Nuove partnership crescono

Nel 2014, la Cina ha commissionato uno “studio di ricerca preliminare” per costruire un collegamento ferroviario internazionale con il Pakistan. Nel 2016 questo collegamento ferroviario proposto di 682 km è stato segnalato come parte del corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC) e doveva iniziare la costruzione durante la seconda fase del CPEC tra il 2018-2022. […]

china-pakistan-corridor

Il coinvolgimento della Cina in diversi progetti ferroviari in Pakistan è motivato principalmente da considerazioni commerciali, ma vede anche distinti vantaggi per il suo migliore trasporto e accesso all’Asia centrale e al Golfo Persico, poiché la rete ferroviaria nazionale del Pakistan si collega ai porti marittimi del Pakistan a Karachi e Gwadar.

Gwadar  è il porto che la Cina ha costruito in Pakistan, e che possiede (Ndt)

“Nuovi significativi investimenti hanno avuto luogo a Gwadar per provvedere al commercio afghano, mentre la Cina ha anche sviluppato zone economiche speciali nella regione del Punjab vicino all’Afghanistan”, dice Great  Game India.

(Io penso al  muro  di ferro e  di rame che, secondo il Corano, alzò Alessandro Magno per fermare Gog e Magog)

L’articolo “Una partnership israeliana con i talebani potrebbe mettere Gerusalemme in partita contro l’Iran” proviene da Blondet & Friends.

La nostra vocazione

Fonte: Il Cambiamento

Nel seguire l’impossibile coesistenza di un sistema della crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite, l’Italia ha stravolto la sua natura e vocazione. Scimmiottando i paesi anglosassoni si è pensato di competere sul piano della potenza industriale. Una gara che ci ha visto sempre rincorrere affannosamente anche per la mancanza di risorse interne di fonti fossili e ora per l’impossibilità di uscire economicamente vincitori da una competizione con paesi come la Cina.

Inoltre una industrializzazione senza freni e scrupoli, ha il non indifferente contraccolpo della distruzione ambientale, quindi delle nostre risorse e ricchezze. L’Italia infatti è storicamente un paese a vocazione agricola e artigianale. La capacità di produrre con la nostra inventiva e le nostre mani si riflette anche nelle bellezze artistiche che ci sono sulla penisola in una innumerevole quantità.

Non è certo un caso che l’Italia sia meta turistica ambita anche per le sue realizzazioni create da persone di una capacità artigianale eccezionale che erano lo specchio di una conoscenza diffusa nella popolazione. Che gli italiani siano ottimi artigiani dalla grande creatività è un fatto evidente. Inoltre la nostra ricchezza e varietà dal punto di vista agricolo e alimentare è testimoniata anche dal movimento Slow Food diffuso a livello internazionale. Dove se non in Italia una realtà con queste caratteristiche poteva nascere? Un paese dove cresce una varietà e qualità strepitosa di piante commestibili e alberi da frutto, dove in ogni angolo, anche il più remoto, c’è una specialità alimentare.

Tutto questo è stato progressivamente messo in pericolo dalla massiccia e costante importazione di “cinafrusaglie” e di cibo spazzatura prodotto da paesi che hanno una cultura e ricchezza del cibo neanche lontanamente paragonabile a quella italiana. Cibo e altri prodotti realizzati con prezzi ambientali e umani altissimi e quindi conseguentemente con costi irrisori. Come si fa a competere con chi utilizza milioni di lavoratori super sfruttati e pagati miserie e non mette in nessun conto i disastri ambientali che provoca nella realizzazione delle merci?

Tentare di competere su piani che ci vedono sconfitti in partenza, non solo è illusorio ma assai poco intelligente e per nulla lungimirante. Non è certo correndo la corsa alla produzione illimitata di merci, per lo più superflue e dannose per l’ambiente, che faremo un servizio al nostro paese che invece deve necessariamente ritrovare la sua inclinazione, la sua natura che è il saper fare e il saper coltivare. Artigianato, agricoltura e benessere quindi sono la risposta, laddove il nostro “saperci godere la vita” ci è invidiato proprio da quei paesi anglosassoni e non, continuamente protesi alla performance, al segno più, mentre la loro vita si consuma in grafici e numeri

leggi tutto su https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-italia-ritorni-alla-sua-vocazione-agricola-e-artigianale

Rivincita del treno

E’ stata pertanto creata nel 2008 una joint venture comprendente Deutsche BahnKasachstan Temir ScholyChina Railway Corporation e Russian Railways Company, che ha reso possibile percorrere la tratta ferroviaria tra la Cina e la Germania, attraverso il territorio russo, in soli diciotto giorni (cfr. la cartina allegata).

