Quanto vale la scienza?

Tra le cause di questa “crisi di riproducibilità” sicuramente ci sono le tematiche tecniche descritte dalla Bissel, ci sono però anche aspetti più umani quali il bisogno degli scienziati di pubblicare per far carriera e ricevere finanziamenti, a volte i loro stessi contratti di lavoro sono vincolati al numero di pubblicazioni che riescono a fare, come racconta Ferric Fang, dell’Università di Washington “il biglietto più sicuro per prendere un finanziamento o un lavoro è quello di venir pubblicato su una rivista scientifica di alto profilo. Questo è qualcosa di poco sano che può condurre gli scienziati a cercare notizie sensazionalistiche o in alcune volte ad assumere comportamenti disonesti“.

In maniera ancora più diretta interviene la professoressa Ken Kaitin, direttrice del Tufts Center for the Study of the Drug Develompment che afferma “Se puoi scrivere un articolo che possa essere pubblicato non ci pensi nemmeno al tema della riproducibilità, fai un’osservazione e vai avanti. Non c’è nessun incentivo per capire se l’osservazione originale fosse per caso sbagliata. “

Un Sistema, quello della ricerca accademica, che sta evidentemente trascinando la Scienza verso una crisi di identità e di credibilità. Nel 2009 il prof. Daniele Fanelli, dell’Università di Edimburgo, ha realizzato e pubblicato uno studio dal titolo emblematico: “Quanti scienziati falsificano i dati e fabbricano ad hoc le ricerche?”

Quasi il 14% degli scienziati intervistati ha affermato di conoscere colleghi che hanno totalmente inventato dei dati, ed il 34% ha affermato di aver appositamente selezionato i dati per far emergere i risultati che gli interessavano.

A giugno 2017 il prof. Jonathan Kimmelmann, direttore del Biomedical Ethics Unit presso la McGill University di Montreal ha pubblicato un nuovo studio che conferma questa crisi di riproducibilità e cerca di mettere il luce su alcune delle principali cause quali la variabilità dei materiali di laboratorio, problemi legati alla complessità delle procedure sperimentali, la scarsa organizzazione nel team di ricerca, e la poca capacità di analisi critica.

Né le università né le riviste scientifiche sono interessate agli studi di riproducibilità

E’ inoltre necessario considerare che il sistema accademico non premia per niente chi fa studi di riproducibilità, sono tempo e soldi buttati via dal punto di vista delle “performance produttive” del gruppo di ricerca.

Le stesse riviste scientifiche non sono un gran che interessate a pubblicare ricerche che dimostrano la non riproducibilità di un precedente lavoro pubblicato, preferiscono pubblicare ricerche innovative o risultati sorprendenti e così ecco com’è facile far sparire le notizie dei fallimenti delle repliche.

http://www.ilcambiamento.it//articoli/scienza-in-crisi-gran-parte-degli-esperimenti-non-e-riproducibile

Il potere militare-industriale degli Stati Uniti ha il sopravvento sulla strada per la guerra

