La via della seta risorge

Da est a ovest, la Via della Seta risorge attraversando Paesi tra Cina e Mediterraneo. Queste terre sono sempre state di fondamentale importanza nella storia globale, in un modo o nell’altro, collegando est e ovest, fungendo da melting pot in cui idee, costumi e lingue si avvinarono dall’antichità ai giorni nostri. Ci sono ovvi motivi per cui accade. Più importante sono le risorse naturali delle regioni lungo le rotte: dei Paesi del Golfo, dell’ex-Unione Sovietica, ecc. Le comprovate riserve di petrolio solo nel Mar Caspio sono quasi il doppio di quelle degli Stati Uniti. Poi c’è il bacino del Donbas sulla frontiera orientale dell’Ucraina con la Russia, a lungo nota per i giacimenti di carbone che si stima abbiano riserve estraibili per circa 10 miliardi di tonnellate. Anche questa è un’area di crescente importanza a causa della ricchezza mineraria. Le recenti valutazioni geologiche del Servizio geologico statunitense hanno suggerito la presenza di 1,4 miliardi di barili di petrolio e 2,4 miliardi di piedi cubici di gas naturale, nonché un considerevole volume stimato di gas naturale liquido. Accanto a ciò vi sono le forniture di gas naturale del Turkmenistan. Con non meno di 700 trilioni di metri cubi di gas naturale stimato sotto terra, il Paese controlla la quarta riserva del mondo. E poi vi sono le miniere dell’Uzbekistan e del Kirghizistan, il berillio, il disprosio e altre terre rare in Kazakistan vitali per la produzione di cellulari, computer portatili e batterie ricaricabili, così come uranio essenziale per l’energia nucleare e le testate nucleari. Anche la terra stessa è ricca e preziosa. Le terre nere dell’Ucraina, settimo produttore di grano al mondo, è così fertile che quasi un miliardo di dollari viene recuperato e venduto ogni anno. Nuove connessioni attraversano la spina dorsale dell’Asia, collegando questa regione a nord, sud, est e ovest, prendendo molti percorsi e forme diverse, proprio come fece per millenni.
I collegamenti e gli oleodotti sono aumentati notevolmente negli ultimi tre decenni. Treni lunghi mezzo miglio collegano la Cina alla Germania trasportando milioni di computer portatili, scarpe, vestiti, ecc. In una direzione, ed elettronica, parti di automobili e attrezzature mediche nell’altra, in un viaggio via terra che dura 16 giorni, notevolmente più veloce delle rotte marittime. Si sviluppano linee ferroviarie che attraverseranno Iran, Turchia, Balcani Siberia fino a Mosca, Berlino e Parigi e verranno costruite nuove rotte che collegheranno Pechino col Pakistan e il Kazakistan coll’India. Numerosi nuovi voli portano uomini d’affari e turisti dalla Cina in Kazakistan, Azerbaigian, Turchia, Russia, Iran, Golfo Persico, India ed Europa. Ci sono oleodotti e gasdotti che portano energia ai consumatori in Europa, India, Cina e oltre. I gasdotti esistenti e recentemente proposti collegano l’Europa alle riserve di petrolio e di gas nel centro del mondo, aumentando l’importanza politica economica e strategica non solo delle esportazioni, ma anche di quei territori attraverso cui s’intersecano le rotte. Le città sbocciano con nuovi aeroporti, resort turistici, hotel di lusso e edifici storici che spuntano in Paesi che si ritrovano con enormi somme di denaro a disposizione per indulgere in fantasie. Sono stati fondati nuovi importanti centri urbani, come la capitale Astana del Kazakistan, cresciuta dalla polvere in meno di 20 anni. Emergono anche nuovi centri di eccellenza intellettuale. Università, istituti di Confucio e organizzazioni senza scopo di lucro che promuovono la lingua e la cultura cinese vengono istituiti in ogni Paese dalla Cina al Mediterraneo. Nuovi centri per le arti appaiono come musei di Qatar, Abu Dhabi e Baku e la biblioteca di Tashkent. Stabilire quanto vecchi e utili furono i vecchi Paesi in passato può essere molto utile per il futuro ed è una delle ragioni per cui la Cina investe così tanto nel legare la Via della seta all’occidente, riaffermando un patrimonio comune di interessi commerciali e di scambi intellettuali.
Mentre il cuore del mondo prende forma, nascono anche istituzioni e organizzazioni che formalizzano le relazioni in questa regione chiave. Creata originariamente per facilitare la collaborazione politica, economica e militare tra Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e Cina, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) è sempre più influente e gradualmente diventa una valida alternativa all’Unione europea. La Turchia ha chiesto di aderirvi a pieno titolo allontanandosi dall’Europa. La Asian Investment Infrastructure Bank svolge un ruolo importante nello sviluppo delle infrastrutture. La storia viene riesaminata e rivalutata. La nuova Via della Seta è la “cintura economica della Via della Seta”. Il mondo cambia intorno a noi. Mentre si passa dall’era del dominio politico, militare ed economico occidentale che subisce pressioni, il senso d’incertezza inquieta. Mentre riflettiamo su quale sia la prossima minaccia, su come affrontare meglio l’estremismo religioso o negoziare cogli Stati che sembrano disposti a ignorare il diritto internazionale, reti e connessioni si congiungono tranquillamente nella spina dorsale dell’Asia; o meglio, vengono ripristinati. Il centro economico mondiale passai dai Paesi tra Cina e Mediterraneo. La Via della Seta risorge.