La soluzione ferroviaria presenta numerosi vantaggi rispetto al trasporto aereo e marittimo: il treno è, infatti, due volte meno caro dell’aereo e due volte più veloce della nave. Si tratta, pertanto di una soluzione assai vantaggiosa.


[1] Nelly Didelot, Entre la Chine et l’Europe, le fret mène grand train, Libération, 10 febbraio 2021

[2] Ibid.

Interconnessioni ferroviarie tra Cina ed Europa

Traversata nel deserto e partenza

Inizialmente la domanda di mercato è stata scarsa, cosicchè i convogli non avevano una cadenza regolare e i treni effettuavano spesso il viaggio di ritorno a vuoto. Inoltre, per far fronte alle rigide temperature degli inverni continentali, si è resa necessaria l’installazione di impianti di riscaldamento in grado di proteggere gli schermi dei prodotti elettronici, generando costi aggiuntivi. Ma i protagonisti dell’impresa hanno perseverato fin quando, dal 2011, i loro sforzi hanno cominciato a dare frutti. Nel gennaio del 2017, una notiziola confidenziale ha attratto l’attenzione degli esperti: un lungo treno pieno di merci, proveniente da Yiwu (città-contea della provincia dello Zhejiang) era giunto a Londra, nella stazione di Barking, dopo soli 16 giorni di viaggio. Il tunnel della Manica consente a Londra, la capitale affacciata sul mare, di essere un terminal del trasporto ferroviario euroasiatico.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-esplosivo-sviluppo-del-trasporto-merci-ferroviario-euroasiatico-e-le-sue-conseguenze-economiche-e-geopolitichedi

Canarie liberate

E’ stato quasi automatico: dopo la sconfitta a Madrid dei cultori pandemici, purtroppo rappresentati da una sinistra che non sa più cosa fare per mettersi fuori giocoi da sola, il governo spagnolo ha fatto cadere molte delle restrizioni messe in atto in quasi tutto il Paese mentre la Corte suprema delle Canarie ha revocato o fortemente allentato tutte le misure di anti covid prese dal governo locale che invece voleva mantenerle . Nel mirino della Corte sono finite le restrizioni di viaggio e i coprifuochi notturni perché anticostituzionali, perché violano il principio di uguaglianza fra cittadini e infine perché non sono sufficientemente giustificate  “in relazione agli scopi esecutivi di protezione della salute pubblica”. Il governo delle Isole Canarie, guidata dal socialista Angel Victor Torres ha reagito annunciando di voler consultare la Corte Suprema spagnola perché con straordinaria ostinazione non intende  riconoscere la decisione della Corte locale sebbene in Spagna le misure anti Covid debbano essere approvate dalla magistratura. 

Da questa vicenda possiamo imparare qualcosa e al tempo stesso farci qualche domanda in più. 

La prima cosa da mettere in conto è che si può reagire efficacemente a politiche assurdamente restrittive, di fatto insensate e peraltro basate su presupposti medico teorici ormai respinti persino dall’Oms, anche se il sistema mediatico fa da tappo alla diffusione di questa consapevolezza: qui basterebbe che fossero gli stessi cittadini a favorire una mutazione di  atteggiamento da parte delle forze politiche e di tutti gli apparati dello stato, magari appoggiando il nascere di nuove formazioni invece di attendersi una resipiscenza da parte di quelle esistenti che sono visibilmente subalterne a quelli che potremmo chiamare poteri global pandemici. Una subalternità che diventa vera e propria subornazione nel momento in cui non esiste un’alternativa. Basterebbe uscire dall’atarassia in cui da troppo tempo vivono i cittadini per snidare la politica dal suo unanimismo con vista sul peggio. Ciò che poi dovremmo chiederci è come mai le misure anti pandemia più severe in Spagna sono state prese proprio dal governo della regione in assoluto più turistica del Paese e interamente dipendente da questo tipo di economia  visto che essa è vivace anche durante l’inverno a causa della posizione geografica delle isole Canarie . E questo senza che vi siano mai state  situazioni di particolare preoccupazione, anche ammesso di poter dar credito ad allarmi creati da tamponi spinti oltre i 40 cicli di moltiplicazione che sono una vera e propria truffa (per fortuna adesso lo dice lo dice anche  l’Oms). Ma anche a mettere da parte questo assurdo, ci troviamo di fronte a uno 0,03% scarso di persone decedute con tampone positivo e con un’età media di oltre 80 anni, qualcosa insomma di simile a un terzo dell’influenza stagionale che non sfiora nemmeno da vicino il cuore dell’economia turistica. allora perché misure eccezionali di questo tipo?

