Guardare alla Storia

di Roberto PECCHIOLI

E’ tornato il tempo della geopolitica anche per l’Italia. Se non ora, quando? Le vicende del nuovo secolo, unite agli eventi dell’ultimo scorcio del millennio trascorso, hanno mostrato che la politica, la storia, non si sono mai arrestate, ma sono mutate in maniera rapidissima e profonda. Per capirle, non farsene travolgere e possibilmente orientarle, riappare una chiave interpretativa dimenticata: la geopolitica. Scienza poco frequentata in Italia, punto di congiunzione tra storia, geografia, economia e politica con incursioni nell’etnologia e nell’antropologia culturale, studia i fattori geografico-storici e fisico-ambientali che condizionano la storia. Sorse in area germanica ad iniziativa di geografi come Friedrich Ratzel e lo svedese Rudolf Kjellen, venne poi sviluppata come efficace forma di instrumentum regni dell’impero britannico ad opera di Halford Mackinder, teorizzatore del conflitto terra-mare e padre della teoria dell’Heartland. L’heartland, o cuore della terra, nel pensiero di Mackinder è il territorio delimitato ad ovest dal Volga, a nord dall’Artico, ad est dal corso del cinese Fiume Azzurro e a sud dall’Himalaya. Chi controlla quella porzione di terre emerse è di fatto padrone del pianeta. La teoria è stata poi integrata in area americana dal concetto di Rimland, l’immensa fascia costiera che circonda l’Eurasia.

Un uomo politico quasi dimenticato, Beppe Niccolai, esortava gli italiani a non ragionare di politica con le categorie della sociologia, delle ideologie o dell’etica corrente, ma a pensare in termini di storia. L’Italia dopo il 1945 ha pressoché dimenticato la storia, dunque la politica e la geopolitica. Ogni politica è innanzitutto politica estera, ma la nazione italiana e lo Stato, dopo la sconfitta militare, hanno rinunciato ad esercitare un ruolo qualsiasi. Ci siamo rifugiati in una sorta di ritorno all’ infanzia, un popolo regredito a Peter Pan collettivo bisognoso di tutela, protezione, felice di tornare colonia o provincia straniera, come nelle più infelici stagioni della sua storia.

Una lezione trascurata, quella di Niccolai, che torna di attualità nella confusione del presente, caratterizzato da fenomeni come la globalizzazione, le grandi migrazioni sull’asse Sud Nord, il predominio dell’economia e della finanza, il potere delle organizzazioni transnazionali, l’immensa capacità di controllo, indirizzo e formazione delle coscienze delle nuove tecnologie informatiche, elettroniche e della comunicazione.

In un quadro siffatto occorre una bussola, che la geopolitica individua nell’interesse permanente delle nazioni legato all’area geografica che occupano, allo sviluppo economico, ai soggetti vicini, alle emergenze storiche e culturali. L’Italia ha smarrito la bussola, inverando il grido di dolore di Dante Alighieri, il vero padre della nostra Patria: “ahi, serva Italia di dolore ostello/ nave sanza nocchiero in gran tempesta/ non donna di province, ma bordello“. Nazione a sovranità limitata con oltre cento basi straniere sul territorio, paese occupato, diviso per mezzo secolo tra filo americani e filo sovietici, poi sollevata alla prospettiva di dissolversi nell’ Europa dei mercanti.

La storia ci parla di continue dispute intestine a tutto vantaggio degli stranieri di turno, spesso invocati sul nostro territorio da una o più parti in causa, all’ombra del potere papalino avversario dell’unità nazionale. Il dopoguerra ci ha consegnato all’egemonia di due culture antinazionali, quella comunista e quella clericale, il cui unico avversario di rango animato da sentimenti di orgoglio italiano fu non un movimento, ma un uomo, Bettino Craxi, la cui disgrazia originò allorché nel 1987 si oppose agli americani a Sigonella.

Non c’è più tempo, tuttavia, per recriminazioni o indagini retrospettive sul passato; rischiano di trasformarsi in autopsie su un corpo morto. Prendiamo il caso della questione libica, le cui ripercussioni sulla crisi migratoria e sulla politica energetica sono evidenti. L’Italia, forte della vicinanza geografica e storica con quella che fu la “quarta sponda”, parteggia per la fazione capeggiata da Serraj. La Francia, maggiore responsabile del folle attacco contro Gheddafi per motivi di politica energetica e di consolidati interessi in Africa, sostiene le milizie di Haftar. La prima riflessione è che l’Europa non esiste, se due grandi nazioni alleate da 70 anni, entrambe fondatrici delle istituzioni europee, sono contrapposte in maniera tanto plateale nel decisivo scenario africano.

