Colonialismo francese

di Mawuna Remarque Koutonin.

Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare.Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa TraoréInfatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:– Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.

– Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.
– il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.

http://www.globalist.it/guerra-e-verita/2017/08/31/14-paesi-africani-costretti-a-pagare-tassa-coloniale-francese-2010740.html

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Intervista a Paolo Savona

Fonte: L’Antidiplomatico

“L’operazione Maastricht è stata all’epoca condotta politicamente e tecnicamente molto male. Le poche persone che la pensavano come me sono state emarginate”

di Alessandro Bianchi e Simone NastasiPaolo Savona. 

Ha insegnato economia nelle Università di Perugia, di Roma Tor Vergata, alla Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione e all’Università Guglielmo Marconi. Fondatore dell’ Open Economies Review e ex presidente di Assonebb, l’Associazione per l’Enciclopedia della Banca e della Borsa. Ministo del’industria (1993-1994). Autore nel 2012 di Eresie, esorcismi e scelte giuste per uscire dalla crisi. Il caso Italia 

– Professore, in un suo articolo pubblicato il 13 ottobre sul sito Formiche.net, vengono ad essere tracciate le strade che l’Italia potrebbe percorrere per uscire dalla crisi. Insieme alla via giuridica tracciata dal Professor Guarino (secondo cui le modifiche dei Trattati europei sarebbero illegittime ai sensi della direttiva 1466/97), Lei scrive come una strada dovrebbe passare per una “grave crisi istituzionale”. Che genere di crisi e come potrebbe svilupparsi?
Parlo del recupero della sovranità monetaria e il ritorno alla lirase fosse possibile limitare l’uscita a questo aspetto della partecipazione all’UE.  Credo tuttavia che l’intera costruzione europea franerebbe e, quindi, ci riprenderemo anche la sovranità di regolare il mercato interno e le relazioni con il mercato internazionale; questa, comunque, resterebbe sotto l’egida del WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio, evitando i rischi di una ricaduta dell’Italia in forme di protezionismo. La grave crisi istituzionale riguarderebbe quindi sia noi che l’UE.
– Dagli inizi della crisi sul debito sovrano degli Stati europei, siamo nel 2010, Lei ha sempre ripetuto che l’Italia avrebbe dovuto dotarsi di due piani di sopravvivenza, a seconda che fossimo o meno rimasti nella moneta unica. Nel primo di questi due piani, il piano A, Lei ha sostenuto che l’Italia deve necessariamente sottrarsi al “ricatto” di cedere sovranità in cambio di aiuti finanziari. L’Italia si troverebbe dunque sotto il ricatto delle istituzioni internazionali? 
E’ la visione miope delle istituzioni UE, inclusa purtroppo la BCE. Se un paese membro vuole essere aiutato a superare le crisi del debito pubblico, delle banche o dell’economia deve sottoporsi a una stretta vigilanza europea, ossia perdere quasi interamente la sovranità fiscale e normativa residua. E’ una forma di colonizzazione economica che contrasta con lo spirito democratico dei Trattati. Ho paragonato questa situazione a un assetto costituzionale in cui le leggi approvate dai Parlamenti devono essere sottoposti a organi religiosi che giudicano la loro coerenza ai testi sacri, come in Iran. Perciò ho chiamato il fiscal compact, ma anche altri testi di accordi europei, come il Redemption Fund, il Corano d’Europa. Ho anche aggiunto che coloro i quali accetteranno di disfarsi completamente della sovranità nazionale senza prima avere l’unificazione politica verranno giudicati severamente dalla storia.
– La strada per sottrarsi a questo ricatto, secondo Lei, passerebbe dall’eliminazione di alcune debolezze prima tra tutte la riduzione del debito pubblico. L’Italia di oggi somiglia infatti ad un’impresa il cui livello di indebitamento supera di gran lunga il livello di fatturato. In casi del genere le aziende, prima o poi, falliscono. E secondo qualcuno, come l’ex direttore del Financial Times Wolfang Munchau, il momento del fallimento dell’Italia sarebbe piuttosto vicino. Quale è allora la situazione reale? Quali rischi corre il nostro Paese?