Viene in mente che si tratta di una zona tre le più appetibili al mondo dal punto di vista turistico e corteggiata da anni da tutti i grandi gruppi mondiali del settore, ma finora anche fortemente presidiata dall’iniziativa locale o comunque individuale o familiare che è riuscita a riempire ogni spazio: adesso che questa finirà in rovina ci sarà ampio spazio per i mega gruppi che certamente non faranno mancare la loro riconoscenza a chi ha permesso tutto questo.

Riprodotto integralmente da https://ilsimplicissimus2.com/2021/05/12/canarie-liberate-dalle-restrizioni

Birmania

https://www.google.com/maps/place/Myanmar+(Birmania)

Fonte: Il Giornale

Karen, Kachin, Arakan: i gruppi guerriglieri scendono in campo contro l’esercito golpista

Ora internet ci sta facendo vedere in presa diretta la brutalità dell’esercito contro la popolazione. Spari sulla folla, uccisioni di bambini, arresti di massa, sparizioni e torture.
La potenza dei social ci ha messo di fronte a una realtà che, però, non è certo nuova nel Myanmar governato dai generali. Lo spargimento di sangue è un modus operandi ben consolidato dal Tatmadaw l’esercito della ex Birmania che ha ripreso ufficialmente il potere con il golpe del primo febbraio. Ma che in realtà non l’hai mai perso, nonostante la vittoria alle elezioni della National League for Democracy (Nld) e la conseguente apertura occidentale.
Il Myanmar è teatro di conflitti e violenze infinite. Il Paese, infatti, è composto da un centinaio di etnie forzatamente inglobate durante il periodo coloniale inglese. Alla fine del secondo conflitto mondiale, con il «Trattato di Planglong», Aung San il presidente del Paese di allora e padre di Aung San Suu Kyi, aveva concordato con i capi delle più numerose popolazioni, la possibilità di scegliere il proprio destino politico e sociale entro dieci anni. Ma l’accordo non è stato mai rispettato. Aung San è stato ucciso nel 1947 e il potere è passato alla spietata giunta militare che ha iniziato sistematiche violenze contro tutte le etnie. Da quel momento molte di loro hanno imbracciato le armi e combattono per uno Stato federale. E ora non solo potrebbero approfittare della situazione per cercare di ottenere quel sogno, ma potrebbero anche cambiare le sorti del Paese.
In questi giorni il Kachin Independence Army (Kia), la guerriglia della popolazione Kachin, sta attaccando diverse basi del Tatmadaw e della polizia in risposta all’uso della forza contro i manifestanti. «Il nostro esercito ha iniziato ad attaccare gli avamposti birmani nello Stato Kachin dopo la richiesta di aiuto dei cittadini locali», racconta al Giornale Brang Hkangda, uno dei reporter di Kachinland News, testata vicina al Kachin Independence Organisation (Kio), l’ala politica del Kia. «I vari leader dei gruppi etnici sono in contatto e non sono da escludere azioni coordinate in futuro».
Intanto più a Sud è guerra. Nello Stato Karen i caccia del Tatmadaw hanno bombardato i villaggi civili centrando anche diverse scuole e costringendo oltre 15mila persone alla fuga. Molti si sono rifugiati nella fitta vegetazione della giungla, altri hanno attraversato il fiume Salween e sono arrivati in Thailandia. «Le truppe nemiche stanno avanzando anche via terra. Per questo non ci resta altra scelta che affrontare le gravi minacce per difendere il nostro territorio, il nostro popolo e il diritto all’autodeterminazione», ha dichiarato la 5° Brigata del Karen National Liberation Army (Knla) guidata dal comandante Baw Kyaw, soprannominato «la Tigre». La risposta dell’esercito è arrivata dopo che il gruppo ribelle ha conquistato diverse basi militari birmane e ha dato rifugio a molti dissidenti fuggiti dalle violenze dei generali. «Siamo pronti a combattere», ci dice un ufficiale della Karen National Defence Organization il più antico gruppo ribelle della regione Karen che ha voluto mantenere l’anonimato. «Bisogna farlo adesso e approfittare di questa situazione o non lo faremo mai più», aggiunge. «Appoggiamo il movimento di disobbedienza civile contro il golpe, l’abolizione della Costituzione del 2008 e la liberazione dei detenuti politici, ma chiediamo anche l’istituzione di una vera democrazia federale, il riconoscimento dei diritti all’autodeterminazione dei popoli etnici e la fine del conflitto politico e armato per vivere in pace nella nostra terra», ci spiega Hsa Moo, uno dei responsabili del Karen Environmental and Social Action Network, un’associazione che tutela l’ambiente e i diritti degli indigeni.
La «Brotherhood Alliance», che comprende i gruppi armati dell’Arakan Army (Aa), il Ta’ang National Liberation Army (Tnla) e il Myanmar National Democratic Alliance Army (Mndaa), ha annunciato che si unirà alla rivolta se le forze di sicurezza non cesseranno immediatamente gli attacchi contro i civili. L’Aa è una delle principali milizie etniche nell’irrequieto Stato Rakhine, al confine con il Bangladesh, che nei mesi scorsi ha tenuto sotto scacco i militari birmani compiendo attacchi sorprendenti anche in ambienti urbani.
«La brutale repressione contro i civili nel 1988 e nel 2007 ha già allontanato la maggior parte dei Bamar (l’etnia maggioritaria, ndr) dalle forze armate e credo che la violenza commessa oggi dal Tatmadaw rischia di recidere radicalmente il legame che un tempo univa l’esercito alla popolazione birmana», dice Jean-Luc Delle, presidente del Center for Research on the Karens di Parigi. «La situazione attuale può certamente aiutare le minoranze a portare avanti le loro richieste. I Karen, i Kachin, gli Arakan e le altre etnie appaiono ora ai birmani come alleati e quasi amici. Tra l’élite Bamar il principio di un’unione federale è ormai ampiamente accettato e questo è un vero progresso che può anche portare i suoi frutti dopo un eventuale cambio di regime», conclude l’esperto.
La strada è ancora lunga. Ma la componente etnica in Myanmar, se coordinata, potrebbe davvero mettere in seria difficoltà i generali birmani e cambiare il futuro del Paese

