Colonialismo francese

di Mawuna Remarque Koutonin.

Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”

Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare.Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa TraoréInfatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:– Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.

– Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.
– il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.

http://www.globalist.it/guerra-e-verita/2017/08/31/14-paesi-africani-costretti-a-pagare-tassa-coloniale-francese-2010740.html

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Giordania

A Bruxelles, al-Azraq è un “nome familiare”, in quanto utilizzata dalla NATO e dalle forze aeree dell’UE, concretamente dai belgi (2014-2015), e ora da olandesi e tedeschi. Le forze aeree statunitensi vi operano da anni. La base è situata in un’altra parte oscura del Medio Oriente; economicamente depressa con innumerevoli piccole imprese e fabbriche chiuse e arrugginite e la quasi completamente prosciugata Azraq Wetlands Reserve un’oasi un tempo rinomata come ‘santuario degli uccelli migratori’. L’oasi si estendeva quasi al confine con l’Arabia Saudita. Ora la maggior parte del territorio della “riserva” è secca. In ogni caso, non ci sarebbero volati molti uccelli perché si sarebbero trovati di fronte al rombo assordante dei motori degli aerei e agli impianti di collaudo dei motori, non diversamente da quelli di cui fui testimone ad Okinawa. Chi viene in questo angolo della Giordania è per lo più un “avventuroso” turista occidentale, pronto a “esplorare” il vicino castello un tempo usato come base dal glorioso agente segreto inglese Thomas Edward Lawrence, noto come “Lawrence of Arabia”. Vengono anche a visitare “riserve naturali” e diversi siti archeologici. La signora Alia, che lavora nel centro artigianale di al-Azraq, confessa: “A volte siamo molto spaventati… Perché il nostro posto è proprio sul perimetro della base aerea, pur essendo un hotel per turisti stranieri. Ci sono molte ragioni per cui qualcuno potrebbe pensare di attaccare questo posto…” Ma questa è davvero una locanda “turistica”, chiedo, dopo aver osservato numerosi hangar e aerei militari sul parcheggio, dietro la struttura. Esita per qualche istante, ma poi risponde: “In origine era una eco-hotel, ma ora le prenotazioni provengono principalmente dalla base. Ci sono statunitensi e tedeschi; mentre un paio d’anni fa c’erano i belgi. Gli ufficiali a volte vivono qui per un mese intero, sa: addestramento, riunioni … Lavorano nella base, ma dormono da noi“. C’è un cartello “US Aid” avvitato sul muro all’ingresso della locanda. E vi sono innumerevoli foto sin bianco e nero della zona, che decorano le pareti, così come la statuetta di un soldato con la vecchia uniforme coloniale inglese. La città di Azraq è polverosa e semivuota. È circondata da un deserto brutalmente secco. Ci sono innumerevoli rovine di case e servizi sulla strada principale. Alcuni vivono nella miseria, in tende lacere. Mi fermai vicino a un gruppo di dimore umili. Una vecchia dal vestito nero mi agitava un bastone con aria minacciosa. Un uomo anziano si avvicinò all’auto tendendo la mano verso di me. Era rugoso e duro. L’ho scosso. Non avevo idea di quanti anni avesse; molto probabilmente non troppo vecchio, ma sembrava stanco e avvilito. “È questa la base”, agitai la mano astrattamente verso i muri: “Aiuta la città, almeno un po’?” L’uomo mi fissò per diversi secondi. Poi borbottò: “Aiutare? Sì, forse… Forse no… Non lo so davvero“. Il mio autista e interprete, un ex-commerciati diversi anni fa, prima di affrontare momenti difficili