L’autore è economista e professore all’Università tecnica di Creta, Grecia. L’articolo è il suo intervento al Seminario sulla Via della Seta al Chongyang Institute for Financial Studies all’Università Renmin della Cina, 10 dicembre, Atene.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

http://aurorasito.altervista.org/?p=4141

Chi minaccia chi?

A partire dal marzo 2020 gli Stati uniti cominceranno a schierare in Italia, Germania, Belgio, Olanda (dove già sono schierate le bombe nucleari B-61), e probabilmente in altri paesi europei, la prima bomba nucleare a guida di precisione del loro arsenale, la B61-12, in funzione principalmente anti-Russia. La nuova bomba è dotata di capacità penetrante per esplodere sottoterra, così da distruggere i bunker dei centri di comando in un first strike. Come reagirebbero gli Stati uniti se la Russia schierasse bombe nucleari in Messico, a ridosso del loro territorio? Poiché l’Italia e gli altri paesi, violando il Trattato di non-proliferazione, mettono a disposizione degli Usa sia basi sia piloti e aerei per lo schieramento di armi nucleari, l’Europa sarà esposta a maggiore rischio quale prima linea del crescente confronto con la Russia.
Secondo: un nuovo sistema missilistico USA è stato installati nel 2016 in Romania, e uno analogo è in corso di realizzazione in Polonia. Lo stesso sistema missilistico è installato su quattro navi da guerra che, dislocate dalla U.S. Navy nella base spagnola di Rota, incrociano nel Mar Nero e Mar Baltico a ridosso del territorio russo.

Stoltenberg accusa invece la Russia di violare il Trattato INF, lanciando l’avvertimento «non possiamo accettare che i trattati siano violati impunemente» Nel 2014, l’amministrazione Obama ha accusato la Russia, senza portare alcuna prova, di aver sperimentato un missile da crociera (SSC-8) della categoria proibita dal Trattato, annunciando che «gli Stati uniti stanno considerando lo spiegamento in Europa di missili con base a terra», ossia l’abbandono del Trattato INF. Il piano, sostenuto dagli alleati europei della NATO è stato confermato dalla amministrazione Trump: nell’anno fiscale 2018 il Congresso ha autorizzato il finanziamento di un programma di ricerca e sviluppo di un missile da crociera lanciato da terra da piattaforma mobile su strada. Missili nucleari tipo gli euromissili, schierati dagli USA in Europa negli anni Ottanta ed eliminati dal Trattato INF, sono in grado di colpire la Russia, mentre analoghi missili nucleari schierati in Russia possono colpire l’Europa ma non gli USA. Lo stesso Stoltenberg, riferendosi agli SSC-8 che la Russia avrebbe schierato sul proprio territorio, dichiara che sono «in grado di raggiungere gran parte dell’Europa, ma non gli Stati Uniti». Così gli Stati Uniti «difendono» l’Europa.

