Far la festa ai pensionati *

Eugenio Orso in

http://pauperclass.myblog.it/2015/04/26/decurtate-le-pensioni-lo-dice-tito-boeri-eugenio-orso/

Economisti di gran fama, bocconiani, anche loro come i piddini servi della troika, si spendono per fare proposte che rendano più “equo” il sistema pensionistico! L’ultimo della serie è lo stimatissimo professor Tito Boeri, esperto di mercato del lavoro, di welfare e, con tutta evidenza, anche di manipolazione delle pensioni.

Le continue riforme delle pensioni sono sempre nell’aria. L’attacco a pensionati e anziani è cominciato negli anni novanta ed è stato sollecitato, per lettera, dalla bce in quella fatidica estate del 2011, quando si preparava l’avvento del primo governo-Quisling nell’interesse troikista, cioè l’esecutivo-fantoccio di Mario Monti.

Ricordiamo in sintesi le tappe principali del massacro dei lavoratori anziani: 1) Giuliano Amato, DL 503 del 1992, innalzamento dell’età per la pensione di vecchiaia e altre novità. 2) Lamberto Dini, L 335 del 1995, passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo. 3) Romano Prodi, L 247 del 2007, con introduzione delle quote per accedere alla pensione, determinate dall’età più gli anni lavorati. 4) Elsa Fornero, Art. 24 DL 201 del 6 dicembre 2011 detto ironicamente “Salva Italia”, con estensione a tutti del sistema contributivo per la pensione, nuovo innalzamento dell’età pensionabile, creazione conseguente degli “esodati”, cioè coloro che in base ad accordi categoriali o aziendali accedevano al pensionamento anticipato rispetto ai precedenti requisiti.

Oggi si agita l’infame marionetta Tito Boeri, voluto (non a caso) da Renzi alla guida dell’Inps, incaricato di preparare entro giugno, con le sue brillanti “proposte” al governo, la mazzata 2015 da infliggere ai pensionati.

Sarà Tito  Boeri – economista al servizio del sistema di sfruttamento neoliberista – l’equivalente, per Renzi, del giuslavorista Pietro Ichino, questa volta in materia di prestazioni pensionistiche Inps? E’ possibile, se non probabile. Boeri fa una proposta che può piacere anche “in Europa” e Renzi la coglie al volo, obbedendo agli ordini della troika e colpendo i pensionati “ricchi”, ex lavoratori pubblici, ex dipendenti privati o ex lavoratori autonomi che siano.

La parola d’ordine scelta, in questo caso, è “equità”. Si simula la lotta ai privilegi e alle pensioni d’oro, sbandierando l’equità come “filosofia di fondo” da seguire, con pelosa attenzione nei confronti degli ultra-cinquantacinquenni più poveri e senza lavoro. Saranno in molti gli idioti che crederanno a un’azione di contenimento sulle pensioni alte, finalizzata ad aumentare quelle minime, o a concedere redditi minimi a chi non ha niente. Morale della favola, l’Inps di Tito Boeri farà le sue proposte e il governo piddì di Renzi agirà, sfornando l’ennesima riforma per metterlo in culo agli italiani.

Ricordiamoci che anche la battona mercatista Fornero, quando ha esordito nel 2011 come ministro, strillava “basta privilegi!” e poi ha colpito, con spietatezza, lavoratori indifesi, attaccati al loro piccolo reddito di sopravvivenza, rendendoli “esodati” a centinaia di migliaia. Quasi quattrocento mila vittime, costituite da coloro che sono caduti nella trappola dell’interruzione volontaria del rapporto di lavoro – senza aver ancora maturato tutti i requisiti per andare in pensione – in situazioni di crisi aziendale o altro, che da allora si trovano senza reddito o con sussidi insufficienti per poter campare. Un vero e proprio eccidio, temperato da appena qualche decina di migliaia di “salvaguardati”.

La differenza fra la proposta Boeri, così come la conosciamo, e l’ignobile “legge Fornero” è che la complice di Monti ha colpito quelli che si trovavano a “metà del guado”, non più pensionabili per il cambio dei requisiti, mentre lo sciacallo-economista Boeri vuol colpire i già pensionati, con pensioni superiori ai duemila euro lordi mensili! In pratica, soprattutto quelli nella fascia fra i duemila e i tremila lordi, che sono i più numerosi.

