La retorica sui “migranti”

Sollecitato dall’amico Geri, vorrei esprimere una personale opinione sull’ondata di retorica e di sospetto pietismo con cui viene affrontato, specie nella sedicente “sinistra” il fenomeno dei “migranti” (ma perché “migranti”? Migranti casomai sono gli uccelli migratori che si spostano secondo cicli naturali…).
Preciso che ho sempre militato nelle file dell’estrema “sinistra” (se questo termine ha ancora un significato, fatto su cui ho molti dubbi, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano…).
Sono lontanissimo da qualsiasi suggestione razzista, di superiorità dell’uomo bianco europeo o di missione dei popoli “civilizzati”.
Tuttavia trovo il pietismo nei confronti del fenomeno “migranti” caratterizzato da enormi dosi di ipocrisia e falsa retorica.
La prima causa dell’intensificarsi del fenomeno negli ultimi anni è certamente il contemporaneo intensificarsi di una serie di guerre scatenate dai Paesi “civili” contro Stati nuovi ed ex-coloniali, spesso su iniziative della “sinistra” (mentre la “destra” è stata in genere molto più prudente ed attenta) per presunti motivi “umanitari” e con formule del tipo “responsabilità di difendere i civili” dai “regimi” e dai “dittatori” locali.
Queste motivazioni sono state alla base della distruzione della Libia ad opera della NATO (con l’aiuto dei jihadisti locali). Il risultato è stato che un Paese che era, secondo le statistiche ufficiali dell’ONU, quello con il tenore e la qualità della vita più alti dell’Africa, ha visto la fuga di circa 2 milioni di Libici e di altri 2 milioni di Africani che lavoravano nel paese.
Ora la Libia, che prima funzionava da filtro per i lavoratori che si spostavano dall’Africa centrale, è diventato un buco nero dominato da milizie estremiste e scafisti che speculano sugli spostamenti di torme di disperati. Questi ultimi si spostano da Paesi tuttora sottoposti a sfruttamento post-coloniale da parte dei vecchi padroni (ad esempio la Francia) che in realtà non hanno mai mollato l’osso e organizzano colpi di Stato (come in Costa d’Avorio) se qualche presidente locale si mostra troppo indipendente. Oltre tutto uno dei motivi per cui fu fatto fuori Gheddafi era perché stava creando una Banca Africana per sottrarre il continente nero alle grinfie della grande finanza internazionale.
Altri Paesi riottosi, come il Sudan, o la Somalia, sono stati fatti a pezzi e altri, come l’Eritrea, sono indicati come “Stati canaglia” e sottoposti a sanzioni. Tutto questo alimenta spostamenti di popolazione e fenomeni di destabilizzazione.
Analogo discorso vale oggi per la Siria, sottoposta dal 2011 a sanzioni durissime e ad un attacco concentrico da parte dei Paesi occidentali, alleati con le peggiori dittature confessionali (come l’Arabia Saudita) e bande di jihadisti sunniti fanatici. Sei milioni di Siriani hanno lasciato il Paese, mentre altrettanti si sono dovuti spostare all’interno dalle zone occupate da Al Qaeda e dallo Stato Islamico a quelle poste sotto la protezione dell’esercito. Si badi bene che prima del 2011 nessuno fuggiva dalla Siria o si spostava all’interno. Il Paese era un modello di laicismo e tolleranza interreligiosa (Sunniti, Sciiti, Cristiani, Drusi, atei). Oggi la gente fugge, non dal “regime”, ma dalla guerra e dai terroristi fanatici diretti dall’esterno.
Discorsi analoghi possono farsi per l’Iraq, distrutto e fatto a pezzi dopo l’attacco anglo-americano del 2003 giustificato con la bugia delle “armi di distruzione di massa” e per l’Afghanistan invaso nel 2001 con la scusa della “guerra al terrore” e dove i combattimenti infuriano da 16 anni. Siriani, Afghani, Iracheni, Libici, Africani sub-sahariani formano almeno i due terzi dell’immigrazione complessiva.
E non dimentichiamo l’immigrazione dall’Est Europa, sottoposta alle delizie del capitalismo internazionale. Molti immigrati vengono dalla Romania che, ai tempi del tanto deprecato Ceausescu, conosceva una situazione di piena occupazione e non aveva debito estero. Oggi la popolazione rumena è diminuita di vari milioni rispetto a quei tempi per l’emigrazione massiccia. Situazioni analoghe si hanno, ad esempio, per Ucraina e Moldavia, mentre la Bielorussia, dove il presunto “dittatore” Lukaschenko ha mantenuto molte delle vecchie istituzioni sovietiche, se la passa molto meglio.
Infine, come ultimo esempio, ricordiamo la sfortunata Jugoslavia: prima massacrata dal Fondo Monetario Internazionale cui i dirigenti “riformatori” post-Tito si erano incautamente affidati; poi travolta dagli odi interreligiosi ed interetnici opportunamente alimentati dall’esterno (il presidente musulmano della Bosnia, Itzebegovic, appoggiato dagli estremisti di Al Qaeda, fu fatto passare per un “democratico”); infine bombardata e smembrata definitivamente dalla NATO (con la benedizione del nostro baffetto D’Alema).
