E la Spagna?

La notizia è che il 27 giugno,  il capo del governo spagnolo, il socialista Pedro Sanchez, ha incontrato il noto Georges Soros.  Alla Moncloa,  il palazzo del governo. In segreto, e tentando di negare l’incontro, dato che il portavoce del governo, ai giornalisti che chiedevano conferma, ha  diramato di “non poter confermare con chi si vede il presidente se non è previsto dall’agenda ufficiale”. Sui motivi dell’incontro si fanno ipotesi.

http://ilsapereepotere2.blogspot.com/2018/06/il-primo-ministro-spagnolo-incontra-in.html

D’altra parte, anche quando Gentiloni, allora primo ministro in carica, ricevette  Soros a palazzo Chigi  il maggio 2017 come fosse un capo di Stato,  non avemmo il  diritto di sapere di più.

Del resto le somiglianze sono molte.  Gentiloni non è  stato mai letto da nessuno; Sanchez è a capo di  un governo che gli spagnoli non hanno votato;  è lui stesso salito al successo in votazioni interne al suo partito (il PSOE)   vincendo contro la corrente che gli si oppone; quel che ha fatto è di organizzare in parlamento  una maggioranza occasionale – 180 deputati –  per votare la sfiducia al governo Rajoy, mentre  il suo partito ne ha solo 84;  ha preso il posto di Rajoy solo perché in Spagna esiste l’istituto della mozione costruttiva – bisogna indicare un primo ministro alternativo quando si sfiducia quello in carica.  Una salita al potere strana e sospetta. “I social si agitano, parlano di un golpe mondialista in Spagna”,  scrive Nicolas Bonnal, lo scrittore francese che abita a Barcellona.

Infatti  tutta la carriera di Sanchez deve pochissimo agli elettori  e molto ai circoli mondialisti. Comincia come portaborse al parlamento europeo di una eurodeputata socialista. Ma ben presto diventa braccio destro del rappresentante delle Nazioni Unite in Bosnia, Carlos Westendorp  Cabeza (un ex ministro degli Esteri).  Sono gli anni ’90, dello smantellamento della Yugoslavia. In cui Javier Solana, allora segretario della NATO e membro del PSOE, ordinava i bombardamenti  sulla Yugoslavia; illegali nei termini della Nazioni Unite, ma poteva Westendorp, anche lui del PSOE, adombrarsi? Frattanto il suo giovane braccio destro Sanchez “consigliava  imprese straniere”   che  si volevano impiantare  “per lo sviluppo” della Bosnia. Un lavoro che permette a Sanchez di avviare collaborazioni proficue (per sé) con i  dirigenti del Fondo Monetario e della Banca Mondiale.  Il risultato fu quello previsto: i  creditori internazionali dettarono la nuova costituzione della Bosnia, il debito jugoslavo diviso tra le repubbliche,  accordi di “ristrutturazione del debito” e  con “programmi di aggiustamento”  e le misure di austerità, insomma l’armamentario della ricolonizzazione, Sanchez è uno di quei socialisti  che aderiscono a quel programma ben noto ed applicato da noi dai governi “di sinistra”-.

Infatti  Sanchez si è subito schierato con la Germania  contro il governo italiano sulla questione dei migranti;   ha dichiarato subito che accetterà di riprendersi i migranti secondari; si fa benvolere dalla Merkel  (del resto lei gli ha promesso i soldi per tutti i campi chiusi, paga bene i suoi servi fedeli  che le hanno salvato il governo) , aspira a diventare il  primo della classe nell’europeismo oligarchico. E’ la vocazione delle “”sinistre” anche da noi, no?  Prime della classe nell’applicazione dei programmi di austerità, pareggi di bilanci, tagli, accoglienza, jus soli…