Finora la Casa Bianca, cosciente di questa potenziale e probabile reazione a catena, non ha il coraggio di dare il via libera a tali consegna di armi, come al tempo dell’amministrazione Obama, tuttavia responsabile del terremoto Maidan. Ma oggi, paradossalmente, sconfitta Clinton, i neocon hanno una posizione mai così forte che dall’avvio a fine luglio delle nuovo ritorsioni economiche contro la Russia, illustrandone il sequestro del presidente Trump, costretto ad aderire alla loro strategia aggressiva anti-russa la cui reazione legittima dei russi ha compiuto un nuovo passo verso il confronto aperto. Tra le armi fornite dagli statunitensi per rafforzare l’esercito ucraino, vi sono sistemi d’arma antiaerei per proteggere le unità di artiglieria e d’assalto di Kiev dalla risposta russa. Possibilmente anche missile anticarro di ultima generazione “Javelin” capaci di distruggere i blindati delle forze repubblicane. E il falso pretesto dell’interferenza russa nella sua elezione sembra rafforzare ulteriormente l’emarginazione del presidente Trump, già nel mirino dei neoconservatori nelle discussioni sull’invio di armi all’Ucraina. Così un alto funzionario dell’amministrazione statunitense ha ammesso che il presidente non fu informato del piano, mentre il suo segretario della Difesa statunitense James Mattis nel frattempo l’approvava! Durante la precedente proposta di armare l’Ucraina si parlò solo di armi difensive per le forze di sicurezza ucraine nella regione di Kiev. Questa volta il loro uso nelle operazioni del teatro de Donbas è considerato un’”emergenza”… Se Germania e Francia, garanti dell’accordo di pace per l’Ucraina firmato a Minsk, rimangono scettiche sugli effetti di tali consegne di armi, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti invitava i Paesi della NATO (tra cui i russofobi Canada, Regno Unito, Polonia, Lituania) a sostenerle. Il Generale Curtis Scaparrotti, comandante in capo dell’esercito degli Stati Uniti in Europa e della NATO, da sempre esorta vivamente ad armare l’Ucraina contro la Russia, supportato dal nuovo consigliere speciale per l’Ucraina statunitense Kurt Volker, la cui carriera e responsabilità nel giro del guerrafondaio McCain non lascia alcun dubbio sulla sua ideologia apertamente antirussa. Nel frattempo, sotto la copertura delle crescenti manovre alleate, la NATO continua la militarizzazione dei Paesi dell’Europa orientale ai confini della Federazione russa, facendo rivivere l’intermarium, questo spalto militare che collega Baltico al Mar Nero e destinato ad isolare la Russia. Nel Donbas, nonostante una “tregua del pane” che dovrebbe “calmare le cose” fino all’avvio dell’anno scolastico, i combattimenti e i bombardamenti ucraini sono aumentati nello stesso tempo dell’inasprimento dei rapporti USA-Russia degli ultimi giorni, e alla vigilia della riunione di Minsk del 2 agosto.

estratto da https://aurorasito.wordpress.com/2017/08/04/la-mossa-del-pazzo/

Dottrina Wolfowitz

Nei prossimi giorni inizierà una guerra senza precedenti. I partiti politici USA intendono cancellare la “dottrina Trump”, secondo cui gli Stati Uniti devono svilupparsi più velocemente degli altri per mantenere la leadership mondiale. Intendono invece ripristinare la “Dottrina Wolfowitz” del 1992, secondo la quale Washington deve conservare il proprio vantaggio sul resto del mondo rallentando lo sviluppo di qualsiasi potenziale concorrente.

http://megachip.globalist.it/cronache-internazionali/articolo/2009731/laestablishment-usa-contro-il-resto-del-mondo.html

Solo cinque parlamentari si sono dissociati dalla coalizione e hanno votato contro questa legge: i deputati Justin Amash, Tom Massie e Jimmy Duncan e i senatori Rand Paul e Bernie Sanders.

La restaurazione

In sostanza, buona parte della sinistra europea, tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, giunse a considerare quel processo che oggi noi chiamiamo globalizzazione, e il contestuale svuotamento delle sovranità nazionali in campo economico, come un aspetto ineluttabile della modernità. Come dichiarò Mitterrand all’epoca: «La sovranità nazionale non significa più granché e non ha più molto spazio nell’economia mondiale moderna». [10]

 

Come notano Albo Barba e Massimo Pivetti, però, sarebbe un errore pensare che la sinistra abbia semplicemente subìto l’accelerazione del processo di mondializzazione, e il cambiamento delle condizioni di potere e distributive, avvenuti in tutta Europa nel corso dell’ultimo trentennio; al contrario, la sinistra «ha in larga misura consapevolmente deciso e gestito» questa transizione, (grassetto nostro) e il conseguente passaggio a una visione post-statuale e post-sovrana del mondo, spesso anticipando la destra su questi temi. [11]

NOTE

 

[1]           L’articolo di J. Robinson, “The Second Crisis of Economic Theory” (1972), è citato in R. Bellofiore, “La socializzazione degli investimenti: contro e oltre Keynes”, Alternative per il socialismo, marzo-aprile 2014; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/5wx46J.

 

[2]           Per una rassegna delle varie operazioni degli Stati Uniti all’estero dal dopoguerra in poi consiglio la lettura di W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, Fazi Editore, Roma 2003.

 

[3]           G. Duménil e D. Lévy, “The Neoliberal (Counter-)Revolution”, in A. Saad-Filho e D. Johnston (a cura di), Neoliberalism: A Critical Reader, Pluto Press, Londra 2004, p. 12.

 

[4]           L. Gallino, “La lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo”, la Repubblica, 27/7/2015.