Ma, anche se le ragioni dell’immigrazione clandestina, che cresce ogni giorno, fossero puramente economiche, avrebbe un senso la parola d’ordine: “facciamoli entrare tutti”?
Una parola d’ordine del genere può essere forse giustificata in bocca al Papa, visto che la Chiesa pratica il pietismo e la carità per motivi ideologici ed identitari, ma suona stonata e demagogica se pronunciata dai portavoce dell’ex-sinistra o addirittura da settori movimentisti dell’estrema “sinistra”. Sembra quasi che certi settori politici (come il PD, ma non solo), per far dimenticare il fatto di aver abbandonato tutti i loro programmi e le parole d’ordine più qualificanti, si affidino ad una demagogia umanitaria, di cui la difesa dei “migranti” è uno dei punti più caratteristici.
Nel mondo siamo ormai circa 7 miliardi. Ben oltre la metà della popolazione è povera o sull’orlo della povertà. Si può ragionevolmente risolvere il problema con emigrazioni di massa, di stampo biblico? Si può pensare che fenomeni del genere non abbiano effetti destabilizzanti e che possano risolvere il problema della povertà di massa?
E’ evidente che solo assicurando uno sviluppo adeguato dei Paesi di provenienza, rinunciando a sfruttarli, a sottoporli al ricatto finanziario del debito, alle aggressioni militari se cercano di rendersi indipendenti, si potranno dare soluzioni al problema. Altrimenti molti degli ex-Paesi coloniali faranno da soli, come ha fatto la Cina che è diventata la massima potenza mondiale di produzione di beni.
Intanto il fenomeno corrente non può non essere regolamentato, accettando solo quelle persone che richiedono realmente un asilo politico (ad esempio, so per esperienza diretta che molti ragazzi eritrei in cerca di fortuna ed avventura si fingono perseguitati per essere accolti) e, per quanto riguarda gli immigrati “economici”, accettare solo quelli che possano essere integrati con mutua soddisfazione, nostra e loro, evitando che siano ferocemente sfruttati in nero, o ridotti all’accattonaggio, alla prostituzione, o alla delinquenza. Si tratta di razionalizzare e sveltire tutte le procedure finalizzate a questa strategia.
Infine, non si possono non denunciare tutti quei settori che alimentano e si servono del fenomeno per propri fini, ammantandoli di bugie umanitarie. Schematicamente questi settori possono essere così indicati:
– alcuni settori capitalisti dei Paesi sviluppati che si servono dell’ondata immigratoria per abbassare i salari e le pretese dei lavoratori locali. In questa ottica vedo anche le dichiarazioni irresponsabili della Merkel di un paio di anni fa “venite tutti”, fatte in un momento in cui l’economia tedesca era in ascesa ed aveva bisogno di braccia, salvo poi essere costretta a fare marcia indietro. In quest’ottica ritengo sbagliato liquidare alcune obiezioni della Lega o di alcuni governi europei (ad esempio, Ungheria) come pure manifestazioni di razzismo;
– alcuni settori capitalisti e finanziari statunitensi, o di altri Paesi concorrenti della UE, che cercano di favorire il fenomeno in funzione destabilizzante della “concorrenza”. Questo tipo di azioni può avere anche risvolti di destabilizzazione politica e ricatto (vedi ad esempio i ricatti e le minacce della Turchia di Erdogan che si riserva di aprire i rubinetti dell’emigrazione);
– alcune ONG, opportunamente finanziate e manovrate da alcuni Paesi, che alimentano il traffico di carne umana, mandando, ad esempio, le loro navi in prossimità delle coste libiche a prelevare orde di disperati con la complicità di milizie jihadiste e scafisti locali. Alcune di queste ONG vanno per la maggiore, come Amnesty International e Save the Children, notoriamente finanziate da istituzioni e finanzieri USA (come George Soros) e che si attengono strettamente alla politica statunitense in tutte le crisi internazionali. Medici senza Frontiere è invece più legata alla politica francese, com’è dimostrato dalla figura del suo carismatico ex-presidente Kourchner, divenuto poi Ministro degli Esteri di Sarkozy, e grande sponsor delle guerre in Jugoslavia e Libia. Esiste poi una galassia di ONG più piccole create appositamente per gestire questo nuovo commercio degli schiavi sotto sembianze solidaristiche. Tutte queste ONG, così come molte istituzioni legate all’accoglienza gestiscono una fiorente “industria dell’immigrato”.
Vincenzo Brandi

