Analisi del 2014

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

Una metropolitana a New York trasporta 1 200 persone. Questo blog è stato visto circa 4.100 volte nel 2014. Se fosse una metropolitana di New York, ci vorrebbero circa 3 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Cuba

di Paul Craig Roberts.
La normalizzazione delle relazioni con Cuba non è il risultato di una svolta diplomatica o di un cambiamento di sentimenti da parte di Washington. La normalizzazione è il risultato della ricerca di profitti a Cuba da parte delle corporation statunitensi, come ad esempio lo sviluppo di mercati Internet a banda larga.
Prima che la sinistra americana e il governo cubano gioiscano per la normalizzazione, dovrebbero considerare che con la normalizzazione arrivano la moneta americana e un’ambasciata americana.
La moneta americana prenderà il controllo dell’economia cubana. L’ambasciata sarà sede di agenti della CIA col compito di sovvertire il governo cubano.
L’ambasciata fornirà una base da cui gli USA potranno installare ONG i cui membri creduloni potranno essere portati in strada a protestare al momento giusto, come a Kiev, e l’ambasciata permetterà a Washington di formare un nuovo pacchetto di leader politici.
In breve, la normalizzazione delle relazioni vogliono dire per Cuba cambiamento di regime. Tra poco Cuba sarà un nuovo stato vassallo di Washington.

Forse è vero che a Cuba non c’è il paradiso
che non vorremmo essere in Cina a coltivare riso
che sempre più spesso ci si trova a dubitare
se in questi anni non abbiamo fatto altro che sognare.

E` che viviamo in un momento di riflusso
e ci sembra che ci stia cadendo il mondo addosso
che tutto quel cantare sul cambiar la situazione
non sia stato che un sogno o un’illusione.

Ma no non è un’utopia,
non è uno scherzo della fantasia,
no non è una bugia,
è solo un gioco dell’economia.

E se in questi anni tanti sogni son sfumati,
in compenso tanti altri li abbiamo realizzati.
C’è chi silenziosamente si è infiltrato dentro al gioco
e ogni giorno lentamente lo modifica di un poco.

Ed è normale che ci si sia rotti i coglioni
di passare la vita in dibattiti e riunioni
e che invece si cerchi di trovare
nella pratica un sistema per lottare.

Ma no non è un’utopia,
non è uno scherzo della fantasia,
no non è una bugia,
è solo un gioco dell’economia.

http://www.angolotesti.it/E/testi_canzoni_eugenio_finardi_3249/testo_canzone_cuba_117059.html

Meno democrazia, più governabilità

Nel maggio 1975 la Trilateral tiene la sua riunione plenaria annuale a Kyoto: Michel Crozier, Samuel P. Huntington e Joji Watanuki presentano il Rapporto sulla governabilità delle democrazie, partendo dal presupposto che si è evidenziata una “crisi della democrazia in termini di ‘governabilità’ del sistema democratico”, come scrive Giovanni Agnelli nella prefazione all’edizione italiana della pubblicazione (1). La riflessione più articolata sulle cause e le possibili soluzioni è quella sviluppata da Huntington, che analizza la realtà degli Stati Uniti (ma vale anche per l’Italia, naturalmente N.d.R)

Il professore della Harward University – che ha ricoperto anche la carica di consigliere del Dipartimento di Stato Usa – sottolinea come l’espansione della democrazia avvenuta negli anni Sessanta, attraverso un aumento della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, concretizzatasi con manifestazioni, movimenti di pro-testa, organizzazioni civili per promuovere una causa o portare avanti istanze collettive, maggiore sindacalizzazione dei lavoratori e sviluppo di circoli intellettuali promotori di una cultura critica – spesso basata sulla richiesta di effettiva applicazione dei diritti sanciti nella Costituzione – abbia prodotto uno squilibrio: una maggiore democrazia ha generato una minore governabilità. Più democrazia porta infatti sulla scena politica nuovi attori sociali, e un governo, legato a doppio filo alla logica del consenso elettorale, non può non tenerne conto. Accanto agli interessi dei gruppi di potere dominanti, quindi, da sempre presenti nello spazio politico – industria, banche, finanza – compaiono anche le istanze dei dominati.[…]
i leader politici non devono avere “dubbi sulla moralità del loro dominio”, come è accaduto, secondo Huntington, a quelli degli anni Sessanta, che “condivisero l’ethos democratico, partecipazionale e ugualitario dei tempi e si posero quindi problemi circa la legittimità della gerarchia, della coercizione, della disciplina, della segretezza e dell’inganno – tutti attributi, in una certa misura inevitabili, del processo di governo”. In secondo luogo, “il funzionamento efficace d’un sistema politico democratico richiede, in genere, una certa dose di apatia e disimpegno da parte di certi individui e gruppi”. Huntington riconosce che “in sé, questa marginalità da parte di alcuni gruppi è intrinsecamente antidemocratica”, ma è necessaria: apatia e disimpegno non producono partecipazione politica e dunque richieste, e l’equilibrio tra democrazia e governabilità ne trae giovamento.

