Uomini merce

Uomini merce

Quando l’uomo è costretto a pagare il debito con la carne viva significa che gli esseri umani sono diventati merce e che l’umanità si disumanizza sempre più. Lo stesso discorso vale per il mondo dell’imprenditoria. Non è possibile tollerare la politica di molte aziende che hanno privatizzato i profitti e socializzato le perdite. Come possono fare appello alla solidarietà della classe operaia e dei dipendenti quegli imprenditori che, dopo aver depredato le loro aziende truccando bilanci per trasferire illecitamente denaro nei paradisi fiscali, ora licenziano senza pietà centinaia di innocenti lavoratori?
Sono commoventi i discorsi di Adriano Olivetti quando rivendicava tra gli scopi principali di un’azienda quello di creare libertà, bellezza, felicità, istruzione, cultura e benessere per tutti.

Nuccio Ordine

Il postino smetterà di suonare

di Marco Bersani

Dopo aver versato, per non più di un minuto, lacrime di coccodrillo sui dati della disuguaglianza sociale nel pianeta, forniti dal rapporto della ong Oxfam – le 85 persone più ricche del mondo detengono una ricchezza equivalente a quella di 3,5 miliardi di persone; l’1% del pianeta possiede il 50% della ricchezza mondiale – il ministro Saccomanni, presente all’annuale Forum di Davos, è passato alle cose serie e, in un incontro con i grandi investitori stranieri, ha annunciato l’avvio dell’ennesimo piano di privatizzazioni, con in testa le Poste Italiane.

Senza senso del ridicolo, è riuscito a dire che l’operazione, che prevede, per ora, la messa sul mercato del 40% del capitale sociale di Poste, comporterà un’entrata di almeno 4 miliardi da destinare alla riduzione del debito pubblico.

Anche ai più sprovveduti credo risulti chiara l’inversione del contesto: Saccomanni dice di voler privatizzare le Poste per ridurre il debito pubblico, mentre è evidente come il debito pubblico sia solo l’alibi – lo shock teorizzato da Milton Friedman – per permettere la privatizzazione di un servizio pubblico universale.

Bastano due semplici operazioni di matematica: la vendita del 40% di Poste Italiane porterebbe il debito pubblico da 2.068 a 2.064 miliardi, con un entrata una tantum non riproducibile, e nel contempo eliminerebbe un’entrata annuale stabile di almeno 400 milioni/anno (essendo l’utile di Poste Italiane pari a 1 mld).

Ma, ovviamente, non c’è dato che conti quando l’obiettivo è quello di dichiarare una vera e propria guerra alla società, attraverso la progressiva spoliazione di diritti, beni comuni, servizi pubblici e democrazia, all’unico scopo di favorire l’espansione dei mercati finanziari.

E, d’altronde, la messa sul mercato del 40% di Poste è la naturale prosecuzione di un processo di trasformazione del servizio, in corso già da quando l’azienda dello Stato è diventata una SpA: da allora abbiamo assistito a più riprese – tutte avvallate dagli accordi sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil di categoria – al progressivo smantellamento del servizio postale universale, con relativo attacco alle sue prerogative di uniformità di servizio su tutto il territorio nazionale, di tariffe contenute e di soddisfacente qualità del recapito.

Ciò che si vuole perseguire, con la definitiva privatizzazione, è lo smantellamento della funzione sociale di Poste Italiane, attraverso la separazione di Banco Posta dal servizio di recapito, trasformando il primo – già oggi ricettacolo di molteplici attività finanziarie – in una vera e propria banca e mettendo sul mercato il secondo.

Con la naturale conseguenza che i servizi postali saranno garantiti da una miriade di soggetti privati, solo laddove adeguatamente remunerativi (grandi città e grandi utenti) e smantellati, o a carico della collettività con aumento incontrollato dei costi, in ogni territorio dove il rapporto servizio/redditività non sarà considerato adeguato.

Senza contare il fatto che, con questa operazione, anche tutta la funzione di raccolta del risparmio dei cittadini, oggi svolta dagli oltre 13.000 uffici postali, che convogliano il denaro raccolto a Cassa Depositi e Prestiti, verrebbe messa a rischio o profondamente trasformata.

Stiamo già sentendo le consuete sirene ideologiche di accompagnamento: la vendita del 40% non intaccherà il controllo pubblico, mentre nel capitale sociale verranno coinvolti i lavoratori e i cittadini risparmiatori, in una sorta di azionariato popolare e democratico.

Credo che tre decenni di privatizzazioni abbiano già fornito gli elementi per confutare entrambe le tesi: l’entrata dei privati nel capitale sociale di un’azienda pubblica ha sempre e inevitabilmente comportato la trasformazione della parte pubblica in soggetto finalizzato all’unico obiettivo del profitto; l’azionariato diffuso tra lavoratori e cittadini, aldilà delle favole sulla democrazia economica, è sempre servito a immettere denaro nell’azienda, permettendo agli azionisti maggiori – i poteri forti – di poterla possedere senza fare nemmeno lo sforzo di doverla comprare.