L’Italia è in condizione di fare fronte benissimo al proprio debito pubblico; non esiste alcun rischio di default per nostra causa. Abbiamo un patrimonio sufficiente per onorare il debito. Ho avuto occasione di dichiarare alla Camera, in occasione della riunione delle 27 Commissioni bilancio dei paesi europei al quale sono stato invitato, che i debiti pubblici vengono rinnovati, ma non sono stati rimborsati mai da nessuno; possono essere ridotti dall’inflazione o dalla decisione di non onorarli. L’Italia non  è in queste condizioni e può rinnovarli sul mercato. Solo la speculazione internazionale può rendere impossibile il rinnovo, come ha tentato dopo la crisi finanziaria americana. Appunto perciò la posizione della BCE deve essere quella di intervenire come lender of last resort essendo il nostro debito denominato in euro. Non ha invece questo potere e, quindi, se accadesse di dover essere costretti al default la colpa sarebbe delle istituzioni europee “zoppe”, mal costruite.

– Se invece prendessimo in considerazione il piano B, quello di un’uscita dall’Euro, quali sarebbero, secondo Lei, le conseguenze per l’economia e i risparmi degli italiani?
Anche se alcuni colleghi, come Alberto Bagnai, sostengono il contrario, ritengo che ci sarebbe uno shock iniziale forte sul cambio e sull’inflazione, ma nel giro di un massimo di due anni la situazione ritornerebbe in equilibrio, con il vantaggio d’aver ripreso il controllo delle sorti future del Paese, ivi incluse le performance dei due motori della sviluppo, le costruzioni e le esportazioni. Tuttavia, ho sempre insistito che se ciò avvenisse sotto la spinta del mercato e, aggiungo, delle sanzioni europee senza un’adeguata preparazione all’evento, ivi incluse nuove alleanze internazionali, la situazione può sfuggire di mano. Se invece fosse organizzata ordinatamente gli effetti sarebbe prossimi a quelli modesti indicati da Bagnai.       
– Professore, intervenendo ad una conferenza organizzata recentemente dalla Fondazione Ugo La Malfa, lei ha dichiarato che “è scomparso l’avversario”. A differenza del passato, ci sono oggi poteri finanziari globali che dopo il comunismo – la loro paura – “hanno ripreso i vecchi vizi antidemocratici”. Ma come facciamo ad individuare queste “forze avversarie” da combattere e quali sono le prime contromisure che gli stati possono prendere?  Non sono loro, inoltre, che, secondo Lei, stanno spingendo per la firma del TTIP, l’aera di libero scambio che Usa e Ue stanno negoziando?
Il soggetto della mia diagnosi è il capitalismo, la cui scala dei valori con al vertice l’accumulo di capitale sempre meno produttivo e sempre più finanziario, si è affermato nei paesi democratici e in quelli totalitari, perdendo di vista la scala dei valori sociali con al vertice l’occupazione e il benessere sociale in un clima di libertà. Questa seconda scala di valori si è affermata nel dopoguerra nell’area occidentale per i timori dell’attrazione dell’ipotesi comunista sovietica della società, che ha avuto un effetto calmieratore della forza del capitale sul lavoro.
Ora il capitalismo non ha più avversari, essendosi diffuso anche nei paesi che continuano a dichiararsi comunisti. Le contromisure sono di accrescere la concorrenza sotto vincolo di parità di welfare, che il WTO ignora. Non si può accettare una concorrenza tra paesi con diversa rete di protezione sociale. Il premio Nobel per l’economia di quest’anno è andato a Jean Tirole, per i suoi contributi sulla difficoltà di avere una corretta competizione in presenza dei grandi oligopoli. Paolo Sylos Labini l’aveva già scritto nel 1951 in Oligopolio e Progresso Tecnico. La contromisura è porre un vincolo minimo sul livello di welfare dei paesi che aderiscono all’area di libero scambio. Non è il caso del TTIP, il quale porterebbe a una competizione tra paesi a quasi pari livello di welfare, mentre il problema è il dollaro. Se l’Europa non dota la BCE degli stessi poteri della FED restiamo in mano delle scelte americane. Trovo una sordità preoccupante sul tema.
– Infine, rievocando anche la sua esperienza nel governo Ciampi, come giudica le scelte della Banca centrale italiana e dell’esecutivo agli inizi degli anni ’90 che, dal trattato di Maastricht in poi, hanno dato il via a quell’escalation di perdita di sovranità che oggi intrappola la nostra economia? Potevano essere chieste maggiori garanzie per l’Italia e qual è stato il maggior errore commesso?
La Banca d’Italia di Paolo Baffi era più problematica, non quella di Carlo Azeglio Ciampi. L’Esecutivo capiva poco ed era coinvolto in uno dei peggiori periodi attraversati dalla politica italiana. Nel complesso si sono sopravalutati i vantaggi dell’adesione al Trattato di Maastricht e sottovalutati i costi. L’operazione è stata condotta anche tecnicamente molto male, come un fatto di civiltà astratta e non una di cui si doveva tenere conto di importanti risvolti pratici. Mi sentivo molto vicino alle analisi di Baffi e nel mio L’Europa dai piedi di argilla,  scritto per Carli negoziatore del Trattato, ma pubblicato dopo per la difficoltà di trovare un editore, segnalavo che stavamo costruendo un edificio ideale senza buone fondamenta. Le poche persone che la pensavano come me sono state emarginate e hanno prevalso gli opportunisti, quelli che lo erano veramente e quelli che lo erano in modo incosciente. Non fu possibile influire nelle decisioni.