Secondo il concetto che ha dell’”equità” Tito Boeri – allineato con gli interessi del grande capitale finanziario – un netto di mille e seicento o mille ottocento euro mensili è troppo elevato, addirittura offensivo per il resto della popolazione (opportunamente impoverito), e quindi bisogna ridurlo drasticamente, imponendo un sostanzioso “contributo”. Naturalmente, le vere pensioni d’oro, come quelle degli apparatchik della magistratura – che sappiamo essere veramente alte e ingiustificate – blindate come sono non saranno toccate, o lo saranno solo marginalmente.

Tito Boeri, complice di Renzi alla guida dell’Inps, fa astutamente la proposta del reddito minimo (per ora mediaticamente), a beneficio di coloro che hanno almeno cinquantacinque anni, sono senza lavoro e in condizioni di povertà. Reddito che potrà essere addirittura di seicento euro mensili. (grassetto nostro n.d.r) I beneficiari dell’elemosina potrebbero essere qualcosa di più di duecento mila e si dovrebbe stare comodamente entro il miliardo e mezzo di spesa. E’ chiaro che i suddetti continueranno a essere poveri e senza lavoro, con l’acqua alla gola, nonostante la “generosa” oblazione per simulare “equità”.

Sull’altro versante, si dovranno colpire i pensionati “ricchi”, scampoli di ceto medio risalenti all’era keynesiana dello stato sociale, che possono ancora permettersi duemila euro lordi mensili! O addirittura di più! Stando però bene attenti – e questo ovviamente non si dice – a non irritare con l’imposizione del contributo i nobili magistrati o gli alti dirigenti pubblici.

Pesa sulla testa dei pensionati anche la svalutazione degli assegni pensionistici, retaggio dell’infame “riforma Dini”, che prevede il collegamento fra la capitalizzazione dei contributi maturati dal soggetto all’andamento del Pil nel quinquennio precedente. Ora, se l’andamento è negativo, con segno meno, non ci sarà una rivalutazione degli importi versati proporzionale a una crescita, nel quinquennio precedente, che non c’è stata, ma al contrario, la loro svalutazione in termini reali. Così probabilmente sarà nel concreto, anche per gli anni venturi. La verità è che l’Inps di Boeri – che deve fare “proposte” sulle pensioni al governo Renzi, con lo scopo evidente di ridurre la spesa pensionistica – è orientata verso la svalutazione dell’assegno pensionistico per quelli che andranno in quiescenza dal 2015.

Poco importa, viste le intenzioni, se si proporrà – come va cianciando il massacratore sociale Boeri – di pagare tutte le prestazioni (pensioni e indennità di accompagnamento) il primo di ogni mese e non più in date differenti in rapporto alla prestazione e al fondo di gestione.

Se si svaluterà l’assegno pensionistico per coloro che andranno in quiescenza dal 2015 e si diminuiranno forzatamente le pensioni dei rimasugli di ceto medio, con la scusa del “contributo di solidarietà”, moltissimi – non ricchi e per niente privilegiati – lo piglieranno in culo, nonostante la conclamata e “egualitaria” unificazione dei pagamenti a inizio mese! Ciò che non si dice è che ai veri privilegiati si concederanno le solite scappatoie, per evitare che le loro lussureggianti pensioni siano ridotte alla metà dall’applicazione del contributo.

In teoria, si afferma di voler colpire solo le pensioni alte e, nello stesso tempo, quella parte della pensione “d’oro” non giustificata dai contributi versati, in ossequio alla legge riforma del 1995 che ha stabilito il cosiddetto sistema contributivo (cioè la differenza fra la pensione effettivamente intascata e quella, più bassa, che si sarebbe intascata con il sistema contributivo). Per il sostanzioso contributo, si pensa a tre aliquote scaglionate in funzione del reddito: il 20% da duemila e tremila euro lordi mensili, il 30% da tremila a cinquemila e il 50% oltre i cinquemila. In progressione sempre per ragioni d’“equità”!

I pensionati da colpire con l’imposizione del contributo sarebbero “soltanto” un milione e settecentomila, in pratica ex lavoratori dipendenti, del privato e del pubblico. Una vera bazzecola, visti i numeri! E’ chiaro che la maggior parte delle future vittime del contributo-Boeri si posiziona fra i duemila e i tremila euro lordi mensili e la maggioranza della maggioranza fra i duemila e i duemila e cinquecento. Il che vuol dire che tanti non arrivano, già oggi, a duemila netti il mese e altri superano di poco questa soglia. Ecco i “privilegiati” gonfi di danaro che Boeri, Renzi e la troika vogliono colpire! Si punta, in ossequio agli interessi della grande finanza, a impoverire definitivamente i rimasugli di ceto medio, specie se anziani e perciò del tutto inutili per la creazione di nuovo valore finanziario.