Ogni smantellamento di un servizio pubblico universale consegna tutte e tutti noi all’orizzonte della solitudine competitiva: ciascuno da solo sul mercato in diretta competizione con l’altro.

Opporsi alle privatizzazioni, oltre a fermare i processi di finanziarizzazione della società, consente di riaprire lo spazio pubblico dei beni comuni e di un altro modello sociale.

Perché il futuro è una cosa troppo seria per affidarlo agli indici di Borsa.

 Di Marco Bersani , dirigente del movimento Attac Italia

http://www.lolandesevolante.net/blog/2014/01/il-postino-smettera-di-suonare/

Quante volte dobbiamo ripeterlo?

Contrariamente al solito vogliamo riportare integralmente questo articolo per due ragioni: la prima è che sottolinea come la prospettiva cambia quando si cambiano i consueti parametri di riferimento; la seconda perché l’autore dimostra che il problema va affrontato dal punto di vista politico, prima che economico.

Quanto volte lo sentiamo ripetere? «Il problema dell’Italia è il debito pubblico!».
Non possiamo fare nulla per stimolare l’economia, i grandi investimenti sono impossibili, le riforme e i tagli sono ineludibili… perché siamo andati avanti per troppo tempo finanziandoci con il debito. Ora bisogna rientrare.
Gli italiani hanno interiorizzato questo ritornello, che si è rafforzato fino a diventare un dogma intoccabile a partire dall’attacco speculativo del 2011, con l’esplosione del famoso spread.
Quanti si sono chiesti, però, se davvero stiano così le cose?
E’ proprio vero che l’Italia sta peggio degli altri per via del debito pubblico a 120-130% del Pil? Hanno ragione i signori di Francoforte, Bruxelles e la City di Londra a mettere pressioni continue sull’Italia per tagliare il debito?

Marco Fortis è vicepresidente della Fondazione Edison e professore a contratto di Economia Industriale e Commercio Estero presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano. La scorsa settimana ha incontrato un gruppo di giornalisti a Milano dove ha presentato una serie di grafici che dimostrano che in realtà la misurazione del debito pubblico come percentuale del Pil falsa la realtà della stabilità del Paese; i numeri dicono che il debito italiano è cresciuto molto meno di quello degli altri grandi paesi negli ultimi anni. Il debito è sì grande in termini di Pil, ma se lo paragoniamo alla ricchezza finanziaria del Paese, la situazione non è affatto così grave. Diventa evidente invece che il rapporto debito/Pil non riflette la realtà della situazione economica, mentre si cercano pretesti per imporre il tipo di austerità che ha devastato le imprese e le famiglie negli ultimi anni.

Presentiamo due grafici, forniti dal prof Fortis. Il primo mostra che il debito pubblico italiano, pur grande in termini assoluti, è quello che è cresciuto meno (rispetto agli altri paesi) dallo scoppio della crisi in Europa, a parte il caso della Svezia.

grafico 1 Prof. Fortis

Dunque il debito della Germania, della Francia, della Gran Bretagna (e anche degli Stati Uniti) è aumentato molto di più, principalmente a causa dei salvataggi bancari e di altre misure per contrastare la crisi. Inoltre, se guardiamo i livelli monetari (aggregati) del debito pubblico dei vari paesi, notiamo che quelli di Francia, Germania e Italia sono ora molto simili.

Il prof. Fortis presenta il patrimonio finanziario netto del settore privato – inteso come le famiglie e le società – per dimostrare la base solida su cui poggia il debito pubblico. Nella sua interezza l’Italia non è un paese indebitato, è un paese con risparmio e ricchezza finanziaria abbondanti. Certo, entrambe queste voci stanno ora diminuendo rapidamente, ma è a causa proprio della “cura” che si sta applicando, che ha distrutto circa il 20% della produzione industriale italiana.

Il secondo grafico mostra il debito pubblico in mani agli stranieri paragonato al patrimonio finanziario del settore privato.

grafico n. 2 Prof. Fortis

Il grande rischio del debito pubblico italiano viene ridimensionato non poco da questi grafici; diventa evidente che non c’è stato il peggioramento della situazione raccontatoci dalla stampa con toni allarmistici; anzi, proprio perché l’Italia non ha proceduto ai salvataggi bancari ai livelli praticati in altri paesi, l’aumento del debito è stato contenuto. Certo, però, se il Pil cala, il rapporto con il debito non può che peggiorare.
Il Pil è calato eccome, grazie proprio alle politiche di austerità imposte dalla Troika, che hanno depresso fortemente il mercato interno. I dati sviluppati dalla Fondazione Edison dimostrano anche che l’industria italiana si è ripresa relativamente bene in termini di esportazioni, quasi esattamente come le economie tedesca e francese. Sul mercato interno invece c’è stato il disastro, a causa della continua sottrazione di risorse ai cittadini italiani attraverso le tasse e i tagli al bilancio; la cura è stata peggiore del male.

