Deus quos vult perdere amentat

Fra qualche centinaio d’anni gli storici, se ci saranno ancora, s’interrogheranno sulle cause che hanno spinto l’Occidente ad abbandonare qualunque attività economica in grado di produrre qualcosa per darsi al gioco d’azzardo. Forse ci sarà bisogno anche di qualche specialista per analizzare la follia collettiva che spinge ad ignorare il catastrofico fallimento di un modello che doveva portare inimmaginabili ricchezza al pianeta e che invece lo sta precipitando nella carestia globale. E se le rivolte del pane non sono il segnale del fallimento di un sistema economico, allora cosa lo è?

Non è così per giornalisti, analisti e sacerdoti della globalizzazione che, non solo rispondono alla crisi alimentare con il business as usual, ma vedono profilarsi all’orizzonte l’ennesima occasione di profitto per quel capitalismo dei disastri così ben descritto da Naomi Klein. Già si riscaldano i motori del circo mediatico che accompagnerà l’ennesimo Live Aid – manna per le major dell’intrattenimento – cui seguiranno gli ennesimi stanziamenti di aiuti d’emergenza a base di semi più o meno geneticamente modificati ma comunque sempre ad alto impatto ambientale che finalmente apriranno alle corporation anche i mercati più poveri. Del resto è ben noto l’effetto devastante degli aiuti alimentari se non vengono impiegati per motivi strettamente emergenziali: nel peggiore dei casi provocano la creazione di un mercato parallelo basato sul contrabbando delle donazioni, nel migliore centinaia di migliaia di contadini rovinati dall’arrivo dei prodotti alimentari gratuiti si metteranno nel giro di qualche mese a fare la fila per un pasto, invece di guadagnarlo dignitosamente con il proprio lavoro.

Quello che bisognerebbe fare – non fra un mese o fra una settimana ma domani – è bloccare immediatamente “le azioni” delle materie prime alimentari (i cosiddetti future) per eccesso di rialzo, perché ciò che sta succedendo è proprio questo: i capitali speculativi in fuga dai mutui americani si sono riversati sulle materie prime alimentari per continuare indisturbati il loro gioco speculativo, un gioco che, grazie ai teorici del mercato globale, ha finito per colpire i consumatori più poveri senza beneficiare i produttori. Ai quali, da più di dieci anni, viene promesso che l’effetto perverso dell’entrata nel mercato globale – ovvero il crollo dei prezzi determinato dalla competizione al ribasso – sarebbe stato di breve durata e che i prezzi sarebbero risaliti. Peccato che, quando ciò accade, non c’è più nessuno che possa goderne i frutti a parte le grandi corporation della distribuzione, come da anni segnalano i sindacati contadini e le organizzazioni agricole del pianeta. Perché tutte – ma proprio tutte – le misure imposte dai fautori della globalizzazione si sono rivelate sbagliate: l’abbandono delle coltivazioni di sussistenza e dei prodotti tradizionali che affiancavano quelli importati nei mercati locali; la rinuncia a ogni strumento di controllo dei prezzi o almeno delle scorte alimentari che tradizionalmente vengono messe da parte per affrontare le annate cattive e che invece sono state allegramente messe sul mercato; la rinuncia alle entrate determinate dalle tariffe doganali che sono state ridotte o eliminate per aprire i mercati; la scelta di destinare grandi piantagioni al nutrimento degli animali per fornire al Nord del mondo la dieta a base di carne che uccide i cittadini occidentali; l’adozione acritica di un modello agricolo fondato sullo sfruttamento intensivo che lascia i terreni impoveriti e i contadini indebitati – per comprare pesticidi e fertilizzanti che, anno dopo anno, funzionano sempre meno. Se a tutto ciò si aggiunge la crisi climatica e la perdita di terreni agricoli dovuta alla desertificazione, ecco che il quadro si fa completo.

