Perché accontentarsi?

Il ministro Poletti proponeva in un convegno di ridurre ad un solo mese le vacanze scolastiche, ma si può fare di meglio e risparmiare anche il costo degli insegnanti per sei mesi:
“Nel Paese in cui la discoccupazione giovanile è in media del 40%, con punte nel sud Italia che raggiungono il 70%, l’Emilia Romagna è, come sempre, all’avanguardia.
Questa volta a far da protagonista sono la Lamborghini e la Ducati, che hanno aderito al progetto DESI, inaugurato ieri dal ministro all’Istruzione Giannini.
Cos’è DESI? Dual Education System Italy. Un progetto realizzato dal gruppo Audi Wolkswagen in collaborazione con il Miur (il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca), la Regione Emilia Romagna, e gli istituti tecnici Fioravanti e Aldini Valeriani.
Si tratta di una vera e propria rivoluzione per il ritorno al medioevo in tema di politiche del lavoro, istruzione e progresso sociale. DESI infatti prevede lo sconvolgimento dei programmi scolastici, con 6 mesi di lezioni teoriche in classe, e poi… altri 6 mesi di pratica in fabbrica, davanti alle linee di montaggio, seguiti dai “tutor aziendali”.

Intervista a Mykola Azarov

 a cura di Alessandro Sallusti.

È passato da poco un anno dalla rivolta di piazza che provocò la caduta del governo ucraino e la guerra civile che ha portato il mondo sull’orlo di un conflitto più esteso. Mykola Azarov, leader del Partito delle regioni, era il primo ministro che in quei giorni si trovò a gestire lo scontro tra filo russi e filo europei. Si dimise in febbraio, pochi giorni prima della caduta dell’intero governo e del presidente Yanukovich.

Braccato dagli insorti, si salvò in modo rocambolesco e ora vive esule a Mosca.

[omissis]
Così si arriva al 27 gennaio 2014, giorno delle sue dimissioni.
«Con grande senso di responsabilità comunicai al presidente che ero disposto a dimettermi per facilitare una soluzione della trattativa. Gli chiesi di barattare la mia testa con lo sgombero della piazza e il disarmo dei gruppi neonazisti e dei facinorosi, circa cinquemila persone, che prendevano ordini da stati esteri».

Avvenne?
«Le mie dimissioni sì. Per il resto non cambiò nulla. Anzi, la situazione peggiorava di giorno in giorno».

Ha continuato a vedere Yanukovich?
«Sì, in quelle ore ci sentivamo e vedevamo spesso».

Che cosa vi dicevate?
«Ho cercato di convincerlo che gli stavano facendo perdere tempo, che trattare con gli oppositori interni era inutile, in quanto marionette. Mi parlò di un accordo, peraltro poco onorevole, che stava raggiungendo con i ministri degli esteri di Polonia, Francia e Germania. Ma era evidente, e glielo dissi, che l’unica possibilità era quella di trattare direttamente con gli Stati Uniti, anche se loro, ovviamente, si guardavamo bene da fare aperture perché come obiettivo si erano dati solo il capovolgimento del governo».

Si arriva al 22 febbraio, giorno del colpo di stato, lei dove era?
«La sera prima avevo visto il presidente che mi aveva annunciato l’intenzione di aderire alla proposta di Polonia, Francia e Germania e che all’indomani, in cambio di grosse concessioni, la piazza si sarebbe ritirata come previsto dall’accordo. Così la mattina uscì di casa per raggiungere Yanukovich ma il capo della mia scorta mi fermò. Il palazzo presidenziale era stato preso dagli insorti, la moglie del presidente era scampata per un soffio a un attentato. Mi disse che il presidente stesso era in grave pericolo, che i ribelli avevano dato ordine di bloccare le frontiere a tutti i membri del governo. Yanukovich stava per fare la fine di Gheddafi».

In che senso?
«Gheddafi fu ucciso da bande locali ma i mandanti erano gli stati che avevano dato il via all’attacco alla Libia. Sono certo che senza la copertura politica e morale di Stati Uniti ed Europa nessuno in Ucraina avrebbe avuto la forza di uccidere fisicamente il presidente e noi membri del governo. Prendere atto di questa verità è stata la più grande disillusione della mia vita».

