Come Erdogan

Erdogan ha ordinato che venga  ripetuto il voto ad Istanbul, la metropoli dove il suo partito ha perso .

Ha bollato anche l’ italiano: “un  governo “antieuropeo e apertamente odioso verso altri stati della famiglia europea – fanalino di coda UE”

Guy Verhofstadt ,l’europeista,  vibra di indignazione per la violazione della “democrazia”. Ha twittato:

  • Questa decisione oltraggiosa evidenzia come Erdogan sta andando verso la dittatura. Sotto una tale  leadership, i colloqui di adesione della Turchia alla UE sono impossibili. Pieno sostegno al popolo turco protestando per i loro diritti democratici e per una Turchia libera e aperta!

Il punto è che Verhofstadt, oltre che presidente del gruppo ALDE nella oligarchia  eurocratica, è anche “coordinatore per il Brexit” per conto UE: e in tale veste, sta cercando di ottenere un secondo referendum nel Regno Unito, per strappare   una maggioranza a favore del “Remain”.

Insomma   sta realizzando   la violazione della democrazia di cui accusa Erdogan.

Dunque la UE  sarebbe contro il sistema di far ripetere le votazioni fino a che ottiene il risultato voluto? Ecco qui una lista di quante volte la UE ha fatto ripetere i referendum per strappare un Sì  ai suoi trattati. O ha ignorato i risultati se  davano No.

 

 

Per Erdogan è la prima volta. Per la UE  è una costante.

 

 

L’articolo TUTTE LE VOLTE CHE LA UE HA FATTO COME ERDOGAN proviene da Blondet & Friends.

Autostrade in Francia

 

Pubblichiamo la trascrizione di questo breve video in cui la blogger francese Coralie Delaume spiega per sommi ma precisi capi il contenuto dell’accordo del 2015 tra gestori autostradali e governo francese (accordo firmato da Macron, allora Ministro dell’Industria). L’accordo, gravemente squilibrato a favore delle società concessionarie e contro gli interessi degli automobilisti francesi, era ovviamente stato secretato e solo in seguito alla battaglia legale di un attivista ha potuto finalmente essere reso noto al pubblico. Cose che accadono in Francia, ma non solo, come ben sappiamo anche noi in Italia dopo la drammatica vicenda del ponte Morandi. Ovunque le istituzioni pubbliche vengano “catturate” dai sedicenti competenti provenienti dalla élite, esse difendono gli interessi della classe che rappresentano a scapito della gran massa dei cittadini, e grazie anche alla compiacenza dei grandi media cercano di coprire la verità dei fatti. Spetta ai pochi bravi giornalisti d’inchiesta far emergere la verità, e ai cittadini trarne le conseguenze al momento del voto.

 

 

Coralie Delaume, 4 Aprile 2019 

 

Traduzione per Vocidallestero di Carlo Rimassa

 

Il 18 marzo scorso il Consiglio di Stato ha dato ragione a Raymond Avrillier, militante ecologista di Grenoble, sconfessando l’ex Ministro dell’Economia, Emmanuel Macron. Il Consiglio ha  ingiunto allo Stato di rendere pubblico un accordo segreto firmato nel 2015 da Ségolène Royal, all’epoca Ministro dell’Ecologia, Emmanuel Macron, come detto Ministro dell’Economia, e le societa’ concessionarie delle autostrade francesi. Il testo dell’accordo è ormai pubblico, e qui ne daremo un breve sommario. Segnalo inoltre che si può avere il resoconto completo di tutta la vicenda delle privatizzazioni dellle autostrade, a partire dall’inizio degli anni 2000 fino a giorni nostri, leggendo la lunga inchiesta di Benoit Collombat, giornalista della cellula investigativa di Radio France. Si tratta di una inchiesta corredata di numerosi documenti, pubblicata lo scorso 30 Marzo e dal Titolo: Autostrade – Storia segreta della privatizzazione

Leggi tutto su http://vocidallestero.it/2019/04/27/autostrade-in-francia-laccordo-segreto-tra-lo-stato-e-le-societa-concessionarie/

