Kazakhstan

kazakhstanGas e petrolio costituiscono e restano saldamente i punti di forza del Kazakhstan, e nella recente visita di Renzi ad Astana proprio l’elemento energia l’ha fatta da padrone. Alla presenza dell’ad di Eni Claudio Descalzi e dell’ad di Finmeccanica Mauro Moretti, sono stati firmati due importanti accordi da Eni e da Iveco: un passaggio significativo per l’Italia. Il progetto di Nazarbaev è quello di promuovere sempre più lo sviluppo di nuovi settori (quale quello tecnologico) grazie ai proventi derivanti dalle risorse energetiche, per tentare di raggiungere gli audaci obiettivi stabiliti nella “Strategia Kazakhstan 2050”, proclamata in un “documento –  messaggio al popolo” due anni fa, che ricorda quanto pianificazione e lungimiranza siano centrali nelle sorti di uno Stato.

fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/kazakhstan-lunita-nella-diversita/

Ormai la politica estera italiana la fanno solo Eni e Finmeccanica, quando lo stato le dismetterà avremo chiuso definitivamente bottega  :-/

La resa dei conti

La resa dei conti

Sarà, forse, che essendo tutte le norme in questione incomprensibili e scritte in modo da consentire valutazioni discrezionali ed arbitrarie, l’arbitrio diviene naturalmente il campo di espressione dei rapporti di forza?
L’OK immaginario e la mera fase di “studio degli effetti”, che viene data come contentino (francamente patetico) da spendere sul fronte interno italiano, confermano questa ipotesi.

Anzi, non ipotesi, certezza: infatti l’articolo conclude,- senza scomporsi troppo, contraddicendo il titolo e pure tutto il resto (delle dichiarazioni di Padoan…difensive del fiscal compact)- dicendo che “nell’immediato, però, l’Italia continua a ritrovarsi nel mirino del Patto di Stabilità. L’Ecofin ha approvato le raccomandazioni della Commissione, chiedendo al governo” italiano di “operare un sostanziale rafforzamento della strategia di bilancio per garantire il rispetto del requisito della riduzione del debito“.

lamento notturno di una lavoratrice stanziale del Veneto

Un altro capitolo di cronache dal lavoro

Rem tene, verba sequentur. O anche no?

Il mio lavoro è l’ostaggio. Sono un ostaggio professionista.
Sto a metà tra il cliente, che notoriamente ha sempre ragione, ed il collaboratore, che in quanto medico ha sempre ragione pure lui. E uno tira di qua, e l’altro tira di là, e tutti e due hanno potere per farlo, invece io no. Io sto. Come d’autunno sugli alberi le foglie.

Se riesco a mandarli d’accordo, non ho fatto che il mio dovere. Se qualcuno inciampa, ritarda, dimentica, sbaglia, bidona o sbuffa, è sempre e comunque una mia responsabilità: o non ho gestito bene il collaboratore, o non ho gestito bene il cliente.

Il mio lavoro è l’ostaggio, nel senso più fisico del termine. Lavoro in una realtà familiare, se me ne vado chiudiamo, ma tanto chiudiamo anche se resto perché il percorso per il passaggio generazionale è stato compiuto in siffatta maniera:
Step One: denigra e disprezza di fronte…

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Nicola il carpentiere

Nicola il carpentiere

Le regole fondanti della UE, relative alla libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone (che sarebbe meglio definire “libera circolazione degli schiavi”) sono servite solo a far scendere i prezzi della manodopera. Una volta tale evenienza veniva definita “curva di Phillips”: aumentando la disoccupazione marginale tramite leggi che favoriscono l’immigrazione da zone notoriamente più povere se non sottosviluppate, si mettono in concorrenza i lavoratori che saranno portati così ad abbassare le proprie pretese salariali, come, appunto, il caso di cui al link.

Roberto Nardella

O bere o affogare

O bere o affogare

Tutto quanto accade oggi dilazionato e dilatato, negato, rallentato, occultato, mistificato, rimosso, sarebbe successo di colpo negli anni ’70-’80 se gli USA, detentori della regia sistemica economica, finanziaria, politica, militare e culturale, non avessero messo un tampone fatto di nuove leggi ed abrogazione delle vecchie, dollari a pioggia, narrazioni epiche sull’infinita dilatabilità del moderno, controllo dei sistemi internazionali ed una dozzina di guerre per mettere a posto quello che ostinatamente andava fuori registro. Se non facciamo una altra guerra mondiale, non possiamo avere altri trenta gloriosi, ogni salita viene dopo una discesa, ogni creazione necessita di una precedente distruzione. L’alternativa alla  decrescita, oggi, è la guerra.