Neolingua

Accigliati censori imputano al professor Conte un passato sostegno al metodo di cura Stamina. Probabilmente Stamina non funziona, ma non si tratta di un imbroglio, piuttosto di una speranza svanita. Imbroglio è invece la legge chiamata bail in, significa salvataggio interno ma implica che correntisti e obbligazionisti paghino di tasca i debiti delle banche in cui incautamente hanno posto i risparmi. Applicano perfettamente la lezione di Orwell sul linguaggio invertito. Se la verità è menzogna, come nel mondo di 1984, che dire del lavoratore “intermittente”, cioè precario a chiamata, o della molto lodata flessibilità, ossia l’attitudine a piegarsi? Se poi riteniamo odiose le pratiche di caporalato, ci tranquillizziamo con le agenzie interinali: fanno le stesse cose, ma con la camicia pulita e compilando moduli.

Iniziò tanti anni fa, allorché parve brutto chiamare ciechi i privi della vista e i bidelli diventarono ausiliari scolastici. Passammo a evitare termini come invertito, poiché implica un giudizio negativo, ma l’omosessuale si trasformò presto in gay, gaio, allegro, felice. Una parola nuova ripetuta all’estenuazione modifica il paradigma. Si chiama trasbordo ideologico inavvertito: si cambia opinione senza accorgersene, magari c’è chi pensa che per essere felici sia opportuno rivolgere l’orientamento sessuale (altra acrobatica invenzione linguistica) agli uomini anziché alle donne, o viceversa.

Progressivamente, Fantozzi si è trasfigurato in Fracchia, l’omino incapace di sostenere le sue ragioni, che si avvolge nella poltrona diventata un letto di Procuste. Fracchia è sottomesso alle parole d’ordine del potere, è il servo che finisce per amare le catene, contento di pensare come il Signore. Il Mercato funziona da sé, esiste una mano invisibile che lo dirige verso il Meglio, a beneficio di tutti. Gli immigrati ci pagheranno le pensioni, mentre sono un costo; occorrono “riforme”, altro significante riverniciato. Il significato autentico è massacro sociale, privatizzazione di tutto, precarietà, abolizione delle identità.