La seconda è che, nonostante l’Unione Europea, o magari a causa di ciò che essa è diventata, alcuni Stati (Francia e Germania innanzitutto, ma la Gran Bretagna in uscita non si comporta diversamente) continuano a svolgere politiche autonome, perseguendo interessi ed obiettivi in contrasto con altri paesi membri e con l’Unione nel suo complesso. Segno che pensano in termini nazionali e geopolitici. I tedeschi, assorbita dal punto di vista economico la disfatta bellica e recuperato (parte) del territorio perduto nel 1945, agiscono in termini di lebensraum, spazio vitale, la dottrina di Klaus Haushofer. Nell’impossibilità di conquiste territoriali, la Germania ha recuperato sotto forma di influenza economica e finanziaria sull’Europa centro orientale un’egemonia sconfitta due volte dalle armi.

estratto da https://www.maurizioblondet.it/libia-tornare-alla-geopolitica/

Libia, la guerra continua

Il Supremo Consiglio delle tribù e città libiche nella regione occidentale dichiarava che “ciò che accade nella capitale Tripoli negli ultimi 8 anni non è altro che ingerenza delle milizie e del loro controllo sulle articolazioni dello Stato, con l’aiuto dei terroristi e guidati da capi stranieri”. Il Consiglio dichiarava che tali milizie usavano l’immigrazione clandestina come fonte di reddito, assieme a contrabbando di droga e carburante, furto di fondi bancari, e che ricorrevano all’intervento straniero, culminato nella violazione della sovranità nazionale della Libia. La dichiarazione condannava l’attacco aereo straniero sulla città di Tarhuna, uccidendo civili e soldati dell’esercito popolare. Il Consiglio esprimeva stupore per la Missione delle Nazioni Unite in Libia che aveva lasciato i prigionieri politici della Jamahiriya ed ufficiali dell’Esercito popolare nelle mani delle milizie, mentre si preoccupava dei migranti illegali e del loro desiderio di allontanarli dalle aree degli scontri, mostrando così la doppia morale della Missione ONU. Il consiglio dichiarava infine che le tribù marceranno libereranno i loro figli dalle prigioni delle milizie nel caso la missione delle Nazioni Unite non si assumesse le proprie responsabilità nei loro confronti, confermando di sostenere i fratelli di Tarhuna e che qualsiasi aggressione su Tarhuna sarà considerata come diretta contro le tribù e le città dell’ovest libico.

http://aurorasito.altervista.org/?p=2326

Ricominciamo da noi

“La Francia  negli ultimi due decenni ha comprato talmente tante società da diventare il Paese europeo che avrebbe più da perdere in caso di crollo economico-finanziario italiano. La dimensione delle acquisizioni e dell’intervento francese in Italia è stato così grande in termini dimensionali e così sbilanciato da determinare una situazione che avrebbe eguali sono nei casi di ex-colonie. L’Italia ha scelto di farsi comprare convinta che legandosi alla Francia avrebbe maggiore riparo in sede europea; oggi la Francia non può augurarsi un fallimento dell’Italia: telecomunicazioni, media, banche, assicurazioni, energia, industria, lusso, alimentare… non c’è un settore in cui non faccia capolino una società francese con ruoli di rilievo. Comprare o fondersi con la principale banca italiana non può essere un caso, soprattutto in una fase così delicata per l’economia italiana. Bisogna quindi chiedersi perché incrementare l’esposizione in Italia e perché oggi”.

Ora si capiscono meglio tutte quelle Legion d’Onore sparse a piene mani sui petti dei nostri piddini e  governanti  ed esponenti del nostro Deep State, ovviamente “democratico”. Qui sotto per l’elenco:

QUINTE COLONNE?

https://www.maurizioblondet.it/quinte-colonne/embed/#?secret=TrL1CBiQ9F

Ora, il nuovo governo può e deve proibire questa fusione sulla base dell’interesse strategico nazionale.
Per giunta, Macron è politicamente alle corde.  Un suo ministro,  Nicolas Hulot dell’ecologia, s’è dimesso sbattendo la porta ha annunciato la sua dimissione in tv, senza consultare l’Eliseo);
i risultati economici del “macronismo” sono disastrosi.
“La Francia registra il calo della disoccupazione più basso d’Europa.  Il miracolo produttivo non s’è verificato.
La produzione industriale del paese è aumentata dello 0%  da settembre 2017, in confronto all’1,7 della Germania e al 5% della Svezia. La perdita di competitività continua, il debito è ormai il 100 % in rapporto al Pil,  quest’anno il paese sforerà  il limite di deficit del 3% (inutile ma necessario per farsi stimare da Berlino), la Francia è deficitaria per 50 miliardi delle partite correnti verso gli altri paesi dell’UE, anche verso l’Italia. Fra aumenti delle imposte e rincari (2,6 di aumento  dle costo della vita, solo Romania e Bulgaria fano peggio) Macron è riuscito a ridrre il potere d’acquisto dei lavoratori in pensione del 10% in due anni, un record”.
Inoltre, “le riforme di Macron non sono strutturali, non modernizzano il paese”.
Un po’ di titoli a caso, di media economici o di blogger:

Budget 2019: pitoyable défaite

(Budget 2019, pietosa disfatta, BFM)

“Improvvisazione politicante che mira a inventare una ppolitica del potere d’acquisto e  mancano di rigore intellettuale  (Le Journal du Dimanche)

Crise de l’immobilier, crise de sens, crise de la raison et de l’intelligence

(crisi dell’immobiliare, crisi di senso,  crisi della ragione e dell’intelligenza)