Manlio Dinucci fonte Il manifesto

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61270

Mogherini, se ci sei batti un colpo

Quando Reagan firmò l’INF con Gorbaciov, fu la comprensione e l’impegno da parte degli Stati Uniti a non far avanzare le proprie forze armate verso la Russia “di un pollice”. In 30 anni, le forze americane hanno spinto dalla Germania fino al Mar Baltico e il Mar Nero alle porte della Russia. Washington sta cercando di arruolare l’Ucraina e la Georgia nell’alleanza NATO, e in effetti sta conducendo esercitazioni di guerra con questi due ex Stati dell’Unione Sovietica che condividono i confini con la Russia.

Se gli Stati Uniti reintroducono missili nucleari a medio raggio con tempi di volo su Mosca ridotti in pochi secondi, possiamo constatare che l’abbandono dell’INF è un grave spartiacque verso la guerra nucleare.

La via d’uscita da questo atroce dilemma non è solo il mantenimento del Trattato INF. Inoltre, dovrebbe esserci un ridimensionamento generalizzato delle forze della NATO in Europa sui fianchi occidentali, settentrionali e meridionali della Russia. Proprio in questo mese, la NATO sta attuando le sue più grandi manovre di guerra dopo la Guerra Fredda nella regione artica al confine con la Russia con 50.000 soldati, accompagnata da una raffica di voli di sorveglianza sulle coste della Russia.

La pazzia del desiderio di morte dell’America per la guerra nucleare deve finire. La classe dirigente americana non la fermerà perché la loro mentalità di desiderio di morte è talmente soffusa di arrogante cieca tracotanza e ignoranza ed è così parte integrante del funzionamento “normale” del loro complesso capitalistico-industriale militare.

La Russia mantiene la linea con le sue indubbie capacità militari e la sua prudenza diplomatica di principio. Ma è tempo che gli europei facciano un passo avanti sul terreno e che esercitino una certa influenza sugli americani.

Per cominciare, gli stati dell’UE dovrebbero dire a Trump che qualsiasi piano di reinstallazione di armi nucleari a medio raggio sul loro territorio non è ammissibile.

In secondo luogo, gli europei devono ridimensionare l’espansione della NATO verso il territorio russo.

In terzo luogo, hanno bisogno di dire a Washington che la Russia è un partner, non uno stato paria da abusare a vantaggio del militarismo americano e delle ambizioni egemoniche.

Gli europei lo faranno? I loro leader potrebbero non avere la spina dorsale, ma i cittadini europei dovranno, se vogliono impedire al loro “alleato” americano di incitare un cataclisma nucleare. L’arroganza americana sta fomentando una ribellione europea contro i propri leader criminali che desiderano far morire milioni di persone innocenti.

Fonte: Strategic Culture

Traduzione: Luciano Lago

https://www.controinformazione.info/il-desiderio-di-morte-nucleare-in-america-leuropa-deve-ribellarsi/

Avere una politica estera

Fonte: Alessio Mannino

Mamma li russi. Allarme russo. I russi alla porta. Attenzione a quei figli di Putin dei russi. E’ tutto un tremito di scandalo e timore la stampa benpensante di stamane, all’indomani della prima giornata del Forum Economico Eurasiatico di Verona. Signora mia atlantista, dove andremo a finire ospitando i rappresentanti degli interessi di Mosca, capofila il gigante del gas Rosneft, nel cuore del Nord produttivo di un’Italia pericolosamente governata da quei mostri malvagi di leghisti e grillini? Ribalteremo settant’anni di alleanza privilegiata Usa-Ue, con tutte quelle fantastiche basi a stelle e strisce disseminate qua e là, con la Nato che avanza casualmente verso i confini della Russia (la quale, secondo i nostri statisti passivo-aggressivi, dovrebbe assentire e subire con gioia e gaudio)? Il terzo del nostro debito pubblico finirà gradualmente nelle mani di ex agenti Kgb e plutocrati al guinzaglio di zar Vladimir, anziché restare in quelle, ottime e caritatevoli, di banche occidentali (francesi in primis, tedesche in secundis)? Con la triade Conte-Salvini-Di Maio al governo rischiamo di passare dalla parte dei “cattivi”, gli anti-democratici, gli illiberali, i guerrafondai eccetera eccetera eccetera? A quando le cavallette, la peste nera, il ritorno di Hitler (o di Stalin), la caduta di massa dei capelli e la perdita istantanea di libido sessuale per quei sudicioni che non talmudizzano gli editoriali di Cassese e Panebianco?