 

[5]           Su questo punto si veda A. Przeworski e M. Wallerstein, “Democratic Capitalism at the Crossroads”, in A. Przeworski, Capitalism and Social Democracy, Cambridge University Press, Cambridge 1985; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/icoH68.

 

[6]           R. Bellofiore, “I lunghi anni Settanta. Crisi sociale e integrazione economica internazionale”, in L. Baldissara, Le radici della crisi. L’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Carocci, Roma 2001.

 

[7]           Si pensi per esempio ad Anthony Crosland, membro del Partito Laburista britannico e autore nel 1956 del libro The Future of Socialism, in cui sosteneva che le economie avanzate erano di fatto entrate in una fase post-capitalista.

 

[8]           S. Cesaratto, Sei lezioni di economia. Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Imprimatur, Reggio Emilia 2016, p. 212.

 

[9]           Discorso tenuto alla conferenza nazionale del Partito Laburista del 28 settembre 1976 a Blackpool.

 

[10]          J. Ardagh, France in the New Century, Penguin, Londra 2000, pp. 687-688.

 

[11]          A. Barba e M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.

 

[12]          M. Kalecki, “Aspetti politici del pieno impiego”, Sulla dinamica dell’economia capitalistica. Saggi scelti 1933-1970, Einaudi, Torino 1975.

 

[13]          G. Bracci, “Un ‘no’ contro la post-democrazia”, Eunews, 10/12/2016, goo.gl/wAlrnn.

 

[14]          Si veda il paper di F. Cattabrini, “Franco Modigliani and the Italian Left-Wing: The Debate over Labor Cost (1975-1978)”, History of Economic Thought and Policy, n. 1/2012.

 

[15]          G. Liguori, La morte del PCI, manifestolibri, Roma 2009, p. 10.

 

[16]          F. Cattabrini, op. cit.

 

[17]          Tra questi Augusto Graziani, la cui critica alla posizione della corrente maggioritaria del PCI è ben ricostruita nel paper di E. Brancaccio e R. Realfonzo, “Conflittualismo versus compatibilismo”, Il pensiero economico italiano, n. 2/2008.

 

[18]          R. Bellofiore e J. Halevi, “La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica”, relazione al convegno “La crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica”, svoltosi a Siena il 26-27 gennaio 2010; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/6PFQJm.

 

[19]          A. Somma, “Governare il vuoto? Neoliberismo e direzione tecnocratica della società”, MicroMega, 29/7/2016.

 

[20]          Il cosiddetto “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia si consumò nel 1981, quando l’allora ministro Beniamino Andreatta, con una lettera indirizzata al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, pose fine all’obbligo da parte della Banca d’Italia di garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal Tesoro.

 

[21]          A. Somma, op. cit.

 

[22]          P. Mair, Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2016.

 

[23]          J. Halevi, “Europa e ‘mezzogiorni’”», PalermoGrad, 21/4/2016, consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/TfHmJa.

 

[24]          Il discorso di G. Napolitano è consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/ioaMJy.  Nella stessa occasione, anche Luigi Spaventa, deputato indipendente eletto nelle liste del Pci, individuò con sorprendente lucidità i rischi derivanti dalla creazione del nuovo meccanismo di cambio: «Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna». L’intervento di L. Spaventa è consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/CLHFL6.

Fonte: http://www.eunews.it/2017/07/26/non-chiamatela-crisi-e-una-guerra/90929

Mare nostrum e petrolio loro

di  Luciano Lago

Mentre il Governo Gentiloni balbettava cercando una sponda in Libia, appellandosi all’aiuto (improbabile) dell’Europa, degli USA e della NATO, ovvero delle stesse entità che hanno concorso a destabilizzare il paese nordafricano, il presidente francese Emmanuel Macron ha mosso le sue carte e si è inserito di prepotenza nel vuoto lasciato dall’Italia .

La Francia di Macron non si è persa in inutili chiacchiere si è mossa autonomamente tanto che è riuscita a far riunire, in un prossimo incontro a Parigi, le due parti che contano nel conflitto libico, quella del governo Serraj, appoggiato da USA e UE, e quella del generale Haftar appoggiato da Egitto, Russia e Cina.

Macron si inserisce di prepotenza come mediatore tra le parti per raggiungere una soluzione politica del conflitto che permetta di “riportare la stabilità e la pace nel conflitto libico”, secondo quanto ha affermato il francese. In realtà tutti sanno che il vero piano di Macron è quello di portare la Total, la massima compagnia energetica francese, in prima linea in Libia per sostituire le concessioni avute dall’ENI dall’epoca di Gheddafi nello sfruttamento petrolifero, concessioni che hanno permesso all’ENI di continuare ad operare nel paese, nonostante il conflitto.

