Fine del petrodollaro?

Il solo fattore che trattiene il dollaro dal collasso totale è la forza militare statunitense e il dispiegamento ovunque di ONG ingannevoli per facilitare il saccheggio dell’economia mondiale. Finché gli sporchi trucchi di Washington e le macchinazioni di Wall Street sono stati in grado di creare crisi come hanno fatto nell’Eurozona nel 2010 attraverso la Grecia, paesi in surplus nel commercio mondiale come Cina, Giappone e poi Russia non hanno alternativa pratica se non comprare più debito pubblico USA – titoli del Tesoro – con la massa del loro avanzo commerciale in dollari. Washington e Wall Street sorridono; possono stampare volumi infiniti di dollari non sostenuti da nulla di più prezioso degli F-16 e dei carri armati Abrams. Nel comprare il debito USA, Cina, Russia e altri detentori di obbligazioni in dollari hanno in realtà finanziato le guerre USA dirette contro di loro. Allora avevano poche opzioni alternative praticabili. Ora, ironicamente, due delle economie estere che hanno permesso al dollaro l’allungamento della sua vita artificiale oltre il 1989 – Russia e Cina – stanno svelando cautamente questa temutissima alternativa: una valuta internazionale sostenuta dall’oro e, potenzialmente, parecchie valute simili che possono sostituire l’attuale ingiusto ruolo egemonico del dollaro. Per parecchi anni sia la Federazione russa che la Repubblica Popolare Cinese hanno comprato enormi quantità d’oro, da aggiungere in gran parte alle riserve valutarie delle loro banche centrali, che altrimenti sono in dollari o in valute europee. Finché recentemente non è diventato chiaro perché. Per parecchi anni era noto nei mercati d’oro che i più grandi compratori di oro fisico erano le banche centrali di Cina e Russia. Ciò che non era tanto chiaro era quale riposta strategia esse avessero, oltre la semplice creazione di fiducia nelle loro valute minacciate da crescenti sanzioni economiche e da dichiarazioni bellicose di guerra commerciale da parte di Washington. Ora è chiaro perché. Cina e Russia, insieme probabilmente ai paesi loro maggiori partner commerciali dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), come pure ai loro partner euroasiatici dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) sono sul punto di completare l’architettura funzionante di una nuova alternativa monetaria al mondo del dollaro. Al presente, oltre ai membri fondatori Cina e Russia, i membri effettivi della SCO includono Kazakistan, Kyrgyzstan, Tagikistan, Uzbekistan, e più recentemente India e Pakistan. È una popolazione di più di 3 miliardi di persone, circa il 42 % dell’intera popolazione mondiale, che si associa in una cooperazione politica ed economica coerente, pianificata e pacifica. Se ai paesi membri della SCO aggiungiamo gli Stati osservatori ufficiali – Afghanistan, Bielorussia, Iran e Mongolia, Stati con espresso desiderio di associarsi formalmente come membri pieni, uno sguardo alla carta geografica mostrerà le potenzialità impressionanti dell’emergente SCO. La Turchia è un interlocutore formale che esplora la possibile applicazione dell’appartenenza alla SCO, come lo sono Sri Lanka, Armenia, Azerbaijan, Cambogia e Nepal. Tutto questo, detto semplicemente, è enorme. Fino a tempi recenti i think tank di Washington e il governo hanno disprezzato le istituzioni euroasiatiche emergenti come la SCO. A differenza del BRICS, che non è composto di paesi contigui in una vasta massa di territorio, il gruppo SCO forma un’entità geografica chiamata Eurasia. Quando a un incontro in Kazakistan nel 2013 il presidente cinese Xi Jinping ha proposto la creazione di quella che allora è stata chiamata la ‘via della seta della nuova economia’, pochi in occidente l’hanno presa sul serio. Oggi il nome ufficiale è ‘Belt, Road Initiative’ (BRI, Iniziativa per la cintura stradale’). Oggi il mondo inizia a prendere seriamente atto dello scopo della BRI. È chiaro che la diplomazia economica della Cina, come della Russia e del suo gruppo di paesi dell’Unione Economica Euroasiatica, verte soprattutto sulla realizzazione di ferrovie avanzate ad alta velocità, porti, infrastrutture per l’energia, che insieme intrecciano un nuovo vasto mercato tale da eclissare, entro meno di un decennio al ritmo attuale, ogni potenzialità economica nei paesi OECD economicamente stagnanti e gonfi di debiti della UE e del Nord America. Ciò che finora era di necessità vitale, ma non chiaro, era una strategia per liberare le nazioni dell’Eurasia dal dollaro e dalla loro vulnerabilità a nuove sanzioni del Tesoro USA e alla guerra finanziaria basata sulla loro dipendenza dal dollaro. Questo sta per succedere. […] Secondo un articolo nella Japan Nikkei Asian Review, la Cina sta per lanciare un contratto future per il petrolio greggio denominato in yuan cinesi che sarà convertibile in oro. Questo, se combinato con altre mosse cinesi negli ultimi due anni per diventare un’alternativa praticabile a Londra e a New York, diventa realmente interessante. La Cina è il più grande importatore mondiale di petrolio, gran parte del quale è ancora pagato in dollari USA. Se ottiene ampia accettazione, il nuovo contratto future in yuan per il petrolio potrebbe diventare il più importante riferimento per il petrolio greggio basato sull’Asia, dato che la Cina è il più grande importatore mondiale di petrolio. Questo potrebbe sfidare i due contratti di riferimento per il petrolio dominati da Wall Street, i contratti future North Sea Brent e West Texas Intermediate, che finora hanno dato a Wall Street enormi vantaggi nascosti. [

https://www.controinformazione.info/agonia-del-dollaro/

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One thought on “Fine del petrodollaro?

  1. La Cina è oggi il più grande produttore mondiale di oro, molto più avanti del Sudafrica, esso stesso membro dei BRICS, con la Russia come numero due. La Cina ha ora creato un vasto centro di deposito nella zona cinese di libero commercio di Qianhai, vicino a Shenzhen, la città di circa 18 milioni di abitanti immediatamente a nord di Hong Kong sul delta del Fiume delle Perle. […] Inizia a diventare chiaro perché alla fine del 2014 una falsa ONG di Washington come la National Endowment for Democracy abbia tentato, senza successo, di suscitare a Hong Kong una rivoluzione colorata anti Beijing, la rivoluzione degli ombrelli.
    Ibidem

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