commentava, mentre ci stavamo lentamente allontanando da al-Azraq: “È assai brutto qui! La situazione è tragica. West Amman e questo, come se esistessero due universi diversi su un solo Paese. Un tale contrasto! Beh, può vederlo da solo“. Gli chiesi se ai giordani sarebbe dispiaciuta l’idea di espandere questa micidiale base aerea nel loro Paese? Dopo tutto, l’unico scopo è brutalizzare nazioni arabe, uccidere innumerevoli esseri umani inermi. Si strinse nelle spalle: “Non gli importa. La maggior parte delle persone qui non pensa a queste cose. Vogliono poter mangiare, cavarsela. Il governo li ha convinti che collaborare con l’occidente potrebbe migliorarne il tenore di vita. È tutto ciò a cui pensano. I nostri capi, del Golfo e qui, sono corrotti e la gente umiliata; non vedono alcun futuro luminoso, nessuna via d’uscita dalla situazione attuale…” Circa 70 chilometri verso la capitale, Amman, rallentiamo, mentre superiamo diversi checkpoint e una recinzione di cemento, che assomiglia a quella costruiti dagli occidentali in Afghanistan. L’autista mi dice: “Guardi, questo è dove hanno addestrato la cosiddetta opposizione siriana, per anni“. Di ritorno ad Amman, incontrai diversi amici, principalmente stranieri, che vi lavorano. “Esistono numerose basi militari occidentali in Giordania“, mi disse uno di loro. “Questo argomento non è discusso qui, apertamente. Giusto o sbagliato, non importa. A nessuno importa. La spina dorsale di questa parte del mondo è già stata spezzata“.
Al-Azraq non è solo una grande base aerea. È anche sinonimo di uno dei maggiori campi profughi in Medio Oriente. È un nuovo campo, costruito nel deserto per ospitare principalmente profughi siriani. Nel 2016 e 2017 vi lavorai, o più precisamente, ci provai prima di essere cacciato dalle locali aggressive forze di sicurezza. Crisi dei rifugiati, basi militari occidentali, aiuti esteri e turismo, queste sono le principali fonti di reddito del Regno di Giordania. In modo sinistro e surreale, tutto qui si segue un cerchio, “ha un senso perverso“: “interi Paesi vengono appiattiti dalle basi militari, che la Giordania è disposta ad ospitare sul proprio territorio; naturalmente, a una grossa tariffa. Di conseguenza, centinaia di migliaia di profughi disperati continueranno a riversarsi in questa “isola di stabilità in Medio Oriente”, portando decine, centinaia di milioni di dollari in aiuti stranieri nelle casse di Amman“. Nessuna industria, produzione o duro lavoro è necessario. Questo accordo potrebbe essere definito come “immorale”? ‘Ed è veramente importante?’ Mi fu detto in diverse occasioni, durante questa e le precedenti visite al Regno di Giordania, che “a nessuno importa”. Quasi tutte le ideologie, insieme a spirito di solidarietà ed internazionalismo, sono già state distrutte da programmi e campagne di indottrinamento sponsorizzate dall’occidente camuffati da “aiuti”. Dico “quasi”, perché ora appare un barlume di speranza. Non tutto è perduto, ancora. Un Paese vicino, la Siria, resiste combattendo e perdendo centinaia di migliaia di persone, ma è quasi riuscito a sconfiggere il brutale intervento occidentale. Questo potrebbe essere il momento più importante nella storia araba moderna. I popoli del Medio Oriente guardano. I giordani guardano. I turchi guardano. Chiaramente, gli imperialisti possono essere sconfitti. Chiaramente, il collaborazionismo non è l’unico modo per sopravvivere. L’enorme base aerea della NATO passa lentamente dalla Turchia alla Giordania. L’occidente ha già perso la Siria. Potrebbe anche perdere la Turchia. Chissà: un giorno anche la Giordania potrebbe svegliarsi. Alcuni dicono: l’effetto “Domino è iniziato”.
Andre Vltchek