Risulta evidente come questa notizia rappresenti plasticamente il disastro dell’Italia che, non avendo una propria politica estera autonoma, perde qualsiasi possibilità di mantenere le sue posizioni in Libia, dove da sempre aveva avuto un rapporto privilegiato di collaborazione. È opportuno ricordare infatti  che, prima dell’aggressione della NATO al paese che portò alla rimozione del Colonello Gheddafi, avvenuta nel 2011 con l’utilizzo delle fazioni ribelli collegate con gli jihadisti, l’Italia aveva una posizione preminente di collaborazione e di affari con il Governo di Tripoli.

Grazie a questa collaborazione, l’ENI aveva ottenenuto una posizione privilegiata di prima azienda energetica straniera ad operare nel settore petrolifero libico, così come anche l’Enel nel settore delle energie alternative e centinaia di altre aziende italiane che avevano ottenuto appalti nei vari settori industriali e dei servizi.

L’azione tempestiva di Macron permette alla Francia – appoggiata dagli USA – nonostante le sue responsabilità dirette nella destabilizzazione del paese, di ritagliarsi quel ruolo di primo partner che era proprio dell’Italia e consente ai francesi di mettere le mani sul petrolio libico lasciando campo libero ad aziende francesi in altri settori industriali e di servizi strategici in un paese che avrà grandi necessità di sviluppo e di ricostruzione, una volta ottenuta la stabilità e la pace fra le fazioni.

Questa vicenda dimostra per l’ennesima volta l’incapacità e l’insipienza dell’esecutivo italiano a guida PD, che non è stato in grado di agire e darsi una politica a favore degli interessi nazionali, andando sempre a rimorchio dell’Europa di Bruxelles (e degli USA) ed aspettando da questa interventi improbabili.

Serraj-Haftar

Mentre dalla Libia prosegue inarrestabile l’ondata migratoria verso l’Italia, con il Governo incapace di prendere decisioni adeguate all’emergenza, i nostri alleati francesi ci piazzano il classico “bidone” nel deserto lasciando all’Italia l’incombenza di fare da grande collettore del flusso dei migranti e riservandosi di prelevare dalla Libia il business del petrolio, del gas e della ricostruzione, scippandolo alle aziende italiane.

Ma d’altra parte con il Governo Gentiloni Alfano qualcuno poteva forse nutrire speranze di un esito diverso? Ci sarà il premio di consolazione per l’Italia di acaparrarsi le centinaia di migliaia di “risorse” provenienti dal paese africano che la Boldrini aveva preannunciato che “cambieranno il nostro stile di vita”.

La perdita della “quarta sponda” come veniva chiamata la Libia nell’epoca della colonizzazione non ci può lasciare indifferenti non soltanto per il grande valore geostrategico ed economico che questo paese riveste per l’Italia ma anche per il valore simbolico che la Libia ha avuto incrociandosi con la Storia d’Italia.

La vendetta postuma di Gheddafi contro l’Italia si manifesta nelle sue conseguenze , un paese che pensava di prosperare sul tradimento di un alleato non poteva davvero credere di rimanere indenne di fronte agli sconvolgimenti che hanno visto i Governi italiani complici e compartecipi del saccheggio della Libia.

L’ondata migratoria era stata prevista e ventilata dallo stesso Gheddafi come conseguenza della sua caduta, il tutto nel contesto di una politica del caos voluta dagli USA e dai nostri presunti alleati in Europa che oggi voltano le spalle all’Italia e lanciano il loro messaggio: problemi tuoi che ti devi risolvere da sola.

Questa si dimostra la vera essenza dell’Europa, altro che cooperazione e solidarietà tra i paesi membri. Si dimostra ancora una volta che ognuno persegue i propri interessi a scapito degli altri.
L’Italia svolge la parte del vaso di coccio fra i vasi di ferro nel Mediterraneo, l’ex “mare nostrum” ritornato al centro dei grandi interessi e delle strategie delle grandi potenze, come dimostra l’intervento in Libia da una parte degli USA, della Francia e della Nato e dall’Altra della Russia, della Cina e dell’Egitto.