“La classe politique n’a pas conscience du désastre dans lequel notre patrimoine est plongé»

“La classe politica non ha coscienza del disastro in cui il nostro patrimonio è affondato”  (Figaro)

Secondo Michel Geoffroy, autore di La Super-classe mondiale contre les peuples ♦ (quindi sovranista),  il clima prevalente oggi è una sorta di rassegnazione tragica . “La Destra è in coma profondo.  A sinistra, i sindacati non riescono a mobilitare: gli si risponde, “a che serve?”. A che serve, perché Macron dispone di tutti i poteri. Gode del sostegno dei media, delle lobbies,  della Davos-crazia. I suoi deputati senza esperienza votano a catena tutti i progetti di legge che presenta il governo, stakanovisti del voto.  Persino gli alti funzionari [una istituzione-pilastro  de la République] assistono senza reagire alla decostruzione sistematica dello Stato repubblicano e presto alla loro propra scomparsa, perché il governo promette di sostituirli  con precari a contratto reclutati sul  mercato”.

Ma allora tutto è passività e rassegnazione? No. “Questo silenzio apparente della Francia nasconde una collera fredda e  una rottura abissale  tra il paese reale e il paese legale, come fra occupanti ed occupati“.  Geoffroy compara l’ggi al  “1940, dopo il collasso di giugno dell’armata,  quando la Francia sbalordita dalla  vergogna e dalla disfatta, non sapeva più che fare, dava fiducia al mareciallo Pétain”….Come allora, però, Macron opera come un agente della Germania.  “il suo Potere dà la caccia alla dissidenza, i suoi sbirri associativi la denunciano alla polizia, la trascinano nei tribunali, la censurano sui social – secondo le procedure repressive usate al di là del Reno, perché ancora come allora, Macron è a rimorchio della Germania”.

A questo punto?

“Come nel 1940,  il Potere non si rende conto che la dissidenza progredisce nei cuori.  Il caos migratorio sta risvegliando a poco a poco l’Europa. un grande  movimento storico prende forma. Come nel ’40, il Potere  si illude di mantenerne estranea la Francia”.   Questa rassegnazione sembra a Geoffory un annuncio della rivolta.

Esagera? Ma   lo stesso Macron sembra aver avvertito   qualcosa, se   ha diffuso questo stupefacente messaggino:

“coloro che credevano all’avvento di un popolo mondializzato si sono profondamente ingannati.  Dovunque nel mondo l’identità dei popoli è tornata.  Ed è in fondo una buona cosa”.

https://www.maurizioblondet.it/non-regalate-unicredit-a-macron-proprio-ora-e-alle-corde/

L’Europa contesa

L’Europa fra Soros e Bannon

di Rosanna Spadini – 19/08/2018

L'Europa fra Soros e Bannon

Fonte: Comedonchisciotte

 

 

Scrive Eric Zuesse, su strategic-culture.org, che due schieramenti politici, uno guidato da George Soros, e l’altro creato dal nuovo arrivato Steve Bannon, sono entrati in competizione per il controllo politico dell’Europa. Soros ha guidato a lungo i grandi capitalisti liberalsamericani per il controllo dell’Europa, e Bannon sta ora organizzando una squadra di miliardari conservatori per strappare la vittoria ai liberals. Quindi le due fazioni di ‘filantropi’ ora combatteranno per il controllo del consenso politico e delle istituzioni europee. Faranno però fatica a mantenere l’Europa come alleata nella guerra contro la Russia, ma ogni squadra lo farà da prospettive ideologiche diverse. Proprio come esiste una polarizzazione politica liberal-conservatrice tra capitalisti all’interno di una nazione, c’è anche un’altra polarizzazione tra capitalisti riguardo alle politiche estere della loro nazione. Nessuno di loro è progressista o populista di sinistra. L’unico ‘populismo’ che attualmente ogni capitalista promuove è quello della squadra di Bannon. Comunque entrambe le squadre si demonizzano a vicenda per il controllo del Governo degli Stati Uniti, e a livello internazionale per il controllo del mondo intero, opponendo due diverse visioni del mondo: liberale e conservatrice, o meglio globalista e nazionalista. Entrambi poi dicono di sostenere la ‘democrazia, ma invece promuovono la diffusione della “democrazia” attraverso l’invasione e l’occupazione di Paesi “nemici”. […]

 

La sovranità di una nazione appartiene al popolo che la abita, secondo “il diritto all’autodeterminazione dei popoli” enunciato dal presidente Woodrow Wilson in occasione del Trattato di Versailles (1919). Di conseguenza, mentre un’autentica rivoluzione dei residenti all’interno di un paese, per rovesciare e sostituire il loro governo, o un voto per la secessione, possono essere legittimati e riconosciuti dal principio di sovranità nazionale, nessuna invasione straniera lo è (e questo include anche qualsiasi ‘rivoluzione colorata’). Ciò significa che il concetto di sovranità nazionale è fondamentalmente estraneo alla cultura liberal. […] Gli Stati Uniti sono ora un impero a tutto campo, controllano non solo le aristocrazie capitalistico finanziarie in alcune repubbliche delle banane come il Guatemala e l’Honduras, ma anche quelle dei Paesi più ricchi come la Francia, la Germania e il Regno Unito.