estratto da http://www.nuovatlantide.org/giovanna-cracco-la-democrazia-governabile/

Il ruolo della Russia

PUTIN ALLE ÉLITE OCCIDEN­TALI: NON È PIÙ TEMPO DI GIOCARE

Gran parte del mondo di lingua ingle­se si è perso il discorso del presidente russo Vladimir Putin all’undicesima conferenza internazionale del Valdai Discussion Club a Sochi il 24 ottobre. Si tratta probabilmente del discorso più importante dopo quello di Winston Churchill sulla “Cortina di Fer­ro” del 5 marzo 1946. Con le sue parole, Putin ha cambiato all’improvviso le regole del gioco. In precedenza, la partita della politica internazionale si giocava così: i poli­tici facevano dichiarazioni pubbliche in cui dipingevano un quadro rassi­curante e fittizio di sovranità nazio­nale, ma non era che uno show che non aveva nulla a che vedere con la sostanza della politica internaziona­le. Nel frattempo, dietro le quinte si svolgevano le negoziazioni segrete in cui si elaboravano i veri accordi. Putin aveva provato a stare al gio­co, aspettandosi semplicemente che la Russia venisse trattata da pari. Ma le sue speranze si sono infrante, e in questa conferenza ha dichiarato che il gioco è finito, e il fatto che abbia parlato direttamente alla gente sca­valcando i clan elitari e i leader poli­tici è un’esplicita violazione del tabù occidentale.

Il blogger russo “Chipstone” ha rias­sunto i punti più salienti del discorso di Putin:

1) La Russia non si presterà più a giochi e trattative dietro le quinte per
questioni di poca importanza. Tutta­via la Russia è pronta ad affrontare
conversazioni e accordi seri se questi servono alla sicurezza collettiva, sono condotti con onestà e tengono conto degli interessi di ciascuna delle parti.

2)Tutti i sistemi per la sicurezza globale collettiva sono ormai in rovina.
Non sono più una garanzia per la si­curezza internazionale. L’entità che li
ha distrutti ha un nome: Stati Uniti d’America.
3) I creatori del Nuovo Ordine Mon­diale hanno fallito, poiché hanno co­struito un castello di sabbia. Il fatto che vada costituito o meno una sor­ta di Nuovo Ordine Mondiale non è una decisione che spetta alla Russia, ma è una decisione che non si può prendere senza la Russia.
4) La Russia preferisce un approccio conservatore nell’introdurre innova­-
zioni nell’ordine sociale, ma non si oppone allo studio e alla discussione
di tali innovazioni per valutare se la loro introduzione sia giustificata.
5) La Russia non ha intenzione di pescare nelle acque torbide create
dal sempre più vasto “impero del ca­os” dell’America, e non ha interesse
a creare un nuovo impero proprio (non è necessario: la sfida, per la Rus­
sia, è piuttosto lo sviluppo del suo già vasto territorio). Né desidera agire da
salvatore del mondo, come ha già fat­to in passato.
6) La Russia non tenterà di riforma­re il mondo a propria immagine, ma
non permetterà neppure ad altri di riformare il mondo a loro immagine.
La Russia non si isolerà dal mondo, ma chiunque tenterà di isolarla dal
mondo di certo raccoglierà tempesta.
7) La Russia non desidera che si dif­fonda il caos. Non vuole la guerra e
non ha intenzione di iniziarne una. Tuttavia, la Russia di oggi vede come
quasi inevitabile lo scoppio di una guerra globale, è preparata e conti­nua a prepararsi per affrontarla. La Russia non teme la guerra.
8) La Russia non intende assumersi un ruolo attivo nell’ostacolare colo­ro che continuano a tentare di in­staurare un proprio Nuovo Ordine
Mondiale, per lo meno finché i lo­ro sforzi non inizieranno a ledere
gli interessi russi. La Russia preferi­rebbe restare in disparte e osservarli
mentre si continuano a dare la zappasui piedi. Ma chi trascinerà la Russia in questo processo trascurando i suoi interessi, imparerà a proprie
spese che cos’è il dolore.
9) Nelle sue politiche estere e sopra­tutto in quelle interne, la potenza
della Russia non si affida alle élite e ai loro accordi sottobanco, ma al volere del popolo.