Naturalmente un paese che non ha una propria politica estera autonoma, una propria sovranità, un paese che non difende i propri confini, che non ha una propria moneta e prende ordini dalle oligarchie tecno finanziarie, è facile prevedere che sia un paese destinato a scomparire come nazione e destinato ad diventare una pura espressione geografica. Un ritorno ai tempi più bui della Storia d’Italia.

http://www.controinformazione.info/la-francia-di-macron-si-prepara-ad-accaparrarsi-la-ricostruzione-in-libia-e-mette-fuori-gioco-litalia/

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La retorica sui “migranti”

Sollecitato dall’amico Geri, vorrei esprimere una personale opinione sull’ondata di retorica e di sospetto pietismo con cui viene affrontato, specie nella sedicente “sinistra” il fenomeno dei “migranti” (ma perché “migranti”? Migranti casomai sono gli uccelli migratori che si spostano secondo cicli naturali…).
Preciso che ho sempre militato nelle file dell’estrema “sinistra” (se questo termine ha ancora un significato, fatto su cui ho molti dubbi, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano…).
Sono lontanissimo da qualsiasi suggestione razzista, di superiorità dell’uomo bianco europeo o di missione dei popoli “civilizzati”.
Tuttavia trovo il pietismo nei confronti del fenomeno “migranti” caratterizzato da enormi dosi di ipocrisia e falsa retorica.
La prima causa dell’intensificarsi del fenomeno negli ultimi anni è certamente il contemporaneo intensificarsi di una serie di guerre scatenate dai Paesi “civili” contro Stati nuovi ed ex-coloniali, spesso su iniziative della “sinistra” (mentre la “destra” è stata in genere molto più prudente ed attenta) per presunti motivi “umanitari” e con formule del tipo “responsabilità di difendere i civili” dai “regimi” e dai “dittatori” locali.
Queste motivazioni sono state alla base della distruzione della Libia ad opera della NATO (con l’aiuto dei jihadisti locali). Il risultato è stato che un Paese che era, secondo le statistiche ufficiali dell’ONU, quello con il tenore e la qualità della vita più alti dell’Africa, ha visto la fuga di circa 2 milioni di Libici e di altri 2 milioni di Africani che lavoravano nel paese.
Ora la Libia, che prima funzionava da filtro per i lavoratori che si spostavano dall’Africa centrale, è diventato un buco nero dominato da milizie estremiste e scafisti che speculano sugli spostamenti di torme di disperati. Questi ultimi si spostano da Paesi tuttora sottoposti a sfruttamento post-coloniale da parte dei vecchi padroni (ad esempio la Francia) che in realtà non hanno mai mollato l’osso e organizzano colpi di Stato (come in Costa d’Avorio) se qualche presidente locale si mostra troppo indipendente. Oltre tutto uno dei motivi per cui fu fatto fuori Gheddafi era perché stava creando una Banca Africana per sottrarre il continente nero alle grinfie della grande finanza internazionale.
Altri Paesi riottosi, come il Sudan, o la Somalia, sono stati fatti a pezzi e altri, come l’Eritrea, sono indicati come “Stati canaglia” e sottoposti a sanzioni. Tutto questo alimenta spostamenti di popolazione e fenomeni di destabilizzazione.
Analogo discorso vale oggi per la Siria, sottoposta dal 2011 a sanzioni durissime e ad un attacco concentrico da parte dei Paesi occidentali, alleati con le peggiori dittature confessionali (come l’Arabia Saudita) e bande di jihadisti sunniti fanatici. Sei milioni di Siriani hanno lasciato il Paese, mentre altrettanti si sono dovuti spostare all’interno dalle zone occupate da Al Qaeda e dallo Stato Islamico a quelle poste sotto la protezione dell’esercito. Si badi bene che prima del 2011 nessuno fuggiva dalla Siria o si spostava all’interno. Il Paese era un modello di laicismo e tolleranza interreligiosa (Sunniti, Sciiti, Cristiani, Drusi, atei). Oggi la gente fugge, non dal “regime”, ma dalla guerra e dai terroristi fanatici diretti dall’esterno.
Discorsi analoghi possono farsi per l’Iraq, distrutto e fatto a pezzi dopo l’attacco anglo-americano del 2003 giustificato con la bugia delle “armi di distruzione di massa” e per l’Afghanistan invaso nel 2001 con la scusa della “guerra al terrore” e dove i combattimenti infuriano da 16 anni. Siriani, Afghani, Iracheni, Libici, Africani sub-sahariani formano almeno i due terzi dell’immigrazione complessiva.
E non dimentichiamo l’immigrazione dall’Est Europa, sottoposta alle delizie del capitalismo internazionale. Molti immigrati vengono dalla Romania che, ai tempi del tanto deprecato Ceausescu, conosceva una situazione di piena occupazione e non aveva debito estero. Oggi la popolazione rumena è diminuita di vari milioni rispetto a quei tempi per l’emigrazione massiccia. Situazioni analoghe si hanno, ad esempio, per Ucraina e Moldavia, mentre la Bielorussia, dove il presunto “dittatore” Lukaschenko ha mantenuto molte delle vecchie istituzioni sovietiche, se la passa molto meglio.