Si svolgerà dal 25 al 27 aprile 2019

Spacciare la mentalità del Pericolo Giallo
E così, a Washington e Londra e tanti altri centri di potere occidentale, migliaia di “professionisti” sono ora impiegati e impegnati ad infangare la Cina e i suoi progetti internazionali (e internazionalisti) più ambiziosi. Diffondere il nichilismo è un lavoro estremamente ben retribuito e, finché la Cina è in ascesa e l’occidente in declino, appare permanente. Non c’è deficit quando si tratta di finanziare tali “rapporti accademici”, false analisi ed articoli anti-cinesi. Più sono, meglio è; più ridicoli sono, meglio sono remunerati. Si prenda questo, ad esempio: “Classificare Fascia e Via della Cina”. Con tutte quelle note e “riferimenti” sembra professionale e accademico. Può impressionare milioni di sinofobi di Europa e Nord America. Soffrendo di complessi di superiorità e “mentalità del Pericolo Giallo”, cercano e raccolgono ogni insulto a Pechino e le sue iniziative. Guardate più da vicino, e si vede che ‘rapporti’ come questo chiaramente non sono altro che propaganda camuffata ordinata da chi mira a screditare la Cina e i suoi sforzi internazionalisti. Nel suo riepilogo, il rapporto afferma: “Dal lancio nel 2013, quella che la Cina definisce “One Belt, One Road” è emersa come pietra angolare della politica economica di Pechino. Sotto l’ombrello del Belt and Road, Pechino cerca di promuovere un mondo più connesso, riunito da una rete di infrastrutture fisiche e digitali finanziate dalla Cina. Le esigenze infrastrutturali in Asia e oltre sono significative, ma Belt and Road è più di una semplice iniziativa economica; è uno strumento centrale per far avanzare le ambizioni geopolitiche della Cina. Attraverso le attività economiche raggruppate nella Belt and Road, Pechino persegue una visione del XXI secolo definita da grandi sfere di influenza, interazioni economiche dirette dallo Stato e autoritarismo strisciante. Mentre Pechino si prepara ad ospitare il secondo Belt and Road Forum a fine aprile 2019, i Paesi che una volta accolsero gli investimenti cinesi hanno sempre più chiari gli aspetti negativi. Questo rapporto intende essere da risorsa per governi, società, giornalisti e gruppi della società civile che ora rivalutano costi e benefici dei progetti della Belt and Road… ” In breve, è propaganda; propaganda anti-cinese, anticomunista (o chiamatela “propaganda anti-pianificazione”). È anche uno strumento per chi è pronto a criticare la Cina, definendo i suoi meravigliosi sforzi come “trappola del debito”, tra i vari altri termini dispregiativi. Un importante accademico dell’Università delle Filippine (UP), Roland G. Simbulan, accettò di analizzare l’origine del rapporto CNAS per questo saggio: “Il rapporto dell’aprile 2019 “Grading China’s Belt and Road” del Center for a New American Security (CNAS) sembra essere uno dei più recenti risultati e studi dei think tank conservatori nordamericani in realtà volti a screditare le spinte economiche della Cina attraverso infrastrutture, trasporti terrestri e marittimi finanziati dalla Cina, investimenti, ecc. Queste sono le risposte della Cina alla costruzione militare globale degli Stati Uniti e all’accerchiamento della superpotenza rivale in rapida ascesa. La Cina cerca di evitare gli errori delle potenze occidentali, come Stati Uniti ed ex-URSS non impegnandosi in una corsa agli armamenti. Invece, risponde con la Belt Road Initiative ed altre iniziative economiche e di mercato volte a rafforzare le basi della Cina evitando l’attacco diretto laddove gli Stati Uniti sono più forti e hanno più vantaggio: le forze militari globali. È evidente dall’origine dei membri del CNAS autori del rapporto che sono collegati al dipartimento della Difesa e di Stato e al Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. L’American Enterprise Institute è un gruppo di esperti del governo federale nordamericano composto di funzionari riciclati del dipartimento della Difesa e di Stato degli Stati Uniti. È anche ovvio che hanno consolidati rapporti economici e politici della comunità d’intelligence degli Stati Uniti, coordinati dal consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. E ovviamente, il CNAS non nasconde cosa sia ideologicamente. Cita tali guerrieri di destra come il presidente francese Emmanuel Macron, l’amministratrice delegato del Fondo monetario internazionale Christine Lagarde, il ministro dell’Energia del defunto e screditato governo ecuadoriano Carlos Perez, e altre figure disgustose.
Roland G. Simbulan continua: “Mentre il Rapporto CNAS potrebbe effettivamente aver identificato alcune vulnerabilità della Cina nella gestione dei progetti da essa finanziati che si possono facilmente criticare, cioè, la sovranità erosa, oneri finanziari non sostenibili e localmente disimpegnati, geopoliticamente rischiosi, ambientalmente insostenibil, ed incline alla corruzione), ricordiamo che la BRI cinese fu lanciata solo nel 2013. Stati Uniti ed alleati occidentali, comprese le istituzioni multilaterale che crearono per assicurarsi il controllo neoliberale delle economie nazionali dal 1945, hanno praticato tali “minacce” e pericoli che attribuiscono alla Cina attraverso i programmi BRI “per le sue ambizioni geopolitiche”. Questi possono essere validi come nel caso dei 10 studi identificati dal rapporto CNAS. Ma è troppo presto per trarre conclusioni in così poco tempo, dal 2013 al 2018. Perché esse sono anche esercitate da tempo dall’Impero USA ed alleati dalla fine della Seconda Guerra Mondiale per assicurarsi l’egemonia economica, politica e militare. Non intenzionalmente, le sette (7) minacce o pericoli del BRI cinese identificati dal CNAS sono continuamente inflitte dall’Impero USA e suoi alleati occidentali nei confronti di Paesi più deboli e più piccoli. Precisamente, molti Paesi in Asia, Africa e America Latina si rivolgevano ad istituzioni internazionali alternative come l’ALBA in America Latina e BRI, a causa dell’attacco da lungo subito con la Pax americana di Stati Uniti e loro alleati. Può il CNAS dimostrare che i suoi sponsor e clienti fanno meglio o possono fare meglio? Il modo migliore per gli Stati Uniti di contrastare la Belt Road Initiative (BRI) è mostrare di poter offrire accordi migliori ai Paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di assistenza per le infrastrutture e i progetti di sviluppo”.