http://cluborlov.blogspot.it/2014/10/putin-to-western-elites-play-time-is.html

Traduzione italiana in Nexus New Time 113, pag.10

Il fallimento dell’attacco al Rublo

i mercati finanziari occidentali, che spesso hanno attaccato i paesi considerati non allineati con le posizioni dell’Impero, per la prima volta nella storia non sono riusciti a distruggere la moneta e di conseguenza l’economia del paese sotto attacco ma sono andati incontro ad una vera e propria Caporetto di portata storica

zeroconsensus

dollaro

Per giorni e giorni gli analisti mainstream ci hanno inondato, dall’alto dei loro pulpiti televisivi e giornalistici, che la fine del “regime” russo era vicina. Secondo loro, i cosiddetti mercati finanziari avevano mostrato il pollice verso nei confronti di questa nazione destinata a rivedere i giorni della penuria dell’epoca di Boris Eltsin. I mercati – essi ci spiegavano – avevano emesso la loro sentenza e anche la Russia, come qualunque nazione al mondo, doveva chinare il capo di fronte alla loro divina volontà.

Tralasciando i dubbi e le perplessità su una simile strategia, ciò che lascia sbalorditi è che da alcuni giorni questa litania massmediatica sia completamente scomparsa: blackout. Perché? Dovremmo chiederlo ai giornalisti che prima parlavano e ora tacciono: secondo loro, il destino è già segnato oppure è successo qualcosa che forse è meglio nascondere? Qualcosa che confligge sia con la narrazione proposta nell’immediato (la Russia in crisi), sia…

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Meglio saperlo

L’articolo era al link
solo che il sito ha una politica pubblicitaria nefasta: come si fa a doversi sorbire una pubblicità di 16 secondi prima di poter leggere se c’è un rischio concreto che scoppi una guerra nucleare!
Ovviamente noi ci auguriamo caldamente che questo non succeda, però, visti i precedenti e visto che l’Europa è gestita per conto terzi, uomo avvisato, mezzo salvato.

 