Il presidente Putin, nei giorni scorsi, ha rivendicato di aver salvato la vita a Yanukovich e a lei portandovi in salvo. Come è andata?
«Il presidente Putin ha voluto ribadire che in quelle ore ha compiuto una azione umanitaria nei confronti di persone amiche della Russia che non avevano fatto del male a nessuno. Osservo come le posizioni del governo della Russia siano cambiate nel tempo. All’inizio Putin ha dato la disponibilità a collaborare con il nuovo governo Ucraino ma poi sono accadute cose che hanno fatto cambiare parere. Come l’atteggiamento ostile e violento di Kiev nei confronti della Crimea e delle regioni orientali abitate da russi. Purtroppo l’Europa non conosce questi gravi fatti. Nessuno ha scritto degli assalti ai mezzi dei militari che presidiavano le regioni russe o dei massacri di civili disarmati che protestavano contro il nuovo regime. A Odessa sono state bruciate vive più di cento persone da parte dei nazionalisti ucraini. Nelle zone russofone, Kiev vuole governare col terrore».

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/politica/ucraina-golpe-targato-obama-1108688.html.

Elezioni dipartimentali francesi

dipartimentaliCosì si ridisegna lo scenario elettorale francese: su 21,3 milioni di votanti (il 49,8% degli iscritti non è andato a votare) il 25,19 percento ha scelto il Front National di Marine Le Pen che in queste dipartimentali è stato l’unico partito politico che ha corso da solo. “Cari compatrioti, senza radicamento sul territorio, con un solo amministratore dipartimentale uscente su 4mila dipartimenti, il Front National è riuscito a delle elezioni locali a superare la percentuale ottenuta alle elezioni europee.  Questo voto massiccio per noi dimostra come i francesi rivogliono la loro libertà e che un’altra politica è possibile”, ha detto Marine Le Pen poco dopo i risultati. De-demonizzazione fa rima, nel bene e nel male, con istituzionalizzazione. Se le europee di maggio scorso lasciavano ancora intendere che il voto frontista fosse collegato unicamente alla protesta, queste elezioni hanno dimostrato l’esatto contrario: il populismo si è trasformato in un voto di adesione di di consenso. Chi dice elezione locale infatti dice amministrazione del territorio, dunque, costruzione dal basso, di una nuova Francia. Se è vero che il centro-sinistra è il grande perdente e che la coalizione di centro-destra guidato da Nicolas Sakozy ha conquistato il maggior numero di ballottaggi e di eletti al primo turno, è ancor più vero che alle presidenziali questo sistema delle alleanze non è valido. Il sistema elettorale disegnato da Charles De Gaulle nel 1959 premia il candidato-presidente proprio per evitare la supremazia dei partiti sulla volontà popolare. Per questa ragione il dato più significativo delle elezioni di domenica ricade sul partito preso singolarmente che ha preso più voti.

Tuttavia l’indipendenza del Front National dal sistema partitico è paradossalmente il suo punto debole. Anche questa volta, come successe nel 2002 quando Jean Marie Le Pen arrivò al ballottaggio delle presidenziali con Jacques Chirac, e come probabilmente succederà nuovamente nel 2017, sembrerebbe profilarsi l’idea di un “fronte repubblicano”, vale a dire il meccanismo per cui destra e sinistra si accordano per sostenere al secondo turno il candidato – di destra come di sinistra –  alternativo a quello del Front National.

Di fatto per vincere alle prossime presidenziali il Front National avrebbe bisogno della profezia di Michel Houellebecq: la nascita di un partito musulmano in Francia con un programma politico gollista. Solo con l’appoggio del leader illuminato, antiliberale e antiprogressista, Mohammed Ben Abbes (che in “Sottomissione” viene in realtà sostenuto in chiave anti-frontista), Marine Le Pen potrà smantellare il fronte repubblicano e restituire alla Francia il suo patrimonio.

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=50704

USA contro resto del mondo

Anche nel 2008, mentre i governi della Ue a rimorchio delle chiuse visioni di Berlino si affidavano a politiche rigoriste suicide, la Federal Reserve (Fed) guidata da Ben Bernanke, lanciava tre successivi programmi di acquisito di titoli di stato (Quantitative Easing) che in pochi anni hanno dilatato il suo bilancio da 850 a 4.500 Mld di $. Secondo il calcolo fatto a Washington, Cina, Giappone e le principali economie del G20 (Brasile, India e così via), terrorizzate dal deprezzamento del dollaro, ne avrebbero fatto incetta sui mercati insieme ai T–Bonds emessi dalla Fed. Se non lo avessero sostenuto, le loro monete si sarebbero rivalutate su di esso, rendendo le loro attività (basate sulla vendita di materie prime e di manufatti, Giappone escluso, di scarsa qualità e basso prezzo) assai meno appetibili; inoltre, un dollaro in caduta libera avrebbe falcidiato le loro riserve monetarie basate appunto sul biglietto verde.