E’ terribile pensarci, ma la situazione potrà anche peggiorare di molto nei prossimi anni, proprio a causa dell’insistenza isterica sulla riduzione del rapporto debito/Pil attraverso l’austerità.
Il trattato europeo del Fiscal compact obbliga gli Stati membri a ridurre il debito pubblico al 60% del Pil entro 20 anni. Per l’Italia questo significherà ulteriori tagli di 45-50 miliardi di euro all’anno per poter centrare l’obiettivo. Il prof. Fortis dice giustamente che l’Europa “si autocondanna alla distruzione” se applica il Fiscal Compact.
Noi diciamo che è ora di abbandonare l’ideologia della grande finanza e dei suoi rappresentanti nelle banche centrali e nella altre istituzioni sovranazionali. Non sarà possibile sopravvivere senza un cambiamento di rotta netto.

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Siamo alla frutta

Siamo alla frutta

Per Krugman un modo ci sarebbe: “si potrebbe ricostruire l’intero sistema monetario, eliminare la cartamoneta e pagare tassi di interesse negativi sui depositi.” Traducendo per i non economisti questo significherebbe niente meno che togliere la possibilità ai cittadini di comprare e vendere attraverso la moneta cartacea (che per definizione non costa nulla) e rendere forzose la transazioni con carta di credito, appoggiata necessariamente su conti correnti sui quali sarebbe tecnicamente possibile un prelievo forzoso di alcuni punti percentuali l’anno. In questo modo si costringerebbe la gente a spendere di più (la ricchezza infatti si deprezza restando immobilizzata su un conto in cui si paga un interesse invece di riceverlo) consentendo inoltre di allettare, con il ricavato, le imprese recalcitranti ad effettuare nuovi investimenti. Un’altra soluzione proposta prevede di alimentare un tasso di inflazione crescente che porterebbe agli stessi risultati, riducendo progressivamente il potere di acquisto dei cittadini in modo ancora più subdolo e surrettizio.

Chi è l’Europa?

RASSEGNA STAMPA

Slavoj Zizek e Srécko Horvat
Cosa vuole l’Europa?
pp. 153
€ 14,00
isbn 9788897522676
Prefazione di Alexis Tsipras

il libro
“Le società europee devono proteggersi contro la speculazione del capitale finanziario, l’economia reale deve emanciparsi dall’imperativo del profitto, il monetarismo e la politica fiscale autoritaria debbono finire, la crescita deve essere ripensata secondo il criterio dall’interesse sociale, va inventato un nuovo modello di produzione basato su un lavoro dignitoso, sull’espansione dei beni pubblici e sulla protezione dell’ambiente. Questa prospettiva, ovviamente, non è all’ordine del giorno delle discussioni dei leader europei. Spetta ai popoli, ai lavoratori europei, ai movimenti degli “indignati” imprimere il loro marchio al corso della storia, e impedire il saccheggio e la distruzione su larga scala” (Alexis Tsipras).

“Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro della resistenza contro la scellerata negazione da parte delle élite europee che ci sia qualcosa di marcio nelle fondamenta del nostro continente. Zizek e Horvat, aiutati e incoraggiati nientemeno che dal leader del partito della sinistra radicale greca, animano questo spettro. Le pagine di questo libro risuonano della potente demolizione della propaganda orwelliana dell’Unione europea. I lettori che hanno a cuore l’Europa hanno il dovere di condividere l’energia degli autori, indipendentemente dal fatto di essere o meno d’accordo con loro” (Yanis Varoufakis).

“Il pazzo sloveno e un carismatico filosofo croato, affiancati dal più pericoloso politico greco, offrono un’analisi dello stallo europeo, in modo pungente, affascinante e amaramente acuto. Qualsiasi vero europeo che abbia a cuore la reale idea di Europa deve leggere questo libro” (Oliver Stone).

gli autori
Slavoj Zizek è fra i più innovativi e carismatici pensatori del nostro tempo. Tra i suoi molti volumi: Il soggetto scabroso (Raffaello Cortina, 2003), Leggere Lacan (Bollati Boringhieri, 2009), Un anno sognato pericolosamente (Ponte alle Grazie, 2013), In difesa delle cause perse (Ponte alle Grazie, 2013). Per i nostri tipi: America oggi. Abu Ghraib e altre oscenità (2005);?Chiedere l’impossibile (2013).
Sreéko Horvat è un filosofo croato. È autore di After the End of History. From the Arab Spring to the Occupy Movement (Laika Verlag, 2013), un assiduo collaboratore di “The Guardian” ed è stato uno degli animatori del Subversive Festival.

Emilia ancora colpita

http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/emiliaromagna/2014/01/esondazione-di-chi-e-la-colpa-interrogazione-regionale-rimbalza-a-roma.html

Foto Aleotti

Foto Aleotti


Nella foto uno smottamento dell’argine di Panaro a ridosso dell’abitato di Bondeno (FE); niente di grave, come si vede, però i lavori di consolidamento erano durati tutta l’estate…