Pierluigi Fagan

“Fare le riforme”

“Fare le riforme”

“Fare le riforme con Renzi” oggi è la parola d’ordine, a destra e a sinistra nella sceneggiata parlamentare. Tutto ciò è drammatico, perché le “riforme di cui il paese ha bisogno” altro non sono se non l’esito dell’occupazione dell’Italia, finanziaria, monetaria ed economica (in alternativa a quella militare con la nato), voluta e orchestrata con successo dai poteri esterni finanziari. Perché? Per conseguire i seguenti obiettivi di rilevanza storica:

1) ridimensionamento della struttura produttiva nazionale e smantellamento dello stato sociale (ruolo minore o marginale assegnato all’economia italiana nel mondo globalizzato);

2) flessibilizzazione estrema del fattore-lavoro e mantenimento, nel lungo periodo, di un elevato tasso di disoccupazione/ inattività (drastica modificazione delle condizioni e delle opportunità di lavoro in linea con il punto 1);

3) privatizzazioni per la definitiva “apertura al mercato” e distruzione completa del vecchio modello capitalistico italiano di economia mista, con una forte presenza del “socialismo dei comuni” (prevalenza assoluta del neocapitalismo finanziario in un area ancora importante come l’Europa);

4) modifiche istituzionali ed elettoralistiche (senato, titolo V della costituzione, legge elettorale) in funzione dell’asservimento di un’Italia senza sovranità alla ue e, più in generale, alla triade del male usa-nato-ue che determina e controlla i governi di questo paese.

Eugenio Orso

La radice del problema

La radice del problema

Chi teme i migranti che arrivano di continuo a Lampedusa dovrebbe capire che il problema non sussisterebbe se in Africa la gente non morisse di AIDS perché le lobbies farmaceutiche si ostinano a tenere altissimi i costi dei brevetti impedendo al diffusione di farmaci a prezzi abbordabili; se non morisse di fame perché le corporations multinazionali hanno diffuso le monoculture necessarie ad alimentare i nostri consumi (il caffè, l’ananas, i filetti di persico del lago Vittoria) distruggendo culture che fino ad alcuni anni fa erano in possesso dell’autosufficienza alimentare; se non morisse di sete in quanto si sta cercando, da parte di imprenditori occidentali in combutta con i corrotti governi africani, d’imporre altissimi costi di gestione della stessa acqua potabile che la gente dovrebbe pagare; se non morisse di miseria pur essendo nati in paesi dal sottosuolo ricchissimo perché le imprese multinazionali non la derubasse del suo oro, del suo uranio, del suo coltan, del suo petrolio, dei suoi diamanti con i quali si alimenta un sistema mondializzato – è questa la “globalizzazione” – retto dalle “ferree leggi del mercato” (!?) che punta alla sempre maggior concentrazione della ricchezza e quindi alla crescente proletarizzazione delle masse del pianeta.

