Il cuore di tenebra del modello tedesco

Secondo Massimo d’Angelillo (La Germania e la crisi europea, Ombre Corte, 2016), la leadership politico economica che la Germania ha assunto de facto all’interno dell’Unione Europea è frutto di una strategia di lungo periodo, che origina negli anni Settanta, quando il collasso del sistema valutario a cambi fissi di Bretton Woods e la crisi petrolifera mettono fine a trent’anni di crescita sostenuta da parte dell’Occidente, producendo inflazione e disoccupazione di massa (stagflazione). La reazione tedesca alla crisi del modello keynesiano fino ad allora dominante va in controtendenza rispetto ad altri grandi Paesi, come Stati Uniti e Gran Bretagna, che si gettano tra le braccia dei leader neoliberisti Thatcher e Reagan con i loro furori antistatalisti e antisindacali e la loro fascinazione per la finanza, mentre si fonda su una nuova visione dell’economia: il keynesismo dell’export, che spinge i governi a concentrare gli sforzi di politica economica sul rafforzamento della posizione commerciale del Paese (p. 119) .

Nel modello del keynesismo dell’export, di cui saranno primi sostenitori i Socialdemocratici guidati da Helmut Schmidt, la crescita del PIL del Paese è trainata dalla domanda estera e non più dalla spesa pubblica come nel keynesismo tradizionale; di conseguenza, servono politiche dell’offerta per incrementare la competitività della manifattura ( investimenti massicci in ricerca, formazione professionale, infrastrutture, energia) e una valuta forte che frusti le imprese a perseguire continui guadagni di produttività attraverso il miglioramento della qualità dei prodotti evitando la scorciatoia del contenimento dei costi (o le svalutazioni del cambio).  Il modello tedesco così disegnato dai socialdemocratici sarà in grado di far balzare, in pochi anni, l’incidenza dell’export tedesco sul PIL di ben cinque punti percentuali (dal 18,5% al 23,7%) e di abbattere l’inflazione, sperimentando con successo anche lo strumento della concertazione: un patto tra produttori in cui i sindacati, in cambio di welfare e di maggior potere nella gestione delle imprese, moderano le richieste salariali, mentre gli imprenditori si impegnano a reinvestire i maggiori profitti nel potenziamento dell’azienda. Ciò garantisce la combinazione aurea tra crescita economica e coesione sociale, vanto del Modell Deutschland.

Durante il lungo cancellierato del democristiano Helmut Kohl (1982-1998), la Germania intensifica la sua forza competitiva grazie all’apertura dei mercati dell’Est (compreso quello dell’ex Repubblica democratica tedesca, DDR) e alla costruzione del mercato unico europeo e dell’euro. I grandi gruppi tedeschi dell’auto e della meccanica possono così accedere ad una vasta rete di subfornitori a bassi costi e alte qualifiche in Paesi come Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria; mentre con l’istituzione della moneta unica e i vincoli alle finanze pubbliche previste dai Trattati europei vengono impedite svalutazioni competitive di cui si avvantaggiavano, in precedenza, paesi come l’Italia, che rosicchiavano per questa via quote di mercato alle imprese tedesche. Tuttavia, i costi economici e sociali dell’unificazione valutaria e politica della Germania (avvenuta il 3 ottobre 1990) sono rilevanti per l’est tedesco, in termini di elevata disoccupazione, emigrazione, deindustrializzazione e questo falsa le statistiche medie aggregate, facendo parlare a torto di declino dell’intero Paese ( “Germany: The sick Man of Europe”, titola l’Economist nel 2005).

Herlinde Koelbl - Gerhard Schroeder, Cancelliere dal 1998 al 2005

Herlinde Koelbl – Gerhard Schroeder, Cancelliere dal 1998 al 2005

La strategia del keynesismo dell’export si fa così più aggressiva, questa volta puntando sul contenimento dei costi: salari diretti, indiretti (welfare) e differiti (pensioni). Se ne fa carico il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder con il pacchetto di riforme “Agenda 2010″,  che crea un mercato del lavoro a bassi salari e basse tutele per un quinto dei tedeschi (soprattutto giovani e donne del terziario, con più alta incidenza nella Germania orientale) e riforma lo Stato Sociale, tagliando entità e tempi di fruizione dei sussidi di disoccupazione e inasprendo le condizioni per mantenerli. A seguito di queste politiche di severa riduzione della domanda interna, il peso dell’export sul PIL tedesco cresce, durante il periodo 2002-2012, di dieci punti percentuali, facendo della Germania il primo esportatore mondiale nel 2006 (poi superato dalla Cina nel 2010) e il terzo paese al Mondo per incidenza dell’export sul PIL, dopo Vietnam e Corea del Sud (paesi con un peso demografico che è però inferiore a quello tedesco). Il surplus commerciale tedesco (differenza tra esportazioni e importazioni) esplode dal 2002, anno d’ingresso dell’euro, passando dal 1,9% al 8% del PIL in soli tredici anni[1]; la liquidità ottenuta dalla vendita delle proprie merci viene investita in titoli di stato della periferia europea, lucrando sui maggiori differenziali nei rendimenti rispetto al Bund, o vanno a sostenere, via intermediazione bancaria, le bolle immobiliari dei paesi del Sud Europa, fino allo scoppio della crisi finanziaria del 2007 e quella dei debiti sovrani dei PIGS nel 2011.

