La foglia di fico del mercato

Il modello di società dei Trattati europei è quindi estraneo e incompatibile rispetto a quello prefigurato dalla nostra Costituzione. È un modello sociale regressivo, nato sull’onda del fondamentalismo di mercato conseguente al crollo del muro di Berlino, del trionfo dell’ideologia neoliberale e delle farneticazioni dei primi anni Novanta sulla fine della storia.

Esso prevede: a) uno Stato residuale, il cui ruolo è confinato all’intervento in caso di “fallimenti del mercato” (non vi è neppure più l’equivalenza tra forme di proprietà prevista dal Trattato di Roma); 2) una “forte competizione” tra paesi fondata sul dumping fiscale e sul dumping sociale (come è noto, in particolare sul secondo aspetto – ma in verità anche sul primo – si è fondato il successo commerciale della Germania dal 2005 in poi).

Ora, questo meccanismo, in una situazione di cambi fissi (la moneta unica), è semplicemente distruttivo, in quanto impedisce ogni politica economica diversa dal recupero di competitività fondato sulla svalutazione interna, ossia sulla deflazione salariale.

In questo contesto istituzionale e normativo, insomma, la generalizzazione dell’agenda 2010 di Schröder diventa economicamente obbligata (anche se essa deprime la domanda interna all’area e comporta una politica mercantilistica destabilizzante al di fuori di essa – che causa manovre ritorsive: vedi alla voce Trump).

La radice delle politiche di austerity e antisociali è nei Trattati.

Questo modello, di cui la moneta unica è parte integrante, ha consentito che si creassero gravissimi squilibri di bilancia commerciale tra i paesi dell’eurozona, che sarebbero stati impossibili in un regime a cambi flessibili.

Questi squilibri sono stati ulteriormente aggravati dalla gestione della crisi e dalle politiche pro-cicliche distruttive imposte ad alcuni paesi, tra cui il nostro.

Questo ha alterato i rapporti di forza in Europa in misura tale che la concorde “condivisione di sovranità” a favore dell’Unione Europea, di cui spesso si favoleggia, è risultata in realtà fortemente asimmetrica a favore dei paesi creditori (di cui la CE è stata l’agente durante l’intero percorso della crisi), divenendo una cessione unilaterale da parte degli Stati in difficoltà (qui giova ricordare che la nostra Costituzione parla, all’art. 11, di “limitazione” e non di cessione).

Risultato della gestione europea della crisi è stata la localizzazione principalmente nei paesi debitori della capacità produttiva in eccesso e quindi da eliminare: in questi paesi si è avuta una rilevante distruzione dell’apparato industriale (in Italia la capacità produttiva perduta è arrivata al 20% del totale), e in qualche caso una progressiva spoliazione (esemplari al riguardo le privatizzazioni in Grecia).

In altre parole: alcuni sistemi-Paese hanno vinto, altri hanno perso, in una guerra tra capitali intrecciata con meccanismi classici della lotta di classe.

Vladimiro Giacché in

https://www.maurizioblondet.it/intervento-di-vladimiro-giacche-allassemblea-di-presentazione-dellassociazione-patria-e-costituzione/

3 thoughts on “La foglia di fico del mercato

  1. Per farmi capire meglio prenderò il caso delle pensioni che il neoliberismo vuole ridurre fino alla fame o meglio eliminare del tutto, lasciando tutto in mano a pescecani privati che ne fanno un ulteriore fonte di profitto. Si dice che con l’allungamento dell’età media i trattamenti pensionistici “pesano” troppo e che dunque bisogna abbatterli e aumentare l’età in cui se ne può usufruire. Sembra che non ci siano altri parametri e si dimentica che le pensioni sono pagate da chi lavora e in parte dalle aziende per le quali si lavora: dunque basta alzare questi parametri per riequilibrare il sistema. Invece da anni le aziende sono paradossalmente sempre più sgravate da questo compito e pagano meno contributi, a fronte però di una produttività per addetto che aumenta mediamente del 2% anno su anno e in certi settori molto di più per effetto dello sviluppo tecnologico e della diminuzione dei posti. Quindi la scusa della competitività non c’entra un bel nulla perché in realtà la competizione è solo quella sui profitti che sono la parte intoccabile dell’equazione. E’ evidente che in tale contesto mentale nel quale la pensione è una sorta di donazione in perdita non si può sostenere poi che gli immigrati tengono in piedi il sistema pensionistico: questo può essere vero nel concreto di un sistema dove le aziende vengono sgravate dalla loro parte, ma non è nel contesto e nella logica del discorso pubblico o del pensiero unico.
    https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/14/la-svezia-e-una-severa-maestra/

  2. Draghi è un nemico dell’Italia. È un italiano che non ha esitato a svendere la Patria per successo e soldi. A dirlo non siamo noi ma un ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, quindi non un pisquano qualsiasi. Affermò il politico sardo sull’attuale Capo della Bce: “Un vile, un vile affarista…socio della Goldman & Sachs, grande banca d’affari americana …il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica, la svendita dell’industria pubblica italiana, quand’era Direttore Generale del Tesoro, colui che svenderebbe quel che rimane di questa povera patria (Finmeccanica, l’Enel, l’Eni) ai suoi comparuzzi di Goldman Sachs”.
    https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60986

  3. Molto più di un dettaglio, una specie di confessione di colpa, giacché conferma che il sistema si basa su menzogne, illegalità coperta ai massimi livelli, falsificazione di dati, report e bilanci, sostentandosi su scommesse rischiose, folli arrampicate sugli specchi che lasciano sul terreno tre sconfitti: i cittadini investitori gabbati, gli Stati che, come il Cireneo, si sono dovuti caricare sulle spalle enormi perdite altrui, l’economia reale. I fatti mostrano che le banche contano più di dieci anni fa, non solo per l’impulso europeo all’ unione bancaria. La sostanza è che il peso principale delle perdite è ricaduto sugli Stati, ovvero su tutti noi; oggi abbiamo concentrazioni bancarie progressive in base al principio “too big to fail”, troppo grande per fallire. Tanto il conto lo paga lo Stato, ovvero depositanti e obbligazionisti dopo la legge detta “bail in”.
    https://www.controinformazione.info/dieci-anni-di-crisi-da-lehman-brothers-al-qe/

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