 

Questa visione fu ampiamente promossa tra il 1877-1902 dal fondatore del Rhodes Trust, Cecil Rhodes, un razzista autodichiarato che sosteneva appassionatamente quanto tutte le “razze” fossero subordinate alla “prima razza”: gli inglesi. In tempi più recenti, George Soros ha condiviso questa visione, giustificando l’aggressione straniera in un Paese dalla “comunità internazionale” per proteggere “la sovranità popolare” di quel Paese. Il che è da manuale di logica democratica. Al contrario Vladimir Putin afferma che nessuno straniero ha il diritto di invadere un altro Paese, contro Soros, che afferma che “la comunità internazionale” ha invece l’”obbligo di invadere”, ogni volta e ovunque decida di farlo. In pratica la proposta di Soros si riduce a polarizzare e rendere irrilevante l’ONU, per rafforzare l’imperialismo internazionale. Due visioni del mondo totalmente diverse, perché l’Occidente chiama “sequestro” e “invasione” della Crimea da parte della Russia nel 2014, negando il fatto che gli abitanti della Crimea possano avere il diritto di decidere. Il punto di vista di Vladimir Putin è stato espresso tante volte, in così tanti contesti diversi, e sembra essere sempre lo stesso, cioè che le uniche persone che hanno un diritto sovrano in qualsiasi luogo della terra, sono le persone che vivono su quella terra. In altre parole, la sua visione di base sembra un rifiuto del concetto stesso di impero.

Rosanna Spadini

estratto da https://comedonchisciotte.org/leuropa-tra-populisti-e-globalisti-lo-stratega-si-chiama-bannon/

La Cina e l’Europa

Non a tutti piace il riavvicinamento tra Cina e Europa centrale. Desiderosa di prendersi il futuro di propria iniziativa, l’Europa centrale cerca di diminuire sempre più la dipendenza da zona periferica dell’Europa occidentale e si rivolge tra l’altro alla Cina. Sofia, Bulgaria, dal 29 giugno al 7 luglio, il 7° Summit dei Paesi dell’Europa centrale e orientale (16…) e della Cina (…+1) e l’ottavo forum economico Cina-CEEC avevano avuto luogo a Sofia, in Bulgaria. I 16 Paesi europei di questa piattaforma sono Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia, tutti i membri dell’UE, così come Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro e Serbia. “L’iniziativa 16+1 non è una piattaforma geopolitica ma una cooperazione mutualmente profittevole basata sulle leggi del mercato”,spiegava l’ospite del forum, il primo ministro bulgaro Bojko Borisov, così come il Primo Ministro cinese che voleva apparire rassicurante. “Alcuni dicono che tale cooperazione potrebbe dividere l’UE, ma non è vero”, insisteva ulteriormente Li Keqiang. Eppure, la parte occidentale del continente e Bruxelles sono preoccupate per questo settimo vertice dei leader della CEEC col Primo Ministro cinese. Questo blocco di16 ricorda in qualche modo l’ex-blocco orientale o almeno i Paesi satelliti dell’URSS che vissero per mezzo secolo sotto il comunismo ed erano separati politicamente, culturalmente e fisicamente dall’Europa occidentale. Una separazione che segna ancora le menti anche venticinque anni dopo la “riunificazione europea” nel blocco euro-atlantista. In particolare sulla questione della migrazione, due blocchi con due visioni opposte si fronteggiano. Entrambi sono chiaramente delimitati da una linea di faglia paragonabile a quella della cortina di ferro sull’Europa. La Cina sembra aver saputo sfruttare l’esistenza di queste due Europee o almeno prenderne nota: mentre istituisce questa piattaforma di cooperazione economica, la Cina relega l’Unione europea a terza parte e promuove un dialogo diretto col governo leader di una regione che considera economicamente e politicamente abbastanza omogeneo e unitario e, in primo luogo, che considera elemento chiave nella sua iniziativa Fascia e Via.

