Siria

Colloquio prandiale con il kebabbaro sotto l’ufficio. E’ un siriano cattolico maronita, quindi alleato di Assad. Gli chiedo della sua terra. Il suo sguardo si perde nel nulla, come a guardare un fantasma che vede solo lui. Mi dice, con insolito accento romanesco, “non credere a niente di quello che ti raccontano i media sul nostro Paese. Prima della guerra eravamo un Paese felice. Vivevamo di agricoltura, di turismo, di commercio, avevamo rapporti buoni con tutti, anche con Israele, il Golan era solo una questione di propaganda. Quasi tutti lavoravano con lo Stato o per imprese pubbliche, la vita era semplice ma sicura. Io ho fatto il servizio militare nella contraerea, poi avevo un ristorante, tutto distrutto, bruciato, amici morti, parenti morti, militari uccisi”. Tira su la maglietta, mi mostra un tatuaggio con un’aquila dentro un cerchio sopra un braccio grosso come una braciola di manzo di Kobe. Mi dice che la guerra è sostanzialmente finita, che gran parte del Paese, tranne le zone curde in mano ai tagliagola turchi, è cotto il controllo di Assad. “Ma adesso ci fanno la guerra della fame”, mi dice “abbiamo bisogno di tutto, e non ci mandano niente per farci morire di fame”. Mi racconta di bambini che non ce la fanno ad andare a scuola per la fame, di gente senza più casa né speranza che si aggira, come spettri, per il Paese, senza sapere dove andare o cosa cercare. Mi chiedo come sia possibile far pagare alla popolazione civile un prezzo simile. Gli chiedo se vuole tornare. “Quando sono andato via l’ho fatto per proteggere la mia famiglia. Pensavo di tornare presto, non appena fosse finita la guerra. Ma adesso no, non voglio tornare. Troppo sangue, troppe distruzioni. Il mio quartiere non lo riconosco più perché è tutto distrutto. Non tornerò più, adesso mia casa è qui”. Ma ha gli occhi gonfi quando lo dice.

Post di Riccardo Achilli su FB

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