Il risultato è stato che, mentre la crisi finanziaria demoliva la Ue e Giappone e Cina si svenavano per rafforzare la valuta americana, fra il 2009 e il 2013 negli Stati Uniti si riversavano 2.510 Mld di $, praticamente lo stesso volume di moneta messo in circolazione nelle prime due fasi del Quantitative Easing della Fed, 2.600 Mld. Nella sostanza Washington non ha speso un soldo per rivitalizzare la sua economia, lasciando che economie avanzate e nazioni emergenti facessero a gara per sostenerla: il Giappone ha acquistato T–Bonds per 556 Mld, la Cina per 543; il Brasile per 129 e così via. E vista la crescente richiesta, questo finanziamento è avvenuto a interessi sempre più bassi, passando dal 4% pre crisi, all’1,5% nel pieno del ciclone.

La Cina stessa, che un colosso economico ormai lo è, è stata costretta ad abbozzare: fra il 2013 e il 2014 ha provato a ridurre la montagna di debito statunitense che detiene, ma è stata una manovra di facciata, perché ha continuato a rastrellarne tramite il governo belga che è arrivato a detenerne una cifra mostruosa pari al 70% del proprio Pil (350 Mld). Anche Pechino è in trappola: se cade il dollaro, gli effetti per la sua economia, che attraversa un passaggio delicato, sarebbero devastanti.

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Fantasmi

di Gabriella Giudici

Attorno, il fantasma della Torino operaia che fu. Qui dietro c’erano una volta la Michelin Dora, la Teksid, i 13 mila delle Ferriere Fiat dentro i capannoni della tragedia, poi venduti alla Finsider dell’Iri, che negli anni Novanta ha rivenduto alla Thyssen. Che adesso chiude. Sequestrata per la tragedia, con i cancelli chiusi e un albero trasformato in altare (“ciao, non siamo schiavi”, ha scritto un operaio della carrozzeria Bertone), già adesso l’impianto della morte è uno scheletro vuoto, inutile, proprio dove la città finisce e comincia la tangenziale, con le montagne piene di neve dritte davanti. La gente conosce il posto perché lì c’è un autovelox famoso per sparare multe a raffica.

Ma non sa la storia della Thyssen. Ciro dice che un pezzo di Torino non sapeva nemmeno dei morti, e alla manifestazione c’erano trentamila persone, ma era la città operaia, e pochi altri. Come se fosse un lutto degli operai, non una tragedia nazionale. Anzi, uno scandalo della democrazia. Chi lavora l’acciaio sa di fare un mestiere pericoloso, dice Luciano Gallino, sociologo dell’industria, perché macchine e materiali che trasformano il metallo sovrastano ogni dimensione umana, con processi di fusione, forgiature a caldo, lamiere che scorrono, masse in movimento. C’è fatica, rumore, occhio, tecnica, esperienza, senso di rischio, concentrazione. E allora, spiega Gallino, proprio qui nell’acciaio non si possono lasciar invecchiare gli impianti e deperire le misure di sicurezza, non si può ricorrere allo straordinario con tre, quattro ore oltre le otto normali. Invece l’Asl dice oggi di aver accertato 116 violazioni alla Thyssen. Le assicurazioni Axa lo scorso anno avevano declassato la fabbrica proprio per mancanza di sicurezza, portando la franchigia da 30 a 100 milioni all’anno. Per tornare alla vecchia franchigia, bisognava fare interventi di prevenzione, tra cui un sistema antincendio automatico proprio sulla linea 5, dal costo di 800 milioni. From Turin, ha risposto l’azienda, dopo che Torino avrà chiuso.

Estratto da http://gabriellagiudici.it/thyssen-vuol-dire-assassini/#more-29441

Svendite e tradimenti

 