Ma nessuno dica che Sanchez  ha dimenticato di essere di sinistra. Lo sta provando. Con un governo di minoranza assoluta, retto da 82 deputato su 355,che dipende dagli indipendentisti baschi e català, che cosa ritiene urgente e necessario fare,  Sanchez? Una legge sull’eutanasia, che per di più neghi ai medici il diritto all’obiezione di coscienza, il suicidio assistito dei vecchi malati per sedazione totale. Seconda urgenza: togliere i resti di Francisco Franco dalla Valle del los Caidos, il grande santuario dove sono i morti della guerra civile delle due parti; e l’asportazione della grande croce che orna la Valle, perché il tutto “sia convertito in un monumento di lotta  contro il fascismo”.  Insomma un pericoloso  fanatico,  che si vuol prendere antiche vendette “repubblicane”  della sconfitta del 1939 – ma globalista ed europeista. Manca solo (vuole farlo)  la confisca dei beni ecclesiastici, commenta Bonnal,  ed  è  la caricatura rozza e dura del  neo-sinistro ormai perfezionato:  insieme servo della finanza multinazionale, LGBT come una Cirinnà al cubo, austeritario come un Padoan, pendente dalle labbra di Soros come un Gentiloni,  ma per di più  con una malvagità da reduce comunista della Guerra Civil, pronto a  fucilare suore che non esistono più, e a praticare  un anticlericalismo  feroce senza più Chiesa (i vescovi spagnoli infatti sull’eutanasia  senza diritto all’obbiezione di coscienza  non hanno  alzato nemmeno un sospiro:  veri  seguaci di Bergoglio, firmando la propria inesistenza,  e subiranno la persecuzione imminente).

Insomma, la sinistra in Europa è Soros. Ed  anche gli spagnoli sono sotto  golpe globalista, come noi sotto Monti. Reagiranno? Bonnal cita lo storico americano Stanley Payne, che è stato il maggior storico delle poca franchista: “Lo spagnolo medio si è convertito in un essere anestetizzato privo di ambizioni trascendentali”.  Frase che possiamo applicare anche a noi italiani. E ai francesi. E ai tedeschi.

L’articolo SANCHEZ, CARICATURA DELLA “SINISTRA PER SOROS” proviene da Blondet & Friends.

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Grecia e Italia

Grigoriou Panagiotis (antropologo, sociologo, economista, giornalista, autore di Asimmetrie sulla vicenda UE-Grecia) Posso solo dirti che il governo Tsipras ha ceduto controllo e sovranità del Paese, compresi i beni pubblici, ai creditori, titolari di un debito sistematicamente creato da dominanti esterni e complici interni. E questo per 99 anni. Si è perso il 40% dell’industria, il 40% del commercio, il 30% del turismo, tutti i porti, tutti gli aeroporti. Il 30% dei greci sono esclusi dalla sanità pubblica e al 30% è anche la disoccupazione reale. Per un po’ si è ricevuta un’indennità di 450 euro, poi più niente. Tutto questo si chiama effetto Europa, effetto euro. L’ingresso della Grecia nell’UE e nell’euro ha comportato il progressivo smantellamento della nostra economia produttrice. Importiamo addirittura gran parte dei nostri viveri. E’ una condizione di totale dipendenza. Non c’è patria, non c’è autodeterminazione e, ora con il vicino slavo titolato “Macedonia del Nord”, non ci sono più neppure gli spazi e confini della nazione greca. Un processo che interessava a UE e NATO che ora possono incorporare anche Skopje.

F.G. Come e più dell’Italia questo massacro sociale ed economico è stata aggravato dall’afflusso di decine di migliaia di migranti da Siria e altri Paesi.
G.P. Un gravame terribile, insostenibile e sicuramente non innocente da parte della Turchia e di coloro che hanno messo queste persone in condizione di dover fuggire. E’ sconcertante come a questi profughi sia garantita, giustamente, un minimo di copertura sociale, mentre a milioni di Greci è stata tolta. Le ONG straniere sollecitano l’immigrazione, per esempio affittando abitazioni a basso prezzo e riempiendole di migranti, cui pagano anche elettricità, gas e acqua. Migliaia di Greci rimangono senza casa e senza niente.