“Da molto tempo i piani degli Stati Uniti prevedono un cambio di regime in Russia, mirando a colpire il governo sovrano indipendente del proprio principale antagonista eurasiatico.
Washington vuole insediare un governo fantoccio filo-occidentale con una rivoluzione colorata o con la guerra. Le ambizioni egemoniche statunitensi minacciano la pace nel mondo e mai come oggi, dagli eventi che precedettero la seconda guerra mondiale, la situazione è stata tanto pericolosa. L’economista e analista politico Mikhail Delyagin prevede una massiccia provocazione anti-russa: esprimendo le sue opinioni su Radio Pravda, ha affermato che «cose e dati riconducibili a un’unica matrice […] costituiscono per tutti una gravissima minaccia».
L’Ucraina è un pretesto, una piattaforma NATO manovrata dagli Stati Uniti, un anomalo e criminale regime neonazista messo al potere da Washington.
Economicamente in bancarotta, senza nessuna legittimità, dipendente da aiuti esterni per sopravvivere, l’Ucraina è la più recente colonia americana.
A comandare è una politica di controllo, quel che dice Washington va bene. Il regime fantoccio di Kiev riverisce e obbedisce, altrimenti è sostituito e una rivoluzione colorata 3.0 ne insedia un altro.
«Perché è successa la crisi ucraina?», si è chiesto Delyagin. «Qual è la ragione principale? Perché gli americani vi sono stati così profondamente coinvolti?»
Perché Washington, la Cina e l’UE sono i «tre (più importanti) attori a livello globale», dice Delyagin. Distruggere «la cooperazione dell’UE con la Russia elimina quest’ultima come partecipante indipendente nella competizione globale, che è ciò che vediamo oggi», lasciando l’America e la Cina come i due restanti giocatori dominanti al mondo, fra i quali esiste una «vera guerra fredda».
In Ucraina c’è una guerra calda. Il commercio tra l’Unione Europea e la Russia è importante: Delyagin crede che il sentimento europeo favorisca «relazioni non basate sull’arroganza».
Washington vuole uno «strappo» della Russia dall’Europa che per il momento non è riuscito: non è riuscita la provocazione false flag del volo MH17, con la quale la Russia non aveva nulla a che fare e nemmeno i separatisti filorussi del Donbass, combattenti per la libertà. Il responsabile è stato semmai il fuoco del cannone di un aereo da guerra ucraino Sukhoi-25.
Dati radar e satellitari verificabili hanno mostrato la traiettoria del volo MH17 prima della distruzione; i fori penetrati nella fusoliera erano compatibili con i colpi di cannone.
«Il seguito sta arrivando», ha detto Delyagin: «Ci sarà un’altra provocazione […], siamo in possesso di alcune informazioni indirettamente confermate dall’Occidente che dicono che l’esercito Ucraino “continuerà (una falsa) offensiva fingendo di attaccare e i soldati svolgeranno una massiccia preparazione di artiglieria”.» Poi «una testata nucleare tattica esploderà nella zona dell’offensiva dell’esercito ucraino».
Ingiustificatamente, forse inutilmente, la Russia sarà considerata responsabile. Solo l’America ha finora usato armi nucleari: farlo di nuovo «non è così difficile», ha detto Delyagin.
Scorie radioattive sono immagazzinate nel porto estone di Paldiski. Guidata dagli Stati Uniti, la NATO «ha presumibilmente consegnato un carico (radioattivo)», non «rifiuti da smaltire».
«Il sistema va in questo modo», ha detto Delyagin: «Non essendo in grado di dimostrare la responsabilità della Russia per il volo MH17, spiegheremo a tutti che i maledetti barbari russi hanno usato armi nucleari contro l’indifeso esercito ucraino».
Putin verrà incolpato perché nessuno in Russia «può schierare un’arma nucleare tattica senza l’ordine diretto del comandante supremo».
Qui si tratta di distruggere le relazioni tra la Russia e l’Unione Europea, interrompere il commercio, recidere i normali legami politici, addirittura bloccare i mezzi d’informazione russi nei paesi occidentali e in Giappone.
«Dato l’infinito cinismo dei nostri cosiddetti “colleghi” americani,non c’è nulla di troppo scandaloso che resti fuori dai loro intrighi, perfino esplodere un ordigno nucleare, azioni criminali sotto falsa bandiera per incolpare la Russia, un 11 settembre sotto steroidi troppo muscolare per essere ignorato, con nessuna prova da fotografare per l’indagine giudiziaria, diversamente dal volo MH17, «per dimostrare che non siamo noi».
Finora i tentativi di incolpare la Russia per le condizioni della crisi ucraina sono falliti. La prove, o la loro mancanza, hanno smentito le dichiarazioni occidentali .
«Un’esplosione nucleare è diversa», ha detto Delyagin: «Non lascia impronte. Magari prima di Natale, uno shock per la sacra festività.»