Franco Cardini

Web e mercato

Fissiamo bene a mente questi 3 concetti: viewers, cpt e compenso. È la triade di riferimento di un pezzo importante della nuova economia globale digitale. È la triade fondamentale che regola il Mercato del Lavoro in Rete su scala globale. La loro relazione è:
Compenso = cpt x n. migliaia di viewers, paragonabile alla vecchia equazione: Salario = costo di un’ora lavoro x n. ore lavorate. Si capisce bene che Chi (e Come) fissa il valore del “cpt” determina il valore del mercato nei diversi territori e nei diversi rami del web.
Qui si danno due possibilità.
1) La contrattazione sul valore del CpT avviene tra Mr. X e la Concessionaria che lo tiene per le palle. Mr. X non ha alcuna facoltà negoziale e si accontenta di ciò che gli viene offerto.
2) Il “patto leonino” è escluso: il CpT è il costo per contattare 1000 viewers su un dato territorio del pianeta; un valore fissato -“a monte” di qualsiasi negoziato- dalle Autorità.
Ovviamente la seconda ipotesi è “troppo democratica” per essere praticata. È un’ipotesi che darebbe certezze ai produttori di contenuti e pari dignità a ogni viewer potenziale acquirente di merci e servizi. Non se ne parla proprio! Quindi si applica la prima e si giunge in tal modo a effetti devastanti.
Effetto 1: siccome i viewers sono gli stessi Umani, con la stessa propensione al consumo e lo stesso potere di acquisto, sia che li raggiungi con la tv o con la stampa o con il web, il valore del CpT dovrebbe essere lo stesso che l’Inserzionista paga ai network tv o alla stampa. Invece è una frazione molto, molto minore.
Effetto 2: Mr. X pensa di essere indipendente invece è uno sfruttato alla catena di organizzazione dei consumi e del consenso mediatico digitale. Uno sfruttato, fra l’altro, privo di consapevolezza che tende ad autoschiavizzarsi.
Effetto 3: l’intera industria dei Media soffre perchè se gli inserzionisti, grazie al web, possono raggiungere lettori/viewers a costi molto più bassi, perchè dovrebbero continuare a pagare gli spazi sui Media tradizionali. Ne conseguono chiusure di gloriose testate, licenziamenti e superfetazione di sottosalariati. Qualcuno grossolanamente commenta: «E chi se ne frega . è il web che vince. Vuoi forse mettere le briglie al futuro?», ma sbaglia. Chi vince non è nè il web nè il Futuro. Vincono: la Dominant Minority, la Global Power Elite, la International Advertising Agency e i Grandi Inserzionisti Planetari.
Effetto 4: A causa dell’inesistente potere di contrattazione – nonostante i suoi milioni di viewers e talvolta l’ottimo lavoro svolto – ogni singolo Utente che genera Contenuti può essere fatto fuori velocemente non appena la sua linea editoriale diventa “intollerabile” per il modello di vita, di consumo e sviluppo proposto e difeso dagli inserzionisti pubblicitari e dai loro maggiordomi mascherati da Media, Agenzie Pubblicitarie o Social network.(corsivo nostro)
Effetto 5: i Grandi Social Network, che furbescamente rivendicano un ruolo diverso dagli Editori tradizionali, che pretendono di essere un porto franco in nome del “fair use”, muovendo sulla scacchiera globale, non pagano le tasse sui territori dove operano.

E’ semplice

…o cambiamo il sistema o il sistema cambierà noi

DI GEORGE MONBIOT

theguardian.com      

«Il filo conduttore di tutto questo è l’espansione dei combustibili fossili. Le nostre ideologie sono meri cavilli.»

E’ il grande Tabù della nostra Era e la nostra incapacità di mantenere una crescita perpetua prova che l’umanità si sta disfacendo da sola.
Immaginiamo che nel 3030 a.C tutte le ricchezze del popolo egiziano potessero entrare in un metro cubo. Supponiamo adesso che questa ricchezza sia cresciuta del 4,5% all’anno. Quanto sarebbe diventata grande al tempo della battaglia di Azio nel 30 a.C.? Questo è un calcolo fatto dal banchiere Jeremy Grantham.
Avanti, provate a indovinare.

Dieci volte il volume delle piramidi? Tutta la sabbia del Sahara? L’Oceano Atlantico? Il volume di tutto il pianeta? Qualcosa di più? Avremmo avuto bisogno di  2.5 miliardi di miliardi di sistemi solari.   Una volta compreso il significato e le proporzioni di questa conclusione, non dovreste metterci molto ad arrivare alla paradossica posizione che l’unica salvezza sta nel crollo del sistema. (1)

Per continuare a far funzionare il sistema attuale dovremmo distruggerci da soli, ma se il sistema non funziona sarà il sistema stesso a  distruggerci. Questa è la spirale che abbiamo creato. Lasciamo stare – anche se non possiamo ignorarli – il cambiamento climatico, il crollo della biodiversità, l’esaurimento di acqua, suolo, minerali, petrolio : anche se, per miracolo, tutti questi problemi dovessero svanire, la matematica, la semplice regola della crescita composta rende comunque impossibile la continuità del sistema.