Scherzi a parte, ci sono molte ottime ragioni per cui l’Italia ha tutto il diritto e la convenienza di coltivare rapporti economici e politici con la Russia. Una é la più banale: farla finita con le sanzioni che l’Ue ha comminato all’orso russo per supportare con le armi i russofoni in Ucraina (i kosovari albanesi andavano sostenuti contro i serbi, in Donbass invece l’autodeterminazione dei popoli non vale). Una chiusura al mercato per le nostre aziende che spiega l’imbarazzato ma interessato silenzio dei nostri imprenditori, il cui motto resta quello di Vespasiano: pecunia non olet. Ma le ritrovate anime belle che mai si adontano troppo per i nostri traffici con quei puri di cuore dei sauditi e dei qatarioti, o degli egiziani o di Singapore o del Pakistan o della stessa Cina, ecco questi pii in odore di santità accusano la politica filo-russa – in realtà semplicemente più amichevole e realistica verso la Russia – di commettere alto tradimento verso i valori dell’Occidente. Se c’è una cosa su cui l’Occidente non può proprio dare lezioni di moralità a nessuno, é esattamente sulla coerenza fra i sacri princìpi (libertà, uguaglianza, fratellanza e, va da sé, democrazia) e tutte le guerre di aggressione e occupazione, le stragi di civili con bombardamenti pilotati dal Nevada, i giochi sporchi di spionaggio, il sostegno a Stati macchiatisi di crimini umanitari (Israele, solo per dire il peggiore), i maneggi, i finanziamenti e le intese con dittature e corrotti di ogni tipo. Si obietterà: così fan tutti, la politica, e specialmente la Grande Politica, é sangue e merda, e chi é senza peccato scagli la prima bomba (atomica).

Infatti. Con una differenza, però: i russi non si considerano la civiltà superiore in diritto di intervenire ovunque. Si limitano a intervenire secondo una più tradizionale ma al tempo stesso attuale visione di blocchi geopolitici, quando la loro sfera d’influenza viene minacciata. Non si ergono a gendarmi morali del mondo. In ogni caso, basterebbe rileggersi Tucidide e Machiavelli per sapere che a dominare é sempre stata e sempre sarà la potenza, più o meno mascherata e abbellita dalle vesti nobilitanti degli Ideali. Ma a parte che ciò non toglie valore a questi ultimi (il machiavellismo, a rigore, era un repubblicanesimo sul modello romano, non un immoralismo alla De Sade), e detto che in ogni caso i nostri non ci danno il diritto di misurare gli altri popoli sovrani col nostro metro (ognuno ha i suoi giudizi e pregiudizi, e si dovrebbero rispettare quelli altrui cercando di aprirsi, ma senza ingerenze), cosa c’è di male a dotarsi di una politica estera nazionale e autonoma? In attesa del godot Europa, tutti i nostri cari “fratelli” europei ne hanno una, a cominciare da Berlino e Parigi. Noi no.

Perché allora, oltre a forniture di gas e scambi manifatturieri, non guardare anche a Mosca, visto che ormai è nel Mediterraneo, da un lato tramite la Siria, dove quei pervertiti dell’Isis sono stati battuti soprattutto grazie ai russi (mica a gesù bambino), e dall’altro mediante la Libia, in cui appoggia quel figuro di Haftar, sì, con il quale tuttavia bisogna fare i conti per ristabilire prima o poi, si spera, la pace stroncando ogni residuo pericolo di focolai islamisti? E lo sanno, i banditori di valori, che Russia e Cina, la Cina che ci piace tanto perché ci si lucra tanto business, ormai fanno flick e flock, che é in progetto un collegamento ferroviario che unirà la Repubblica Popolare e il continente europeo fino in Germania, passando dai partner ex sovietici dell’Unione Economia Eurasiatica (EEU), che le due grandi potenze collaborano assieme ad altre medie potenze nella SCO (Shanghai Cooperation Organization), l’accordo sulla sicurezza che copre anche lo spettro di interessi di Iran, Pakistan, India e Afghanistan, e che dunque la Russia può rappresentare utilmente un trampolino di lancio verso Pechino, di cui finora abbiamo solo conosciuto e apprezzato sbavanti l’intraprendenza imprenditoriale, ma senza essere capaci di intavolarci una strategia geopolitica?