http://aurorasito.altervista.org/?p=6829

Il rompicapo libico

Fonte: Alberto Negri

Ancora una volta sulla Libia l’Italia è stata colta apparentemente di sorpresa. Come del resto accade nel 2011 quando Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti decisero di fare fuori il Colonnello Gheddafi. Poi l’Italia si accordò ai raid della Nato commettendo un secondo errore: bombardammo il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo, ricevuto a Roma soltanto sei mesi prima e con cui avevamo firmato accordi miliardari e nel campo della sicurezza, perdendo ogni credibilità internazionale. Gli stessi americani ci hanno preso in giro: prima Obama e poi Trump ci hanno promesso una “cabina di regia” sulla Libia che in realtà nessuno ci ha mai voluto dare, visti i precedenti.

Le illusioni dell’Italia
L’Italia è un Paese di illusi. Con il fascismo ha perso la seconda guerra mondiale, tutte le sue colonie ed è stato occupato dagli Alleati ospitando dozzine di basi Nato e testate nucleari americane che non controlla: puoi dichiarare di essere “sovranista” quanto vuoi ma non avendo mai recuperato sovranità reale conti ben poco. Anche le famose missioni militari all’estero con cui abbiamo avuto dozzine di morti in Iraq e in Afghanistan non sono bastate a ridarci credibilità: siamo rimasti i camerieri degli americani che ci tirano le orecchie di continuo, come è accaduto quando abbiamo firmato un memorandum sulla Via della Seta con la Cina e stretto contratti commerciali con Pechino, di valore per altro ben inferiori a quelli di francesi e tedeschi.

Da escludere un intervento militare
Del resto cosa accadrebbe se intervenissimo militarmente, da soli, a sostenere il governo Sarraj di Tripoli? Al primo morto qui si scatenerebbe il finimondo. La Francia che noi vituperiamo tanto perché protegge i suoi interessi manda i suoi soldati ovunque e nessuno protesta, nemmeno i gilet gialli che qui qualcuno ama tanto.

Un attacco annunciato
Che il generale Khalifa Haftar fosse sul piede di guerra era sotto gli occhi di tutti da mesi e lo avevano segnalato anche su queste colonne: non possiamo dire che non fossimo informati, pur nel silenzio generale di governo e opposizione, della sua avanzata.

Il giacimento libico El Feel
Bastava guardare cosa stava accadendo sul terreno. Haftar aveva preso il controllo dell’importante giacimento libico El Feel, gestito dall’ Eni assieme alla Compagnia petrolifera nazionale libica (Noc), un’operazione avvenuta nell’ambito della campagna di conquista del Sud-Ovest con cui si era già impadronito dei pozzi di Sharara, i più importanti della Libia.