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/myanmar-il-rischio-di-guerra-totale-con-tutte-le-etnie-armate

Il corridoio strategico

La Marina russa sta inviando forze speciali sulle coste dell’Ucraina
Le navi da sbarco e d’artiglieria della Flottiglia del Caspio (CFL) della Marina russa hanno iniziato un passaggio inter-flotta dal Mar Caspio al Mar Nero.
Secondo il servizio stampa del distretto militare meridionale, più di 10 imbarcazioni e navi da sbarco e artiglieria stanno effettuando il trasferimento.

Unità navali da sbarco

Per ordine del comandante del distretto militare meridionale, generale dell’esercito Alexander Dvornikov, le unità dei marines e delle forze costiere della flotta del Mar Nero e della flottiglia del Caspio sono state reclutate per testare la prontezza a respingere le forze d’assalto aviotrasportate e marittime.

“Prima di lasciare la base di Makhachkala, gli equipaggi delle imbarcazioni hanno portato a termine l’intero ciclo di addestramento di base e hanno completato i compiti del corso in mare. https://www.youtube.com/embed/01PAYuoourA?feature=oembed

In preparazione alla transizione, è stato svolto un corso di formazione sul passaggio di tratti stretti e zone di sbarramento ”, ha detto il servizio stampa del ministero della Difesa.

“Ieri mattina la Flottiglia del Caspio della Marina russa ha avviato un trasferimento operativo di forze nel Mar d’Azov.

Un distaccamento diversificato composto da navi e imbarcazioni di artiglieria, imbarcazioni da sbarco e ausiliarie ha iniziato il trasferimento da Makhachkala, con una forza di almeno 10 unità anfibie.

Fonte: Rusvesna.ru

Traduzione: Sergei Leonov

Italia: parco a tema

Vuoi vedere che davvero ha preso forma un complotto in modo che soggetti strutturati, quotati in borsa, fondi sovrani e reucci dell’hotellerie potessero approfittare delle misure messe in atto per contrastare il Gran Morbo e infiltrare e occupare quel comparto economico?

