Una nuova “Via della Seta” per il futuro dell’Italia

di Ernesto Ferrante – 13/03/2019

Una nuova “Via della Seta” per il futuro dell’Italia

Fonte: l’Opinione Pubblica

L’Italia non può e non deve perdere la straordinaria opportunità della nuova Via della Seta. La firma dell’accordo con la Cina, darebbe al nostro Paese la possibilità di muoversi da attore autorevole sullo scacchiere multipolare, consegnando agli archivi l’appiattimento sulle posizioni dell’unipolarismo statunitense che ne hanno caratterizzato la politica estera dal dopoguerra in poi, al netto dei circoscritti e limitati sussulti di Mattei, Moro e Craxi.

Il memorandum con la potenza asiatica non prevede obblighi, ma principi condivisi per l’organizzazione di forme specifiche di cooperazione economica. L’esatto contrario di quel pericolo di “colonizzazione” che gli atlantisti di sangue, di ideologia o confessione paventano.

E’ sfacciato, inaccettabile ed immorale che a vestire i panni degli amici premurosi siano i cantori delle gesta di Washington, Bruxelles, Parigi e Londra, fonti di sventure e disastri economici e geopolitici per l’Italia. Se gli “alleati” sono quelli delle 113 basi militari sul nostro suolo, del Britannia, del pareggio di bilancio nella Costituzione e della sciagura libica, meglio starne alla larga.

Nell’esecutivo gialloverde non mancano gli sbarratori delle porte del treno della Via della Seta, anche se fortunatamente i sottosegretari allo Sviluppo Economico Geraci e ai Trasporti Rixi (entrambi leghisti) e diversi esponenti di peso del M5S (il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano in primis), riescono a far sentire la propria voce con argomentazioni serie, suffragate da dati.

Il negoziato è in dirittura d’arrivo e potrebbe essere firmato durante la visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping a Roma (prevista per il 22 e 23 marzo) o a fine aprile, tra il 25 e il 27, quando a Pechino si svolgerà il secondo Forum sulla “Belt and Road Initiative”.

Il nostro sarebbe il primo Paese del G7 a beneficiare dei vantaggi strategici ed economici di quella cintura economica lungo l’antica Via della Seta che aprirà un mercato di tre miliardi di consumatori. “Yi Dai Yi Lu”, in mandarino.

“Una Cintura Una Strada” nella nostra lingua. Una “cintura” di strade, ferrovie per il trasporto delle merci, gasdotti e oleodotti, linee di telecomunicazioni che partendo dalla Cina attraverseranno l’Asia centrale, la Russia, il Medio Oriente per arrivare in Europa. Una “strada” marittima che comincia dai grandi porti di Shanghai e Canton, fa rotta lungo il Mar Cinese meridionale e l’Oceano Indiano, fa tappa in Kenya, risale il Mar Rosso, arriva nel Mediterraneo con uno scalo al Pireo e termina a Venezia.

Sessantasette Paesi hanno già sottoscritto la Belt and road Initiative. Sono già 13 i Paesi dell’Ue che hanno siglato un memorandum di intesa con la Cina. Si tratta di Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia. La Cina è il principale partner commerciale di 126 nazioni; gli Stati Uniti di 56.

A chi pende ancora dalle labbra di tromboni da salotti buoni come il politologo Luttwak, secondo il quale “la scelta di stare con la Cina dimostrerebbe che l’Italia si rivela essere ancora una volta provinciale e fuori dai giochi”, è appena il caso di snocciolare qualche numeretto sonante: i progetti cinesi prevedono investimenti per 900 miliardi di dollari nei prossimi 5-10 anni; 502 miliardi in 62 Paesi entro il 2021, secondo i calcoli degli analisti di Credit Suisse.

Il premier Conte, che pare aver colto l’importanza della nuova Via della Seta, faccia il Marco Polo e dia all’Italia la possibilità di esplorare un mondo sconosciuto che si chiama sovranità piena, con la libera scelta delle migliori opzioni strategiche sul piano economico e politico. Nell’esclusivo interesse del popolo italiano.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61727

 