L’attuale crescita economica è un artefatto dell’uso dei combustibili fossili. Prima che si cominciassero ad estrarre grandi quantità di carbone, ogni aumento della produzione industriale coincideva con una flessione della produzione agricola, come avvenne quando il carbone e la forza motore necessari per far espandere l’industria, ridussero la quantità di terreno disponibile per la coltivazione di cibo. Ogni rivoluzione industriale ha causato il crollo della situazione precedente, perché la stessa crescita non poteva essere più sostenuta. Ma il carbone ha rotto questo ciclo e ha reso possibile – per qualche centinaio di anni – quel fenomeno che oggi chiamiamo della crescita sostenibile.

Non è stato né il capitalismo né il comunismo che hanno reso possibili il progresso e le sue patologie (la guerra totale, la concentrazione senza precedenti della ricchezza globale, la distruzione del pianeta) dell’età moderna. E’ stato il carbone, seguito dal petrolio e dal gas. La meta-tendenza, il filo conduttore è stata l’espansione (dell’economia) alimentata dal carbone e le nostre ideologie sono state solo dei semplici ostacoli, insignificanti anche se fastidiosi. Ora, mentre stanno esaurendosi le riserve accessibili, dobbiamo saccheggiare gli angoli più nascosti del pianeta pur di sostenere la nostra proposta impraticabile.

Leggi tutto: http://www.lolandesevolante.net/blog/2014/06/e-semplice-o-noi-cambiamo-il-sistema-o-il-sistema-cambiera-noi

1) La matematica vale anche per gli interessi composti sul debito: non esiste al mondo abbastanza denaro per pagarli

Il mito del progresso

J.C. Michéa, Il vicolo cieco dell’economia, Elèuthera

È bello scoprire di non essere soli nell’universo. Solo da poco ho avuto occasione di leggere questo piccolo libro del filosofo francese Michéa, uscito in Francia nel 2002 e in Italia nel 2004, e vi ho trovato una serie di riflessioni in forte assonanza con quanto Bontempelli ed io abbiamo elaborato negli ultimi anni. Il fatto che autori diversi arrivino in maniera del tutto indipendente a conclusioni simili è un buon indizio del fatto che certi concetti stanno facendosi strada.
Il punto di partenza di Michéa è la necessità di una critica radicale della nostra organizzazione sociale, le cui contraddizioni sono evidenti negli stessi discorsi ideologici ufficiali. Infatti l’apparato ideologico dominante ci presenta contemporaneamente queste due “narrazioni”: da una parte lo sviluppo tecnologico e scientifico ci offre ogni giorno nuovi progressi e nuove potenzialità, promettendo a breve l’avvento di un mondo in cui l’umanità realizzerà i suoi sogni secolari, e anche i sogni che non aveva mai sognato; dall’altra parte, appena si arriva alle “cose concrete”, il discorso dominante cambia di colpo e ci viene ricordato che abbiamo vissuto finora al di sopra dei nostri mezzi, che occorre rinunciare a diritti che si erano creduti acquisiti, che un lavoro stabile, una pensione dignitosa, cure mediche e istruzione universali sono ormai privilegi in contrasto con le leggi dell’economia. Come osserva Michéa,

“suppongo non sia necessario avere un carattere particolarmente ombroso o incontentabile per arrivare alla conclusione che un sistema sociale che ha bisogno di favole di questo genere per legittimare le proprie modalità di funzionamento reali sia ingiusto e inefficace nel principio stesso, e proprio per questo imponga una critica radicale” (pagg.12-13)

La radicalità della critica di Michéa investe il capitalismo ma anche i suoi oppositori, perché, dopo due secoli di esistenza della sinistra, cioè della “parte sociale” che raccoglie gli oppositori al capitalismo, occorre ovviamente chiedersi

“come può essere (..) che un movimento storico di tale portata non sia mai riuscito a rompere nella pratica l’organizzazione capitalistica dell’esistenza?”(pag.13)

La domanda è ovviamente fondamentale. La risposta di Michéa è che la sinistra era ed è partecipe dell’universo ideologico del Progresso e della Modernizzazione che è appunto quello del capitalismo.

Marino Badiale in http://il-main-stream.blogspot.it/2014/06/amici-del-futuro2-jean-claude-michea.html#more