In questa sporca operazione che colpirà i pensionati, si usano spesso le espressioni propagandistiche “privilegiati” e “pensioni d’oro”, senza che vi sia una reale intenzione di castrare i veri abbuffoni, che vivono una quiescenza dorata e assolutamente ingiustificata, come ad esempio i magistrati (il riformatore di pensioni Giuliano Amato è ancora attivo e membro della corte costituzionale!) o i politici con tanto di vitalizio.

Cari pensionati, che gravate come macigni sulla spesa pubblica e sulla “ripresa”, siete pronti a prenderlo, ancora una volta, selvaggiamente in culo?

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La guerra psicologica non mediatica

Per quanto concerne le tattiche non mediatico/comunicative/culturali di guerra psicologica, vale a dire lo studio della cultura del nemico, l’infiltrazione e gli strumenti derivati dall’HUMINT (human intelligence) i paesi europei sono ancora deficitari. Sullo studio del nemico islamista, della sua storia, cultura e psicologia, dei suoi codici e linguaggi, sconta un ritardo imbarazzante. Il califfo nero sa esattamente cosa suggestiona l’immaginario europeo (decapitazioni, atti di iconoclastia…). Le nazioni europee brancolano nel buio anche solo quando si tratta di distinguere cultura sciita (sensibile come la nostra all’iconoclastia e caratterizzata da una forte devozione a figure spirituali simile per certi aspetti al nostro culto dei santi) e cultura sunnita (più o meno rigidamente aniconica). Sull’analisi psicologica del nemico siamo tanto arretrati da immaginare ancora il fenomeno dell’estremismo religioso come riguardante principalmente i poveri e gli emarginati – e siamo pertanto vittime della mentalità laicista che vuole la religione, qualsiasi religione, come fenomeno del passato, riservato ai minus habentes ed incapace di produrre cultura nel senso positivo – ed ignoriamo il ritorno alla religione della borghesia (6) (come quella degli europei convertiti), avvenga questo ritorno per (anti?)conformismo, per ricerca di valori forti nell’era del pensiero debole o per sincera ricerca spirituale. Sull’infiltrazione e sul livello di attività HUMINT il livello di complessità si alza ulteriormente e merita un discorso a parte.[…]

Lo stato di cose sin qui esposto ed analizzato è figlio della miopia delle nostre classi dirigenti, alle quali dovremmo chiedere coerenza e visione, non una marcia dei buoni propositi nel centro di Parigi, per di più invitando il presidente turco. Il terrorismo politico degli anni ’70 fu vinto dal benessere degli anni ’80 e ’90, non da strategie vincenti dei governi – strategie che non si videro. La violenza dei terroristi rossi, anarchici e neri li isolò da una società che aveva la pancia troppo piena per sognare superuomini nietzschiani o soli dell’avvenire. Il terrorismo religioso non ci lascerà questo aggio perché si radica tanto nelle pance piene che in quelle vuote. Sarebbe bene cominciare a darne una lettura geopolitica e strategica, non solo “sentimentale”, alla “je suis” – per quanto, proprio nella logica sin qui indicata trasmettere ed enfatizzare l’immagine di una società unita contro la violenza e non divisa su basi settarie sia quantomeno un inizio.

Amedeo Maddaluno

 

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Il Partito della Nazione (PD+N)

Il M5S, filiazione del blog beppegrillo.it, è l’ennesimo prodotto della Open Society Foundations del finanziere George Soros. Invece di fomentare una rivoluzione colorata, del tutto inutile dato che il nuovo uomo di Washington -Matteo Renzi- è già al comando, M5S incanala le frustrazioni ed il malcontento generati dalla disastrosa situazione economica e li rende innocui attraverso un infantile poujadismo. Sul sito della fondazione di George Soros (a sua volta semplice paravento della CIA come fu ai suoi tempi la Ford Foundation32) si legge infatti come il M5S sia un’alternativa efficace ai movimenti di protesta nazionalisti che, non a caso, dal Front National alla Lega Nord simpatizzano per Mosca:

“The key question for Europe is whether movements like M5S offer a genuine way to re-engage voters with politics. Our previous research into right-wing populist parties has shown that much of the support for these parties is driven by a dislike and distrust of political elites. The M5S could be a model that allows citizens to challenge the way that politics is done without scapegoating parts of the population”.

Se Giuseppe Piero Grillo è un placido ex-comico di 67 anni, con alle spalle una condanna per omicidio colposo che lo rende politicamente innocuo, il discorso si fa più interessante per il “guru” del Movimento 5 Stelle, il tecnico informatico Gianroberto Casaleggio, che dopo una prima esperienza all’Olivetti di Ivrea sbarca alla Webegg S.p.A, società del gruppo eporediense specializzata in informatica per le imprese e controllata dal 2002 da Telecom Italia.