Un’altra versione dell’Europa a due velocità?
Se i Paesi della CEEC hanno in comune il comunismo per 50 anni, questo non è l’unico punto che li unisce. Nell’ultimo millennio, Balcani ed Europa centrale affrontrono in modo permanente gli imperialismi tedesco/nazista, ottomano/turco e russo/sovietico. Da quelle esperienze dolorose, tutte le nazioni dell’Europa centrale sono arrivate alla stessa conclusione: organizzarsi durante questo periodo di pace senza precedenti al fine di ottenere la propria indipendenza. Col crollo dell’Unione Sovietica e l’assorbimento dei Paesi della CEEC nel blocco euro-atlantico (UE, NATO,…), si è verificata una nuova situazione. Progressivamente, i 16 Paesi dell’Europa centrale e orientale aderivano alla NATO in un momento in cui le guerre assumevano un volto diverso, la minaccia militare si attenuava. E a chi era diventato membro dell’UE, apparve un’opportunità storica: parlare con una sola voce nelle istituzioni dell’Unione, bloccando i progetti dei partner occidentali, imponendogli argomenti sul tavolo delle trattative e persino inclinando il campo di gioco a loro favore. Questo è ciò che l’esperienza del Gruppo Visegrad (V4) illustra con successo. Il V4 ha parlato molte volte di un’Europa a due velocità. Negato all’inizio da tedeschi e francesi, il progetto viene ora assunto e regolarmente discusso: il nucleo dell’UE vuole abbandonare la periferia, o piuttosto relegarla in un ruolo secondario su budget e decisioni. Un progetto che V4 e i Paesi CEEC interessati criticano con veemenza. Ma quando si tratta di collaborare con la Cina per lo sviluppo più esteso della regione dell’Europa centrale e dei Balcani senza che l’occidente possa dire la propria, si sarebbe tentati di dire che l’Europa a due velocità non affligge più di tanto i Paesi della CEEC. Una breve panoramica potrebbe portare a questa conclusione. Ma la realtà è più complessa.
Se i Paesi CEEC colgono questa opportunità, è anche perché, nonostante le proteste di tedeschi e francesi, essi nell’UE continuano a ricevere solo il 2% degli investimenti cinesi nell’UE. Senza sorpresa, i principali beneficiari degli investimenti cinesi sono oggi Regno Unito, Germania, Francia e Italia. Al contrario, Stati Uniti ed Europa occidentale rappresentano il 90% degli investimenti nei Paesi CEEC. Quindi innanzitutto si usa la piattaforma 16+1 per riequilibrare la situazione. Questo è almeno il punto di vista degli europei centrali.

Forte volontà dei Paesi CEEC ed errori dell’UE
Molti esperti parlano della fine del commercio transatlantico come se ci fosse. Donald Trump, da parte sua, critica aspramente l’Unione Europea mentre prende lui stesso misure protezionistiche. La Cina, da parte sua, s’impone sempre più come la paladina del libero mercato. All’interno di questo nuovo e sorprendente contesto, l’Europa centrale cerca di uscire dal dominio del nucleo europeo indebolito. È così che l’iniziativa dei Tre Mari cerca di sviluppare infrastrutture dei trasporto ed energetici sull’asse Nord-Sud della regione, collaborando più strettamente cogli Stati Uniti. Questo è anche il motivo per cui alcuni Paesi sono spinti ad aprire un dialogo con la Russia e persino a chiederle di investire nonostante il punto di vista di Bruxelles e le sanzioni europee. E questa è anche la ragione dell’apertura verso la Cina. L’Europa centrale difficilmente esce dal complesso di inferiorità verso l’Europa occidentale e sa che la Cina potrebbe essere l’elemento chiave della sua emancipazione. Col progetto Nuova Via delle Seta, la Cina ha diversi obiettivi: da un lato, importare prodotti di alta qualità per rispondere all’esplosione della domanda qualitativa delle proprie classi medie e alte gonfiatasi coll’enorme crescita annuale del PIL (6,7% nel 2016). E dall’altra parte, diventare il numero uno nel mondo economico, in particolare grazie al colossale progetto Nuova Via della Seta. Questa immensa rete di infrastrutture mira a collegare l’Eurasia all’Africa e a garantire alla Cina accesso diretto e controllato al 70% dei mercati del pianeta. Ciò significa parecchie cose per l’Europa centrale:
Sviluppo di infrastrutture importanti (canale Danubio-Oder-Elba, linea ferroviaria ad alta velocità Atene-Belgrado-Budapest, …)
Collegamento alla principale strada commerciale del mondo, uscendo dalla periferia europea (utilizzando i porti del Pireo e Costanza per aggirare Amburgo e Rotterdam,…)
Apertura di importanti mercati di esportazione (i Paesi CEEC sono anche importanti Paesi agricoli, i cui prodotti sono meno costosi di quelli occidentali ma beneficiano dell’etichetta “Europa” in Cina…)
Dal punto di vista dell’UE, la questione è comunque più complessa. L’incertezza legata alla politica e alle dichiarazioni di Trump, nonché i legami geografici e storici tra Europa e Asia, fanno sì che le cancellerie dell’Europa occidentale esitino. Sulla questione iraniana, la Francia ha cercato in particolare di attenuare la posizione di Washington. Ma senza alcun successo. Il giorno prima del vertice Cina-UE, proprio il giorno in cui Trump e Putin si incontravano, il 16 luglio 2018, il presidente degli Stati Uniti d’America persino dichiarò che l’Unione europea era il suo peggior “nemico” dal punto di vista economico, oltre a Russia e Cina. Oltre a tali dichiarazioni, Donald Trump ritirava il suo Paese dagli accordi di Vienna e Parigi (rispettivamente sul programma nucleare iraniano e le questioni climatiche). Tanto più che Donald Trump imponeva dazi su acciaio ed alluminio dall’UE. E senza nemmeno parlare delle ammonizioni ai membri della NATO che non rispettano gli impegni sul bilancio militare. Quindi l’UE ha anche tutte le ragioni per condurre una politica di apertura verso l’Est, ma la debolezza della burocrazia di Bruxelles raggiunge praticamente i limiti quando si tratta di geopolitica. E qui è la Germania che reagisce come Stato.