Persino gli Stati Uniti con Donald Trump hanno “cambiato verso”, direbbe qualcuno, nei confronti del Cremlino, anche se poi il “deep state“, l’apparato profondo di esercito, servizi segreti e burocrazia gli sta mettendo i bastoni fra le ruote in ogni modo. Noi invece, secondo gli occidentalisti di destra e di sinistra, dovremmo fare gli americani più americani degli americani, più realisti del re. Ci piaccia o no, la Russia che persegue disegni di lungo raggio (leggete qui le ultime sullo sganciamento dal dollaro, altro che putinate) non può non essere un interlocutore per l’Europa. Dovremmo ragionare da europei e da italiani, perché in un pianeta multipolare, l’Occidente come l’abbiamo conosciuto esiste sempre meno. Purtroppo é l’Unione Europea, dio Euro a parte, a non esistere proprio.

riportato integralmente da https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61127

Nord-stream2

“La Germania è totalmente controllata dalla Russia, perché tra il 60 e il 70 per cento della sua energia proviene dalla Russia e da un nuovo gasdotto”, ha detto il presidente Trump. La Germania continua a vedere Nord Stream 2 come un’impresa commerciale, anche se vuole chiarezza sul futuro ruolo dell’Ucraina come rotta di transito, ha detto il portavoce del governo tedesco Ulrike Demmer il mese scorso. Nord Stream 2 è progettato per aggirare l’Ucraina, e l’Ucraina teme che perderà i diritti di transito e farà leva sulla Russia come rotta di transito per il suo gas verso l’Europa occidentale. La Polonia, uno degli oppositori più espliciti di Nord Stream 2, insieme agli Stati Uniti, ha rilasciato una dichiarazione congiunta il mese scorso durante la visita del presidente polacco Andrzej Duda a Washington, in cui le parti hanno affermato : “Continueremo a coordinare i nostri sforzi per contrastare i progetti energetici che minacciano la nostra sicurezza reciproca, come Nord Stream 2. ”

Nord stream mappa

Gli Stati Uniti intendono vendere più gas naturale liquefatto (GNL) sul mercato europeo, compresa la Germania , per aiutare l’Europa a diversificare il proprio approvvigionamento energetico, che sta diventando sempre più dipendente dalle forniture russe. Il presidente della Federazione dell’industria tedesca (BDI), Dieter Kempf, tuttavia, ha dichiarato al quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung il mese scorso, che aveva “un grosso problema con un paese terzo che interferisce nella nostra politica energetica “, riferendosi agli Stati Uniti. L’industria tedesca ha bisogno di Nord Stream 2, e il progetto di acquistare il GNL statunitense invece non avrebbe alcun senso economico, ha detto. Il GNL USA attualmente non è competitivo sul mercato tedesco e sarebbe semplicemente troppo costoso, secondo Kempf. Il prezzo più basso del gas russo per condutture verso l’Europa è un punto chiave di vendita, e Gazprom utilizza spesso. All’inizio di questo mese, Alexey Miller, Presidente del Comitato di gestione di Gazprom, ha dichiarato in un forum del gas in Russia: “Sebbene si stia discutendo molto sui nuovi piani per le consegne di GNL, non vi è dubbio che le forniture di gasdotti dalla Russia saranno sempre più competitive ripetto alle consegne di GNL da qualsiasi altra parte del mondo. Va da sé.” Il problema con Nord Stream 2, che è già in costruzione nelle acque tedesche, è che non si tratta solo di un progetto commerciale. Molti in Europa e tutti negli Stati Uniti lo considerano uno strumento politico russo e un mezzo per rafforzare ulteriormente la presa della Russia sulle forniture di gas europee, di cui detiene già più di un terzo. Ma la Germania vuole discutere il futuro di questo progetto all’interno dell’Unione Europea, senza interferenze da parte degli Stati Uniti. Nota: Dalle discussioni incorso si rende evidente che le pressioni USA sulla Germania hanno un solo obiettivo che è quello di isolare la Russia dall’Europa. La politica di sanzioni e minacce è un espediente chiaro ed evidente per Washington di impore i propri interessi sabotando qualsiasi accordo commerciale in violazione delle regole del commercio internazionale. In pratica gli Stati Uniti stanno semplicemente premendo per vendere il proprio gas liquefatto in Europa, cercando ad ogni costo di fermare il suo concorrente, il progetto russo Nord Stream-2. Si usano vari metodi: pressione politica, diplomatica e minacce dirette per imporre sanzioni, sia contro le compagnie russe che contro quelle europee. Allo stesso tempo, il gas liquefatto americano costerà un terzo in più. Ma, secondo Washington, è meglio per gli europei è comunque meglio del gas dalla Russia. Fonte: OilPrice.com Traduzione e nota: Luciano Lago