C’è una parola difficile, da glossario specialistico e dal suono ostile, per descrivere la nuova dogmatica concettuale, teologumeno. Descrive una credenza o ipotesi teologica riferita come fatto storico. Nell’acquario di Fantozzi, abbondano le bugie o le asserzioni ideologiche spacciate per verità incontrovertibili. Carl Schmitt lo capì allorché affermò che le categorie politiche sono concetti teologici secolarizzati. E’ stato sostituito Dio con la Classe (marxismo) o con il Mercato (liberalcapitalismo), ma resta l’obbligo di credere per fede che sia bene ciò che piace a chi comanda, anche se brucia concretamente sulle carni, pure se, manifestamente, stiamo peggio di prima.

La nuova religione non fa miracoli, ma è riuscita a ribaltare la parola di Gesù nel Vangelo di Marco. Adesso è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un povero entrare nel paradiso terreno del consumo. Però può guardarlo con occhi desideranti, come Fantozzi osserva l’Acquario dopo la lezione del mega direttore che gli raccomanda di essere rispettoso e fedele. Deve essere, più o meno, quello che il presidente della nostra Repubblica pretende dal nascente governo in qualità di funzionario di concetto dei “superiori”. Il popolo vota male, presto troveranno il modo di impedirlo, per il nostro bene e con il nostro consenso di plebi felici e desideranti prigioniere dell’acquario.

Fantozzi, populista ante litteram, sintetizzò tutto al termine del cineforum aziendale: “La corazzata Potemkin è un cag… pazzesca! “ Novantadue minuti di applausi.

Roberto Pecchioli  (estratto da)

L’articolo L’ACQUARIO DI FANTOZZI proviene da Blondet & Friends.

Ponti e non muri!

Il presidente della Russia Vladimir Putin ha inaugurato un ponte stradale e ferroviario che collega la Russia meridionale alla penisola di Crimea, guidando lui stesso un pesante camion. Putin, al volante di un camion da trasporto, ha guidato per 19 chilometri, il martedì, sulla sezione automobilistica del ponte stradale e ferroviario costruito sullo stretto di Kerch, che è attualmente il più lungo in Europa. “Alla fine, grazie al vostro duro lavoro, al vostro talento, a questo progetto, questo miracolo è accaduto”, ha detto Putin alla folla di lavoratori riunitisi per l’occasione. Più tardi, il Presidente è stato accolto da operai esultanti dall’altro lato del ponte. “Voglio congratularmi sinceramente con questo straordinario, festoso e, nel pieno senso della parola, giorno storico”, ha detto Putin ai lavoratori al loro arrivo dal lato della Crimea. “In diverse epoche storiche, anche sotto lo zar, la gente ha sempre sognato di costruire questo ponte”. Il presidente si riferiva all’ultimo zar della Russia, Nicola II, che per primo propose un tale ponte; ma lo scoppio della prima guerra mondiale aveva impedito allora di procedere al piano per mandare avanti l’opera. Il ponte dovrebbe essere completato entro la fine del 2018, ma è stato crealizzato sei mesi prima del previsto e si apre ufficialmente al traffico il prossimo mercoledì. Essendo questo l’unico collegamento stradale diretto tra Mosca e la penisola, il ponte ha un’altra sezione per i treni, che verrà inaugurata il prossimo anno. Il progetto, che è costato $ 3,69 miliardi, sarà in grado di gestire 40.000 auto al giorno e ridurre la dipendenza della Crimea dal trasporto marittimo.