George Packer

Herlinde Koelbl – Angela Merkel, Cancelliera dal 2005

Siamo giunti così all’attualità. Il governo conservatore Merkel-Schäuble svela il cuore di tenebra di un Paese che continua a far leva su surplus commerciali insostenibili – specchio di un cronico eccesso di risparmio privato rispetto a consumi e investimenti – e a porsi nel ruolo del creditore intransigente nei confronti dei paesi del sud europeo, costretti a un commissariamento di fatto dei loro governi (vedi i casi eclatanti di Grecia e Italia) e sottoposti a una terapia shock a base di tagli di spesa e deflazione salariale. Con conseguenze devastanti: dal 2009 al 2014 l’Eurozona subisce una decrescita del PIL dell’1% e una crescita della disoccupazione di 3 punti percentuali, mentre gli Usa crescono del 7,8%, il Giappone del 2%, la Cina del 52,7%. Scandalose disuguaglianze e povertà dilaniano le società europee, in primis quella tedesca. La cura dell’austerità, pur aggravando la malattia, viene comunque portata avanti per regolare i conti all’interno dell’Eurozona. Sta per avverarsi il sogno di Schäuble : l’Europa come “Sacro romano Impero della Nazione Germanica”, nella tacita connivenza di una sinistra europea (a cominciare dalla socialdemocrazia tedesca ) che ha rinnegato Keynes e le politiche della domanda pubblica (W.Münchau) per puntare tutto sulle riforme strutturali (liberalizzazioni, deregolamentazioni, privatizzazioni) e la retorica della “competitività”. Conclusione: “si ritiene che possa valere per tutta l’Eurozona quel modello di keynesismo dell’export che aveva funzionato così brillantemente in Germania. Dimenticando che i successi della piattaforma esportativa tedesca erano stati costruiti in almeno trent’anni, e comunque erano stati affiancati da lungimiranti e coerenti politiche industriali e sociali. I successi del Made in Germany erano costruiti gradatamente facendo leva sulla qualità dei prodotti, mentre ora i paesi in difficoltà vengono invitati brutalmente a competere abbassando costi e salari, cioè facendo leva soltanto sui prezzi, in modo repentino e socialmente insostenibile” (p.212).

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Note:

[1] Ocse, Economic Surveys Germany, April 2016, pp-16-17

Riportato integralmente da https://ilconformistaonline.wordpress.com/2016/05/07/il-cuore-di-tenebra-del-modello-tedesco/

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4 thoughts on “Il cuore di tenebra del modello tedesco

  1. Con tutto quanto detto sopra i tedeschi sono dei dilettanti rispetto agli USA:
    Wikerson suggerisce che l’espansione della NATO con Bill Clinton – dopo che George Bush e James Backer avevano assicurato a Mijail Gorbaciov e poi a Boris Yeltsin che non sarebbero avanzati (con la NATO) neppure di un millimetro verso Est” – è dovuta alle pressioni della Lockeed Martin Raytheon e della Boeing, “così come di altri”, con il fine di “incrementare la loro rete di potenziale vendita di armi”. I mercanti globali della morte! Afferma il colonnello che, a partire dalla metà del secolo XX, “il complesso militare industriale USA è passato dall’essere un semplice produttore di armi per abbinarsi con i think tanks – assieme alle organizzazioni non lucrative legali ed esentasse – che promuovono l’ambiente bellico e pretendono di eserre “imparziali, mediante editoriali e proposte di politica che appoggiano il programma della infrastruttura militare -industriale e che trasmettono indicazioni che sono seguite a piedi pari dal Congresso e dal ramo esecutivo”
    http://www.controinformazione.info/la-privatizzazione-della-guerra-per-mezzo-delle-multinazionali-usa-parla-lex-colonnello-del-pentagono-larry-wilkerson/

  2. Vediamo: lo stress test pretende di vedere come sostengono le banche specifiche condizioni di crisi. Ebbene: quello confezionato dalla BCE ha simulato i rischi di un rialzo dell’inflazione e ritorno della sfiducia dei mercati sui debiti pubblici sovrani – due eventualità irreali, specie la seconda, dato che la BCE compra i debiti pubblici a man bassa e i tassi sono zero- mentre ha escluso la simulazione: cosa succede alle banche in un prolungato periodo di deflazione e di tassi [tenuti artificialmente] sottozero, che devastano la redditività delle banche?

    Insomma: la BCE ha escluso dallo stress test la situazione presente, quella reale e concreta in cui ci troviamo, e per la quale le banche italiane sono piene di crediti andati a male.: per forza, dopo otto anni di deflazione non curata, di asserti salariali e perdita di mercati a favore della Germania. Quindi, sono stati solo una farsa. L’ennesima farsa europea, come titola Mazzalai.

    http://icebergfinanza.finanza.com/2016/08/01/stress-test-ennesima-farsa-europea/

  3. Più della metà di coloro che fanno il loro ingresso nell’Hartz IV erano già parte di questo sistema in precedenza. Si chiama mobilità circolare. La sensazione che si prova è simile a quella di correre su una ruota per criceti. Quanto più a lungo dura la corsa, più energie si bruciano, ci si ammala e si perde la motivazione. Le persone finiscono per rassegnarsi e per loro diventa sempre più difficile ricominciare a lavorare. Proprio ciò che l’Hartz IV voleva prevenire.
    http://vocidallestero.it/2016/08/23/kurier-gli-effetti-devastanti-dellhartz-iv-secondo-il-sociologo-klaus-dorre/

  4. Germania ubermacht – terzapagina

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