estratto da https://aurorasito.wordpress.com/2018/03/13/la-nato-passa-dalla-turchia-alla-giordania/

Exclave di Kaliningrad

Oblast’ di Kaliningrad

Qualora scoppiasse una crisi tra l’Europa e la Russia, Mosca potrebbe instaurare una no-fly zone che si estenderebbe da Kaliningrad fino a coprire un terzo dello spazio aereo polacco. L’asset A2 / AD, Anti-Accesso/Area di Diniego è strutturato su due principali sistemi integrati: gli S-400 Triumph ed i missili balistici Iskander-M. Il Triumph è stato progettato per intercettare le minacce stealth occidentali ad una distanza massima di 400 km ad un’altitudine di 30 km. La velocità massima utile per l’intercettazione è di 4,8 chilometri al secondo. I sistemi S-300 e S-400 rappresentano la punta più alta dei sistemi di difesa terra-aria russi. Sono progettati per proteggere le aree di importanza strategica. Ogni batteria può attaccare più di una mezza dozzina di obiettivi simultaneamente, tracciandone 80. Le brigate missilistiche del Distretto Occidentale equipaggiate con i missili balistici Iskander-M (CEP o probabilità di errore circolare di 10 metri), effettuano rotazioni permanenti su Kaliningrad. L’Iskander è un sistema balistico ad alta precisione, ottimizzato per l’utilizzo a distanza ravvicinata. Verosimilmente, quelli in rotazione a Kaliningrad hanno una gittata estesa di 500/550 km: sarebbero in grado di colpire la Germania. Capace di una velocità massima di 7mila km/h, l’Iskander nella fase terminale del volo si affida ad una guida optoelettronica, compiendo brusche manovre per eludere le difese aeree e rilasciando esche per ingannare i radar nemici. I missili possono essere lanciati in 16 minuti ed in quattro minuti in caso di prontezza operativa. Il secondo missile (solo per la versione interna) può essere lanciato in meno di 50 secondi. Il Cremlino schiera permanentemente a Kaliningrad tre brigate d’élite completamente equipaggiate. Le forze meccanizzate sono supportate da una brigata di artiglieria, basata come potenza primaria su 54 sistemi di grosso calibro. La 7054 Air Base ospita in turnazione circa cinquanta velivoli tra elicotteri pesanti e caccia. Kaliningrad, è ritenuta la fortezza di Mosca in Europa, progettata per colpire il cuore della Nato e per arrecare il massimo delle perdite ad un attacco preventivo dell’Alleanza.

Difendere le capitali baltiche

La geografia militare, nel caso scoppiasse un conflitto convenzionale, favorisce la Russia. Secondo il ben noto rapporto della RAND Corporation, le forze russe riuscirebbero ad entrare nelle capitali baltiche entro 60 ore. L’unico possibilità per la Nato, che non dispone di un vero esercito permanente in Europa, sarebbe quella di ricorrere al nucleare. C’è un ulteriore punto che favorisce Mosca. Entro il gennaio del 2019, gli Stati Uniti dovranno aver distrutto l’intero inventario delle munizioni a grappolo, secondo le linee guida fornite dal governo americano nel 2008 al Dipartimento della Difesa. La fase finale di questa politica priverà gli Usa di una capacità critica, senza alcuna sostituzione.

Le bombe a grappolo

Tecnicamente, le munizioni a grappolo sono ordigni costituiti da un corpo contenente delle sotto-munizioni convenzionali. Sviluppate durante la guerra fredda per saturare le preponderanti forze sovietiche meccanizzate e corazzate che si sarebbero riversate nell’Europa occidentale, la loro potenza eguaglia quella del fuoco di sbarramento degli obici ad alto esplosivo. Rappresentavano un deterrente chiave nella strategia americana. La politica di eliminare le bombe cluster è sancita dalla Convenzione firmata in Norvegia nel 2008, comunemente indicata come il Trattato di Oslo. Il documento, entrato in vigore il primo agosto del 2010, ha due obiettivi: in primo luogo ridurre i danni ai civili (nel 47% dei casi sono bambini) e gli effetti indiscriminati degli incendi sull’area colpita; il secondo obiettivo è quello di eliminare la grande quantità di sub-munizioni inesplose che si trovano comunemente nelle zone in cui sono state lanciate. Il Trattato di Oslo vieta ai 119 firmatari la produzione, l’acquisizione, la distribuzione o l’utilizzo delle munizioni a grappolo. Gli Stati Uniti non hanno firmato il Trattato, ma le amministrazioni Bush ed Obama hanno sostenuto lo spirito del documento. L’ex presidente Bush ha ordinato al Dipartimento della Difesa di attuare una politica per soddisfare l’intento del Trattato, senza però rinunciare alla capacità offensiva delle bombe a grappolo durante il periodo transitorio. Russia, Cina, Israele, India, Pakistan, Turchia, Siria, Yemen, Ucraina e Corea del Sud sono tra i paesi che non hanno firmato il trattato. Nonostante gli Usa detengano il predominio sulle munizioni a guida di precisione, queste ultime non sono particolarmente indicate per contrastare bersagli pesantemente corazzati.