Il Ponte fra Crimea e Russia

Rabbia contro il ponte del Governo ucraino La costruzione del ponte ha tuttavia provocato la rabbia in Ucraina, nel governo fantoccio di Kiev, negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali. L’Occidente afferma che la Russia ha “annesso” il territorio ucraino della Crimea quando era scoppiata la crisi nell’Ucraina orientale nel 2014. Anche i paesi occidentali accusano la Russia di avere posto la sua mano nella crisi nell’Ucraina orientale. Mosca nega l’accusa e la ribalta a Washington e Londra che hanno sobillato il golpe di Maidan a Kiev. Il presidente ucraino Petro Poroshenko ha accusato Mosca di aver costruito illegalmente il ponte, che ha etichettato come “l’ultima prova del disinteresse del Cremlino per il diritto internazionale”. (Nota: Al contrario gli USA e la NATO hanno dimostrato molta ” attenzione” al diritto internazionale, come avvenuto in Libia, in Iraq e nella ex Jugoslavia) La portavoce della politica estera dell’Unione europea (UE), Federica Mogherini, ha anche affermato che la costruzione del ponte “costituisce un’altra violazione della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina da parte della Russia”. In una dichiarazione, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha affermato che “la Crimea fa parte dell’Ucraina” e ha accusato Mosca di cercare di consolidare il suo “sequestro illegale e la sua occupazione” collegando il paese alla Crimea. “La costruzione in Russia del ponte serve a ricordare la costante volontà della Russia di sottrarsi al diritto internazionale”, ha detto la portavoce del Dipartimento di Stato Heather Nauert nella dichiarazione. Questa ha detto che “gli Stati Uniti hanno condannato la costruzione e l’apertura parziale del ponte fatta dalla Russia” , che secondo lei è stata effettuata “senza il permesso del governo dell’Ucraina”. (Il referendum celebrato in Crimea che ha decretato l’integrazione della Crimea alla Russia, per Washington non conta nulla). Nauert ha anche avvertito che tutte le sanzioni USA relative alla Crimea su Mosca “rimarranno in vigore fino a quando la Russia non restituirà il controllo della penisola all’Ucraina”. Putin ha già ribadito più volte che la Crimea è parte integrante della Russia e che questa risponderà a qualsiasi tentativo di aggressione. Gli Stati Uniti e i governi occidentali hanno imposto turni di sicurezza e sanzioni economiche alla Russia sulla Crimea. Fonte: RT News.com Traduzione e sintesi: Sergei Leonov

https://www.controinformazione.info/putin-inaugura-il-ponte-che-collega-la-russia-alla-crimea-guidando-lui-stesso-un-camion-sul-percorso/

La Grecia oltre la realtà

Il fatto che la Grecia sia scomparsa dai radar dell’informazione non significa affatto che sia superata l’emergenza umanitaria scatenata da anni di cieche (o forse fin troppo mirate) politiche austeritarie a marchio Troika.
È vero  che ciò di cui i media non parlano tende a smettere di esistere nella percezione comune, ma accanto alla realtà parallela della bolla mediatica entro cui siamo soliti agire c’è sempre una realtà reale che si ostina colpevolmente a sussistere, e addirittura riaffiorare di tanto in tanto.
Il servizio di Geelhoed, corrispondente ad Atene – e quindi testimone diretto, dà la misura non solo del dramma che il popolo greco tuttora vive, ma anche dell’indifferenza bovina con cui il resto dei cittadini europei ha accettato che ciò accadesse e continua ad accadere.

Il ricatto funziona così: il governo greco deve pagare i debiti e cerca di mitigare le richieste troppo dure della troika. La troika rifiuta, il tempo passa, la bancarotta si avvicina e alla fine Atene accetta tutte le richieste, per quanto impossibili, e la troika versa parte del denaro. È quello che successe nel luglio 2013, quando Dijsselbloem bloccò una tranche da due miliardi di euro perché Atene aveva soddisfatto solo 21 delle 22 condizioni. L’obiettivo non rispettato era il licenziamento di 4.200 funzionari: sulla lista fornita dal governo c’erano solo 4.120 nomi. Il ministro dell’istruzione voleva risparmiare gli insegnanti che avevano ottenuto un master. Quando furono mandati a casa anche loro, i soldi furono versati