La Germania è vigile
Per la Germania non c’è modo che l’Europa centrale possa fuggire. Dopo l’ascesa del Gruppo di Visegrad come vero “sindacato dell’hinterland tedesco”, la fondazione della Three Seas Initiative che ne minaccia gli accordi energetici con la Russia, tutto ciò colpisce la Germania, la cui economia è basata in larga misura sullo sfruttamento della manodopera europea centrale, economica ed altamente qualificata. Quindi non è un caso se Li Keqiang si recava a Berlino dopo il summit 1 +1. Durante la visita a Pechino nel maggio 2018, la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva espresso preoccupazione per il conseguente aumento di investimenti e progetti cinesi nell’Europa centrale e nei Balcani. Fino a quel momento fu persino detto che la Germania avrebbe potuto aderire ai negoziati della piattaforma 16+1 (che sarebbe poi diventata 1+16+1 …?) Come terza parte. Alcuni osservatori spiegano che Germania e Cina avrebbero interesse a collaborare allo sviluppo dei Paesi della CEEC per le ragioni appena evocate. Ma mentre la moltiplicazione delle infrastrutture sarebbe davvero redditizia per le aziende tedesche, l’aumento a breve termine del capitale cinese in Europa centrale non piace a Berlino. Questa comprensione sembra quindi molto ipotetica, mentre il pragmatismo tedesco implica piuttosto che l’interesse della Germania per il 16+1 sia soprattutto volontà di controllare la regione.

Il mercato cambia, la Cina si adatta
Per lungo tempo la Cina fu vista come la fabbrica del mondo; ogni europeo associava la scritta “made in China” alla bassa qualità. Ma parallelamente all’adozione della Fascia e Via, o Nuova Via della Seta, la Cina iniziava ad adattarsi. Ciò passava dai prodotti a basso costo arrivando ai prodotti biologici e high-tech cinesi. Lo scorso giugno fui invitato dagli organizzatori di un piccolo forum che presenta la provincia dello Yunnan a giornalisti ed investitori ungheresi. Il successo di questo evento confidenziale fu breve, ma gli obiettivi erano ambiziosi: la Cina vuole una buona parte del mercato biologico in Europa e l’Europa centrale potrebbe essere la prima a beneficiarne. Lo Yunnan, regione di altipiani dal clima paradisiaco, non è industrializzato e quindi non è inquinato come molte altre regioni della Cina. Di conseguenza, la Cina utilizzerà questa provincia, dove il clima eccezionale consente due o addirittura tre raccolti all’anno, per la produzione di prodotti di qualità elevata come tè, caffè o frutta esotica. Il piano di sviluppo dello Yunnan è un buon esempio della strategia globale cinese. La Cina vuole diversificare la produzione, raggiungere più mercati, e come abbiamo appena detto, anche aumentare le importazioni al fine di rispondere alle crescenti aspettative delle sue classi medie benestanti che crescono demograficamente. Sul piano delle energie rinnovabili, la Cina desidera di recuperare un margine di manovra. Come spiegò Emmanuel Dupuy sulla rivista Atlantico: “la metà delle auto elettriche vendute nel mondo proviene dalla Cina, il 15% delle auto in circolazione in Cina sono già elettriche. La Cina produce 1400 TWh di elettricità (mentre gli Stati Uniti solo 530 TWh) grazie ai massicci investimenti in energie rinnovabili (in particolare nell’energia solare, dove la Cina attualmente produce la maggior parte dei pannelli solari e mulini a vento venduti in tutto il mondo)”.

Ma allora, la Nuova Via della Seta è una buona o una cattiva cosa?
Dal punto di vista dell’Europa centrale, la Nuova Via della Seta è una prospettiva molto interessante. Non è un azzardo se tutti i 16 Paesi CEEC hanno risposto positivamente all’invito della Cina. In un mondo sempre più multipolare, e date le crescenti tensioni con l’altra metà del continente europeo impigliatosi in un liberalismo mortale, la crescente implicazione della Cina nell’Europa centrale, lo sviluppo delle infrastrutture e l’arrivo di capitali, è una buona cosa. Per l’Europa centrale, l’integrazione nel progetto Nuova Via della Seta non sarà senza conseguenze. L’adattamento dell’occidente a questa nuova potenziale situazione va osservato da vicino. Non dimentichiamo che l’incontro dei re di Polonia, Boemia e Ungheria a Visegrad nel 14° secolo, da qui il nome di Gruppo di Visegrad per la cooperazione iniziata nel 1991 tra Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria, si svolse prima di tutto per trovare una soluzione all’utilizzo del porto franco di Vienna.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

http://aurorasito.altervista.org/?p=1738

Dopo la TAV, la TAP

La guerra del gas vede al centro l’Italia, a sua volta nel mezzo della disputa fra Russia e Stati Uniti. Perché se l’Europa è il grande mercato conteso tra blocco russo e quello che capo a Washington, la nostra penisola è il simbolo di questa spaccatura. Così, se il gasdotto North Stream 2 rappresenta l’asse fra Germania e Russia per il Nord Europa, la risposta occidentale riguarda l’Italia, e, in particolare, il Trans Adriatic Pipeline (Tap).