Che questo modello fosse in crisi lo segnalavano in parecchi. Molti meno sono stati quelli che non hanno abboccato alla trappola dei biocombustibili o che si sono posti il problema del picco petrolifero. Chi scrive è fra quei pochi eppure, pur conoscendo i rischi di sottovalutare il problema dell’esaurimento del petrolio o la pazzia di destinare terra agricola per fabbricare un suo sostituto, sono convinta che la causa della crisi alimentare non è l’aumento del costo dei trasporti e nemmeno la distruzione delle foreste tropicali – che per fare olio combustibile ha provocato un boom delle emissioni di gas serra. Troppo rapido, questo aumento dei prezzi, e totalmente scollegato dai ritmi dei raccolti e delle semine. Come ha scritto Roberto Capezzoli sul Sole 24 ore di qualche giorno fa: «Il flusso di denaro che proviene dagli hedge fund è tale da sommergere e alterare, per periodi più o meno lunghi, le tendenze tradizionalmente legate al clima, alle dimensioni dei raccolti e alla propensione al consumo». E’ infatti la speculazione alla borsa di Chicago, quella dove si scambiano i future sul riso, che ieri ha fatto schizzare il prezzo a 22,17 dollari per 100 libbre appena l’Indonesia ha annunciato che avrebbe sospeso le esportazioni. Ed è sempre la borsa di Chicago che proietta alle stelle il prezzo del grano dopo un analogo annuncio proveniente da Kazakhstan, Russia, Ucraina e Argentina, paesi che, da soli, coprono un terzo del mercato globale. E’ noto infatti che la fuga verso il protezionismo spaventa i mercati molto più della fame.

Ma se davvero si vuole salvare la faccia alla globalizzazione bisogna almeno mostrare che i furbetti di Chicago hanno per il cibo lo stesso rispetto che hanno per le società quotate in borsa, interrompendo subito le contrattazioni su questi titoli, quando ancora il settore non è così compromesso con la speculazione finanziaria come quello petrolifero. Solo così si possono convincere i paesi produttori a non barricarsi dietro le proprie frontiere e solo così si può prendere tempo per ripensare un modello agricolo che era già fallimentare prima di venire aggredito dal gioco d’azzardo. Al contrario, oltre al busines as usual, si assiste a una speculazione sulla speculazione: la crisi alimentare viene usata proprio per abbattere gli ultimi ostacoli che si opponevano all’avanzata della globalizzazione.

Come definire altrimenti l’annuncio reso ieri al Financial Times da una grande compagnia alimentare giapponese, la Nihon Shokuhin Kako, che confessava di essere stata costretta a comperare mais geneticamente modificato? Il fronte anti-ogm, fortissimo in Giappone, rischia di franare sotto il peso dei prezzi esattamente come rischiano di venire spazzati via tutti i discorsi sull’agricoltura sostenibile. Come leggere altrimenti le dichiarazioni del direttore generale della Fao su di una grande iniziativa per la prossima semina africana? Djouf propone una distribuzione massiccia di fertilizzante e di semi ai piccoli produttori per rilanciare lo sviluppo approfittando dei prezzi alti ma, così facendo, dà un colpo di spugna a tutti i discorsi sulla riduzione dell’impatto della chimica e sull’importanza del sistema tradizionale di selezione e scambio dei semi. Per non parlare poi delle riflessioni sull’importanza dei piccoli agricoltori sganciati dal mercato internazionale che, in un continente come l’Africa, sono ancora quelli che nutrono la maggior parte della popolazione. Inondare alcune zone di prodotti chimici e di semi ad alta resa – su cui pagare le royalties – non sembra il modo migliore per garantire la sicurezza alimentare dei poveri urbanizzati, ma è di sicuro il modo per cancellare definitivamente dai mercati locali i contadini rurali.

Sabina Morandi

Fonte: http://www.liberazione.it

17.04.08

Vi prego di guardare la data del post e di considerare se qualche candidato presente in una qualsiasi lista abbia tenuto conto nel suo programma di queste indicazioni.

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