Il vero problema della Libia
Ma qui in Italia quando si parla di Libia l’unico argomento sembrano i flussi dei migranti che sono un conseguenza dell’instabilità libica, non la causa. Il problema libico è che nel 2011 il Paese si è spezzato: Tripolitania e Cirenaica sono tornate a essere entità diverse e in competizione, come era prima della sanguinosa colonizzazione italiana che le unificò negli anni Trenta con il generale Graziani (80mila morti). Dopo la seconda guerra mondiale la Gran Bretagna, potenza mandataria, puntò a tenere insieme la Libia sotto la monarchia dei Senussi nonostante Re Idriss avesse dichiarato: “Io sono re della Cirenaica non della Tripolitania”. Dopo la caduta di Gheddafi le due grandi regioni, cui si aggiunge il Fezzan, non sono più tornate assieme, se non in via teorica.

L’errore dei governi italiani
L’errore più marchiano commesso dai governi italiani è stato quello di snobbare per lungo tempo i rapporti con Haftar perché pensavano che il governo di Sarraj fosse appoggiato dalla comunità internazionale. In realtà Fayyez Sarraj ce lo abbiamo messo noi a Tripoli: è un uomo debole, privo di una sua forza militare autonoma e dipende dalla milizie.

Il governo di Fayyez Sarraj
Inoltre il suo governo è malvisto perché viene appoggiato da gruppi islamisti e Fratelli Musulmani. Ancora prima del petrolio questa è la vera ragione del conflitto. Haftar, che è tra l’altro cittadino americano, gode del sostegno dell’Egitto, della Francia, dell’ Arabia Saudita, degli Emirati e in parte degli Usa e della Russia perché ha il compito di far fuori i Fratelli Musulmani a Tripoli, una della parti perdenti delle vicende mediorientali, appoggiati soltanto da Qatar e Turchia. Il Qatar tra l’altro proprio per questo è boicottato dalle monarchie del Golfo che lo vedono come il fumo negli occhi.

Gli interessi petroliferi
L’Italia si è adattata alla situazione perché ha il 70% dei suoi interessi petroliferi in Tripolitania ma anche per gli affari con il Qatar, uno dei maggiori investitori stranieri in Italia e al quale abbiamo fornito in un anno mezzo circa 10 miliardi di dollari di armi, tra navi, elicotteri e aerei. Non facciamo i furbetti come al solito: sappiamo benissimo le ragioni per cui sosteniamo il governo di Tripoli. Ma non abbiamo la forza per tenerlo in piedi.

Gli obiettivi del generale
Il generale Haftar ha tre obiettivi. Il primo è conquistare il potere facendo fuori gli islamisti. Il secondo impadronirsi delle entrate petrolifere: lui controlla infatti i pozzi del Sud e i terminali dell’Est ma non può esportare il greggio per un embargo internazionale e i soldi dell’oro nero li incassa ancora Tripoli con la banca centrale libica. Aveva infatti chiesto recentemente di aumentare del 40% la sua quota di entrate. Questi due obiettivi non sono facili da raggiungere e non è detto che la sua offensiva su Tripoli abbia successo: deve evitare un bagno di sangue per presentarsi come un “pacificatore” del Paese. In realtà i sauditi gli hanno dato i finanziamenti per comprarsi l’appoggio delle fazioni avversarie ma questa operazione non è ancora riuscita completamente.

La conferenza dell’Onu sulla Libia
Ha già invece colto il terzo obiettivo, quello più immediato: far saltare, con ogni probabilità, la conferenza nazionale sulla Libia sponsorizzata dall’Onu che dovrebbe svolgersi a Ghadames tra una settimana. In ogni caso adesso ha alzato la posta e fatto capire che lui e i suoi sponsor non hanno nessuna intenzione di lasciare a lungo al potere il governo di Tripoli.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61804

Kosovo

Fonte: Cultura e identità

autoproclamatosi indipendente dalla Serbia il 17 febbraio 2008

Molti, in Occidente, fanno fatica a comprendere le ragioni dell’attaccamento serbo al Kosovo. In un’ottica geopolitica, o anche solo politica, la questione balcanica resta sconosciuta alle élite culturali e politiche che sostengono l’indipendenza kosovara. Manca la volontà di capire le ragioni profonde – spirituali, mitiche e culturali che per secoli hanno spinto la nazione serba a includere quella regione nel suo Stato e nella sua Chiesa.