La risposta russa

L’aspetto chirurgico dell’attacco, ipotizzato in un contesto moderno, verrebbe comunque soffocato da milioni di testate termo-bariche che i russi sarebbero in grado di lanciare in una sola raffica. La capacità di una bomba a vuoto di fornire calore e pressione in un unico punto nel tempo, non può essere riprodotto dalle armi convenzionali senza una massiccia distruzione collaterale. Il principio di funzionamento delle munizioni termo-bariche si basa sull’esaltazione delle capacità dell’esplosivo ad alto potenziale attraverso la combustione aerobica identificata nel terzo evento di detonazione. Il miglioramento delle prestazioni è ottenuto principalmente mediante l’aggiunta di metalli in eccesso alla composizione esplosiva. Alluminio e magnesio sono i metalli primari della scelta. Tutti e tre gli eventi esplosivi possono essere personalizzati per soddisfare le esigenze e le prestazioni del sistema. La testata propulsa contiene al suo interno una carica esplosiva e del combustibile altamente infiammabile. Quando il razzo raggiunge la destinazione, il carburante viene disperso. La detonazione successiva incendia il materiale infiammabile nell’aria. L’esplosione irradia un’onda d’urto letale nel raggio di dieci metri. Di per se, l’esplosione termobarica è particolarmente indicata contro bersagli in campo aperto, ma se la stessa esplosione avvenisse in un bunker, la sua potenza potrebbe anche decuplicarsi.

http://www.ilgiornale.it/autore/franco-iacch-105615.html

L’ultima vittoria di Gheddafi

Si noti che tutti i “dittatori arabi” andati al potere col sostegno degli Stati Uniti negli anni ’80 furono facilmente eliminati nel gennaio-febbraio 2011, prontamente “caduti in coma”. Non avevano l’autorità morale per combattere per un potere ottenuto illegittimamente. Qual era la componente chiave di tale illegittimità? Quando aspirarono al potere, si allearono segretamente con una nazione straniera che li sostenne completamente. Da allora non sono leader sovrani. Questo è il motivo per cui non possono sconfiggere la rivoluzione. Non possono dire la verità al popolo e alla comunità internazionale, perché iniziare a dire la verità significa dirla TUTTA. E TUTTA la verità include le circostanze della loro ascesa al potere… Ma c’è una soluzione per tale situazione di “stallo”. Se un leader politico riconosce i vergognosi rapporti clandestini con una potenza straniera, non sarà mai condannato ma PERDONATO e sostenuto dal popolo. Dopo di che lealtà e professionalità delle guardie del corpo impediranno che il futuro politico sia il caos. Le alternative sono la forca di Sadam, i letti da moribondi di Mubaraq e Ben Ali.
Torniamo alle “rivoluzioni popolari in Medio Oriente”. Vediamo che per avere successo c’era disperatamente bisogno di “masse infuriate”. Quindi qualcuno doveva infuriarle. Come in Iran nel giugno 2009? Cecchini sconosciuti uccisero astanti a Teheran durante le proteste (i dettagli sono nell’articolo “Cosa decidono i Bilderberger dell’Iran“). Cosa successe in Egitto nel gennaio 2011? Ancora una volta cecchini sconosciuti spararono alla folla dal tetto dell’edificio del Ministero degli Interni di Cairo. Si noti che in entrambi i casi fu fatto di tutto per convincere il pubblico che i perpetratori fossero le forze governative. Ma dov’era la prova? C’è qualche logica nei servizi di sicurezza che uccidono dimostranti per provocarli a commettere atti violenti? Al contrario, la loro missione è disperdere pacificamente la folla, identificare e arrestare le “teste calde” tra i manifestanti ed evitare vittime! Allora, chi sparava dal tetto del Ministero degli Interni egiziano? Non lo sappiamo ancora.


https://aurorasito.wordpress.com/2017/12/07/lultima-vittoria-di-muammar-gheddafi/

La sofferenza del Sinai

Da quando il Sinai è tornato sotto controllo egiziano dopo il trattato di pace con Israele, le autorità egiziane hanno osservato i residenti con scetticismo, a causa dei timori che la loro lealtà continui ad andare agli israeliani piuttosto che agli egiziani. Ai residenti del Sinai è vietato raggiungere qualsiasi incarico di alto livello nello stato. Non possono lavorare nell’esercito, nella polizia, nella magistratura o nella diplomazia. Nel frattempo, negli ultimi 40 anni nessun progetto di sviluppo è stato intrapreso nel Nord Sinai. I villaggi di Rafah e Sheikh Zuwayed non hanno scuole o ospedali e nessun sistema moderno per ricevere acqua potabile. Dipendono dall’acqua piovana e dai pozzi, come se fosse il Medioevo.