Delyagin aveva predetto il colpo di stato dell’Ucraina: se lo aspettava lo scorso febbraio, il primo giorno delle Olimpiadi invernali di Sochi; è venuto alla fine, due settimane più tardi, il 22 febbraio. È da vedere se Delyagin ha ragione o torto su una false flag nucleare: per i folli di Washington tutto è possibile.
L’impensabile potrebbe seguire agli incidenti nucleari di massa: forse isolare con successo la Russia e poi dirigere lo scontro tra Est e Ovest.
Il conflitto lancerebbe una guerra nucleare che decenni di deterrente “MAD” (distruzione reciproca assicurata) hanno evitato, ma forse non più: resta da vedere, non per molto, se si dimostra corretto lo scenario prenatalizio di Delyagin.
Domenica scorsa il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha incontrato John Kerry a Roma, è stato il loro diciassettesimo incontro di quest’anno senza risolvere niente: Washington scarica interamente (sulla Russia) la responsabilità delle condizioni della guerra civile in Ucraina e degli altri conflitti nel mondo.
Il ministero degli Esteri russo ha dichiarato:
«In tema di rapporti bilaterali, Lavrov ha sottolineato che il loro sviluppo è possibile solo sulla base dell’uguaglianza e di interessi reciproci, mentre ogni tentativo di esercitare pressioni sulla Russia non ha alcuna prospettiva.»
Lavrov e Kerry hanno trattato la questione dell’Ucraina: il diplomatico russo ha sottolineato l’importanza del rispetto degli accordi di Ginevra e Minsk, che quelli di Kiev hanno respinto e immediatamente violato su ordine di Washington senza mostrare prove credibili agli osservatori. Ora le condizioni di conflitto restano, ma Lavrov spera altrimenti e dice:
«Nel contesto della situazione nel sud-est dell’Ucraina, l’attuazione coerente degli accordi di Minsk è fondamentale, così come la convocazione di un gruppo di contatto per questo scopo il più presto possibile.»
L’illegittimo presidente oligarca Petro Poroshenko è l’uomo di Washington in Ucraina, un fantoccio di comodo che obbedisce agli ordini a comando con l’intenzione di alimentare la guerra: il suo falso “regime del silenzio” è un inganno fuorviante.
Dice che questo lo aiuta a riorganizzarsi, ad accrescere la forza delle truppe, riarmarsi, ripristinare la prontezza al combattimento, prepararsi per nuovi conflitti agli ordini di Washington.
Le condizioni attuali riflettono la calma prima della tempesta. Resta da vedere se con l’inganno nucleare false flag − un’altra provocazione Usa-Kiev − oppure con un altro pretesto.
Vale la pena ripeterlo: Washington vuole che un governo fantoccio filo-occidentale sostituisca la sovrana indipendenza russa; il suo piano generale prevede la conquista del mondo, perfino a costo di un conflitto nucleare per raggiungere gli obiettivi: è la follia sotto ogni punto di vista.
Un commento finale
Russia Today ha intervistato Mikhail Gorbaciov, l’ultimo leader della Russia sovietica, oggi ottantatreenne, il quale dice che l’America ha bisogno delle riforme di una Perestroika, una ristrutturazione politica, economica e militare.
«Possono chiamarla col nome che vogliono», ha detto Gorbaciov, «non è facile per loro con la società che hanno».
Creano nemici inesistenti, alimentano tensioni, creano instabilità, fanno i prepotenti con le altre nazioni, scaricano le responsabilità.
«Ogni volta che le tensioni sono alte, ogni volta che c’è instabilità in un determinato paese o in tutta la regione, è l’occasione per (Washington) di intervenire», ha detto Gorbaciov.
«Con questa politica ho abbastanza familiarità data dalla mia esperienza», ha spiegato. Crede poi che spetti all’Europa evitare una nuova Guerra Fredda potenzialmente molto più pericolosa dell’altra. La distensione è di vitale importanza quando le cose rischiano di girare fuori controllo innescando un conflitto più grave.
I rischi sono troppo pericolosi per consentire a Washington di assumersi l’intera responsabilità di alimentare il sentimento antirusso: è inaccettabile.
Contemporaneamente, sapendo ciò che sta affrontando la Russia, Gorbaciov crede che ci sia ancora tempo per cambiare le cose.
Washington ha bisogno di nemici, ha detto Gorbaciov, per esercitare «una pressione senza la quale (gli americani) non possono vivere perché sono ancora schiavi dalla loro vecchia politica».
L’Ucraina è il pretesto dell’America per qualunque cosa accada, per la sua politica in cui tutto è lecito, per scatenare un conflitto Est-Ovest che nessun governo responsabile permetterebbe e che per Washington costituisce una priorità volta a perseguire le sue mire egemoniche. Vale la pena ripeterlo: è la follia sotto ogni punto di vista.
di Stephen Lendman.