Senza fini probatori, ricordiamo che più di un brigatista rosso sospettato di agire per conto dei servizi segreti italiani (da Mario Moretti a Marco Mezzasalma) ha lavorato in società del gruppo Telecom-Stet, oppure come tecnico informatico in aziende della difesa. Con un personaggio dei servizi segreti Casaleggio è sicuramente entrato in contatto, considerato che l’ex-magistrato immagine di Tangentopoli, Antonio di Pietro, figura per per un certo periodo della sua vita nella scorta del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, prima di intraprendere esotici viaggia alle Seychelles per conto del Sismi a caccia di un faccendiere iscritto alla P235. La Casaleggio&associati, costituita nel 2004, gestisce infatti fino al 2010 sia il blog di Grillo che quello di Di Pietro: è l’ex-magistrato a troncare i rapporti con il guru dei M5S, a causa del vizio di Casaleggio di modificare a suo piacimento i contenuti del sito, alzandone i toni con violenti attacchi al PD ed alla stampa.
[…]
Se è Massimo D’Alema il più pericoloso avversario di Renzi, urge abbatterlo: il 30 marzo, nell’ambito di un’inchiesta su presunte tangenti ruotanti attorno alla metanizzazione dell’isola di Ischia, sono pubblicate le intercettazioni dove i vertici della cooperativa Cpl coinvolta nell’inchiesta asseriscono di aver comprato centinaia di copie di libri e 2.000 bottiglie di vino di Massimo D’Alema, per accattivarsi i suoi favori. Il Corriere della Sera titola: «Compriamo libri e vino di D’Alema» Poi la frase sullo sporcarsi le mani55. Lo sputtanamento del leader maximo è servito.

Qual è lo scopo del Partito della Nazione? Secondo il filosofo Massimo Cacciari il lucido piano di Renzi mira56 ad archiviare la tradizione socialdemocratica per sfondare nell’elettorato di destra e costruire un’egemonia attorno alla figura del capo. Partito della Nazione, continua Cacciari, è una boutade populistica perché i partiti sono indissolubilmente legati alla rappresentanza di alcuni interessi e immaginare un partito della nazione è una contraddizione logica.

La più lucida analisi sulle finalità del Partito della Nazione è nelle pagine che lo storico Renzo De Felice dedica agli anni ’30, da lui definiti gli anni del consenso del fascismo: Benito Mussolini tocca l’apice della popolarità in corrispondenza dell’identificazione di massa degli italiani con il regime, diventato sinonimo di patria. Qualsiasi oppositore politico al fascismo è moralmente e psicologicamente un nemico della Patria e come tale privo di qualsiasi legittimità. Come potranno definirsi i futuri avversari politici del Partito della Nazione, se non avversari dell’Italia?

Resta solo da spiegare perché l’establishment angloamericano, in un momento critico dell’Italia che rischia di sfociare in pericolosi ed imprevedibili ribaltamenti geopolitici, abbia optato come nel 1922 per un uomo forte alla guida di un partito plebiscitario.

La risposta sta nella percezione che hanno gli anglosassoni dell’Italia, mirabilmente descritta dall’ambasciatore britannico presso la Santa Sede, Darcy D’Osborne, nel 1943: “i principi e le regole della democrazia sono estranei alla natura del popolo italiano, che non si interessa di politica (…) Mussolini aveva ragione a dire che gli italiani sono sempre stati povera gente57”.
estratto da

http://federicodezzani.altervista.org/aspettando-il-partito-della-nazione/

Perché non bisogna pagare il debito

di Chiara Filoni 15 aprile 2015

I numeri in Grecia parlano chiaro: il debito pubblico rappresentata oggi il 175% del prodotto interno lordo del paese, mentre nel 2007, immediatamente prima della crisi e delle cosiddette misure di “salvataggio”, non superava 103%. Il Pil è diminuito del 25% in quattro anni. La disoccupazione si attesta a 27% e supera il 50% tra i giovani.

A seguito del memorandum del 2012 imposto dalla Troika alla Grecia, il salario minimo è diminuito del 22% per i lavoratori con più di 25 anni, e del 32% per i restanti. In generale, i salari sono stati ridotti del 38% e le pensioni del 45%. Sono inoltre state imposte riduzioni significative della protezione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici (libertà di associazione e di contrattazione collettiva), senza contare le privatizzazioni e la svendita del patrimonio pubblico; oltre a tutto ciò che ne consegue in termini di recessione e perdita in entrate per lo Stato greco. Queste le barbare misure di austerità imposte da BCE, Commissione Europea ed FMI, (la Troika, per l’appunto), a partire dal 2010, anno del primo memorandum.