https://byebyeunclesam.wordpress.com/2017/07/18/la-retorica-sui-migranti-il-colmo-dellipocrisia/

Antifascismo in assenza di fascismo

di  Luciano Lago In questi giorni si stanno svolgendo in varie città d’Italia manifestazioni più o meno spontanee contro la la legge sullo Jus Soli che rischia di essere approvata a breve scadenza in Parlamento. Le persone che manifestano, comuni cittadini il più delle volte e non militanti dei vari partiti, hanno compreso il pericolo di una legge che metterebbe la parola requiem sulla identità italiana e concorrerebbe ad attirare altre nuove masse africane in cerca di stabilizzarsi e filiare sul suolo italico. I nuovi nati e gli altri, una volta cittadini italiani, richiamerebbero i loro numerosi parenti e tutti sarebbero a carico delle casse pubbliche e dell’asssitenza italiana e dell’INPS, con buona pace delle scempiaggini dette dall’ex bocconiano presidente dell’INPS, Tito Boeri, nella sua incaute dichiarazioni. Una di queste manifestazioni (contro lo Jus Soli ) fra le più significative per il luogo e le modalità, si è svolta a Modena , feudo del PD da sempre, ove cresce il malcontento fra gli stessi cittadini che una volta erano i fedeli seguitori del “partitone” ed oggi vedono crescere il degrado e l’insicurezza nella loro città. La manifestazione di Modena è stata promossa, ieri 10 Luglio, da varie associazioni e partiti di destra da F.lli d’Italia a Forza Italia, fino a Forza Nuova ed associazioni come “La Terra dei Padri” (quella data alle fiamme da elementi della sinistra). Una fiaccolata di protesta senza simboli di partito fatta da comuni cittadini. La cosa sorprendente, in apparenza, è la contromanifestazione che è stata indetta da partiti e associazioni della sinistra, fra cui il PD, la CGIL, Rifondazione, Circoli Sociali vari e l’immancabile ANPI, svoltasi presso il sacrario dei caduti partigiani alla “Ghirlandina” di Modena. Una forma di ribadire con l’occasione la “vigilanza antifascista” ed il collegamento fra antifascismo, resistenza ed accoglienza immigratoria di massa. Un modo per affermare che chi si oppone all’africanizzazione dell’Italia ed al meticciato culturale debba essere iscritto dalla sinistra “ipso facto” alla categoria dei “fascisti”. Alcuni commentatori si sono giustamente domandati quale sia il nesso tra antifascismo, resistenza e Jus Soli e molti opinionisti si sono “arrampicati sugli specchi” per invocare l’allarme per le infiltrazioni di gruppi fascisti o pseudo fascisti fra i manifestanti che, secondo loro, piloterebbero le manifestazioni. Contemporaneamente in questi giorni, il noto esponente del PD, Emanuele Fiano, ha presentato un progetto di legge per sanzionare in modo pesante le manifestazioni nostalgiche o parafasciste, dal saluto romano alla vendita dei gadget di Mussolini e calendari con fascio in particolare nelle vicinanze di Predappio, paese natale di Mussolini, dove si svolge un frequente turismo nostalgico e dove lo stesso paese trae benefici economici di questo turismo in termini di ristorazione e piccolo commercio. Inutile dire che anche questo fenomeno viene intravisto dal Fiano e soci come “un pericolo per la democrazia”. Per non parlare del progetto di mettere il bavaglio sul web e sanzionare quanti si richiamano al ventennio ed al “duce”, considerati “perniciosi” per la propaganda e