La Libia e la classe politica italiana

di Luciano Del Vecchio

La Libia è ancora nel caos. Gruppi rivali si contendono la conquista dell’intero Paese diviso in più territori: gli islamisti di al Fajar hanno conquistato Tripoli; i “laici” e i militari presidiano Tobruk; i guerriglieri dell’Isis, guidati da Abu Mohammed al-Adnani, avanzano e sembra abbiano fondato un piccolo califfato a Derna in rapida espansione. Ora sono giunti fino a Sirte, la città natale di Gheddafi, su un golfo dove si trovano anche dei pozzi petroliferi. Forse l’Isis controlla anche Zuara, il porto da dove partono quasi tutti barconi colmi di migranti diretti verso l’Italia. Chi è responsabile di questa tragedia? Di chi sono le colpe di questo macello? Rievocare gli avvenimenti di tre anni fa forse non dà risposte esaurienti e definitive, ma può aiutare a capire gli avvenimenti di oggi.

Nel Giugno 2009 Berlusconi, capo del governo italiano, sottoscrive con Gheddafi un vantaggioso trattato di amicizia, con il quale l’Italia si impegna a non concedere mai le basi Nato, presenti sul nostro territorio, per attaccare la Libia. Due anni dopo, Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica Italiana e comandante in capo delle Forze armate, si rende protagonista della decisione di far entrare l’Italia nella coalizione bellica internazionale contro Gheddafi. In un notturno e drammatico gabinetto di guerra, fa di tutto per condizionare Berlusconi a unirsi all’intervento armato che Francia e Stati Uniti hanno organizzato a tavolino. Berlusconi si piega alla volontà di Obama e Sarkozy di abbattere Gheddafi.

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