Birmania

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Fonte: Il Giornale

Karen, Kachin, Arakan: i gruppi guerriglieri scendono in campo contro l’esercito golpista

Ora internet ci sta facendo vedere in presa diretta la brutalità dell’esercito contro la popolazione. Spari sulla folla, uccisioni di bambini, arresti di massa, sparizioni e torture.
La potenza dei social ci ha messo di fronte a una realtà che, però, non è certo nuova nel Myanmar governato dai generali. Lo spargimento di sangue è un modus operandi ben consolidato dal Tatmadaw l’esercito della ex Birmania che ha ripreso ufficialmente il potere con il golpe del primo febbraio. Ma che in realtà non l’hai mai perso, nonostante la vittoria alle elezioni della National League for Democracy (Nld) e la conseguente apertura occidentale.
Il Myanmar è teatro di conflitti e violenze infinite. Il Paese, infatti, è composto da un centinaio di etnie forzatamente inglobate durante il periodo coloniale inglese. Alla fine del secondo conflitto mondiale, con il «Trattato di Planglong», Aung San il presidente del Paese di allora e padre di Aung San Suu Kyi, aveva concordato con i capi delle più numerose popolazioni, la possibilità di scegliere il proprio destino politico e sociale entro dieci anni. Ma l’accordo non è stato mai rispettato. Aung San è stato ucciso nel 1947 e il potere è passato alla spietata giunta militare che ha iniziato sistematiche violenze contro tutte le etnie. Da quel momento molte di loro hanno imbracciato le armi e combattono per uno Stato federale. E ora non solo potrebbero approfittare della situazione per cercare di ottenere quel sogno, ma potrebbero anche cambiare le sorti del Paese.
In questi giorni il Kachin Independence Army (Kia), la guerriglia della popolazione Kachin, sta attaccando diverse basi del Tatmadaw e della polizia in risposta all’uso della forza contro i manifestanti. «Il nostro esercito ha iniziato ad attaccare gli avamposti birmani nello Stato Kachin dopo la richiesta di aiuto dei cittadini locali», racconta al Giornale Brang Hkangda, uno dei reporter di Kachinland News, testata vicina al Kachin Independence Organisation (Kio), l’ala politica del Kia. «I vari leader dei gruppi etnici sono in contatto e non sono da escludere azioni coordinate in futuro».
Intanto più a Sud è guerra. Nello Stato Karen i caccia del Tatmadaw hanno bombardato i villaggi civili centrando anche diverse scuole e costringendo oltre 15mila persone alla fuga. Molti si sono rifugiati nella fitta vegetazione della giungla, altri hanno attraversato il fiume Salween e sono arrivati in Thailandia. «Le truppe nemiche stanno avanzando anche via terra. Per questo non ci resta altra scelta che affrontare le gravi minacce per difendere il nostro territorio, il nostro popolo e il diritto all’autodeterminazione», ha dichiarato la 5° Brigata del Karen National Liberation Army (Knla) guidata dal comandante Baw Kyaw, soprannominato «la Tigre». La risposta dell’esercito è arrivata dopo che il gruppo ribelle ha conquistato diverse basi militari birmane e ha dato rifugio a molti dissidenti fuggiti dalle violenze dei generali. «Siamo pronti a combattere», ci dice un ufficiale della Karen National Defence Organization il più antico gruppo ribelle della regione Karen che ha voluto mantenere l’anonimato. «Bisogna farlo adesso e approfittare di questa situazione o non lo faremo mai più», aggiunge. «Appoggiamo il movimento di disobbedienza civile contro il golpe, l’abolizione della Costituzione del 2008 e la liberazione dei detenuti politici, ma chiediamo anche l’istituzione di una vera democrazia federale, il riconoscimento dei diritti all’autodeterminazione dei popoli etnici e la fine del conflitto politico e armato per vivere in pace nella nostra terra», ci spiega Hsa Moo, uno dei responsabili del Karen Environmental and Social Action Network, un’associazione che tutela l’ambiente e i diritti degli indigeni.
La «Brotherhood Alliance», che comprende i gruppi armati dell’Arakan Army (Aa), il Ta’ang National Liberation Army (Tnla) e il Myanmar National Democratic Alliance Army (Mndaa), ha annunciato che si unirà alla rivolta se le forze di sicurezza non cesseranno immediatamente gli attacchi contro i civili. L’Aa è una delle principali milizie etniche nell’irrequieto Stato Rakhine, al confine con il Bangladesh, che nei mesi scorsi ha tenuto sotto scacco i militari birmani compiendo attacchi sorprendenti anche in ambienti urbani.
«La brutale repressione contro i civili nel 1988 e nel 2007 ha già allontanato la maggior parte dei Bamar (l’etnia maggioritaria, ndr) dalle forze armate e credo che la violenza commessa oggi dal Tatmadaw rischia di recidere radicalmente il legame che un tempo univa l’esercito alla popolazione birmana», dice Jean-Luc Delle, presidente del Center for Research on the Karens di Parigi. «La situazione attuale può certamente aiutare le minoranze a portare avanti le loro richieste. I Karen, i Kachin, gli Arakan e le altre etnie appaiono ora ai birmani come alleati e quasi amici. Tra l’élite Bamar il principio di un’unione federale è ormai ampiamente accettato e questo è un vero progresso che può anche portare i suoi frutti dopo un eventuale cambio di regime», conclude l’esperto.
La strada è ancora lunga. Ma la componente etnica in Myanmar, se coordinata, potrebbe davvero mettere in seria difficoltà i generali birmani e cambiare il futuro del Paese

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/myanmar-il-rischio-di-guerra-totale-con-tutte-le-etnie-armate

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