La repubblica di Weimar

II grande boom durò sette anni. A credito. Fino a sbattere contro quel muro della natura che già Ricardo aveva previsto come il fatale ostacolo contro cui si sarebbe autodistrutto il liberismo, il capitalismo finanziario senza regole. Le imprese prosperavano. Ma al prezzo di un aumento astronomico delle loro spese incomprimibili: il servizio del debito per l’acquisto dei terreni, degli impianti, degli immobili. Come sempre, i capitalisti agirono sulla spesa che essi ritengono a cuor leggero variabile: i salari. “Ogni segno di crisi fu scongiurato comprimendo i salari e licenziando lavoratori”, dice Heilig, e poiché “i bassi salari stimolano gli investimenti industriali, il risparmio sulla manodopera fu compensato con l’acquisto di altri macchinari più efficienti. Era la corsa alla più alla produttività, alla razionalizzazione esaltata dalla finanza globale: produrre più merci con sempre meno lavoratori. Industria ad alta intensità di capitale. “Modernizzare, modernizzare ad ogni costo, era la sola idea che gli uomini d’affari sapevano concepire”, dice Heilig. E’ la stessa ricetta che viene raccomandata o imposta in nome dell’efficienza del capitalismo. Heilig dice invece: “la Germania era intossicata”:
Che cosa accade infatti quando si retribuisce troppo il capitale a scapito del lavoro? Finisce che le merci sempre più abbondanti non trovano acquirenti, perché i consumatori – i lavoratori – hanno perso potere d’acquisto. Gli imprenditori corsero ai ripari, secondo le lezioni di liberismo appena apprese. Nel 1931, nel tentativo disperato di sostenere i prezzi, ridussero la produzione di merci. Con ciò però, dice il giornalista, “gli interessi (sul debito), le tasse, gli ammortamenti e gli affitti, ossia le spese fisse, divise su un volume minore di beni, aumentarono il costo unitario di ogni bene. Il costo di produzione crebbe in proporzione inversa ai profitti calanti, fino a divorarli”. La soluzione liberista? “Gli operai furono licenziati in massa”. Ma, naturalmente, ” i datori di lavoro ne ottennero ben poco sollievo. Per ogni lavoratore licenziato, era anche un consumatore che spariva”.
La benedizione del capitale facile aveva prodotto questo esito: sovrapproduzione, disoccupazione, crisi.
Heilig ragiona su quei costi incomprimibili che finirono per divorare i profitti. In ultima analisi, essi consistono nell’enorme rialzo degli immobili e terreni che precedette ogni futuro profitto possibile. Alla fine, “tutto andò ai proprietari immobiliari. L’intera Germania aveva lavorato ‘per loro ‘ in tutti gli anni del boom”. Più precisamente diciamo: per restituire gli interessi e i ratei dei capitali presi a prestito, e finiti nella speculazione meno produttiva, la Germania si svenò.
Nel corso del 1931 parecchi industriali tedeschi non furono più in grado di pagare i debiti: “I cosiddetti costi incomprimibili erano diventati insopportabili e cessarono di essere pagati”. Con l’insolvenza dei debitori, cominciarono a fallire le banche. Il cancelliere Bruning, allievo modello del liberismo pro-capitalista, spese miliardi di marchi (denaro dei contribuenti) per salvarle. Poi accordò amplissimi sussidi alle imprese in difficoltà.
Come si vede, anche allora il liberismo non si applica quando si profila la rovina del capitale e dei capitalisti: allora torna di moda l’intervento pubblico, la mano visibile dello Stato. Bruning lanciò quella che chiamò politica anti-deflazionista: la quale consisteva nel somministrare più forti dosi del tossico che aveva condotto alla rovina. “Decretò una riduzione generale dei salari, che furono tagliati del 15%”. Era convinto che, ridotto il potere d’acquisto dei lavoratori, questo avrebbe indotto una riduzione successiva dei prezzi (il prezzo umano, la riduzione alla fame della classe operaia, non parve indegno d’essere pagato). “Ma i prezzi erano determinati da fattori ben diversi che dai salari”, dice Heilig: come abbiamo visto, dalle spese incomprimibili del servizio del debito contratto per comprare suoli sopravvalutati. Era lì, se mai, che si sarebbe dovuto agire.
Ma era troppo tardi. “Sette milioni di salariati, un terzo della forza produttiva, era disoccupato; la classe media spazzata via: questa la situazione a un anno dall ‘apice della prosperità” indotta dai capitali esteri. In quell’anno, il numero dei deputati nazisti eletti al Reichstag passò da otto a 107. Nel gennaio 1933, Hitler fu nominato cancelliere.

