Via dall’Italia!

di Loretta Napoleoni

Si salvi chi può, ecco il motto degli imprenditori italiani travolti dalla deindustrializzazione. In Eurolandia solo la Finlandia condivide questo triste destino. I motivi, secondo la Commissione europea, sono legati all’aumento del salario lordo ed alla bassa competitività del Made in Italy. Ma pesa anche il costo energetico (il più alto dell’Unione insieme a Cipro), l’eccessiva burocrazia e il basso livello d’investimenti nella ricerca e nello sviluppo. Ecco spiegato perché dal 2007 ad oggi la produzione industriale italiana è crollata del 20 per cento.

Di fronte alla nave che affonda chi sa nuotare si getta in acqua per raggiungere la terra ferma. È quello che hanno cercato di fare le 682 imprese che hanno risposto all’invito del sindaco di Chiasso, per partecipare a un incontro sulla possibilità di trasferirsi in Svizzera. Ne sono state selezionate per l’incontro 168.Tutto ciò succede nella stessa settimana in cui due colossi italiani Telecom ed Alitalia, e presto anche sezioni di Finmeccanica, vengono svenduti sul mercato internazionale ai partner-concorrenti stranieri, rispettivamente Telefonica ed Air France-Klm. Partner che esercitano opzioni loro concesse anni fa dal management italiano. Queste sono le ultime di una lunga lista di imprese prestigiose – dalla Ducati alla Plasmon fino alla Fiat, ormai trasferitesi negli Stati Uniti – a diventare di proprietà straniera.

Viene spontaneo chiedersi se le piccole e medie imprese italiane varcano il confine per paura di finire anche loro fagocitate dai concorrenti stranieri. Timore razionale: con la pressione fiscale più alta in Europa, costi di produzione astronomici ed una burocrazia da terzo mondo, lavorare bene in Italia ed essere competitivi non è più possibile.

In Svizzera invece la situazione è diametralmente opposta: l’Iva è ancora ferma all’8% – in Italia si discute se portarla al 22%. La pressione fiscale media sulle imprese è del 17,1%, quella complessiva è meno della metà del 68,3% imposto alle aziende italiane. Chi investe a Chiasso, come in tutto il Ticino, e assume lavoratori locali, ha la possibilità di ottenere rimborsi sugli oneri sociali. Infine, chi punta in settori innovativi, come quelli tecnologici, ha anche qui la possibilità – poi tutto varia da caso a caso – di ottenere aiuti sugli investimenti. La deindustrializzazione colpisce tutte le imprese ed è frutto per le piccole della pessima gestione dell’economia e per le grandi della ancor peggiore conduzione manageriale da parte di individui scelti dai politici egualmente incompetenti. Le disavventure di Alitalia ben illustrano questa situazione. Vale la pena rinfrescarsi la memoria a riguardo.

Nel 2008 i francesi offrirono 6,5 miliardi di euro per gli investimenti necessari a far ripartire l’impresa in cambio del pacchetto di maggioranza dell’azienda. Berlusconi, allora in campagna elettorale, disse di no e guidò l’Operazione Fenice alla quale parteciparono alcuni suoi “accoliti” industriali e manager con lo scopo di far rimanere italiana l’Alitalia. Risultato: oggi l’Alitalia trasporta circa 25 milioni di passeggeri, meno di un quarto di quelli di Lufthansa e meno di un terzo di quelli della compagnia low cost Ryanair e del gruppo franco-olandese Air France-Klm. Un disastro!

Lo Stato italiano ha buttato quattro miliardi di euro per sanare il fallimento della compagnia di bandiera. La cordata di imprenditori capitanata da Roberto Colaninno e Intesa Sanpaolo ha perso un altro milione e le leggi ad hoc varate dal governo Berlusconi sulla chiusura del mercato, con il divieto d’intervento per l’Antitrust sulle tratte monopolistiche detenute dalla nuova Alitalia, non hanno funzionato. Il destino triste dell’industria italiana è segnato dall’inettitudine della sua classe politica. Trasferirsi in Svizzera, per molti, è l’unica alternativa al declino.

Saldi all’italiana
Nel 1992, dopo la svalutazione, Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, guida i primi saldi all’italiana sul mercato internazionale. Multinazionali angloamericane, ma anche francesi e svizzere, arrivano in Italia per «fare shopping»: vanno in cerca di società, specialmente agroalimentari e di meccanica di precisione, da comprare a poco prezzo. La Nestlé, per esempio, compra l’Italgel per 680 miliardi di lire contro una valutazione di 750. Anche i giganti italiani guadagnano dallo smembramento del patrimonio nazionale: il gruppo Benetton si aggiudica per 470 miliardi GS autogrill, che poi rivende ai francesi di Carrefour GS per 10 volte tanto. Viene privatizzata totalmente la Telecom, oggi fagocitata dalla Telefonica spagnola, e parzialmente l’Enel e l’Eni.
La svendita del Made in Italy non porta, come era stato promesso, al miglioramento dei conti pubblici ma contribuisce al processo di deindustrializzazione che oggi preoccupa la Commissione Europea. Nel 1994 il debito pubblico ammontava a 1.771.108 miliardi di lire mentre il gettito generato dalle privatizzazioni per il triennio 1993-1995 fu di di appena 27.000 miliardi, meno dell’1,5 per cento.

Fonte: www.caffe.ch

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