A due decenni dal bombardamento della Serbia, una tragedia che ha lasciato in eredità una profonda incomprensione tra il popolo serbo e l’Europa, gli intellettuali occidentali ancora si interrogano, preoccupati, sui motivi dell’irrazionale resistenza di una piccola nazione all’usurpazione di una piccolo porzione del suo territorio. Non mi riferisco all’Italia, che già vent’anni fa aveva messo in guardia dalle conseguenze legate a una simile scelta. In particolare la Lega, unico partito europeo filo-serbo, seppe prevedere il pericolo rappresentato da un’invasione islamica che avrebbe coinvolto innanzitutto le coste italiane una volta destabilizzata la penisola balcanica.

Ma perché i Serbi si ostinano a non accettare la perdita del Kosovo? Molti ritengono che la ragione vada cercata nel fatto che proprio lì ebbe origine il primo stato serbo nel Medioevo, dopo l’occupazione bizantina; questo è vero: per i serbi il Kosovo è stato la culla non soltanto dell’identità politica serba, ma anche di quella idea di libertà senza la quale nessun popolo può darsi una dimensione storica. Altri pensano che il vero motivo sia legato alla presenza, nello spazio kosovaro, di ben 1300 tra templi e monasteri cristiani edificati nel corso dei secoli. Altri, infine, attribuiscono l’ostinazione serba a una questione di principio, ovvero alla di vedere rispettate la sovranità e la Costituzione di Belgrado, nonché il diritto internazionale.

Tutte queste ragioni nel loro insieme giustificano la volontà di difendere a oltranza una regione considerata il centro originario di una Nazione: eppure, abbiamo molti esempi nel passato che ci ricordano che, pur di sopravvivere, altri popoli hanno accettato di rinunciare a porzioni del loro territorio, sebbene li considerassero sacri per il loro valore storico. Il caso in questione, però, presenta una sua peculiarità: durante i cinque secoli di occupazione turca il popolo serbo, disperso, non smise mai di sognare di poter un giorno tornare ad abitare in Kosovo e quando nel XIX secolo fu ripristinato uno Stato nazionale indipendente un po’ più a nord, la gente continuò a desiderare di poter un giorno far ritorno nella patria originaria. Ancora vent’anni fa, al termine dei bombardamenti, allorchè le grandi potenze promisero un certo grado di autonomia alla regione del Kosovo, il popolo serbo decise di opporsi  e resistere ad ogni costo alla sua perdita. Una forza più potente delle bombe e delle esplosioni fece sentire in quel momento la sua voce, una voce proveniente dalle profondità del tempo, e che affermava che la rinuncia a quel luogo da cui aveva avuto origine, avrebbe significato l’annientamento dell’identità del popolo serbo e della sua storia, oltre al fallimento di quella missione che dava senso alla sua esistenza.

630 anni fa, in Kosovo, ebbe luogo una grande battaglia tra l’esercito cristiano serbo e quello islamico turco, dall’esito incerto e in cui entrambi i sovrani furono uccisi. Prima della battaglia i turchi fecero al Re un’offerta: accetta l’occupazione e il nostro ordine islamico, paga il tributo al Sultano e noi in cambio ti lasceremo in vita e rispetteremo la tua autorità sul popolo e i tuoi beni.

Dalla decisione del sovrano serbo Lazar non dipese in quel momento soltanto il futuro del popolo serbo, ma dell’Europa intera. E fu così che in quel momento avvenne il miracolo e la volontà di Dio si incarnò nel destino della nazione serba. Ai pragmatici calcoli politici, Lazar preferì tener fede a quei valori che plasmano le genti, ne modellano la storia e ne determinano il destino, qualunque esso sia. Rifiutò l’offerta turca pur di non pagare la conservazione delle sue ricchezze e del suo potere al prezzo del proprio onore, della dignità e della libertà nazionale, perché questo avrebbe significato accettare l’umiliazione di sottomettersi allo straniero e alla sua religione. Per i turchi, infatti, quella in atto era una guerra santa, combattuta sotto la bandiera dell’Islam e per Lazar, arrendersi, avrebbe significato tradire il suo popolo, la sua storia, la sua famiglia e ciò che rappresentavano. Avrebbe significato tradire Cristo.

Incurante delle conseguenze, Lazar scelse di non tradire, consapevole della missione storica affidata ai serbi: difendere non soltanto la propria indipendenza, ma la libertà della più ampia comunità di genti a cui appartenevano, quella dei popoli europei. Secondo il poema popolare che ne canta le gesta, Lazro riassunse la sua decisione in una sola frase: “Quello terrestre è un piccolo regno, quello celeste dura in eterno”.