Da sempre al centro di dibattiti politici interni, legati soprattutto all’inquinamento, fattibilità del progetto e accuse sul fatto di incidere sull’ecosistema pugliese, dove giungeranno i terminali, il Tap è anche un esempio della guerra dell’energia fra i due poli del mondo. Ed è talmente importante, che gli Stati Uniti sostengono con tutti i mezzi necessari la realizzazione del gasdotto. Lo ha ricordato a La Stampa una fonte interna al Dipartimento di Stato americano: “Sollecitiamo gli italiani a continuare la realizzazione del gasdotto Tap, in quanto rappresenta un passaggio chiave per portare il gas del Mar Caspio in Europa”.

L’obiettivo degli Stati Uniti

L’obiettivo degli Stati Uniti è quello di giungere alla piena realizzazione del Corridoio meridionale del gas, il progetto di pipeline che porterà il gas dell’Azerbaijan direttamente in Europa. Il Corridoio passerebbe attraverso la Georgia, la Turchia, la Grecia, l’Albania e l’Italia. Per arrivare a destinazione, l’oro blu si servirebbe di tre gasdotti principali. Il primo è l’estensione del gasdotto del Caucaso meridionale (Scpx) , il secondo è il gasdotto Trans-anatolico (Tanap e il terzo è appunto il Tap.

Tutto con lo scopo di togliere alla Russia potenziale quote di mercato europeo, ma soprattutto per costituire quella diversificazione energetica voluta sia dagli Stati Uniti che dall’Unione europea. Da anni, l’Ue sta investendo in progetti di costruzione di gasdotti che contribuiscano ad aumentare le fonti energetiche del continente per non dipendere da una sola o poche fonti.

Obiettivi strategici che gli Stati Uniti condividono per ragioni economiche ma anche politiche. Da un punto di vista economico, l’America vuole entrare nel mercato europeo dell’energia. Un processo difficile e anche costoso, ma che Donald Trump sembra intenzionato a perseguire. L’aumento dell’export di gas naturale liquefatto in Europa orientale è una realtà. E la costruzione del rigassificatore di Veglia, in Croazia, ha come obiettivo quello di rendere più facile l’arrivo del Gnl americano sul continente europeo.

Le ragioni politiche sono altrettanto evidenti. Il gas, come il petrolio, è una fonte energetica vitale. E avere il controllo dell’approvvigionamento energetico di un Paese o di un continente, come nel nostro caso, significa avere lo strumento migliore per fare leva sulle politiche di quello Stato. Le fonti energetiche alternative alla Russia fanno parte del blocco di Paesi che rientrano nell’orbita di Washington. Quindi non significa soltanto diversificare le fonti ma fare in modo che gli alleati degli Stati Uniti non siano dipendenti da un Paese rivale.

Il ruolo dell’Italia

Mentre gli Stati Uniti continuano a sostenere il progetto Tap, la scorsa settimana il presidente Sergio Mattarella è andato in visita a Baku, la capitale azera. Ed è scontato che la realizzazione del gasdotto Trans-adriatico abbia rappresentato il punto centrale del faccia a faccia con l’omologo Ilhan Aliyev. Interessante anche la scelta di questo viaggio a Baku a pochi giorni di distanza dal tour nei Paesi Baltici, altra regione fortemente contraria alla Russia e terrorizzata dalla possibilità di dipendere dall’energia di Mosca.

L’Italia si trova dunque al centro di due poli opposti. Roma ha la volontà e le possibilità di raggiungere un perfetto equilibrio, anche se difficilissimo da realizzare. Ma se riesce, il governo di Giuseppe Conte potrebbe ritagliarsi uno spazio importante come ponte politico fra Casa Bianca e Cremlino ma anche fra gli interessi economici delle grandi potenze (con un occhio all’Unione europea).

In questo grande gioco del gas, la penisola italiana è al centro del Mediterraneo e degli interessi del mondo verso questo mare. Una centralità che, se sfruttata, può essere un volano molto prezioso per la nostra economia ma anche per il ruolo del nostro Paese nel mondo. Ma il rischio, non troppo lontano dalla realtà, è che, se sfruttato male il ruolo, potremmo essere costretti a fare delle scelte. E quindi obbligati non solo a scegliere gli alleati, ma anche a farci dei potenti nemici.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60794

E la Spagna?

La notizia è che il 27 giugno,  il capo del governo spagnolo, il socialista Pedro Sanchez, ha incontrato il noto Georges Soros.  Alla Moncloa,  il palazzo del governo. In segreto, e tentando di negare l’incontro, dato che il portavoce del governo, ai giornalisti che chiedevano conferma, ha  diramato di “non poter confermare con chi si vede il presidente se non è previsto dall’agenda ufficiale”. Sui motivi dell’incontro si fanno ipotesi.

http://ilsapereepotere2.blogspot.com/2018/06/il-primo-ministro-spagnolo-incontra-in.html

D’altra parte, anche quando Gentiloni, allora primo ministro in carica, ricevette  Soros a palazzo Chigi  il maggio 2017 come fosse un capo di Stato,  non avemmo il  diritto di sapere di più.

