli effetti del debito pubblico – R. Ciccone
La crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave? – G. Zezza
Le illusioni del Keynesismo antistatalista – A. Barba
La crisi economica e il ruolo della BCE – V. Maffeo

4. Austerità, salari e stato sociale
Quale spesa pubblica – A. Palumbo
Crescita e “riforma” del mercato del lavoro – A. Stirati
Politiche recessive e servizi universali: il caso della sanità – S. Gabriele
Spread: l’educazione dei greci – M. De Leo

5. Oltre l’euro dell’austerità
Un passo indietro? L’euro e la crisi del debito – S. Levrero
Una breve nota sul programma di F. Hollande e la sinistra francese – M. Lucii e F. Roà

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Un popolo di tifosi in mutande

di Marco Cedolin

Senza dubbio quella del prossimo febbraio sarà la consultazione elettorale in assoluto più inutile e farsesca di tutta la storia della Repubblica. Una competizione fra partiti depotenziati, privi di ogni programma, che già prima del voto si sono impegnati (essendo stato loro ordinato) a seguire pedissequamente qualsiasi dettame imposto dalla BCE, senza alcuno spazio di autonomia rispetto ai diktat europei. Unitamente ad alcune liste “alternative” che in varia misura affrontano qualcuno dei problemi ferali che attanagliano il paese, senza però mostrare l’intenzione di risalire alla radice degli stessi.
Logica vorrebbe che una campagna elettorale di questo genere si svolgesse in un clima permeato dal disinteresse e dallo scetticismo, nei confronti di una commedia stantia che non diverte più nessuno.
Ma la logica purtroppo di questi tempi è merce rara, di quella sconosciuta ai più, e gli italiani mai come questa volta sembrano avere dismesso ogni anelito d’intelligenza per vestire la casacca del tifoso che urla e strepita per la squadra del cuore….

 

In un battito di ciglia tutti i problemi reali che rovinano la vita dei cittadini e precludono qualsiasi prospettiva di futuro, sembrano essere spariti come per incanto, fagocitati dal tifo ancestrale per il partito del cuore. Destra e sinistra, Berlusconi e Santoro, antifascismo e anticomunismo d’accatto, sembrano tornati a farla da padrone, con milioni di persone pronte a scannarsi (fortunatamente il più delle volte virtualmente) per un confronto in TV, una frase di Berlusconi, di Bersani o perfino di Grillo. Milioni di occhi incollati ai teleschermi, dove si discute del nulla assoluto, ma si finge di litigare aspramente per adescare la massa dei tifosi, incantati dalla musica dei pifferai. Milioni di persone che resuscitano il tifo sopito, entusiasmandosi nel riscoprirsi di destra o di sinistra, com tutto il corollario di miti e demoni maldestramente rappresentato dal politico di turno in TV. Milioni di contese che spaziano dai social network alle mailing list dei movimenti, imperniate sul nulla cosmico della “curva” di appartenza.

Il tutto mentre il Titanic Italia cola sempre più a fondo, con la benedizione dei futuri naufraghi impegnati a scazzottarsi fra loro, perché il vero problema non è tanto la prospettiva di affogare, quanto il dramma di poter defungere a destra, desiderando di crepare a sinistra o viceversa.

fonte: Il Corrosivo

Matrix

di Enrico Carotenuto

Per un attimo, guardando Monti che parlava, ho avuto la sensazione di trovarmi in una scena di Matrix. No, non la trasmissione di Mentana, piuttosto il film con Keanu Reeves.

Avete presente la scena in cui Morpheus, per far comprendere a Neo di trovarsi in realtá in un mondo simulato, gli chiede:”Credi che sia aria, quella che respiri?”

In questa realtà simulata c’era questo impiegato di banca che giurava di non fare il politico, ma dettava le regole ai partiti, dicendo che saranno selezionati solo quelli che faranno come dice lui. Si lamentava delle tasse. Lui, l’uomo che in un anno ha praticamente dimezzato il reddito disponibile della classe media. Quello dei miliardi alle banche, degli F35, della TAV a tutti i costi, dei tagli a scuola e sanitá.

Li per li mi sono arrabbiato, con Monti, con Sky, col giornalista che non gli si è messo a ridere in faccia, quando diceva che l’IMU non va bene, e che non era colpa sua. Ma poi ho capito che il problema non era Monti, non era Sky, e nemmeno il giornalista, o presunto tale.

Il problema ero io!

Mi sono reso conto che una parte di me, e molti come me, nonostante gli anticorpi di vent’anni di Berlusconi, stava guardando l’intervista volendo credere che fosse vera, fatta da un vero giornalista ad un vero politico, con vere domande, su una tv indipendente.

Avevo un desiderio inconscio di ascoltare qualcosa che mi rassicurasse, che mi dicesse che la “matrix” che ci vogliono far bere, in fondo è la vera realtá.

Sono io che sbagliavo, a pensare che ci doveva essere per forza qualcosa di democratico in quella scena, nelle politiche scellerate di quell’uomo, nell’ammirazione del giornalista.

Ma non era aria quella che stavo respirando.

Quando ho realizzato che il problema ero io, la rabbia è svanita.

Anzi sono stato grato a Monti per quella messa in scena. Mi ha aiutato a svegliarmi un altro po’. E sono sicuro che ha avuto lo stesso effetto su molti altri spettatori.

Sicuramente una minoranza ancora piccola. Ma grazie a lui, da ieri, un po’ più grande.

fonte: CoscienzE in Rete