Risultato: quasi il 50% della popolazione greca vive con un reddito al di sotto della soglia di povertà (cifra che si attestava al 20% nel 2008). L’accesso a cure mediche, educazione, a un salario giusto, ma spesso anche al riscaldamento, oggi sembra essere un privilegio.

E tutto ciò per cosa? In nome del rimborso di un debito la cui contrazione non ha mai beneficiato la popolazione.

C’è tutto questo dieto la vittoria elettorale di Syriza lo scorso 25 gennaio. Una luce alla fine del tunnel per il popolo greco; la possibilità di un riscatto, di giustizia. E, in termini pratici, come ha puntualizzato Manolis Glezos, partigiano e membro del Parlamento Europeo con Syriza, una speranza per abolire il regime di austerità, strategia imposta non solo dalle élite tedesche e dai paesi creditori, ma anche dall’oligarchia greca. Oltre che una speranza per l’annullamento del debito: una proposta radicale che nessun altro partito al governo di nessun altro paese europeo aveva mai osato esigere prima d’ora.

Il debito pubblico greco, infatti, non solo è insostenibile da un punto di vista economico (l’insostenibilità risiede nell’impossibilità di assumere le obbligazioni che vengono dai contratti di debito), ma sopra ogni altra cosa illegale (perché viola le procedure interne alla Costituzione greca e più in generale le convenzioni internazionali a cui la maggior parte dei paesi del mondo aderisce) e illegittimo (ovvero rispondente ai bisogni di una minoranza, quella dei creditori, e non della maggioranza della popolazione).

L’ammontare totale del debito del paese è di poco più di 300 miliardi di euro, di cui l’80% è detenuto dalla Troika, mentre il restante 20% è legata a delle obbligazioni emesse dallo Stato greco e acquistate dalle banche greche. La parte sostanziale di questo debito proviene dunque dai “salvataggi” operati dall’Unione Europea nel 2010 e 2012, ognuno accompagnato da un memorandum, vera causa delle conseguenze sopra descritte.

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Contro il Ttip

Domani, 18 aprile 2015, è stata proclamata la Giornata europea contro il Ttip: cittadini e movimenti della società civile scenderanno nelle piazze di oltre 600 città in tutto il mondo (30 in Italia) sotto lo slogan: “Le persone e il pianeta prima dei profitti”. Le oltre 200 organizzazioni italiane che hanno aderito alla Campagna Stop TTIP parteciperanno alla giornata di azione globale con decine di iniziative in tutto il Paese. Intanto, prosegue la raccolta di firme dopo che quasi un milione e 700 mila cittadini europei hanno sottoscritto la petizione per chiedere alla Commissione l’immediato arresto delle trattative sul TTIP.

Nella scheda seguente, di Nicola Boidi, riportiamo una breve introduzione agli altri trattati già in vigore e ai loro effetti

«Misure per promuovere la crescita: 1) il salario mimino stabilito dai contratti collettivi sarà ridotto del 22%; 2) i giovani sotto ai 25 anni avranno invece i salari stabiliti dai contratti collettivi ridotti del 35%;3) i contratti collettivi non potranno avere una durata superiore ai 3 anni. In tema di riforme fiscali è fatto obbligo al governo greco di compilare una lista degli attivi di proprietà dello Stato incluse partecipazioni in imprese quotate e non, di proprietà immobiliari e fondiarie “commercialmente valide”».

Dal Memorandum della Ue al governo greco, 9 febbraio 2012.

La via maestra sperimentata come la più efficace per combattere una prolungata fase di recessione economica, la «via keynesiana»,nei Paesi dell’Unione Europea è attualmente sbarrata dai trattati e patti ratificati dalle istituzioni europee, a partire dal fondativo Trattato di Maastrich del 1993, passando per il Trattato consolidato di Lisbona del 2007 giù giù attraverso successive ratifiche e modifiche legislative, fino al più recente Trattato sulla stabilità,il coordinamento e la governance nell’unione economica e monetaria ratificato nel marzo 2012 ( più noto come Fiscal compact).