 

L’Italia e l’immigrazione

di Tommaso Segantini – 18/12/2014

Fonte: L’intellettuale dissidente

L’immigrazione, in Italia, è un tema urgente che va affrontato subito, adottando un approccio radicalmente diverso da quello odierno.

L’immigrazione è un tema al centro del dibattito politico italiano, soprattutto in questi ultimi anni di crisi economica e di avvenimenti politici importanti in Medio Oriente e in Africa. In un momento così delicato, è fondamentale analizzare la situazione con lucidità, senza cadere in facili generalizzazioni o semplificazioni propagandistiche, in modo anche da andare alla radice del problema e, possibilmente, trovare una soluzione duratura.Innanzitutto, occorre chiarire che il problema riguarda la gestione dei cosiddetti “immigrati clandestini”, ovvero persone entrate senza regolare visto di ingresso, e non gli immigrati regolari. Su questo, almeno, sembrano concordare tutti. In seguito, è fondamentale dare una definizione dei vari termini che vengono spesso usati con imprecisione o incorrettamente da politici e giornalisti:

– Un clandestino è uno straniero entrato in Italia senza regolare visto di ingresso.

– Il richiedente asilo è una persona che presenta una domanda di riconoscimento dello “status di rifugiato”. Se la domanda viene accettata, il Paese in cui si trova questo rifugiato ha il dovere di assisterlo. Il richiedente asilo non è quindi assimilabile al migrante irregolare, anche se può giungere nel paese d’asilo senza documenti d’identità o in maniera irregolare.

– Il rifugiato, quindi, è chi ha ottenuto il riconoscimento dello “status di rifugiato” in seguito all’approvazione della sua domanda. A tutelarlo è la Convenzione di Ginevra, resa esecutiva in Italia con la legge del 24 luglio 1954 n. 722. La domanda deve essere approvata se queste persone non possono o non vogliono tornare nel loro Paese d’origine per il timore di essere perseguitate per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per le loro opinioni politiche.

– Il termine “profugo” non ha nessun  contenuto giuridico. Solitamente è utilizzato per definire chi si è allontanato dal Paese di origine per persecuzioni o per una guerra.

Secondo la Convenzione di Ginevra, uno straniero, che esso sia richiedente asilo o semplicemente un clandestino, non può essere espulso se necessita soccorso, se bisogna fare accertamenti sulla loro identità o nazionalità, se occorre preparare i documenti per il viaggio, o se non è disponibile un mezzo di trasporto idoneo. Prima di passare a come al dibattito sulla questione in Italia, è interessante osservare alcuni dati del 2012 sulle richieste asilo in vari Paesi. Nel 2012, il numero di richiedenti asilo nell’Unione Europea è stato 332mila. Soltanto al 14% di questi è stato concesso lo status di rifugiato politico. Delle 21700 domande fatte in Italia, il 64% sono state rifiutate (dato sotto la media europea). Il maggior numero di domande è stato registrato in Germania (77 500 richiedenti, il 23% dei totali), seguita dalla Francia (60 600, 18%), Svezia (43 900, 13%), Regno Unito (28 200, 8%) e Belgio (28 100, 8%). La ragione dell’alto numero di richieste in questi Paesi è semplice: i migranti mirano ai Paesi in cui ci sono le migliori prospettive per il futuro. Interessante è osservare le percentuali di approvazione di richiesta di asilo politico nei singoli Paesi. In Svezia e in Germania sono state accettate rispettivamente il 40% e il 30% delle richieste. In Grecia, invece su 11’195 richieste, 11’095 sono state rifiutate, praticamente il 100%. Questi dati significano che i criteri per l’accettazione dello status di rifugiato non sono uniformi all’interno dell’Unione Europea e che l’accettazione o il rifiuto di una richiesta d’asilo dipendono, soprattutto, dalla situazione economica di un Paese e dal partito politico politico in carica. Il fatto che venga concesso o no l’asilo politico non significa quindi necessariamente che lo straniero lo meriti o no.

Una volta chiarite questi termini e avendogli attibuito la corretta definizione giuridica, e avendo analizzato alcuni dati, si può fare una migliore analisi di come si possa far fronte al problema e di come viene affrontato oggi dalle diverse forze politiche. Il problema degli immigrati che sbarcano in grandi numeri è affrontato fondamentalmente in due modi: c’è l’approccio della Lega Nord e della destra italiana in generale che, con lo slogan “prima gli italiani”, afferma che, a parte i profughi (cioè quelli a cui è stata approvata la richiesta d’asilo), gli immigrati irregolari vanno “rispediti nel loro paese” (Salvini), perché la priorità, in tempi di crisi, va data ai cittadini italiani. La Lega afferma anche che i soldi investiti per l’operazione Mare Nostrum, che ora, dopo qualche modifica, si chiama Triton, andrebbero investiti nei Paesi da dove provengono gli immigrati. Il secondo approccio è quello del PD, che accoglie tutti gli immigrati che arrivano in Italia, che molte volte li soccorre in mare, che rivendica un aiuto, legittimo, da parte dell’Unione Europea nella gestione del fenomeno e una ritrattazione della Convenzione di Dublino, che in sostanza dice che un rifugiato deve rimanere nel primo Paese di arrivo.