dannosi per l’ordine democratico. Un progetto già previsto ed auspicato da elementi come la Laura Boldrini, presidente della Camera o da Pisapia, ex sindaco di Milano e lo stesso Sala, attuale sindaco. In sostanza un giro di vite contro il “pericolo di risorgenza neofascista” a cui gli esponenti della sinistra dedicano molta più attenzione . Da notare che non altrettanta attenzione viene dedicata dagli stessi esponenti della sinistra ai fenomeni certamente più concreti e inquietanti della insorgenza di estremismo e terrorismo islamista di marca wahabita e salafita. Qesti esponenti escludono qualsiasi collegamento fra immigrazione ed infiltrazioni terroristiche così come smentiscono che l’aumento dell’immigrazione incontrollata porti ad un aumento della criminalità. In questo caso il nesso fra terrorismo, criminalità in aumento ed immigrazione viene platealmente negato dallo stesso Fiano e compagni ad onta della cruda realtà riscontrata da masse crescenti di cittadini. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai dopo circa 72 anni torni alla ribalta il “pericolo fascista” conquistando spazi di attenzione sui media e nelle proposte dei parlamentari della sinistra, gli stessi che trascurano i ben più gravi e concreti problemi che sta attraversando il paese. La spiegazione esiste ed è da ricercarsi nel terrore della sinistra mondialista di essere scavalcata e smascherata presso l’opinione pubblica per le sue responsabilità voler ridurre l’Italia ad un grande campo profughi per migranti economici e per l’africanizzazione strisciante che diventa la prospettiva reale di questo paese. In realtà la sinistra mondialista cerca di alzare lo schermo dell’antifascismo per occultare la sua subordinazione ai potentati finanziari ed alle centrali di potere sovranazionale che pilotano verso la destabilizzazione sociale del paese. Non è un mistero che vi sono direttive precise che arrivano da organismi internazionali dalla Commissione Europea al FMI, all’ONU, all’Open Society di George Soros, come da altri organismi perchè l’Italia favorisca l’importazione di masse di nuovi schiavi in italia che siano la mano d’opera di riserva del grande capitale e delle varie mafie che speculano su tale fenomeno. Per nascondere il ruolo servile di utili idioti del grande capitale, gli esponenti della sinistra hanno ideato il nuovo grande schermo, sempre efficace, dell’antifascismo vecchia maniera che, oltre a giustificare i finanziamenti pubblici all’ANPI, viene utilizzato dai “compagni di merende” dei Soros, dei Monti, dei Marchionne, della Clinton e dei grandi speculatori, per coprirsi le spalle e denunciare fantasiosi pericoli di risorgenza fascista e deviare l’attenzione dalla svendita del paese alle centrali del potere finanziario. Un vecchio gioco ormai screditato in cui buona parte dell’opinione pubblica, in parte la stessa vecchia base elettorale del PD, ormai non crede più. Facile pensare che ci saranno presto “provocazioni”ben studiate per alimentare il fenomeno che tanto conviene al PD ed alle forze della sinistra da essere disponibili loro stessi a mascherarsi con camicia nera e fez per creare l’allarme sociale che gli tornerebbe molto utile allo stato attuale.

http://www.controinformazione.info/antifascismo-come-schermo-per-distogliere-lattenzione/

Siria: le zone di “deconflitto”