La singolarità della serie di trattati approvati in rapidissima sequenza tra la primavera 2011 e la primavera del 2012 è che ciò è avvenuto con procedure «d’eccezione» che poco hanno a che fare con i consueti meccanismi democratici di consultazione e deliberazione da parte di organismi istituzionali o di votazione tramite consultazione popolare. I suddetti patti Ue sono stati poi a loro volta recepiti, fatti propri e trasformati o in articoli costituzionali o in decreti legislativi, o in entrambe le cose, da parte dei governi e parlamenti nazionali con procedure altrettanto d’eccezione: ne sono esempio le politiche attuate dal precedente governo greco sull’impulso dei diktat e memorandum della Troika europea, o la solerzia «sacerdotale» (da «officiario» dei riti neolilerali) con cui Mario Monti ha fatto applicare e trasformato in leggi dello Stato italiano, o addirittura in modiche di articoli della Costituzione,in tempi rapidissimi, i decreti e articoli di quei trattati. Quelle misure, a livello europeo e all’interno dei singoli stati nazionali, sono tutt’ora in vigore e non hanno ricevuto modifiche sostanziali. Leggi il resto qui

Analisi del DEF 2015

Questo quadro surreale come un dipinto di Dalì (ma evidentemente privo della stessa qualità artistica) porta ad una prosa nella retorica governativa che sfocia nel dadaismo.

zeroconsensus

renzi 2

 di Riccardo Achilli

Con l’approvazione ufficiale del Def, si è in grado di fornire una indicazione, sia pur non ancora consolidata (come è noto, il Def va inviato, insieme al Piano Nazionale delle Riforme, alla Commissione Europea, entro metà aprile, in modo tale che, entro giugno, pervengano al Governo nazionale le “raccomandazioni” comunitarie, vero e proprio antipasto di possibili, per non dire probabili, modifiche al quadro previsionale di finanza pubblica, ed alla stessa manovra di stabilità per il 2016 che il Def anticipa, a grandi linee. Vale la pena ricordare che, l’anno scorso, le previsioni di disavanzo nominale rispetto al Pil, inizialmente stabilite al 2,2% da Padoan, sono state portate al 2,6% su pressione della Commissione, evidentemente portando ad una manovra di stabilità più pesante e recessiva di quella inizialmente abbozzata).

Iniziando dal quadro previsionale di finanza pubblica, esso si basa su una ipotesi di progressivo irrobustimento, sotto forma di…

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Storia di Mario Salvi l’indiano sconfitto (e la nostra)

Ed ecco l’autobus.
Striscia lentissimo nel traffico, come un bacarozzo malato. In curva la parte sinistra sprofonda, con gli ammortizzatori scoppiati; è gravato della solita carne da cannone.
Le tre porte si aprono simultanee; quella posteriore è presidiata dai soliti nordafricani (sempre gli stessi, sembrano comparse di una pellicola sulla disfatta dell’amministrazione capitolina); l’anteriore si apre a metà: un pensionato con carrello si inerpica lentamente e dolorosamente sulla pedana: pianta a fatica il piede destro, poi artiglia un sostegno, fa un mezzo giro panoramico esercitando un orgoglioso sguardo di disprezzo su uomini e cose, poi sale col sinistro; una volta sulla pedana, issa il carrello della spesa con entrambe le mani. L’operazione è complessa; non si muove nessuno; e neanch’io, per carità.
La folla si concentra perciò sulla porta centrale: le solite schermaglie fra chi scende e chi sale: infine si intravede uno spazio libero, l’area destinata ai non deambulanti; poiché la natura aborre il vuoto questo viene occupato con foga.
L’autista, scarpe da ginnastica, occhiale scuro, attende con menefreghismo nichilista. Poi, in rapida successione, sbatte i polpastrelli schifati sui tasti della chiusura; c’è un intoppo: riapre. La plebaglia si stringe ancora un poco; tutti riorganizzano la postura degli arti in combinazioni più favorevoli al guadagno di un minimo di cubatura. Si fa qualche passetto avanti: nuovo pigiar di tasti: stavolta le porte a tagliola si chiudono con uno scatto felice. Si riparte.
Sono accanto a un gruppetto di adolescenti. Sedici, diciassette anni. Fra di loro serpeggiano nomi da varietà capitalista postmoderno: Joshua, Nicholas; uno di loro è preda d’un incontenibile ridarella. Gli altri lo scherniscono con epiteti grevi; vola, a mo’ d’interiezione, qualche bestemmia. Un asiatico, impassibile come la maschera d’un fontanone barocco, li fissa senza sentimento.
Arriva fitto il cianciare ai cellulari. Una tizia sui quaranta, grassa e bistrata, s’impone su tutti. Capelli corvini stirati chimicamente, giacchetta nera aderente, fuseaux rosa antico leopardati, stivaletti neri con finto strass e finta fibbia: un esemplare piuttosto frequente a tali latitudini.
“Ciao, come chi so’? … ah ah … so’ Luana, braaaava … t’ho visto prima sul balcone … ammazza Ginevra come sta carina … j’hai fatto cresce i capelli sotto ar culo … ah ah … no no … e chi gliel’ha detto a quella … a Jessica … no no … ma poi te l’ho detto, ce vedemo … sì sì … ancora no, dai … basta … vedemo … comunque il colore del vestito è avio … capito? Avio … no, t’ho detto … ce vedemo domattina … sì … pe’ quella faccenda della Playstation te faccio sapè quando ce incontramo, vabbè? Ok … ok, ciao tesò … ciao ciao ciao”.
L’autobus arranca per la salita del quartiere, arriva alla piazza principale: una luce giallina, delicata, indora le palazzine prebelliche dell’ATER; il vento freddo della nascente primavera la taglia obliquo. Prima della fermata, all’angolo, vicino al breve porticato (frutto dell’architettura coloniale fascista) s’intravede un gruppetto slabbrato di persone; un manifesto, una bandiera; forse un fischietto, o un tamburo, improvvisati. Una ventina di anime.
“Anvedi, ce stanno i communisti …”, fa uno dei ragazzetti, con aria di sufficienza.
“I communisti … i communisti … i communisti  … ma no … maddai … ah ah porcod …”
Improvvisamente sale, ritmato con voce stentorea, e assolutamente incongruo in quel pomeriggio ordinario, un ritornello; un ritornello di protesta, politico, d’appartenenza. Si riesce a capire solo qualche parola: “… una nuova era … la redenzione … sulla bandiera, rivoluzione!”.
So già di che si tratta. Avevo letto i manifesti nei giorni precedenti.