Infine, come ultimo esempio, ricordiamo la sfortunata Jugoslavia: prima massacrata dal Fondo Monetario Internazionale cui i dirigenti “riformatori” post-Tito si erano incautamente affidati; poi travolta dagli odi interreligiosi ed interetnici opportunamente alimentati dall’esterno (il presidente musulmano della Bosnia, Itzebegovic, appoggiato dagli estremisti di Al Qaeda, fu fatto passare per un “democratico”); infine bombardata e smembrata definitivamente dalla NATO (con la benedizione del nostro baffetto D’Alema).
Ma, anche se le ragioni dell’immigrazione clandestina, che cresce ogni giorno, fossero puramente economiche, avrebbe un senso la parola d’ordine: “facciamoli entrare tutti”?
Una parola d’ordine del genere può essere forse giustificata in bocca al Papa, visto che la Chiesa pratica il pietismo e la carità per motivi ideologici ed identitari, ma suona stonata e demagogica se pronunciata dai portavoce dell’ex-sinistra o addirittura da settori movimentisti dell’estrema “sinistra”. Sembra quasi che certi settori politici (come il PD, ma non solo), per far dimenticare il fatto di aver abbandonato tutti i loro programmi e le parole d’ordine più qualificanti, si affidino ad una demagogia umanitaria, di cui la difesa dei “migranti” è uno dei punti più caratteristici.
Nel mondo siamo ormai circa 7 miliardi. Ben oltre la metà della popolazione è povera o sull’orlo della povertà. Si può ragionevolmente risolvere il problema con emigrazioni di massa, di stampo biblico? Si può pensare che fenomeni del genere non abbiano effetti destabilizzanti e che possano risolvere il problema della povertà di massa?
E’ evidente che solo assicurando uno sviluppo adeguato dei Paesi di provenienza, rinunciando a sfruttarli, a sottoporli al ricatto finanziario del debito, alle aggressioni militari se cercano di rendersi indipendenti, si potranno dare soluzioni al problema. Altrimenti molti degli ex-Paesi coloniali faranno da soli, come ha fatto la Cina che è diventata la massima potenza mondiale di produzione di beni.
Intanto il fenomeno corrente non può non essere regolamentato, accettando solo quelle persone che richiedono realmente un asilo politico (ad esempio, so per esperienza diretta che molti ragazzi eritrei in cerca di fortuna ed avventura si fingono perseguitati per essere accolti) e, per quanto riguarda gli immigrati “economici”, accettare solo quelli che possano essere integrati con mutua soddisfazione, nostra e loro, evitando che siano ferocemente sfruttati in nero, o ridotti all’accattonaggio, alla prostituzione, o alla delinquenza. Si tratta di razionalizzare e sveltire tutte le procedure finalizzate a questa strategia.
Infine, non si possono non denunciare tutti quei settori che alimentano e si servono del fenomeno per propri fini, ammantandoli di bugie umanitarie. Schematicamente questi settori possono essere così indicati:
– alcuni settori capitalisti dei Paesi sviluppati che si servono dell’ondata immigratoria per abbassare i salari e le pretese dei lavoratori locali. In questa ottica vedo anche le dichiarazioni irresponsabili della Merkel di un paio di anni fa “venite tutti”, fatte in un momento in cui l’economia tedesca era in ascesa ed aveva bisogno di braccia, salvo poi essere costretta a fare marcia indietro. In quest’ottica ritengo sbagliato liquidare alcune obiezioni della Lega o di alcuni governi europei (ad esempio, Ungheria) come pure manifestazioni di razzismo;
– alcuni settori capitalisti e finanziari statunitensi, o di altri Paesi concorrenti della UE, che cercano di favorire il fenomeno in funzione destabilizzante della “concorrenza”. Questo tipo di azioni può avere anche risvolti di destabilizzazione politica e ricatto (vedi ad esempio i ricatti e le minacce della Turchia di Erdogan che si riserva di aprire i rubinetti dell’emigrazione);
– alcune ONG, opportunamente finanziate e manovrate da alcuni Paesi, che alimentano il traffico di carne umana, mandando, ad esempio, le loro navi in prossimità delle coste libiche a prelevare orde di disperati con la complicità di milizie jihadiste e scafisti locali. Alcune di queste ONG vanno per la maggiore, come Amnesty International e Save the Children, notoriamente finanziate da istituzioni e finanzieri USA (come George Soros) e che si attengono strettamente alla politica statunitense in tutte le crisi internazionali. Medici senza Frontiere è invece più legata alla politica francese, com’è dimostrato dalla figura del suo carismatico ex-presidente Kourchner, divenuto poi Ministro degli Esteri di Sarkozy, e grande sponsor delle guerre in Jugoslavia e Libia. Esiste poi una galassia di ONG più piccole create appositamente per gestire questo nuovo commercio degli schiavi sotto sembianze solidaristiche. Tutte queste ONG, così come molte istituzioni legate all’accoglienza gestiscono una fiorente “industria dell’immigrato”.
Vincenzo Brandi