Nel corso degli anni, lo stato egiziano ha cercato di comprarsi la lealtà delle tribù beduine del Sinai trasformando il ruolo del capo tribale in una posizione ufficiale del governo. Ma piuttosto che permettere alla tribù o al villaggio di nominare il proprio capo, lo fa lo stato. A sua volta, il capo ufficiale non è più la figura guida di una famiglia o una fonte di fiducia. “Un cieco che guida un cieco” è il modo in cui Safwat Gelbana, figura di spicco della famiglia Gelbana di El-Arish, ha descritto la situazione. “I capi nominati delle famiglie dicono allo stato ciò che questo vuole ascoltare e possono riportare le istruzioni dei servizi di sicurezza alla gente, ma sono davvero in grado di contenere problemi? Ne dubito“.

 

Senza capi potenti, gli abitanti del Sinai sono incastrati tra l’incudine e il martello: l’esercito e l’ISIS. Anche se religiosa, in linea di massima la popolazione rifiuta la retorica dell’ISIS e ritiene il gruppo responsabile dell’aumento della miseria. D’altro canto, la popolazione di giorno in giorno si fida meno dell’esercito, poiché interrompe comunicazioni e servizi, assedia la città, bombarda villaggi e deporta i residenti. Quando i residenti consegnano un terrorista all’esercito, vengono impunemente massacrati dall’ISIS. Se rimangono in silenzio, lo spionaggio militare può arrestarli e demolire le loro case, a volte mentre sono ancora dentro.

 

Un esempio di questa triste dinamica si è verificato il 10 novembre. A mezzogiorno, due auto si sono fermate in una piazza nel centro di El-Arish. Ne sono saltati fuori cinque uomini armati. Hanno trascinato fuori dall’auto un uomo sulla quarantina e lo hanno scaricato a terra con le mani legate dietro la schiena. Mormoravano qualcosa che gli astanti non erano in grado di decifrare. Poi gli hanno sparato in testa e se ne sono andati gridando “Allahu Akbar!” E “Gloria all’Islam!”. Gli astanti si sono avvicinati al corpo dell’uomo per scoprire che era un noto mercante di El-Arish.

 

Con difficoltà, siamo riusciti a parlare con uno dei parenti stretti dell’uomo, un giovane che ha accettato di parlare sotto anonimato. La vittima “era proprietaria di una ditta di mobili e forniva mobili per ufficio alle unità dell’esercito a El-Arish“, ha detto l’uomo. “Non ha consegnato membri dell’ISIS all’esercito. Ha a malapena commerciato con l’esercito, ma la sua punizione è stata essere ucciso per strada in pieno giorno. L’esercito non ha alzato un dito e non ha neanche promesso di trovare gli esecutori“.

 

Il giovane arrabbiato si è rivolto allo stato. “Ci arrestate, ci chiamate traditori, bombardate le nostre case, e tuttavia non vi preoccupare di trovare chi ci uccide se collaboriamo o commerciamo con voi”, ha detto. “Questa oppressione e questa ingiustizia che state infliggendo alla gente del Sinai non farà che creare un ambiente fertile per il reclutamento dei membri dell’ISIS. Avete trasformato il Sinai in un incubatore del terrorismo. Dovete biasimare solo voi stessi per questo“.

http://vocidallestero.it/2017/11/26/foreign-affairs-la-sofferenza-del-sinai/

 

Investimento sino-russo “dollar free”

di  F. William Engdahl (*) L’8 novembre il grande gruppo minerario russo Norilsk Nickel ha annunciato di aver iniziato le operazioni in un nuovo impianto di estrazione e lavorazione di Bystrinsky all’avanguardia nella provincia russa di Zabaykalsky Krai. La cosa notevole del progetto è la partecipazione diretta della Cina, così come il fatto che quattro anni fa le enormi riserve di rame, oro e magnetite di Bystrinsky erano inaccessibili a qualsiasi mercato e del tutto non sfruttate. È un esempio della trasformazione dell’intera geografia economica dell’Eurasia che sta crescendo a seguito della stretta cooperazione della Russia con la Cina e in particolare con la “China Belt Road Initiative”, in precedenza nota come New Economic Silk Road. Il complesso minerario e di trasformazione di Bystrinsky è un progetto da $ 1,5 miliardi con riserve di minerali in totale stimate in 343 milioni di tonnellate. L’enorme progetto è di proprietà congiunta di Norilsk Nickel, il più grande produttore mondiale di nickel e palladio e uno dei maggiori produttori di platino e rame, insieme al Fondo risorse naturali CIS, un fondo russo per le risorse naturali istituito da Vladimir Putin  e dalla Cina Highland Fondo. Il nuovo complesso minerario si trova a circa 400 chilometri di ferrovia dal confine con la Cina nell’Estremo Oriente siberiano della Russia . La partecipazione cinese non è sorprendente. La Cina è il maggiore importatore mondiale di rame e gran parte della nuova produzione mineraria sarà diretta in Cina. La Cintura cinese, la Road Initiative (BRI) che sta vedendo la costruzione di migliaia di chilometri di nuove linee ferroviarie ad alta velocità attraverso l’Eurasia sta creando un enorme aumento della domanda di rame, acciaio e minerale di ferro . Il nuovo progetto minerario russo comprende la costruzione di un’infrastruttura completamente nuova di strade, ferrovie e enormi infrastrutture in quelle che in precedenza erano aree incontaminate.