Presidio ore 16.00
Piazza Mario Salvi

MARIO SALVI
Rivoluzionario comunista ucciso dal piombo di Stato
Martedì 7 aprile 2015
‘Il 7 aprile 1976 cadeva Mario Salvi comunista rivoluzionario
di 21 anni ucciso dal piombo di Stato
mentre manifestava il suo odio di classe
contro la giustizia borghese
il suo ricordo vive nelle lotte degli sfruttati

I compagni e le compagne di Primavalle

Al centro del manifesto, in sovraimpressione a una folla manifestante, c’è proprio lui, il Gufo, Mario Salvi; poco più che ventenne, dimostra almeno dieci anni di più. Capelli folti e ricci, baffi, la mano destra portata all’altezza dell’anca, il braccio sinistro alto, col pugno chiuso. Un eskimo, maglione a girocollo beige, jeans a campana, scarpe alla buona. Son passati neanche quarant’anni, ma quella foto è sempre più simile a una fotografia risorgimentale, a un bianco e nero secolare; mi ricorda certi scatti ai briganti meridionali, in ceppi e manette accanto ai gendarmi unionisti, oppure morti, rilasciati in pose oscene per l’obiettivo oppure con il corpo composto, giubbe e stracci e scarponi sdruciti, e gli occhi ciechi, morti, a fissare il nulla, come faremo tutti noi quando arriva l’ora. Foto di sconfitti della storia.
E anche il Gufo c’ha la sua bella foto da brigante morto, sulla barella che se lo porta via, per sempre, il 7 aprile 1976, verso l’obitorio o il cielo dei comunisti.

Neanche mi ricordo cosa successe quel giorno e cosa avesse da protestare il Gufo, davanti al Ministero di Grazia e Giustizia, a Via Arenula. Si lanciarono le molotov, certo, e i fuochi fatui brillarono secondo un copione di scontri già conosciuto; gli agenti di custodia (erano ancora militari) si lanciarono all’inseguimento dei manifestanti lungo le viuzze che scorrono parallele in direzione di Piazza Farnese o di Campo de’ Fiori (Campo de’ Fiori, la piazza dove ancora resiste la statua del libertario, suo malgrado, Giordano Bruno, bruciato lì nel 1600).
In una di queste stradine, Via degli Specchi, dopo un inseguimento di un paio di centinaio di metri, l’agente Domenico Velluto, stanco incazzato bastardo o solo cattivo, di quell’odio cattivo che solo il potere o lo spirito del tempo che il potere riesce a creare, sparò alle spalle del suo finto nemico, Mario Salvi; colpito alla nuca, il Gufo cadde subito, come un povero cristaccio di borgata. Amen.
Il PCI reagì all’episodio con un malcelato cordoglio di circostanza; il Gufo non era proprio un elemento buono per la struttura perbenista del partito: membro del Comitato Proletario di Primavalle, Salvi incoraggiava e difendeva autoriduzioni (proletarie) delle tariffe di telefono e luce (fece saltare anche alcune centraline dell’esosa SIP).

