Esproprio

L’Off-Guardian racconta la storia della periferia europea meno nota, quella dei paesi dell’Europa Centrale e Orientale. Si tratta di una storia che ricorda quella raccontata in un libro a noi molto caro. L’ingresso dei paesi ex-comunisti all’interno dell’Unione Europea non serve ad elevare lo standard di vita di questi al livello dei paesi occidentali: serve a sfruttarne tutte le risorse, in primis una manodopera qualificata a basso costo, a costo di impoverire e desertificare paesi già più deboli.  

Di Frank Lee, 27 luglio 2019

Partiamo dai dieci paesi più poveri per reddito pro capite dell’Europa, in ordine crescente:

 

 

La media generale di reddito pro capite in Europa è di 37.317 dollari (dati 2018).Quello che salta all’occhio è che la maggior parte di questi paesi è o nei Balcani o nel Sud-Est Europa. Ma questo non è tutto.

Il Portogallo, il paese più povero dell’Europa occidentale con un PIL di 238 miliardi di dollari, è di poco superato dalla Repubblica Ceca (che è in realtà al centro dell’Europa), la migliore esponente dell’Est e il cui reddito nazionale è di 240 miliardi di dollari.

Pertanto, in termini di reddito pro-capite, la Repubblica Ceca è l’unico rappresentante dei paesi ex-sovietici in Europa. Questa scissione geopolitica non potrebbe essere più marcata. Queste due eurozone replicano la divisione tra il Sud e il Nord esistente in America con gli USA e il Canada da una parte e l’America Centrale e Latina dall’altra.

Gran parte dell’attenzione allo sviluppo europeo – o della sua assenza – si è concentrata sul divario tra l’Europa dell’Est e del Sud. La scissione attuale è attribuibile a strategie economiche provate, testate e fallite promulgate dalle varie istituzioni pro-globalizzazione: il FMI, la World Bank, il WTO eccetera.

La moneta unica, l’euro, è diventata a corso legale il primo gennaio 1999 ed è stata adottata dalla maggior parte dei paesi dell’Europa. Ma si è rivelata una rovina per la economia politica del Sud.

Quando stati sovrani differenti sono responsabili delle loro stesse strategie economiche e sono in grado di stampare e dare corso alla loro propria moneta sui mercati mondiali, ogni distorsione e cattiva allocazione delle bilance commerciali viene compensata da cambiamenti del tasso di cambio – in breve, dalla svalutazione. Questo si spera aggiusti gli sbilanciamenti e riporti all’equilibrio commerciale.

Tuttavia, questa strategia oggi non è più disponibile per gli stati europei del Sud, dal momento che non hanno più la loro propria moneta e, inoltre, sono sotto tutela della BCE. La periferia del Sud usa ora la stessa moneta del blocco del Nord, l’euro, e la BCE le chiede di adottare una politica economica che vada bene per tutti.

Pertanto, le svalutazioni sono escluse.

Dati i livelli più alti di produttività e i costi più bassi della Germania, dell’Olanda, della Svezia, della Francia eccetera, gli stati della periferia del Sud hanno iniziato ad accumulare cronici deficit di bilancia dei pagamenti. L’unica via d’uscita per loro disponibile è quella che viene definita “svalutazione interna” – vale a dire l’austerity.

Questo provoca bassa crescita, alta disoccupazione, intensa emigrazione, spopolamento, tagli alla spesa pubblica e tutte le altre strategie di aggiustamento strutturale del FMI – strategie fallite praticamente ovunque.

Se ci occupiamo dell’Europa dell’Est, facciamo luce su un differente ordine di problemi. La maggior parte dei paesi europei dell’Est, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia hanno mantenuto la loro moneta; salvo casi specifici come la Lettonia il cui governo, a differenza del suo popolo, è entrata dove osano le aquile – nell’eurozona e nell’euro

 

(NB Alcuni paesi europei occidentali, come per esempio il Regno Unito, la Danimarca, la Svizzera e la Norvegia, hanno – saggiamente – mantenuto le loro monete).

leggi tutto su http://vocidallestero.it/2019/08/01/laltra-periferia-dellunione-europea/

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