*F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, ha conseguito una laurea in politica presso la Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”. Fonte: New Eastern OutlookTraduzione: Luciano Lago

https://www.controinformazione.info/la-russia-e-la-cina-realizzano-una-nuova-geografia-economica/

L’area dei 5 mari

Cinque mari e quindi “cinque spazi vitali” dove gli Stati Uniti non sono più decisivi:
• Mar Caspio: dove il conflitto si è concluso a favore di due importanti attori, Iran e Russia; il Kazakistan ha ospitato nella sua capitale Astana incontri sulla Siria sotto la direzione russa e l’Azerbaigian che, mentre prima ospitava aerei israeliani destinati a colpire l’Iran e si preparava a competere col petrolio russo in Europa attraverso l’oleodotto turco, recentemente firmava un accordo di cooperazione strategica trilaterale con Iran e Russia a Teheran, mentre orbita verso la Turchia.
• Il Mar Nero: dove la guerra alla Siria e la sicurezza nazionale spinsero la Turchia a rivedere le proprie alleanze e a rivalutare i propri interessi, in modo da entrare, in parte, nell’alleanza russo-iraniana nonostante adesione alla NATO e il conflitto ancestrale con la Russia.
• Golfo Persico: dove una guerra sarebbe catastrofica per tutti, con Iran e Stati Uniti che si affrontano tramite la flotta statunitense.
• Mar Mediterraneo: dove una guerra sarebbe ancora più catastrofica, questo spazio è un lago internazionale con la presenza di statunitensi, francesi, inglesi, italiani, spagnoli, russi, turchi, siriani, israeliani…
• Mar Rosso: infine, l’unico spazio in cui è ancora possibile cambiare l’equilibrio delle forze senza rischiare un confronto globale, quindi l’ultimo spazio che permetta agli Stati Uniti di condurre la guerra per procura che gli serve. Sono presenti sul Mar Rosso: Cina a Gibuti; Iran in Eritrea, come dicono statunitensi, sauditi ed israeliani; Arabia Saudita; Egitto; Israele e Yemen.

I. Missione nello Yemen, sottrarre il porto di al-Hudayda ad Ansarallah
Ma solo Egitto e Yemen sono alle estremità nord e sud del Mar Rosso. Pertanto il controllo di questo mare per gli Stati Uniti implica la presenza saudita sulle coste dello Yemen, tra cui al-Hudayda, e allo stesso tempo ridurre il ruolo dell’Egitto alla neutralità. La “guerra di al-Hudayda” è dunque una guerra limitata, scelta per evitare una guerra in cui Stati Uniti e Israele sanno di non poter essere coinvolti. Se il saudita vincerà, sarà a vantaggio della coalizione internazionale. Se sarà sconfitto, sarò l’unico a subirne le conseguenze, specialmente perché ha già largamente compensato dalla campagna contro i cugini, spogliati delle loro fortune in una notte senza luna.

II. Missione in Siria, nascondere gli invasori di Raqqa sotto un’identità araba
A fine ottobre, il ministro saudita Thamar al-Sabhan apparve a Raqqa col generale Brett McGurk, nominato da Trump alla guida della coalizione internazionale. Il suo ruolo era convincere gli abitanti arabi della regione ad accettare l’occupazione della città dalle forze democratiche curde [SDF]. In altre parole, il saudita era responsabile della legittimazione dei separatisti curdi, che coprivano la presenza illegale di soldati statunitensi nel territorio siriano.