Leggi tutto: https://mauropoggi.wordpress.com/2018/05/07/la-grecia-oltre-la-realta-parallela/

Il comunicato ufficiale russo

Il Colonnello-Generale Sergej Rudskoj, a capo della Direzione Generale Operativa della Federazione Russa, dichiarava che il 14 aprile veniva effettuato un attacco missilistico tra le 3.42 e le 5.10 sulle installazioni militari e civili della Repubblica araba siriana da parte di vettori aerei e navali di Stati Uniti e loro alleati. I sistemi di difesa aerea russi nelle basi di Humaymin e Tartus identificavano e seguivano in modo tempestivo tutti i lanci missilistici navali ed aerei di Stati Uniti e Regno Unito. Non c’era traccia di operazioni francesi. Si trattava di aerei dell’aeronautica degli Stati Uniti, B-1, F-15, F-16, ed inglesi Tornado sul Mediterraneo, e navi della Marina degli Stati Uniti Laboon e Monterey nel Mar Rosso. I bombardieri strategici attaccavano obiettivi sul territorio siriano nell’area di al-Tanaf, illegalmente occupata dagli Stati Uniti. Numerosi aeroporti militari, impianti industriali e di ricerca siriani erano obiettivo dell’attacco missilistico. Secondo dati preliminari, non ci sono vittime tra la popolazione e l’esercito siriani. Le informazioni saranno completate e comunicate al pubblico.
Secondo le informazioni disponibili, 103 missili da crociera, compresa la versione navale Tomahawk, sono stati utilizzati assieme a bombe guidate GBU-38 sganciate da aerei B-1B, e missili aria-terra lanciati da F-15 e F-16. L’ Aeronautica militare inglese sparava otto missili.
I sistemi di difesa aerea siriani, basati sui sistemi di difesa aerea di produzione sovietica, respingevano con successo gli attacchi missilistici, intercettando 71 missili da crociera. I sistemi S-125, S-200, Buk, Osa e Kvadrat/Kub delle difese aeree siriane respingevano l’attacco missilistico, dimostrando l’elevata efficienza militare della Siria e l’eccellenza del personale militare siriano addestrato dai nostri specialisti. Nell’ultimo anno e mezzo, la Russia ha completamente aggiornato i sistemi di difesa aerea della Siria e continua a migliorarli.
Va sottolineato che alcuni anni fa, data la richiesta urgente di certi nostri partner occidentali, evitammo l’invio dei sistemi di difesa aerea S-300 in Siria; ora consideriamo possibile rivedere la questione, non solo con la Siria ma anche con altri Stati.
Obiettivi dell’attacco erano, tra l’altro, le basi aeree dell’Aeronautica Militare araba siriana. I dati dicono quanto segue:
4 missili sono stati lanciati contro la base aerea di Duwali, venendo tutti abbattuti.
12 missili sono stati lanciati contro la base aerea di Dumayr, venendo tutti abbattuti.
18 missili sono stati lanciati contro la base aerea di Bulayl, venendo tutti abbattuti.
12 missili sono stati lanciati contro la base aerea di Shayrat, venendo tutti abbattuti.
Le basi aeree non sono state danneggiate.
Dei 9 missili lanciati contro l’aeroporto di Mazah, 5 sono stati abbattuti.
Dei 16 missili lanciati contro l’aeroporto di Homs, 13 sono stati abbattuti e non è stata osservata traccia di danni.
30 missili puntavano sull’area di Barzah e Jaramana, presso Damasco. Di questi, 7 cadevano su strutture presuntamente collegate al cosiddetto “programma chimico militare” di Damasco, venendo parzialmente distrutte. Tuttavia, non erano utilizzate da tempo, non vi sono stati danni materiali o tra il personale.
Le Forze della Difesa Aerea russe sono in allerta e l’Aeronautica perlustra i cieli. Alcuno dei missili da crociera ha toccato la zona antiaerea russa. I nostri complessi non sono stati usati.
Riteniamo che tale attacco non sia in risposta a un attacco chimico, ma ai successi delle Forze Armate siriane nella lotta per liberare il proprio territorio dal terrorismo internazionale. Allo stesso tempo, una missione speciale dell’OPCW che doveva indagare sull’incidente nella città di Duma, dove presumibilmente furono usate armi chimiche, sarebbe dovuta arrivare oggi a Damasco.
Vorrei richiamare l’attenzione sul fatto che in Siria non ci sono strutture per armi chimiche come registrato dall’Organizzazione per il divieto delle armi chimiche. Tale aggressione testimonia l’intransigenza degli Stati Uniti sull’obiettività dell’indagine, tentando di sabotare il processo di pace in Siria e di destabilizzare il Medio Oriente, e non ha nulla a che vedere con gli obiettivi della lotta al terrorismo internazionale.
E’ stato un piacere. Attualmente, la situazione a Damasco e altre aree urbane in Siria è calma.
Seguiamo da vicino la situazione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