Maurizio Blondet in “Schiavi delle banche”

dall’archivio di bondeno.com, Data: Venerdì, 15 giugno 2007 alle 11:00:00 CEST Argomento: Cronache di ieri
Forse non tutti sanno che le umane teorie (filosofiche, letterarie, economiche, scientifiche, storiche ecc.) servono normalmente a supportare gli interessi delle categorie che controllano i media, per cui quelle “non allineate” vengono rimosse e/o squalificate. Qui non si vuole certo entrare nel merito, però capita ogni tanto di trovare qualche testo apparentemente “eretico” che, esercita la libertà di espressione.

2 thoughts on “La repubblica di Weimar

  1. Germania: “weimerizzazione” in corso
    Si parla di “weimerizzazione”, di frammentazione patologica del panorama politico che rende impossibile continuare la Grosse Koalition democristo-socialista; il sistema passa da bipolare (e governabile) a multipolare. Come la repubblica di Weimar, ingovernabile.

    I sondaggi lo confermano:

    CDU/CSU: 26%

    Verdi: 17%

    AfD: 16%

    SPD: 15%

    Linke: 10%

    FDP: 10%

    I partiti della GroKo sono passati dal 70% di un decennio fa al 56%, e hanno perso ancora 3 punti da settembre, in un mese. I Verdi sono i vincenti. La AfD è in stallo.
    C’è chi teme o spera che la Merkel non sarà più cancelliera dopo le elezioni di domenica in Baviera : la CSU alleata di CDU rischia di perdere la maggioranza assoluta e dover governare coi Verdi, suoi avversari ideologici. Il 28 ottobre si vota in Assia, altro bastione della CDU. Angela Merkel non è riuscita nemmeno a far eleggere come presidente del suo gruppo parlamentare il suo preferito, dal suo stesso partito, che gli ha scelto piuttosto uno sconosciuto. Anche il progetto (quale? Deflazione e d esportazione?) della Merkel pare esausto e al capolinea.
    Ma in quale direzione andrà una Germania senza Merkel? Si deve a un francese che abita in Germania da 18 anni, federalista e socialdemocratico, Mathieu Pouydesseau, un quadro allarmato dei gruppuscoli della “fascio-sfera” che si agitano specie, ma non solo, nell’Est del malessere sociale.

    http://l-arene-nue.blogspot.com/2018/10/ou-en-est-lallemagne-apres-chemnitz.html?m=1

  2. Attenzione: bisogna fare la tara alla narrazione su un risorgere del nazismo in Germania – Dimitri Orlov sostiene che si tratta di propaganda dei servizi merkeliani: “Hanno arrestato un gruppo di cospiratori e accusati di pogrom contro i riofugiati siriani usando la standard di non-prova dell’”altamente probabile”, ed hanno licenziati i funzionari degli interni che conestavano questa storia”, allo scopo di demonizzare l’affermazione dell’AfD con il grido: “C’è uncomplotto perr rovesciare la bella democrazia tedesca!”. Sarebbe il bis dell’incendio del Reichstag, stavolta appiccato da Merkel per sopravvivere.

    Che dire? “E’ la crisi sociale”, dice il francese, “una società che vanta la sua crescita, l’export, il pieno impiego ma è incapace di spiegare al 40% della sua popolazione come mai il suo potere d’acquisto è inferiore al 1996, perché il 17% dei tedeschi vivono sotto la soglia di povertà, perché le ineguaglianze di patrimoni hanno ritrovato i livelli del – 1910”.

    Sembra proprio la replica attenuata della politica di deflazione e austerità salariale con cui il cancelliere Bruening esasperò i tedeschi facendoli votare in massa per lo NDSAP. E’ in fondo inevitabile che il “populismo”, risposta democratica in Italia dell’austerità eurocratico-tedesca, in Germania assuma le forme che sono proprie a quella società e che le tragga dalla propria memoria storica.

    Ho detto Germania?

    “L’emergere di un partito di estrema destra sorprende la Spagna”, titola Le Monde il 10 ottobre. Si chiama Vox, è stato fondato nel 2013 da fuoriusciti del Partido Popular, e domenica 7 ottobre ha riempito- a sorpresa – le gradinate del Vistalegre a Madrid di 10 mila persone che chiedono : “la ricentralizzazione dello Stato, la dissoluzione delle regioni autonome, il divieto dei partiti indipendentisti, la cancellazione della legge che vieta di elogiare il franchismo, l’espulsione degli immigrati irregolari, la costruzione di muri a Ceuta e Melilla, il ritiro dallo spazio Schengen e l’allineamento col Gruppo di Visegrad”. E’ un partitino, si rassicura Le Monde: nel 2014 ha preso 1,5. Per le europee, però, potrebbe raccogliere 4,6% dei voti.
    https://www.maurizioblondet.it/macron-vuol-creare-la-frangermania-difficile/

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