III. Missione in Libano per eliminare Hezbollah accontentando Israele
In Libano, l’equazione è: riconoscimento saudita delle vittorie di Hezbollah in Siria, contro riconoscimento iraniano delle vittorie saudite nello Yemen dopo la cattura di al-Hudayda. Ciò significa che le dimissioni del primo ministro libanese Sad Hariri, dettate dall’Arabia Saudita, hanno due obiettivi. Da un lato, spingere il governo libanese a togliere legittimità politica ad Hezbollah, a meno che non si ritiri dalla Siria, come pretende Israele. D’altra parte, dissuadere l’Iran dall’intervenire nella guerra di al-Hudayda, deterrente concomitante alla chiusura delle acque territoriali yemenite e alle accuse all’Iran per il presunto aiuto ai lanci missilistici sul territorio saudita.

IV: Reazione all’intervista di Sad Hariri, trasmessa da al-Mustaqbal TV da Riyadh, il 12 novembre
Oltre al fatto che questa intervista [4] dimostra che Sad Hariri agisce contro la sua volontà, constatiamo che annunciava la rottura del compromesso nazionale previsto all’inizio del sessennio. Un annuncio dettato dall’Arabia Saudita, dato che questo compromesso non è ancora violato. Il suo discorso cercava di convincere, ma senza riuscirci perché era noto il contenuto: coesistenza e pluralismo politico per la grande soddisfazione di Hariri, fino alla dimissioni forzate. Inoltre, è chiaro che costringendo Hariri a tenere tale discorso, l’Arabia Saudita cerca un nuovo compromesso il cui contenuto è inaccettabile, in quanto mira a integrare il Libano nell’asse saudita e nel suo conflitto contro Siria ed Iran. Ciò significa che Hariri non tornerà per un nuovo compromesso, ma per confermare le dimissioni fino alle prossime elezioni, in cui parteciperà. Nel frattempo, si libererà degli alleati del suo campo, precipitatisi dopo le dimissioni a riceverne l’eredità, e riconquisterà il sostegno popolare perso prima di questo processo; permettendogli di rimuovere molti concorrenti dal prossimo parlamento. Tutto grazie a coloro che sarebbero i rivali del campo opposto!

Conclusione
Questi sono i tre obiettivi tattici della missione di Trump a bin Salman. È lui che ne ha ordinato l’esecuzione. Infine, è il miglior partner di Trump nella regione dei “Cinque Mari”. La ricompensa prevista è il trono saudita. Tuttavia, per il momento, bin Salman raccoglie sconfitte. Infatti:
• La prima scommessa era vincere la sua guerra allo Yemen, per poi dichiarare trionfalmente di aver espulso l’Iran dal Golfo, prima di mettesi sul trono. Ha fallito.
• La seconda scommessa era presentarsi da unico agente di Trump nel Golfo, abbattendo il Qatar. Ha fallito.
• La terza scommessa era sfruttare la carta confessionale libanese per coprire la guerra di Stati Uniti ed Israele contro Hezbollah. Ha doppiamente fallito. Primo, con la detenzione di Hariri sperava di mobilitarne i correligionari libanesi, fedeli all’Arabia Saudita; ma hanno risposto: “Signore, non tocchi Hariri!” invece di dichiarare guerra ad Hezbollah. Secondo, quando ha visto la solidarietà libanese, soprattutto con la decisione della presidenza e di Hezbollah di considerare il “dopo Hariri” solo dopo sua liberazione e ritorno in Libano. Di conseguenza, la sperata rivolta contro Hezbollah è divenuta una rivolta contro l’Arabia Saudita. Resta da vedere quanto lontano Stati Uniti e Israele saranno disposti ad andare rispondendo ai suoi appelli alla guerra…

Nasser Kandil, 13/11/2017
Sintesi di Mouna Alno-NakhalFonti:
[1] 60 minuti con Nasser Kandil del 06/10/2017
[2] 60 minuti con Nasser Kandil del 10/11/2017
[3] Articolo del 09/11/2017
[4] Articolo dell’11/11/2017
[5] Articolo del 13/11/2017

Note:
[1] Discorso di Donald Trump a Riyadh
[2] Grande Medio Oriente
[3] Bashar al-Assad, personalità araba dell’anno
[4] Intervista a Sad Hariri a Riyadh; 20/11/2017

Traduzione di Alessandro Lattanzio

https://aurorasito.wordpress.com/2017/11/14/trump-e-la-missione-del-futuro-re-saudita-2/