Velluto, invece, si fece un po’ di mesi di galera, poi fu assolto alle Assise: uso legittimo delle armi. Se i ricordi dei miei vecchi sono giuste rimase a Roma, ma cambiò nome e cognome. Di lui si persero le tracce. Mario Salvi ebbe, invece, un lascito maggiore: riuscì addirittura a far cambiare nome (abusivamente) a piazza Clemente XI, a Primavalle, proprio la piazza del presidio di trentanove anni dopo, 7 aprile 2015.

Il tizio insisteva: “… una nuova era … la redenzione … sulla bandiera, rivoluzione!”. E ancora, meno convinto stavolta: “… una nuova era … la redenzione … sulla bandiera, rivoluzione!”

“Non ce credo … non posso crede che dicono quello che stanno a di’ …”, commenta uno dei ragazzetti.
E ha ragione. La sua è una diagnosi inconscia, ma precisa.
Ma che dicono, che dicono, questi quattro gatti? Non potrebbero pregare in silenzio? Un dio qualunque, a scelta, senza molestare quelle invocazioni che sembrano un mantra ripescato da fondali pleistocenici; anche il loro aspetto, e il portamento, appaiono fuori sincrono con la realtà vera e spietata del 2015.
È una scena patetica, mi tocca dirlo: da stringere il cuore. Troppo mutato il mio animo; o forse è un modo di ferire il passato e me stesso.
Decido di scendere, e guardare la scena, da lontano.
Ed eccoli lì, a piangere un ventenne proletario del 1976, a pestare sui cartoni, a salmodiare inni vecchi di centomila anni … mentre, proprio in quel momento, quell’esatto momento, capitali immateriali vorticano lungo assi invisibili, intoccabili, comprando anime e terre a prezzo del nulla. Il nulla dell’usura.
Questi poveri sciamannati, come li devo considerare? La rivoluzione, addirittura! Nel 2015! Il comunismo, nientemeno! In pieno rigoglio neocapitalista, non riescono manco a suscitare il fascino vintage dei pantaloni a zampa d’elefante … son solo ridicoli, d’un ridicolo anacronistico, come se un rampante manager del terziario si presentasse al lavoro con ghette e monocolo.
Lo si capisce o no, una buona volta?
Abbiamo perso, per sempre. La sinistra storica, vera, ottocentesca, ha perso, come gli Incas, i pigmei, gli aborigeni australiani e i Navajos dell’Arizona, popoli sconfitti e quasi estinti, che si trascinano con le pezze al culo nei suburbi metropolitani. Svuotati da dentro, ideologicamente annientati; brutti, stupidi, straccioni, ubriachi alla periferia dell’impero. Cosa vogliamo fare, colorarci dei vecchi colori di guerra e assaltare il cavallo di ferro dei bianchi? Oppure venderci come qualche Navajo furbo e mettere su una sala da gioco per spennare gli antichi nemici? O magari far da comparsa come indiano buono e new age in qualche film politicamente corretto: quanto erano bravi gli indiani … e quanto cattivi noi bianchi … pure Kevin Costner la pensa così … son morti gli indiani, viva gli indiani … viva gli indiani!
Le vecchie parole d’ordine non funzionano più … la rivoluzione … suona proprio come un campanello attaccato alla coda del cane … e la destra e la sinistra … non converrà forse cambiare verso? Cominciare a parlare di alto e basso? Ridare alle parole il loro senso naturale, pristino … possiamo credere o no alla liberal-democrazia e alle elezioni, ma i cuori vanno conquistati comunque alla causa … pure quelli di Jessica e Nicholas … perché una causa e uno scopo esistono, al di là dei tempi … e io ci credo ancora.
Ma adesso è necessario voltare le spalle alla nostalgia. Alle frasi fatte, ai litigi online, alle beghe microscopiche. E pure alle troppe analisi; al narcisismo, all’eccesso di zelo. Occorre generosità, comprensione alta, liberalità, forza magnanima. La capacità di abbassarci finalmente al nostro dovere politico, quello di contrastare un mostro economico e sociale inumano. Ci riusciremo? O aspetteremo che il mostro abbia la cortesia di auto-sopprimersi per troppa volontà di potenza?

Il vento rinforza, tiro su il bavero e giro le spalle a tutto.
Il resto della strada me lo faccio a piedi.

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