Almeno in tre occasioni nel mese scorso, i militari USA hanno realizzato attacchi aerei in Siria contro le forze del governo ed i loro alleati nelle vicinanze di nodi strategici importanti per controllare la frontiera tra Iraq e Siria. Gli statunitensi affermano che le forze del Governo siriano erano una minaccia per la base militare di Al Tanf, nel lato siriano della frontiera, dove gli USA stavano addestrando i miliziani che appartengono al gruppo denominato “Maghawir al Thawra”. Il Pentagono affrma che questi miliziani vengono addestrati per combattere e vincere l’ISIS. La base militare la scorsa settimana è stata potenziata con l’arrivo delle batterie di missili conosciute come Himars e questa è stato giustificata come una misura di legittima difesa. Il Colonnello Ryan Dillon ci ha riferito : “Abbiamo aumentato le nostre forze armate ed adesso queste sono preparate per qualsiasi minaccia che si presenti da parte delle forze pro regime”. Con l’abbattimento dell’aereo siriano di questa settimana gli USA hanno invocato la “legtittima difesa” come fondamento giuridico. Tuttavia, come Mosca ha segnalato, i nordamericani non hanno diritto a essere presenti sul territorio siriano e quindi, in secondo luogo, di dichiarare unilateralmente le “zone di deconflitto” per cui essi sono di fatto forze di invasione. Un chiodo in più alle bugie americane viene esposto quando viene vista quale sia la vera natura del gruppo di miliziani che gli USA stanno addestrando. Un video prodotto da fonte non verificata ha dimostrato che i miliziani appoggiati dagli USA ad Al Tanf sono un altra formazione di terroristi islamici. I video mostrano i miliziani della formazione “Maghawir al Thawra” che ripetutamente gridano lo slogan jihadista «allah akbar”. Sono anche loro equipaggiati con le Toyota Land Cruiser bianche di prima classe, celebri per essere quelle utilizzate dagli altri gruppi jihadisti ed ottentute attraverso il finanziamento da parte di Arabia Saudita e Qatar. Vedi : Video Strategic Culture: Fonti locali hanno confermato a questo autore che il gruppo che appare nel video è quello di “Maghawir Al Thawra” e che si tratta senza dubbio di militanti jihadisti. Tuttavia questo è lo stesso gruppo che gli USA hanno dichiarato apertamente che sarebbero costituito da “ribelli moderati” e che la formazione nella loro base militare di Al Tanf ha l’obiettivo di “combattere e sgominare l’ISIS”, oltre a dire che gli USA devono “proteggere” questo gruppo dall’avanzata dell’esercito siriano e dei suoi alleati. Ancora di più sono arrivate informazioni che, oltre alle forze USA ad Al Tanf, ci sono britannici ed altri effettivi della NATO, così come altri militari di vari Stati arabi sunniti. Questo equivale ad una escalation completa dell’intervento USA e della NATO nella guerra n Siria, un intervento che sembra essere chiaramente dalla parte del terrore dei gruppi jihadisti.
http://www.controinformazione.info/lautodifesa-non-regge-come-pretesto-per-le-azioni-della-guerra-usa-in-siria/

Il ponte di Kerch

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Lo Stretto di Kerch è un braccio di mare che divide la Penisola di Crimea dalla terraferma russa, dal Kuban.
Da una parte, quella orientale, c’è il Mar Nero. Dall’altra c’è il Mare d’Azov. Dai tempi di Caterina il Mare d’Azov era un mare interno della Russia. Lo rimase quando la Russia divenne Unione Sovietica. Cessò di esserlo quando crollò l’URSS e la riva occidentale divenne Ucraina.
Fino a che esistette l’Unione Sovietica, per i russi di Crimea il collegamento con la madrepatria non era un problema perché l’Ucraina era URSS, in quanto Repubblica Socialista Sovietica. La città di Kerch, di antichissime origini, era un centro minore, molto periferico. Pochi ci passavano per andare sull’altra riva dello stretto. Bastavano pochi ferry boat per auto e camion, e qualche traghetto per i passeggeri.
Lo Stretto di Kerch, insomma, non aveva grande importanza, né commerciale, né strategica. Ma l’Ucraina, uscendo dall’URSS e diventando indipendente, divenne anche ostile alla Russia. I russi di Crimea, grande maggioranza nella penisola, si trovarono tagliati fuori, appunto, dalla madrepatria. Assai più di quanto accadde quando l’allora Segretario Generale del Pcus, Nikita Krushev, decise di regalare la Crimea all’Ucraina. Sempre Unione Sovietica era, e preoccupazioni eccessive non vi furono.
Fino al febbraio 2014, quando la pentola russofobica venne fatta esplodere dal colpo di stato di Euromaidan. Gli eventi successivi li conosciamo (in pochi, per la verità, perché la narrazione occidentale preferisce continuare a ripetere il mantra dell'”annessione” russa della Crimea). Fatto sta che il legittimo parlamento della Repubblica Autonoma di Crimea si riunì, decise all’unanimità di indire un referendum popolare la cui domanda essenziale era: restiamo in una Ucraina anti-russa, cioè anti-noi, oppure torniamo in patria? L’enorme maggioranza delle risposte fu: torniamo in patria. E, con ciò, la Crimea si trovò i carri armati ucraini e le bande naziste alla frontiera nord, unico collegamento con il continente. L’attacco militare non ci fu perché Putin aveva deciso, saggiamente e per tempo, di dislocare quelli che oggi, in Russia, tutti definiscono come “gli uomini verdi”.
Cioè divenne un’isola. Con tutte le difficoltà del caso (collegamenti elettrici, idrici, rifornimenti, esportazioni e importazioni, ecc: tutto bloccato). Ecco perché parliamo adesso di Kerch. Perché il Cremlino, una volta accolta tra le sue braccia la storica penisola di Crimea, si trovò di fronte al problema di come farla vivere, respirare, prosperare. E lo Stretto di Kerch diventò improvvisamente la soluzione. Ma si sarebbe dovuto trasferire nelle basse acque dello Stretto una intera flotta di navi. Come far arrivare e ripartire flussi di uomini, turisti, merci in modo stabile, permanente, senza interminabili code, attese? La Crimea è infatti, sotto molti profili, un gioiello inestimabile. Cento milioni di russi, anche mentre era sotto il governo di Kiev, guardavano al suo mare, alle sue spiagge, ai suoi cimeli storici, al suo vino, come al migliore dei luoghi per uno splendido riposo. Una Crimea russa avrebbe moltiplicato la domanda e l’afflusso.