Vuoi vedere che sono stati favoriti da ministri e amministratori, se tra i capisaldi della ricostruzione secondo Franceschini, oggi espropriato delle competenze, c’era anche la promozione in grande stile di un progetto espansivo di  Airbnb in ogni borgo, tanto che Sunia e Cgil lucane si sono ribellate perché a Matera e dintorni non esistono più case in affitto per i residenti?

Vuoi vedere che dietro ci sono i soliti noti, Cassa Depositi e Prestiti che così realizza la sua vocazione, proprio come l’Invitalia di Arcuri, di ente assistenziale per multinazionali e imprese straniere che hanno bisogno di essere incoraggiate a comprarci coi nostri stessi quattrini, impegnata   in qualità di vero e proprio istituto finanziario a vocazione immobiliare per sottrarre patrimonio pubblico ai cittadini, come nel caso della vendita della Villa Medicea di Cafaggiolo a Firenze?

estratto da https://ilsimplicissimus2.com/2021/03/26/turismo-svenduto-alle-multinazionali-estere/

America the first

La nuova Amministrazione USA ha, come proprio obiettivo primario, il ritorno ad un mondo dominato dagli USA sia a livello economico che militare e politico e, per questo motivo, non può tollerare che ci siano potenze euroasiatiche come la Russia e la Cina a contrastare la sua egemonia o paesi “trasgressori” dell’Ordine Mondiale Americano, come l’Iran, la Siria, il Venezuela o Cuba.
La strategia di contenimento di Washington è dichiarata ed attuata con tutti mezzi possibili, dalle sanzioni economiche, alla propaganda diffamatoria dei media atlantisti e dei social media controllati, alle misure di assedio militare vicino ai confini della Federazione Russa, nell’intento di bloccare l’espansione dell’influenza e della proiezione del potere russo sui paesi vicini e lontani.
Questo dimostra che la Russia è il vero incubo dei primatisti angloamericani: una superpotenza eurasiatica, di fede cristiano ortodossa, che può rappresentare un polo di attrazione per intere regioni dell’Occidente; una superpotenza militare ipersonica e tecnologica che è dotata di capacità diplomatiche ineguagliabili, apprezzate in tutto il Sud del mondo.
La logica che muove la superpotenza USA non è più la stessa dei tempi della “guerra fredda” nell’epoca dei due blocchi, tutto è cambiato. A Washington prevale la corrente neocon evangelica e sionista, gli USA si sentono investiti da una missione di carattere messianico e devono formattare il mondo sulla base delle proprie credenze, costi quello che costi, l’America deve tornare ad essere “il faro del mondo”.

Nota: A proposito della Crimea, lo stesso Biden ha dichiarato: “La Russia ha violato il diritto internazionale (sic) … e la sovranità e l’integrità territoriale della vicina Ucraina quando ha invaso la Crimea (sic)”. Ed ha continuato dicendo: “Gli Stati Uniti continuano a stare al fianco dell’Ucraina e dei suoi alleati e partner oggi, come hanno fatto dall’inizio di questo conflitto. In questo cupo anniversario, riaffermiamo una semplice verità: la Crimea è Ucraina”.

https://www.controinformazione.info/lo-scontro-tra-la-nato-e-la-russia-appare-inevitabile-solo-una-questione-di-tempo/

Assenti per malattia

Fonte: L’Occidentale

Seguendo giornali e televisioni, l’impressione che l’opinione pubblica italiana può trarne è che il mondo, da quando a marzo in Europa e negli altri continenti si è diffusa l’epidemia da coronavirus, si sia fermato e che tutti i paesi siano alle prese con un’emergenza senza precedenti nella storia recente.

Si tratta però soltanto di un’impressione. In realtà ad essersi fermata è solo l’Italia.

Il resto del mondo, al contrario, pur dovendo fare i conti con il problema sanitario, ha continuato a muoversi. In particolare i processi geopolitici già in atto hanno avuto importanti sviluppi e, in taluni scenari, addirittura un’accelerazione.

E’ il caso, ad esempio, dell’evoluzione che ha subito in questi mesi lo scacchiere mediterraneo e libico in special modo, dove, rispetto a febbraio, il quadro sembra essersi completamente ribaltato.

Se fino a qualche mese fa il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez al Sarraj sembrava ormai spacciato – assediato e accerchiato a Tripoli dalle truppe dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar – oggi la situazione sembra essersi completamente ribaltata, con le milizie del GNA ormai alle porte di Sirte e di al-Jufra e i soldati di Haftar in fuga nel deserto libico.