Secondo chi scrive, entrambi gli approcci sono sbagliati. Nessuna delle due fazioni si preoccupa di individuare l’origine del problema. Non basta, come fanno, sia a destra che a sinistra, affermare che ci sono delle guerre, è che il flusso di immigrati è causato da quello. Quella è ovvio. Per risolvere la questione alla radice c’è bisogno di coerenza nelle politiche che entrambi i partiti portano avanti. Le guerre, come sembra trasparire dalle dichiarazioni del centro sinistra, sembrano essere qualcosa di inevitabile e irreversibile, mentre non è vero. Il governo che continua a finanziare, per fare un esempio, i famosi F-35, e che entra a far parte della coalizione internazionale contro l’ISIS (di cui ovviamente non si giustifica alcuna azione, ma il modo in cui viene fronteggiato il problema), è in completa contraddizione con le politiche sull’immigrazione. Con questo non vuole dire che l’Italia sia la causa delle numerose guerre internazionali in corso, ma che, per affrontare il problema del flusso di immigrati con serietà e coerenza occorra almeno mettere in discussione alcune azioni, a cui l’Italia aderisce sempre, decise dalla comunità internazionale (leggi: gli Stati Uniti). È inoltre chiaro che i centri di accoglienza temporanei vanno gestiti in maniera completamente diversa, in modo da evitare che parte di questi stranieri approdati sulle coste italiane vengano riciclati nel mondo del lavoro, sfruttati e sottopagati, abbassando i diritti del lavoro e diventando funzionali al sistema. La richiesta di aiuto all’Unione Europea, ma è evidente che senza una unione politica reale tra i membri dell’UE e senza solidarieta è difficile pensare che arrivino risposte dalla Commissione. Insomma, l’approccio del centro sinistra è colmo di contraddizioni, e fare affidamento all’UE non sembra, in questi tempi, un’opzione. L’approccio della Lega Nord è alquanto contraddittorio. Innanzitutto, sono sbagliati, gli slogan del tipo “StopInvasione” o “Prima gli italiani”. Nonostante Salvini lo smentisca, è evidente che sono frasi a effetto che mirano alla componente emotiva dei cittadini, e il cui unico scopo è ottenere consenso elettorale. Inoltre, come si è visto negli ultimi mesi, queste dichiarazioni, combinate con la crisi economica, rischiano di sfociare in tensioni sociali e contrapposizioni tra gli strati più poveri della popolazione. Per quanto riguarda le proposte concrete, l’idea di intervenire in Africa come propone Salvini non è sbagliata. È evidente che logisticamente sarebbe un’operazione complicata da condurre, per vari motivi, ma non una ipotesi da scartare. Il problema emergenziale, però, non viene affrontato. Come devono essere gestiti i migranti che, per il momento, proveranno a venire comunque ed in ogni caso, in Italia? I clandestini sono veramente clandestini? Cosa vuol dire “espellere”? E dove, e come, e chi e secondo quali criteri? A queste domande la Lega Nord, purtroppo risponde con slogan al limite del razzismo, non con proposte concrete. È necessario combinare una messa in discussione di alcune politiche internazionali in corso, agire coerentemente non aderendovi, e una politica di accoglienza basate su solidarietà e integrazione efficace, possibilmente integrandola con interventi umanitari all’estero. Con gli stessi partiti al comando, senza ormai più alcuna credibilità, un cambio di rotta sembra, purtroppo, improbabile. Inoltre, occorre ricordare che in questo momento, nel Kurdistan, secondo i dati delle Nazioni Unite, un abitante su tre è un profugo di guerra. In quei luoghi, martoriati da violenza e distruzione, i criteri di accoglienza sono semplicemente due: solidarietà e compassione umana, che in Europa, spesso, si dimenticano.

http://www.lintellettualedissidente.it/societa/litalia-e-limmigrazione/