 

Мост через Керченский пролив построить невозможно
L’idea di un grande ponte nacque subito. Ma lo Stretto di Kerch non è così “stretto”. Quasi venti chilometri sull’acqua. Un’impresa imponente, da realizzare in condizioni di crisi economica, di sanzioni, di isolamento e di polemiche internazionali, mentre nelle regioni a nord, sulle rive dello stesso Mare d’Azov, si formavano le due repubbliche di Donetsk e Lugansk, impegnate in sanguinosi combattimenti per difendersi dalle offensive dei battaglioni inviati da Kiev.

 

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La storia di questi tre anni non si può fare qui, sul pontile di Kerch. Qui si vede l’immenso sforzo economico e politico che sta collegando, con una rapidità che sarebbe incredibile se non la si potesse vedere a occhio nudo, la Crimea alla terraferma russa. Subito era apparso chiaro che si sarebbero dovute affrontare rilevanti difficoltà legate al carattere sismico dell’area: due falde tettoniche si fronteggiano proprio sotto il mare. Il calcolo di partenza non poteva evitare la previsione di nove punti della Scala Richter: il massimo.
La struttura dovrà essere al massimo grado flessibile. Permettere il passaggio di grandi navi richiede un passaggio centrale di altezza superiore a 35 metri, sia per le quattro corsie automobilistiche, sia per le due rotaie ferroviarie.
In pratica due immensi ponti paralleli lunghi quasi venti chilometri. Mentre la Crimea attende impaziente, con il fiato sospeso.
A un anno e mezzo dall’inizio operativo, il ponte è “a metà strada”. La previsione, che ci viene confermata senza esitazione, è che il traffico automobilistico sarà aperto “entro il 2018”. Meno di tre anni in tutto. Un record. Oltre 200 imprese, tutte rigorosamente russe, hanno studiato e inventato le soluzioni. Oltre settemila operai sono impiegati 24 ore su 24. Kerch è già irriconoscibile nella sua nuova veste di principale punto di accesso alla penisola (almeno fino a quando Kiev e l’Occidente non smetteranno di sognare che la Crimea torni in Ucraina. E non sarà presto).
E, all’ingresso della città, dalla parte crimeana, è già in costruzione la prima parte di una gigantesca nuova arteria autostradale che sostituirà la vecchia strada già intasata che porta a Simferopoli e a Sebastopoli. Putin ha fatto una scelta, del resto l’unica possibile: fare della Crimea il suo capolavoro. Impossibile calcolare quanti miliardi Mosca immetterà in questo progetto, che somiglia molto, per dimensione, per sforzo tecnologico, per effetto sociale a politico, alle colossali opere del tempo socialista.
Ma la scommessa è già vinta. Il Ponte di Kerch cambierà il destino della Crimea. Il mainstream occidentale sembra non accorgersene. O finge di ignorare ciò che sta accadendo. Ma questa è una prova che lascerà il segno nella storia della Russia intera.