https://aurorasito.wordpress.com/2018/04/14/il-ministero-della-difesa-russo-sullaggressione-alla-siria/

Avanti un passo

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se non fossimo, realmente , al bordo dell’Armagheddon , si potrebbe parlare all’italiana di situazione grave ma non seria. La Russia pone il veto all’ONU su una nuova inchiesta sull’uso di armi chimiche in Siria, ma nello stesso chiama l’Organizzazione Internazionale contro l’Uso delle Armi Chimiche ad intervenire e controllare se vi sia stato un uso di armi chimiche a Douma.

Il Consiglio di Sicurezza è allo stallo, che viene preso come pretesto per un intervento spinto, in questo caso, da Macron e da Trump, due leader in profonda crisi interna: il primo è bloccato da una politica assurda che gli ha messo contro mezzo paese, con scioperi e contestazione, tanto dal cercare un tardivo appoggio da parte dei vescovi , mentre il secondo è ricattabile, con la FBI che ha perquisito l’ufficio del suo avvocato, atto normalmente vietato.

I segnali sono di un attacco entro le prossime 72 ore. Queste indicazioni provengono dagli avvertimenti al traffico areo da parte del controllo di volo europeo. 

Pensate stia esagerando ? Vi propongo alcune frasi tratte da warintel.org, che sta seguendo in diretta la crisi in corso.

Russian Defense Ministry public advisory council member Igor Korotchenko: „Trump has to understand that we’re going to be talking about the possibility of nuclear escalation if we have a collision of the U.S. and Russian militaries”

Il consigliere del ministro della difesa russo Igor Korotchenko: “Trump deve capire che discuteremo la possibilità di una escalation nucleare se ci sarà uno scontro fra militari russi e USA”

A U.S. military official indicated that in the event of Iranian missile strikes against Israel, „we will have fighting forces moving within 72 hours”.

Una fonte militare ufficiale USA ha affermato che nel caso di un attacco missilistico iraniana contro Israle “Avremo forze combattenti nell’area in 72 ore”.

Naturalmente igas sono stati utilizzati “A Priori”. Siamo adl un nuovo 2003, o ad un nuovo 2011 in Libia.

Ieri l’inviato speciale in Siria  del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’italiano Staffan de Mistura, ha detto che “Per la prima volta nella mia carriera vedo una seria minaccia alla sicurezza mondiale”, affermando che bisogna trovare una via per la descalation.

Dove stiamo andando, che cosa sta facendo l’occidente ?

Tornando alle nostre piccole cose nazionali, forse la “Commissione speciale” del parlamento dovrebbe occuparsi anche di queste cose, per starne fuori o, al limite, mediare.

https://scenarieconomici.it/il-mondo-sullorlo-del-baratro-e-macron-vuol-fare-un-passo-avanti/