La de-dollarizzazione

Se l’America non riesce a farsi strada sui mercati, allora le sanzioni vengono imposte per “correggere” la strada. L’approvvigionamento energetico di gas dalla Russia verso l’Europa è un classico esempio. Il gas fornito dalla Russia è commercialmente redditizio per soddisfare la domanda europea. Eppure gli Stati Uniti vogliono soppiantare quel mercato con il proprio gas più costoso, e l’unico modo per farlo è decretare le sanzioni contro la Russia e le compagnie europee. Questa non è economia di mercato. È un diktat egemonico imperialista. Esattamente quello che mina il dollaro USA nei principi del presunto capitalismo americano.

Dollari USA e Yuan cinesi

Lentamente ma sicuramente il mondo si sta allontanando dal dollaro come valuta universale. A causa dell’abuso del dollaro da parte di Washington e della sua preminenza nel settore bancario come arma politica geofinanziaria per ottenere i propri obiettivi nazionali. Putin ha detto che la politica di sanzioni statunitensi nei confronti di molti paesi e l’abuso del dollaro come valuta di riserva globale è un “errore strategico” commesso da un impero calante. Mentre sempre più paesi abbandonano il dollaro per aggirare le sanzioni statunitensi, il risultato sarà un continuo indebolimento della posizione internazionale della moneta e del sistema bancario statunitense. Un caso classico di sovraffollamento da parte di Washington che alla fine porta alla sua stessa scomparsa economica. Se la storia ci suggerisce una cosa è quella che ogni impero ha il suo giorno segnato. L’over-reach imperiale è il segno di un impero in declino.

https://www.controinformazione.info/limpero-statunitense-sulla-via-della-sua-stessa-autodistruzione/

Guardare alla Storia

di Roberto PECCHIOLI

E’ tornato il tempo della geopolitica anche per l’Italia. Se non ora, quando? Le vicende del nuovo secolo, unite agli eventi dell’ultimo scorcio del millennio trascorso, hanno mostrato che la politica, la storia, non si sono mai arrestate, ma sono mutate in maniera rapidissima e profonda. Per capirle, non farsene travolgere e possibilmente orientarle, riappare una chiave interpretativa dimenticata: la geopolitica. Scienza poco frequentata in Italia, punto di congiunzione tra storia, geografia, economia e politica con incursioni nell’etnologia e nell’antropologia culturale, studia i fattori geografico-storici e fisico-ambientali che condizionano la storia. Sorse in area germanica ad iniziativa di geografi come Friedrich Ratzel e lo svedese Rudolf Kjellen, venne poi sviluppata come efficace forma di instrumentum regni dell’impero britannico ad opera di Halford Mackinder, teorizzatore del conflitto terra-mare e padre della teoria dell’Heartland. L’heartland, o cuore della terra, nel pensiero di Mackinder è il territorio delimitato ad ovest dal Volga, a nord dall’Artico, ad est dal corso del cinese Fiume Azzurro e a sud dall’Himalaya. Chi controlla quella porzione di terre emerse è di fatto padrone del pianeta. La teoria è stata poi integrata in area americana dal concetto di Rimland, l’immensa fascia costiera che circonda l’Eurasia.