Giulietto Chiesa

Fonte: Sputnik

Meno male che c’è la Cina

Ci interessa di più ricordare qualcosa che succede al’Est europeo, dove siamo tutti tanto impegnati, noi sudditi, a contrastare l’avanzata di Mosca.  Ce lo ha detto la seguente notiziola:  Bruxelles ha  “chiesto spiegazioni” all’Ungheria sulla costruzione della linea ferroviaria Budapest-Belgrado. Linea ad alta velocità, che è parte di un progetto di creazione una tratta ad alta velocità  di mille chilometri, che unirà  Budapest ad Atene passando per Belgrado e la Macedonia, ed è finanziato da – eh sì – da Pechino. Per 2,89 miliardi di dollari.

Bruxelles  vuole appunto sapere da Orban come mai ha violato le regole eurocratiche, che  obbligano fare concorsi pubblici (intra-eropei) per aprire così grandi cantieri.  Insomma,  prima viene la Siemens. Ma i cinesi hanno proposto tutto loro, pagano loro, e già hanno costruito il ponte sul Danubio a Belgrado, 170 milioni di euro finanziati all’85% dalle banca d’esport ed import di Cina.  I belgradesi l’hanno chiamato ponte Pupin. Pechino, lo chiama “ponte dell’amicizia cino-serba”.

Treno cinese ad alta velocità. Pechino sta costruendo la tratta Budapest-Belgrado, parte del grande progetto Budapest-Atene.

Gli americani  starebbero pensando di ostacolare questo progetto cinese per mezzo di una destabilizzazione “islamica” dei Balcani, che stanno preparando  nel Kossovo  e in Albania, dove convivono la più grande base americana (Camp Bondsteeel), i terroristi-spacciatori kossovari di Hakim Thaci già usati contro Macedonia e Montenegro, e – recenti arrivi – elementi del  Mujaheddin el-Khalk,  gli anti-ayatollah iraniani, che gli americani hanno recuperato e stanno riaddestrando a Camp Bondsteel.   Recentemente, il noto John Bolton (j neocon) è stato a Tirana per curare questo tipo di affari. A  Tirana  si sono rifugiati, sotto protezione Usa  ma (si dice) anche  dei servizi  tedeschi, anche  i dirigenti dell’organizzazione di Fetullah Gulen; invano Erdogan ha protestato; per il deep state è una riserva  di sovversione  da usare contro Ankara,al bisogno.

 

L’articolo MERKEL: NO A NUOVE SANZIONI ANTIRUSSE. DANNEGGIANO “NOI” è tratto da Blondet & Friends, che mette a disposizione gratuitamente gli articoli di Maurizio Blondet assieme ai suoi consigli di lettura.

