La Libia e la classe politica italiana

di Luciano Del Vecchio

La Libia è ancora nel caos. Gruppi rivali si contendono la conquista dell’intero Paese diviso in più territori: gli islamisti di al Fajar hanno conquistato Tripoli; i “laici” e i militari presidiano Tobruk; i guerriglieri dell’Isis, guidati da Abu Mohammed al-Adnani, avanzano e sembra abbiano fondato un piccolo califfato a Derna in rapida espansione. Ora sono giunti fino a Sirte, la città natale di Gheddafi, su un golfo dove si trovano anche dei pozzi petroliferi. Forse l’Isis controlla anche Zuara, il porto da dove partono quasi tutti barconi colmi di migranti diretti verso l’Italia. Chi è responsabile di questa tragedia? Di chi sono le colpe di questo macello? Rievocare gli avvenimenti di tre anni fa forse non dà risposte esaurienti e definitive, ma può aiutare a capire gli avvenimenti di oggi.

Nel Giugno 2009 Berlusconi, capo del governo italiano, sottoscrive con Gheddafi un vantaggioso trattato di amicizia, con il quale l’Italia si impegna a non concedere mai le basi Nato, presenti sul nostro territorio, per attaccare la Libia. Due anni dopo, Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica Italiana e comandante in capo delle Forze armate, si rende protagonista della decisione di far entrare l’Italia nella coalizione bellica internazionale contro Gheddafi. In un notturno e drammatico gabinetto di guerra, fa di tutto per condizionare Berlusconi a unirsi all’intervento armato che Francia e Stati Uniti hanno organizzato a tavolino. Berlusconi si piega alla volontà di Obama e Sarkozy di abbattere Gheddafi.

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One thought on “La Libia e la classe politica italiana

  1. Prima della guerra, nel 2011, l’Organizzazione Mondiale per la Salute registrava che “il paese offriva assistenza integrale alla salute incluso la promozione, la prevenzione, la cura e la riabilitazione dei servizi a tutta la cittadinanza in forma gratuita attraverso unità di attenzione primaria, centri di salute e ospedali di distretto” e la CIA World Factbook aveva segnalato che la Libia disponeva di un tasso di alfabetizazione del 94,25 che era superiore a quella della Malesia, del Messico e dell’Arabia Saudita. Secondo l’ONU, la speranza di vita era di 75 anni, di fronte ai 66 dell’India, i 71 in Egitto e i 59 in Sud Africa. Il paese aveva un leader molto bizzarro ma stava prosperando. Le conseguenze della guerra di Libia sono che la sua infrastruttura è collassata, con effetti per esempio di richiedere a tutti i cittadini di Tripoli di perforare attraverso il terreno di casa una buca disperata per trovare acqua. I rifugiati di altri paesi africani arrivano ad ondate in Libia per tentare di raggiungere l’Europa e aggiungono una crisi in più alla disastrosa situazione umanitaria. Ci sono state migliaia di vittime civili e le bande dello Stato Islamico si sono insediate prosperando nel paese, mentre la guerra civile continua grazie anche alle forniture di armi che alcuni dei gruppi di miliziani ricevono dai paesi occidentali. Non c’è soluzione alla catastrofe eccetto dichiarare il paese come un protettorato, cosa che è impraticabile. La lezione appresa è che, senza dubbio, gli USA -NATO non dovrebbero mai più considerare un simile “modello di intervento. Fonte: Strategic Culture Traduzione: Luciano Lago
    https://www.controinformazione.info/le-nefaste-conseguenze-dellintervento-usa-nato-in-libia/

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