4 thoughts on “Una nuova “Via della Seta” per il futuro dell’Italia

  1. Il presidente Eisenhower fermò freddamente l’invasione dell’Egitto guidata dal Regno Unito, minacciando di svuotare le enormi riserve di sterline indebolendo il sistema finanziario inglese. La Cina potrebbe non aver accennato la vendita del tesoro dei buoni del Tesoro USA, ma una mossa del genere è da tempo implicita. Dopo Suez, il mondo seppe per certo che c’era una nuova potenza n. 1: gli Stati Uniti. Il campo di battaglia nel 1956 era il petrolio; nel 2019 la tecnologia. Su altri fronti, i segni sono truci per la Washington imperiale. Oltre alla rivolta degli europei su Huawei, il governo tedesco è in contrasto col regime di Trump su un numero crescente di problemi. Incluso la Germania che rifiuta di comprare l’aereo da caccia F-35 nordamericano; di voler guidare la creazione di un esercito europeo insieme alla Francia; cementare i legami di Berlino (e dell’UE) con la Russia attraverso i gasdotti; forgiare una politica estera europea più indipendente; e, si sussurra, scacciare l’esercito di occupazione statunitense dalla Germania. Se procede, la cancelliera Angela Merkel avrà un solido sostegno pubblico. Un recente sondaggio rivelava che l’85% dei tedeschi considerava il rapporto di Berlino cogli Stati Uniti “negativo”. Circa il 42% dichiarava che la Cina è un partner più affidabile per la Germania dgli Stati Uniti, mentre solo il 23% affermava il contrario. L’Italia annunciava l’intenzione di partecipare ufficialmente all’iniziativa Via della Seta guidata dalla Cina per sviluppare l’Eurasia, diventando la prima nazione occidentale in ciò.
    http://aurorasito.altervista.org/?p=5979

  2. n questi giorni, Trieste ha festeggiato i 300 anni del suo porto, geniale intuizione dell’Impero Asburgico che trasformò un piccolo centro costiero in grande emporio commerciale. Dopo un secolo di decadenza, coinciso con l’annessione all’Italia, la città giuliana sarà in grado di recuperare il ruolo perduto. Potrà far valere tra l’altro la grande area della Zona Franca Integrale, mentre la vicina Venezia riprenderà, anch’essa dopo una decadenza secolare, un posto da protagonista come polo marittimo e logistico, per secoli orgoglio della gloriosa Repubblica del leone di san Marco. Non sarà escluso il porto di Genova, sbocco naturale dell’area padana e svizzera, proteso a Ovest verso la Francia e l’Atlantico. Il principale terminal portuale ligure, Voltri, è in mani asiatiche (Singapore) e forti interessi cinesi riguardano anche lo scalo di Napoli. Un ‘immensa piattaforma portuale è in costruzione in Liguria, presso Savona, dal massimo gruppo armatoriale mondiale, la danese Maersk, capofila del trasporto via container in Cina.

    E’ dunque di capitale importanza per l’Italia dotarsi di un piano infrastrutturale in grado di cogliere l’enorme respiro economico internazionale della Via della Seta. In particolare, dovranno essere potenziate le direttrici del Brennero, quella di Tarvisio, migliorati gli accessi verso il tunnel del Gottardo, il Sempione e, finalmente, completato il raddoppio ferroviario della linea costiera verso la Francia, in grado di avvicinare il grande porto di Marsiglia e le industrie avanzate della Francia sud orientale. In questo senso, ha un posto anche il TAV Torino Lione. Il progetto logistico delle cosiddette “autostrade del mare” potrà coinvolgere l’intero sistema portuale di un territorio caratterizzato da settemila chilometri di coste.
    https://www.maurizioblondet.it/no-allitalia-nella-via-della-seta-ma-sono-stati-gli-usa-ad-aprirla/

  3. Tra i circa 30 accordi firmati c’erano due accordi di gestione portuale tra “China Communications Construction” e i porti di Trieste, situati nell’alto Adriatico, e Genova, il più grande porto d’Italia. Mentre Genova è un porto da lungo tempo, Trieste ha il maggior potenziale per la Cina, come le fonti del governo italiano hanno riferito in precedenza al “South China Morning Post” .

    Il porto è strategicamente importante per la Cina perché offre un collegamento dal Mediterraneo ai paesi senza sbocco sul mare come Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Serbia, tutti mercati che Pechino spera di raggiungere attraverso il suo programma di “Belton road ” .
    Secondo SCMP, altri accordi firmati riguardano aree quali i satelliti, l’e-commerce, l’agricoltura, le importazioni di carni bovine e suine, i media, la cultura, il settore bancario, il gas naturale e l’acciaio. I due paesi hanno inoltre convenuto di rafforzare la cooperazione in materia di innovazione e scienza, aumentare gli scambi bilaterali e istituire un meccanismo di dialogo dei ministri delle finanze.

    Dopo la firma, i media cinesi hanno celebrato la decisione “pragmatica” dell’Italia e hanno predetto che non sarebbe stata l’ultima potenza occidentale a schierarsi con Pechino.
    Sebbene l’Italia stia sfidando direttamente gli avvertimenti di Washington sulla “minaccia alla sicurezza nazionale”, quale endemica di fare affari con le società cinesi appoggiate dallo stato, con l’economia italiana impantanata in recessione, e le prospettive di crescita debole, Pechino ha offerto ai populisti dominanti di Roma qualcosa che L’Occidente non è stato disposto, o in grado, ad offrire: un vantaggio economico senza precedenti, come abbiamo spiegato prima. Ora, la domanda è: quanto gli Stati Uniti e Bruxelles si ritorceranno con misure contro i populisti dominanti in Italia per aver permesso a Pechino di rivendicare una partecipazione critica nel cuore del continente europeo.
    Fonte: Zero Hedge

    Traduzione e note: Luciano Lago

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