Al fine di ribaltare la situazione, è stato decisivo il massiccio intervento turco, che ha rifornito la Tripolitania di mezzi e di uomini, in particolare trasferendo sul suolo libico circa 16.500 combattenti jihadisti, veterani del conflitto siriano, come più volte denunciato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani. Tutto questo in violazione agli accordi sanciti a gennaio dalla Conferenza di Berlino, che vietavano ai paesi terzi di intervenire a sostegno delle parti in conflitto, e in barba alla missione dell’Unione Europea IRINI, che, sotto guida italiana, avrebbe dovuto far rispettare l’embargo sugli armamenti e che si è rivelata un fallimento totale.

Anche il Comando supremo delle Forze americane in Africa, l’AFRICOM, ha fatto sentire la sua voce, dichiarandosi pronto a intervenire a sostegno dell’esercito tunisino con le sue Security Force Assistance Brigades, preoccupato per le attività russe in Nord Africa.

Ancor più preoccupato dell’evolversi della situazione è apparso l’Egitto, il cui parlamento ha autorizzato il governo a intervenire militarmente in Libia nel caso in cui Sirte e al-Jufra venissero attaccate. Un bel problema, dal momento che il governo turco ha più volte dichiarato di essere disponibile ad intervenire “direttamente” a sostegno del GNA pur di assicurargli il controllo di al-Jufra, dove è situata un’importante base aerea, il cui utilizzo Sarraj avrebbe promesso ad Erdogan in cambio degli aiuti che gli hanno consentito di ribaltare le sorti del conflitto.

E’ tecnicamente possibile, dunque, che al di là delle fazioni impegnate nella guerra civile, due importanti paesi del Mediterraneo orientale, Turchia ed Egitto per l’appunto, possano scontrarsi militarmente a poche centinaia di kilometri dalle coste italiane: un’eventualità che metterebbe l’Europa nelle condizioni di non poter restare con le mani in mano.

Che gli eventi in Libia si susseguano a un ritmo incalzante, mentre l’opinione pubblica italiana e la sua classe politica continuano a trastullarsi con discoteche e mascherine, incuranti dell’ormai quasi totale estromissione del nostro paese da quello scenario, ce lo raccontano due film russi: uno uscito a maggio e il suo sequel annunciato sul web per l’autunno.

Parliamo di Shugaley, un lungometraggio che racconta la vicenda di una squadra di sociologi russi, impegnati in un’indagine demoscopica in Tripolitania, che finiscono per essere imprigionati illegalmente dagli uomini della milizia salafita Rada, di fatto alle dipendenze del ministero degli Interni del GNA.

Si tratta di una storia vera, divenuta negli ultimi mesi un vero e proprio caso diplomatico che sta complicando non poco i rapporti tra Mosca e Ankara: il sociologo Maxim Shugaley e il suo interprete dall’arabo Samer Sweifan hanno trascorso, infatti, diversi mesi in stato di detenzione nella prigione di Mitiga, situata nei pressi del locale aeroporto, tristemente nota per le torture  a cui sono sottoposti i prigionieri. Proprio del loro sequestro e delle violenze subite, oltre che degli intrighi di cui sono vittime a causa della loro ricerca, raccontava la trama del film andato in onda sui canali federali russi, diretto da Denis Neimand.

Il clamore suscitato presso il pubblico dalla vicenda, ha indotto il Cremlino ad avanzare formale richiesta di rilascio dei due cittadini russi illegalmente detenuti ai vertici del governo tripolino.

La stessa Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, aveva assicurato la loro imminente liberazione, che però ad oggi ancora non è avvenuta.

Da qui la decisione di realizzare un sequel, Shugaley 2, diretto questa volta da Maxim Brius.

La seconda parte del film si preannuncia avvincente quanto la prima, con la speciale caratteristica di narrare fatti avvenuti recentissimamente e che spesso concernono le trame ordite non solo dagli emissari del governo di Erdogan in Tripolitania, ma anche dei Fratelli Musulmani i cui stretti rapporti con le leadership turca e del GNA sono note e di fatto forniscono la base ideologica al neo-osmanesimo che ispira la politica estera erdoganiana.