di Roberto Nardella

Lo Stato, dal 14/10/1971 (primo intervento sui tassi d’interesse dopo la sgancio del dollaro dalla parità aurea) al 29/08/1980 (ultimo intervento sui tassi d’interesse della BdI prima del divorzio Tesoro-Banca d’Italia del marzo 1981) si finanziò ad un tasso medio NEGATIVO pari al -5,265% (differenza tra tassi d’interesse della BdI (Banca d’Italia n.d.r) – inflazione reale). Per esportare capitali oltre frontiera vi era necessità di chiedere autorizzazioni ai ministeri preposti. Questa era la “repressione finanziaria” che obbligava i detentori di grossi capitali ad investirli o in attività reali (industria, immobiliare, commercio, agricoltura ecc) o in titoli azionari con un rischio d’impresa e assoluto chiaramente maggiore: se volevi tenere il denaro al sicuro in seno a mamma Stato (BOT, CCT ecc) dovevi pagare il servizio di conservatoria e tesoreria. In ogni modo la quantità di infrastrutture ed opere pubbliche realizzate in quell’epoca non ha eguali in nessun altro periodo storico italiano dall’unità ad oggi. Gli investimenti statali lordi in percentuale di PIL in questo decennio ebbero una media annua del 25,33%: la più alta di sempre.
Dal 23/03/1981 (primo intervento sui tassi d’interesse della BdI post-divorzio) al 24/10/1996 (ultimo intervento sui tassi dell’anno di adesione al club Euro) le cose si invertirono diametralmente: una volta passati nelle mani del “libero mercato dei capitali” (fu lasciato il “pallino” alle banche private di decidere il tasso d’interesse) la differenza media in 16 anni tra tassi d’interesse – inflazione reale schizzò al +5,55% e il rapporto debito/PIL cominciò a salire anno per anno ad un ritmo sostenuto grazie agli interessi che si cumulavano ad altri interessi anno dopo anno. In pratica, da quel primo intervento sui tassi d’interesse post-divorzio del 23/03/1981, i capitali vennero prestati prevalentemente a mamma Stato che garantiva, oltre che la custodia assicurata dal Popolo italiano, un LAUTO interesse netto di diversi punti percentuali al di sopra dell’inflazione reale: furono moltissime le industrie che “finanziarizzarono” i loro investimenti una volta indirizzati nell’economia reale (o in borsa che a quei tempi era grosso modo lo stesso poiché ti assumevi dei rischi d’impresa), il tutto agevolato da una legge che non pretendeva neanche un centesimo di tassa sui sicuri guadagni.

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La Pirelli del Celeste Impero

di Giorgio Vitangeli

Agnelli, Pirelli, padroni gemelli! Era questo il grido che ritmavano nei cortei i contestatori  dell’ultrasinistra negli anni settanta.  Allora, una quarantina d’anni or sono, Gianni Agnelli e Leopoldo Pirelli impersonavano il capitalismo privato italiano, ne erano l’immagine più rappresentativa.

Agnelli e Pirelli, destini gemelli, si potrebbe chiosare oggi. La Fiat, sigla e marchio che stava per Fabbrica Italiana Automobili Torino, è divenuta Fiat Chrysler Automobiles,  ha la sede sociale in Olanda e quella fiscale in Inghilterra; la Pirelli  in base ad un accordo  concluso domenica 22 marzo viene comprata dalla  China National Chemical Corporation, società statale cinese.

I termini dell’accordo sono ormai noti.  Sino a ieri il socio di riferimento di Pirelli, col 26,2% del capitale, era la società Camfin, formata da Marco Tronchetti Provera, che aveva sposato  in seconde nozze Cecilia Pirelli figlia di Leopoldo Pirelli, da Banca Intesa, da Unicredit e dalla società russa Rosneft. Ora verrà costituita una newco, cioè una nuova società cui la Camfin venderà la sua partecipazione in Pirelli, reinvestendovi una parte dell’incasso. Già in prima battuta in questa nuova società i cinesi della China National Chemical  avranno la maggioranza assoluta, cioè il 50,1%, restando agli altri soci il 49,9. Subito dopo però la newco lancerà un’Opa totalitaria, cioè un’offerta pubblica di acquisto del capitale restante della Pirelli,  ed al termine di questa operazione la quota dei cinesi dovrebbe salire a due terzi circa del capitale, cioè al 65%, ai soci italiani resterà  il 22,4%, ed ai russi della Rosneft il 12,6%.

Ovviamente cambierà anche l’assetto del Consiglio di amministrazione: Marco Tronchetti Provera resterà amministratore delegato per altri quattro anni, i consiglieri diverranno 16: otto cinesi, tra cui il presidente, ed otto in rappresentanza degli altri azionisti. Ma in caso di disaccordo, il voto del presidente varrà doppio.

In parole  povere: a  comandare saranno i cinesi.

Il resto sono dettagli. Il “quartier generale” – si afferma – resterà in Italiai. La società dovrebbe essere cancellata dal listino della Borsa italiana e tornarvi tra quattro anni. Il settore degli pneumatici industriali sarà integrato nella  Aeolus, società partecipata della China Chemical, mentre la produzione in Italia si concentrerà sugli pneumatici per automobili.

Per Marco Tronchetti Provera l’accordo coi cinesi “rappresenta una grande opportunità per la Pirelli”. Frasi di circostanza che hanno il sapore amaro d’una presa in giro. La verità è che un altro pezzo importante del nostro apparato industriale, un altro nome significativo della storia della nostra industria è comprato da capitale straniero, e non è più sotto controllo italiano.

E’ la globalizzazione, ed è bene che i capitali stranieri vengano in Italia, ha commentato un politico di governo.

Sarà anche vero, ma ci sono due cose difficili da capire. La prima è perché con la globalizzazione a comprare siano sempre gli altri, ed a vendere sempre noi, e quando abbiamo provato a comprare, ci hanno dato bacchettate sulle dita.

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