Il sovranismo in due parole

Dal dopoguerra fino alla metà degli anni ’80 nel nostro paese era vigente un sistema di indicizzazione dei salari – la cosiddetta “scala mobile” – che consentì alla maggioranza degli italiani di emergere dalle condizioni di miseria del dopoguerra. La classe media impiegatizia rappresentata dai “baby boomers” sperimentò una scalata sociale poderosa, migliorando le proprie condizioni di vita, investendo nell’acquisto di una casa e garantendosi quote crescenti di benessere. Erano i nostri genitori e ognuno di noi può avere conferma di ciò che sto scrivendo attraverso le loro testimonianze dirette.
Gli shock petroliferi del ’73 e del ’79, generati da cause esogene (la Guerra del Kippur e la rivoluzione iraniana) portarono il prezzo del greggio a lievitare in modo sconsiderato, da meno di 4$ al barile del 1973 a più di 11 nel 1975 e poi da 15$ del 1979 a 39$ nel 1980. Questo aumento vertiginoso della fonte energetica primaria di cui non disponiamo generò un’impennata dei tassi di inflazione, ma la ricchezza della classe media fu protetta grazie all’indennità di contingenza e produsse un effetto positivo di cui hanno potuto godere tutte le famiglie italiane: l’abbattimento del costo dei mutui. Questa è una delle concause che hanno contribuito a consegnare al nostro paese il primato mondiale di proprietà di immobili ad uso abitativo da parte delle famiglie. Un ulteriore effetto positivo si registrò sul debito pubblico. In quegli anni, infatti, le politiche di deficit adottate per finanziare la spesa pubblica e i crescenti costi dello stato sociale facevano abbondantemente sforare del 10% del PIL i disavanzi. Nonostante ciò, il debito galleggiava intorno al 50% del PIL, salendo e scendendo di anno in anno. Com’era possibile? La nostra banca centrale aveva ancora pieno potere di controllo dei tassi di indebitamento, pertanto lo Stato finanziava la spesa pubblica emettendo titoli anche a tassi reali negativi (poco sotto l’inflazione), che venivano acquistati per la gran parte dalle famiglie italiane che volevano difendere i loro risparmi. Fu mio padre a raccontarmi che in quegli anni acquistava una quantità considerevole di titoli di stato. Dunque lo Stato aveva in mano uno strumento, quello del controllo dei tassi, che consentiva di operare una politica monetaria che finanziava la spesa pubblica generando un debito “non oneroso” e che costituiva fonte di allocazione dei risparmi per le famiglie.
A seguito di questo decennio di inflazione a due cifre (1973-1983), tuttavia, si avviò il dibattito sulla necessità di rivedere il meccanismo di indicizzazione, che si riteneva corresponsabile del perdurare degli elevati livelli di inflazione, che nel frattempo si era comunque dimezzata. Il dibattito sfociò in una serie di provvedimenti volti a limitare prima (1984) e a eliminare poi (1992) la scala mobile. Contemporaneamente, alla fine degli anni ’70 si decise di avviare un processo di sottrazione dell’emissione dei titoli di stato dal controllo pubblico, sottoponendo la spesa dello Stato alla legge della domanda e dell’offerta dei titoli sul mercato finanziario, senza esercitare più quel potere di calmieramento dei tassi da parte della Banca d’Italia. Questa decisione, nota come “divorzio tra Tesoro e banca d’Italia”, produsse anche una crisi di governo, rimasta alla storia come “lite delle comari”, dovuta alla divergenza di vedute tra l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta (promotore del divorzio) e il ministro delle finanze Rino Formica. Uno dei primi detrattori della scelta infelice, Federico Caffè, preconizzò l’esplosione del debito per la componente interessi che si sarebbe poi generata nel decennio successivo. Dal 1981, anno del divorzio, in dieci anni il nostro debito pubblico, finanziato a tassi stabiliti dalla libera contrattazione del mercato, raddoppiò, essenzialmente a causa della componente interessi.
Queste due scelte, quella di non adeguare i salari all’inflazione e quella di obbligare lo Stato a finanziarsi senza controllo dei tassi, furono adottate in ragione del fatto che l’avanzamento del processo di integrazione europea richiedeva questi “sacrifici”, perché l’unione economica e monetaria che si sarebbero realizzate negli anni ’90, prevedevano lo svincolamento dell’operato delle banche centrali dal rapporto di dipendenza dagli esecutivi e la progressiva riduzione del tasso di inflazione entro i valori desiderabili per l’allora Comunità Europea, cioè per la Germania.
Fu così che sacrificammo un modello di sviluppo che caratterizzava il nostro paese per aderire a un modello di organizzazione economica e sociale importato dal nord Europa. Dal 1992 in poi, la storia dovremmo conoscerla ormai tutti: stallo salariale, blocco del turnover, prelievi dai conti correnti, manovre “lacrime e sangue”, riforme che stanno distruggendo la sanità, la scuola, l’assistenza e la previdenza pubblica e vincoli di bilancio sempre più stringenti per ritrovarci, alla fine, un debito pubblico più elevato, un tasso di disoccupazione doppio rispetto a quello degli anni ’70 e un futuro nero davanti ai nostri occhi. Secondo voi, dico, ne è valsa la pena?
Tornare sui nostri passi si può. Per andare avanti verso un futuro migliore. Se a un bivio hai sbagliato strada, cosa fai? Procedi per la direzione sbagliata o cerchi di porre rimedio tornando sui tuoi passi per riprendere la retta via?

Gianluca Baldini

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2 thoughts on “Il sovranismo in due parole

  1. Non può essere altrimenti quando si annuncia, come ha fatto il commissario Ue alla Sicurezza Julian King che

    “La manipolazione della pubblica opinione attraverso le fake news è una minaccia reale alla stabilità e alla coesione delle nostre società europee”
    King ha varato anche misure per i social media da Facebook e Twitter, proprio mentre Zuckerberg, al Parlamento europeo, annunciava la creazione di un piccolo esercito di ventimila guardiani per garantire la correttezza delle “elezioni europee del 2019″ ovvero per togliere linfa e visibilità a idee e movimenti sovranisti e critici nei confronti della Ue. Dunque per limitare dall’alto la libertà d’opinione, come accade solo nei regimi autoritari.
    https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60445

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