Suggestioni geopolitiche che vogliono legittimare storicamente la sua aggressività geopolitica e che hanno portato la Turchia non solo ad entrare prepotentemente nelle questioni libiche, ma negli anni scorsi anche in quelle legate al Corno d’Africa ed in particolare alla Somalia (come ha dimostrato la recente vicenda della cooperante italiana Silvia Romano) e ai Balcani.

Tuttavia è proprio negli ultimissimi mesi che Ankara sembra essersi fatta oltremodo intraprendente, sfruttando anche le circostanze di un’Europa frastornata dalla pandemia e di un’Italia ormai assente dal contesto mediterraneo: alle numerose e dure frizioni con la Grecia legate alle esplorazioni petrolifere nell’Egeo e ai flussi migratori, si sono aggiunte le tensioni con la Francia, che nei giorni scorsi ha deciso di rafforzare la propria presenza nel Mediterraneo orientale inviandovi alcune navi militari per supportare Atene e indurre Ankara a più miti consigli.

La risposta non si è fatta attendere: è di ieri la notizia di un accordo siglato dai ministri della Difesa di Qatar e Turchia e dal loro omologo viceministro del GNA, volto ad offrire a Tripoli maggiore sostegno militare. In questo ambito, alla Turchia, secondo quanto riferito dall’emittente libica “218 tv” vicina al generale Haftar, sarebbe stato dato in concessione per 99 anni il porto di Misurata, la strategica città libica dove è collocato l’ospedale da campo militare italiano. Secondo alcuni esperti, la visita a Tripoli del ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, avvenuta in concomitanza con il vertice che ha visto protagonisti Salah Al-Namroush(GNA), Hulusi Akar(Turchia) e Khaled al Attiyah (Qatar), non sarebbe casuale.

Di fronte a simili sommovimenti, non sarebbe sbagliato se qualcuno in Italia desse una sbirciatina a come gli sceneggiatori russi descrivono le vicende libiche in Shugaley. Tra i palazzi governativi e i vicoli della medina di Tripoli compaiono tutti: americani, francesi, egiziani, qatarini, russi, turchi, emiratini, fratelli musulmani, ma mai gli italiani.

Sintomatico. Fino a qualche tempo fa sarebbe stato impensabile raccontare quel contesto senza tenere in considerazione il Belpaese.

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/shugaley-la-crisi-libica-e-la-definitiva-scomparsa-dell-italia-dallo-scacchiere-internazionale

 

Beirut

I media occidentali evitano di ricordare che il Libano è stato invaso già per tre volte negli ultimi anni da Israele e che nel 2006, nel corso dell’ultimo tentativo di annessione del sud Libano, il paese fu bombardato in modo indiscriminato dall’aviazione israeliana per 33 giorni con un altissimo numero di vittime civili e distruzione di abitazioni ed infrastrutture.
Fu Hezbollah in quell’occasione a fermare l’invasione ed a resistere in modo coraggioso al più potente esercito del medio Oriente. Pochi se lo ricordano ma la Storia è Storia e non si può cancellare.

Che sia in atto a Beirut una sobillazione esterna e che questa si svolge alla luce del sole da parte degli agenti provocatori è piuttosto evidente e prova ne sia che, nel corso delle ultime agitazioni di piazza in cui è stato ucciso anche un poliziotto libanese, sono comparse bandiere israeliane fra i manifestanti ed è stato appiccato il fuoco ad un pupazzo raffigurante il leader di Hezbollah, Nassan Nasrallah. Uno scenario simile a quello che si sta verificando ad Hong Kong, salvo le dovute differenze, la strategia del caos risulta analoga.

Alexander Zasypkin, l’ambasciatore russo in Libano, ha effettivamente confermato queste informazioni. Il diplomatico ha dichiarato che, sotto le spoglie di una politica umanitaria, “un paese senza nome sta cercando di interferire negli affari interni del Libano “, come era facile prevederee la conferma viene dagli sviluppi sul terreno del paese arabo martoriato.
La strategia di chi vuole la destabilizzazione del Libano è anche quella di provocare uno scontro fra i vari gruppi etnici presenti nel paese: quello cristiano maronita, quello sunnita e quello sciita principalmente, rompendo quella coesistenza pacifica che fino ad oggi aveva contraddistinto il paese multietnico dopo la fine della guerra civile.

https://www.controinformazione.info/inizia-la-riconquista-del-libano-una-rivoluzione-colorata-a-beirut-con-la-regia-delle-grandi-potenze/