https://byebyeunclesam.wordpress.com/2017/07/18/la-retorica-sui-migranti-il-colmo-dellipocrisia/

Italia colonia

Nella nostra tribù, il chiacchiericcio confuso che mischia truci slogan con fastidiosi borborigmi sostituisce, more solito, un’analisi lucida e approfondita delle cause ultime della catastrofica situazione in cui versiamo.  Il polverone alzatosi dopo il 1989, e l’illusione che quella data segnasse davvero la fine di un interminabile dopoguerra, ha offuscato l’unica, triste verità, ovvero che Italia e Germania, e quindi l’Europa, sono nazioni sconfitte ancora occupate militarmente dai vincitori.

Ovviamente, per affermare pubblicamente questa dura verità, ci voleva una voce esterna, autorevole e indipendente, come quella del Generale Fabio Mini, che, sugli ultimi due numeri di Limes ha spietatamente affondato il bisturi nel bubbone della cruda realtà, raccontandola senza falsi pudori o pelose reticenze. Mini, consigliere scientifico del mensile del gruppo Espresso-Republica, è generale di Corpo d’Armata, già Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo. Scrive su “Repubblica” e l’”Espresso” e i suoi libri sono pubblicati da Einaudi e il Mulino. Stiamo quindi parlando di un “esperto” certamente non accusabile di simpatie nostalgiche o dilettantismo superficiale. 

Sul n. 4-2017 della rivista italiana di geopolitica, dedicato  A chi serve l’Italia, il contributo del generale Mini è intitolato “USA-Italia, comunicazione di servizio”, e prende spunto dalla svolta politica del Nuovo Mondo inaugurata dall’amministrazione Trump, che, in nome di un “nazionalismo nostalgico” di reaganiana memoria pretende -come gli altri presidenti, a dire il vero- che tutto il mondo serva gli interessi degli Stati Uniti, e, oltretutto, che tale servitù sia resa con sorridente gratitudine. Per quale motivo? Perché, secondo il generale, gli USA sono convinti che “quasi tutti i paesi del mondo, comunque quelli di tutta l’Europa in particolare, debbano qualcosa agli Stati Uniti. (…) Un debito permanente e inestinguibile (…) che diventa così una sindrome patologica che toglie qualsiasi autonomia e dignità agli individui e sovranità agli Stati”.  Come i Blues Brothers, insomma, gli USA sono in missione per conto di Dio, per difendere o imporre la loro democrazia, e “la riconoscenza dovuta per tali liberazioni è impagabile. Nella pratica, però, (…) solo l’Italia ha dovuto e voluto accettare un debito infinito rifugiandosi nella sindrome della riconoscenza”, con un’unica, drammatica conseguenza: “la politica italiana è da oltre settant’anni vittima consapevole e felice dell’ingerenza degli Stati Uniti ed è stabilmente al servizio dei loro interessi”. Parole durissime e concetti chiari, che spiegano molti episodi oscuri smontando parecchie versioni retoriche, come l’episodio di Sigonella, che per Mini, invece di uno scatto di dignità nazionale, fu l’ennesima sceneggiata di cui i politici della Repubblica italiana sono maestri: Craxi si scusò con Reagan e poi concesse le basi per l’attacco contro Gheddafi.