Un uomo politico quasi dimenticato, Beppe Niccolai, esortava gli italiani a non ragionare di politica con le categorie della sociologia, delle ideologie o dell’etica corrente, ma a pensare in termini di storia. L’Italia dopo il 1945 ha pressoché dimenticato la storia, dunque la politica e la geopolitica. Ogni politica è innanzitutto politica estera, ma la nazione italiana e lo Stato, dopo la sconfitta militare, hanno rinunciato ad esercitare un ruolo qualsiasi. Ci siamo rifugiati in una sorta di ritorno all’ infanzia, un popolo regredito a Peter Pan collettivo bisognoso di tutela, protezione, felice di tornare colonia o provincia straniera, come nelle più infelici stagioni della sua storia.

Una lezione trascurata, quella di Niccolai, che torna di attualità nella confusione del presente, caratterizzato da fenomeni come la globalizzazione, le grandi migrazioni sull’asse Sud Nord, il predominio dell’economia e della finanza, il potere delle organizzazioni transnazionali, l’immensa capacità di controllo, indirizzo e formazione delle coscienze delle nuove tecnologie informatiche, elettroniche e della comunicazione.

In un quadro siffatto occorre una bussola, che la geopolitica individua nell’interesse permanente delle nazioni legato all’area geografica che occupano, allo sviluppo economico, ai soggetti vicini, alle emergenze storiche e culturali. L’Italia ha smarrito la bussola, inverando il grido di dolore di Dante Alighieri, il vero padre della nostra Patria: “ahi, serva Italia di dolore ostello/ nave sanza nocchiero in gran tempesta/ non donna di province, ma bordello“. Nazione a sovranità limitata con oltre cento basi straniere sul territorio, paese occupato, diviso per mezzo secolo tra filo americani e filo sovietici, poi sollevata alla prospettiva di dissolversi nell’ Europa dei mercanti.

La storia ci parla di continue dispute intestine a tutto vantaggio degli stranieri di turno, spesso invocati sul nostro territorio da una o più parti in causa, all’ombra del potere papalino avversario dell’unità nazionale. Il dopoguerra ci ha consegnato all’egemonia di due culture antinazionali, quella comunista e quella clericale, il cui unico avversario di rango animato da sentimenti di orgoglio italiano fu non un movimento, ma un uomo, Bettino Craxi, la cui disgrazia originò allorché nel 1987 si oppose agli americani a Sigonella.

Non c’è più tempo, tuttavia, per recriminazioni o indagini retrospettive sul passato; rischiano di trasformarsi in autopsie su un corpo morto. Prendiamo il caso della questione libica, le cui ripercussioni sulla crisi migratoria e sulla politica energetica sono evidenti. L’Italia, forte della vicinanza geografica e storica con quella che fu la “quarta sponda”, parteggia per la fazione capeggiata da Serraj. La Francia, maggiore responsabile del folle attacco contro Gheddafi per motivi di politica energetica e di consolidati interessi in Africa, sostiene le milizie di Haftar. La prima riflessione è che l’Europa non esiste, se due grandi nazioni alleate da 70 anni, entrambe fondatrici delle istituzioni europee, sono contrapposte in maniera tanto plateale nel decisivo scenario africano.

La seconda è che, nonostante l’Unione Europea, o magari a causa di ciò che essa è diventata, alcuni Stati (Francia e Germania innanzitutto, ma la Gran Bretagna in uscita non si comporta diversamente) continuano a svolgere politiche autonome, perseguendo interessi ed obiettivi in contrasto con altri paesi membri e con l’Unione nel suo complesso. Segno che pensano in termini nazionali e geopolitici. I tedeschi, assorbita dal punto di vista economico la disfatta bellica e recuperato (parte) del territorio perduto nel 1945, agiscono in termini di lebensraum, spazio vitale, la dottrina di Klaus Haushofer. Nell’impossibilità di conquiste territoriali, la Germania ha recuperato sotto forma di influenza economica e finanziaria sull’Europa centro orientale un’egemonia sconfitta due volte dalle armi.

estratto da https://www.maurizioblondet.it/libia-tornare-alla-geopolitica/