Smascherati dai libici

L’ultimo episodio avvenuto ieri nelle acque territoriali libiche, a poche miglia dalla costa, smaschera definitivamente le complicità delle ONG con le mafie dei trafficanti e scafisti finalizzate all’immigrazione/invasione delle coste italiane. E’ stata infatti la stessa Guardia Costiera libica ad obbligare le navi delle ONG ad allontanarsi dal limite delle acque territoriali libiche e le stesse ONG sono state accusate di aver ricevuto la segnalazione della partenza dei barconi, ben prima che questi lasciassero la costa della città di Zuara. Una evidente prova della collusione fra ONG e scafisti finalizzata al traffico di carne umana come le Procure di Catania, di Palermo e di Trapani avevano accertato dalle loro inchieste. Su questa vicenda si è avuto anche il comunicato ufficiale dell’autorità militare libica, l’ammiraglio Ayob Amr Ghasem, in quale ha dichiarato che “chiamate wireless sono state rilevate, una mezz’ora prima dell’individuazione dei barconi, tra organizzazioni internazionali non-governative che sostenevano di voler salvare i migranti illegali in prossimità delle acque territoriali libiche. Sembrava che aspettassero i barconi per abbordarli. Le Guardie costiere hanno preso contatto con queste Ong e hanno domandato loro di lasciare le acque territoriali libiche“. Una azione quasi senza precedenti, quella della marina Libica ad eccezione dell’episodio avvenuto nel maggio scorso, quando la Marina libica aveva tagliato la strada ad una delle navi di Sea Watch, rischiando lo scontro in mare. “Il comportamento di queste Ong – ha aggiunto il portavoce della Marina libica – accresce il numero di barconi di migranti illegali e l’audacia dei trafficanti”. I trafficanti, ha aggiunto Ghasem ,”sanno bene che la via verso l’Europa è agevole grazie a queste Ong e alla loro presenza illegittima e sospetta in attesa di poveri esseri umani“. Alla fine gli stessi militari di Tripoli sono riusciti a far riportare indietro 570 persone già pronte ad imbarcarsi per la Sicilia sulla navi delle ONG.  Vedi: Migranti, la Marina libica mette in fuga navi ONG che attendevano barconi… Guarda che “strano”: è stato necessario un comunicato della Marina Libica per confermare quello che i magistrati italiani delle procure siciliane avevano già accertato e che per questo erano stati oggetto di vergognosi attacchi da parte del circo dei politici deMigranti; lla sinistra mondialista, nonostante le abbondanti prove del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina attuato da queste finte organizzazioni umanitarie. Gli stessi politici e intellettuali “impegnati” (come  Boldrini, Alfano, Grasso, Saviano e company) che si erano dichiarati “indignati” per le accuse ed i sospetti lanciati contro le “benemerite” ONG che , secondo loro, salvano i migranti in mezzo al mare e non devono quindi essere oggetto di qualunque inchiesta.

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Mondializzati e felici

Macron e Jacques Attali  alla riunione del Bilderberg a Copenhagen, giugno 2014.  Lì Attali ha presentato il suo giovane protetto a quelli che contano.

E lì probabilmente è  stata architettata la  strategia per fare del giovanotto il candidato sintetico al silicone,   visto che il loro Hollande stava rovinando nei sondaggi e diventava impresentabile alle elezioni il  partito detto “socialista”.

Dovrà diventare “il campione del pop-futurismo, trasformare i francesi nei nomadi ideali alla Attali: una classe di precari che ha acquisito qualche competenza e un inglese passabile, ma, manca di impiego stabile, di una professione affidabile, di un vero salario e di un avvenire”  (The Saker):  insomma esattamente quel che aveva preconizzato la Boldrini nello stesso anno: “I migranti sono l’avanguardia della globalizzazione, ci offrono uno stile di vita che presto sarà molto diffuso per moltissimi di noi,  perché nell’era globale tutto si muove. Si muovono i capitali.  Si muovono le merci.  Si muovono le notizie.  Si muovono gli esseri umani”.  O come auspica  il filosofo post-hegeliano materialista Alain Badiou, i migranti ci devono insegnare a diventare migranti noi stessi, stranieri in casa nostra, per “non rimanere prigionieri di questa lunga storia occidentale e bianca che volge  al termine”.

Eric de Rotschild accompagna Macron al memoriale della Shoah, 30 aprile.

Adesso vediamo che  la grandissima maggioranza dei francesi ha detto sì a questo progetto.   Attorno a Macron s’è formato, ed è grandissimo, “il partito unico della mondializzazione felice, dell’Europa post-nazionale, dell’ideologia diversitaria” (Mathieu Bock-Coté), quella   per cui nozze gay,  invasione di immigrati, eutanasia, insegnamento del gender  negli asili,  utero in affitto e cambi di sesso sono Il Progresso. Un partito unico che crede che solo una politica è possibile (“Più Europa, più Global, più NATO,  più finanza, più disuguaglianza”),   e le sue finalità indiscutibili; che unisce le elites favorite e i lumpen delle banlieues, non tanto disoccupati quanto in occupabili.

Media, pensiero unico per il partito unico.

Un nuovo partito, gigantesco,   basato  ovviamente sulla dimenticanza: allegra dimenticanza della identità nazionale e della storia  (va da sé),  ma anche amnesia di brevissimo termine,  di quel che è avvenuto pochi mesi fa: dimenticanza che Macron è stato ministro di Hollande, e  in quella veste  ha svenduto la Alstom (un campione nazionale) alla General Electric,   ed ha varato una legge di distruzione delle garanzie del lavoro – dettatagli da Attali  – che per di più, orwellianamente,   ha  chiamato “Uguaglianza delle possibilità economiche” (  Égalité des chances économiques ».

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