Del resto le somiglianze sono molte.  Gentiloni non è  stato mai letto da nessuno; Sanchez è a capo di  un governo che gli spagnoli non hanno votato;  è lui stesso salito al successo in votazioni interne al suo partito (il PSOE)   vincendo contro la corrente che gli si oppone; quel che ha fatto è di organizzare in parlamento  una maggioranza occasionale – 180 deputati –  per votare la sfiducia al governo Rajoy, mentre  il suo partito ne ha solo 84;  ha preso il posto di Rajoy solo perché in Spagna esiste l’istituto della mozione costruttiva – bisogna indicare un primo ministro alternativo quando si sfiducia quello in carica.  Una salita al potere strana e sospetta. “I social si agitano, parlano di un golpe mondialista in Spagna”,  scrive Nicolas Bonnal, lo scrittore francese che abita a Barcellona.

Infatti  tutta la carriera di Sanchez deve pochissimo agli elettori  e molto ai circoli mondialisti. Comincia come portaborse al parlamento europeo di una eurodeputata socialista. Ma ben presto diventa braccio destro del rappresentante delle Nazioni Unite in Bosnia, Carlos Westendorp  Cabeza (un ex ministro degli Esteri).  Sono gli anni ’90, dello smantellamento della Yugoslavia. In cui Javier Solana, allora segretario della NATO e membro del PSOE, ordinava i bombardamenti  sulla Yugoslavia; illegali nei termini della Nazioni Unite, ma poteva Westendorp, anche lui del PSOE, adombrarsi? Frattanto il suo giovane braccio destro Sanchez “consigliava  imprese straniere”   che  si volevano impiantare  “per lo sviluppo” della Bosnia. Un lavoro che permette a Sanchez di avviare collaborazioni proficue (per sé) con i  dirigenti del Fondo Monetario e della Banca Mondiale.  Il risultato fu quello previsto: i  creditori internazionali dettarono la nuova costituzione della Bosnia, il debito jugoslavo diviso tra le repubbliche,  accordi di “ristrutturazione del debito” e  con “programmi di aggiustamento”  e le misure di austerità, insomma l’armamentario della ricolonizzazione, Sanchez è uno di quei socialisti  che aderiscono a quel programma ben noto ed applicato da noi dai governi “di sinistra”-.

Infatti  Sanchez si è subito schierato con la Germania  contro il governo italiano sulla questione dei migranti;   ha dichiarato subito che accetterà di riprendersi i migranti secondari; si fa benvolere dalla Merkel  (del resto lei gli ha promesso i soldi per tutti i campi chiusi, paga bene i suoi servi fedeli  che le hanno salvato il governo) , aspira a diventare il  primo della classe nell’europeismo oligarchico. E’ la vocazione delle “”sinistre” anche da noi, no?  Prime della classe nell’applicazione dei programmi di austerità, pareggi di bilanci, tagli, accoglienza, jus soli…

Ma nessuno dica che Sanchez  ha dimenticato di essere di sinistra. Lo sta provando. Con un governo di minoranza assoluta, retto da 82 deputato su 355,che dipende dagli indipendentisti baschi e català, che cosa ritiene urgente e necessario fare,  Sanchez? Una legge sull’eutanasia, che per di più neghi ai medici il diritto all’obiezione di coscienza, il suicidio assistito dei vecchi malati per sedazione totale. Seconda urgenza: togliere i resti di Francisco Franco dalla Valle del los Caidos, il grande santuario dove sono i morti della guerra civile delle due parti; e l’asportazione della grande croce che orna la Valle, perché il tutto “sia convertito in un monumento di lotta  contro il fascismo”.  Insomma un pericoloso  fanatico,  che si vuol prendere antiche vendette “repubblicane”  della sconfitta del 1939 – ma globalista ed europeista. Manca solo (vuole farlo)  la confisca dei beni ecclesiastici, commenta Bonnal,  ed  è  la caricatura rozza e dura del  neo-sinistro ormai perfezionato:  insieme servo della finanza multinazionale, LGBT come una Cirinnà al cubo, austeritario come un Padoan, pendente dalle labbra di Soros come un Gentiloni,  ma per di più  con una malvagità da reduce comunista della Guerra Civil, pronto a  fucilare suore che non esistono più, e a praticare  un anticlericalismo  feroce senza più Chiesa (i vescovi spagnoli infatti sull’eutanasia  senza diritto all’obbiezione di coscienza  non hanno  alzato nemmeno un sospiro:  veri  seguaci di Bergoglio, firmando la propria inesistenza,  e subiranno la persecuzione imminente).

Insomma, la sinistra in Europa è Soros. Ed  anche gli spagnoli sono sotto  golpe globalista, come noi sotto Monti. Reagiranno? Bonnal cita lo storico americano Stanley Payne, che è stato il maggior storico delle poca franchista: “Lo spagnolo medio si è convertito in un essere anestetizzato privo di ambizioni trascendentali”.  Frase che possiamo applicare anche a noi italiani. E ai francesi. E ai tedeschi.

L’articolo SANCHEZ, CARICATURA DELLA “SINISTRA PER SOROS” proviene da Blondet & Friends.