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L’Iran prepara la sua Marina

Stretto di Hormuz

L’Iran presenta un suo nuovo sottomarino di produzione nazionale.
La scorsa domenica l’Iran ha battezzato un nuovo sottomarino di produzione nazionale, classe Fateh (conquistatore), armato di missili cruise.

“Il Fateh è, nella sua interezza, un proprio disegno sottomarino, sviluppato da esperti del Ministero della Difesa e dotate delle più moderne tecnologie nel mondo”, ha sottolineato il ministro della Difesa iraniano generale di brigata Amir Hatami, nel corso di una cerimonia tenutasi nella città portuale di Bandar Abás (sud dell’Iran).

Quello che distingue questo sommergibile dai suoi predecessori, ha sottolineato il comando militare persiano, è che si trova dotato di sistema di missile cruise antinave, oltre a siluri e mine navali.

Il Fateh è considerato uno dei più potenti sottomarini della Marina iraniana, con 48 metri di lunghezza e quattro nella trave. È in grado di navigare per cinque settimane a una profondità di circa 200 metri.

Questo sottomarino da 600 tonnellate (medio-pesante), come ha sottolineato il ministro della Difesa iraniano, è anche dotato di una varietà di tecnologie avanzate, tra cui sistemi sonar, sistemi di propulsione elettrica, sistemi di guerra elettronica e un sistema di comunicazione integrato e sicuro. .

Il generale Hatami ha assicurato che questo nuovo sommergibile aumenterà la “capacità deterrente” del paese , rafforzando la flotta meridionale della Forza navale dell’esercito iraniano, la cui missione è di garantire la sicurezza delle acque territoriali dell’Iran nel Mare di Oman e nello strategico Golfo Persico .
Secondo il militare iraniano di alto rango, l’incorporazione di questo sommergibile avanzato alla marina iraniana trasmette un messaggio importante a tutti i paesi che si affacciano sul Golfo Persico.

Le potenze straniere non sono le benvenute nel Golfo Persico

“Il messaggio è che la regione (del Golfo Persico) è sufficientemente capace di garantire la propria sicurezza senza alcun bisogno di presenza delle potenze espansionistiche fuori dalla loro zona”, ha detto.

Il ministro della difesa persiano ha anche esortato i poteri egemonici a smettere di intromettersi negli affari interni dei paesi dell’Asia occidentale e di rispettare il diritto all’autodeterminazione delle nazioni della regione.

La Repubblica Islamica ha già dichiarato che la Marina iraniana monitora da vicino tutti i movimenti delle navi da guerra regionali e non che si avvicinano al Golfo Persico, dove, secondo le autorità persiane, regna la sicurezza grazie alle azioni a difesa dell’Iran .

Fonte: Hispantv Traduzione: Lucino Lago

https://www.controinformazione.info/netanyahu-la-marina-israeliana-e-pronta-a-bloccare-le-rotte-di-esportazione-del-petrolio-iraniano/

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Colombia

Sconcerto, ambivalenza, incapacità, crisi economica e sociale, dilagare di corruzione e assassini di decine di leader sociali segnavano il primo semestre del governo di destra di Ivan Duque in Colombia, in cui i cittadini temono che per sopravvivere si appelli a due guerre simultanee: una interna e l’altra contro il vicino Venezuela. Il suo permanente e monotono bombardamento verboso contro il governo venezuelano, il movimento delle truppe verso il confine e il finanziamento delle attività (politiche e sovversive) degli oppositori radicali del Paese vicino, culminarono in un’operazione infruttuosa progettata da Washington e affidato al suo governo, introdurre “aiuti umanitari” in Venezuela, mettendo in pericolo la pace nella regione. L’unità mostrata dall’esercito venezuelano generava un “effetto rimbalzo” su quelli colombiani. La confessione di Duque al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in una conversazione telefonica (rivelata da Nicolás Maduro), secondo cui l’esercito colombiano non sarebbe disposto a essere coinvolto in un conflitto (almeno aperto) col Venezuela, è un grosso ostacolo sul percorso dei falchi a Washington… e, soprattutto, sul futuro della Colombia. E c’è stata la rottura delle relazioni diplomatiche annunciata dal Presidente Nicolás Maduro. In Venezuela vivono circa cinque milioni di colombiani e vasti settori della popolazione di confine ricevono prodotti (alimentari, benzina tra gli altri) dal Paese vicino, in un confine che fino al 1° marzo era attivo e dal libero transito su ponti, orsi d’acqua e cosiddette “strade verdi”.colombia-venezuela-1-720x582 (1)