Per non parlare, poi, della presenza di truppe straniere sul territorio nazionale: i militari americani sono circa 14mila, le installazioni oltre 110, quasi tutte senza la copertura atlantica, risultando così, secondo Mini, “la naturale continuazione delle esigenze militari delle forze di occupazione statunitensi e alleate in Italia. (…) Per settant’anni abbiamo obbedito ai consigli, alle imposizioni, alle ingiunzioni e alle minacce degli Stati Uniti nella politica, nell’amministrazione, nella giustizia e nella sicurezza senza chiedere e ricevere nulla in cambio, se non il fatidico ombrello di protezione, che proteggeva i loro assetti, e la pacca cordiale di solito riservata ai cagnolini. (…) Abbiamo accettato una divisione politica interna innaturale e deleteria che ha consegnato il potere centrale a politici succubi e corrotti, il potere periferico a formazioni filo-sovietiche e l’opposizione a eversivi nostalgici, fascisti, comunisti e frammassoni. Tutti gestiti e manovrati dai “liberatori” americani e sovietici impegnati in una guerra fredda che da noi è sempre stata calda (… ) Non siamo mai stati così apertamente velleitari nel seguire le istruzioni americane alla Nato e al di fuori di essa come nei periodi di governo delle sinistre. Non abbiamo discusso di niente e obiettato su niente, neppure sulle guerre intraprese in aperta violazione del diritto internazionale. Ci siamo accontentati di cambiarle il nome”.

Le conclusioni tirate dal Generale sono inequivocabili: “Tutti noi europei e in particolare noi italiani non dobbiamo assolutamente niente, anzi (…) in tutti questi anni l’Italia ha già dato abbastanza pagando un caro prezzo anche in termini di tempo sprecato, risorse buttate e intelligenze massacrate da settant’anni di acquiescenza”.

Il discorso, durissimo, prosegue sul numero successivo, il 5/2017, intitolato USA-Germania duello per l’Europa, nel quale il generale Mini, con la scusa di immaginare un ipotetico futuro, nel suo contributo intitolato “3 ottobre Ultimo Valzer a Berlino” immagina ulteriori rivelazioni di Wikileaks, mischiando fantasia (poca) e realtà (quasi tutta) per dimostrare come la Germania sia tutt’ora un territorio occupato militarmente.

“La Germania non era libera e indipendente e non lo era mai stata dalla fine della Seconda guerra mondiale (…) quando il Piano Morgenthau, elaborato nel 1944, fu applicato per i primi due anni cdi occupazione postbellica e in alcune parti per qualche decennio. Il piano prevedeva la riduzione della Germania a paese agricolo e pastorale, lo smantellamento di tutto il complesso industriale e l’appropriazione degli impianti da parte dei vincitori a titolo di risarcimento dei danni di guerra”. La guerra fredda costrinse a un mutamento di prospettiva, e così “il Piano Marshall dei cosiddetti aiuti alla ricostruzione (…) girava attorno al progetto di opporre gli stessi europei all’eventuale espansione sovietica e di riarmare in un modo o nell’altro la Germania”. Le truppe straniere trasformarono di fatto la Germania occidentale “in un enorme feudo anglo-americano”, nel quale “i tedeschi sapevano benissimo di essere le prime vittime sacrificali di un eventuale conflitto tra blocchi, ma non vedevano alternative (…): in realtà erano prigionieri, e questo diventò palese soltanto dopo il crollo del Muro di Berlino”.

L’impietosa analisi storica del Generale Mini arriva sino ai giorni nostri, con dettagli politici e militari che rivelano la drammatica situazione di un Continente  privo di qualsiasi autonomia o residuo di sovranità. Nella finzione narrativa, la conclusione dell’articolo ipotizza per l’anno prossimo un tentativo di uscita dalla NATO, immediatamente seguito da un’impressionante serie di attentati false flag, di cui gli statunitensi sono diventati maestri.

E….lascio al lettore curioso la fatica di recuperare gli articoli originali per documentarsi seriamente sulle cause ultime della nostra crisi, che affondano nella sconfitta militare, politica e umana di settant’anni fa.

http://www.barbadillo.it/67516-il-caso-il-generale-fabio-mini-su-limes-spiega-perche-litalia-e-una-colonia-da-70-anni/