F.G. Stavo filmando un gruppo di persone dell’OIM (Organizzazione Internazionale Migranti), un organismo a metà tra ONU e privati. Non gradivano essere ripresi. Poi mi è piombato addosso un arcigno poliziotto che mi ha intimato di cancellare quelle riprese, se no mi avrebbe addirittura arrestato. Cosa significa tutto questo?
G.P. Non appena si affrontano queste cose si viene accusati di razzismo. Qui abbiamo una strategia contro certi Paesi del Sud. Da un lato la gente viene indotta a lasciare casa sua dalla violenza o dalla miseria importate a forza; dall’altro, chi li riceve non deve sentirsi più padrone a casa sua. Tanto meno, in quanto forze ed enti esterni assumono il controllo della tua economia nazionale. E qui, a difenderla, sei tacciato di nazionalismo. I Greci pensano a ragione di aver perduto la loro sovranità. E’ come essere sotto occupazione. Di nuovo un’occupazione tedesca. Pensa che in tutti i settori dello Stato ci sono dei controllori della Troika! Ricevono i ministri all’Hotel Hilton. Della Costituzione non c’è più traccia e neppure i diritti fondamentali del lavoro sanciti dall’UE sono rispettati.

F.G. Perché si impedisce di filmare migranti e chi se ne occupa? Cosa si vuole nascondere?
G.P. Il fatto è che altri decidono sulle sorti del tuo Paese e che devi fare o non fare quello che vogliono loro. Sempre di più la vicenda dei migranti, come in Italia, diventa un segreto. Un segreto delle ONG e dei loro finanziamenti occulti o, comunque, finalizzati a fargli assumere un ruolo che non è il loro e che sottrae prerogative allo Stato nazionale, uno Stato che non è più padrone delle proprie frontiere, del proprio territorio, delle persone che vuole o può accogliere. Tutte queste decisioni sono prese altrove, con le ONG che gestiscono un fenomeno, in effetti nella piena illegalità, dato che non esiste un quadro giuridico entro il quale farle agire. A cosa ti fa pensare un Paese mandato in default dall’Europa e a cui l’Europa, Dublino, impongono di ricevere e tenersi decine di migliaia di migranti che ne sono la rovina definitiva? Dobbiamo integrare chi non lo vorrebbe quando dalla nostra comunità nazionale, costituzionale, espelliamo tre quarti dei Greci? A cosa ti fa pensare un Paese mandato in default dall’Europa e a cui l’Europa, Dublino, impongono di ricevere e tenersi decine di migliaia di migranti che ne sono la rovina definitiva?

F.G. All’Italia.

Fonte https://byebyeunclesam.wordpress.com/2018/06/23/per-uneuropa-della-liberta-e-della-capacita-sovrana-dei-popoli-di-autogovernarsi/

Spazzati via

Il vertice della NATO di luglio si concentrerà sulla “minaccia della Russia”. La straordinaria scala di esercitazioni militari condotte così intensamente con scenari che includono l’introduzione di rinforzi per avanzare, non prendere posizioni difensive, la creazione di infrastrutture alla porta della Russia e la preparazione della base logistica per fornire operazioni offensive saranno descritte come il minimo che il blocco possa fai fronte al nemico superiore. Indurre la Russia a prendere provvedimenti che non prenderebbe altrimenti è il modo sicuro per riportare l’Europa ai giorni della Guerra Fredda. La NATO avrebbe potuto scegliere un approccio diverso per risolvere i problemi alla tavola rotonda, ma non lo fece. Il trattato di sicurezza europea (2009) e l’ accordo sui principi di base che reggono gli Stati membri del Consiglio NATO-Russia nella sfera della sicurezza (2009) proposti dalla Russia sono stati respinti a priori senza alcun tentativo di negoziare seriamente le proposte. L’ iniziativa tedesca del 2016 di avviare i colloqui su un nuovo accordo di sicurezza europeo è stata accolta per essere spazzata sotto il tappeto in seguito. La riunione del NRC del 31 maggio è stata dedicata più al caso Skripal che alle questioni di sicurezza e di controllo degli armamenti europee. In realtà, la NATO non ha alzato un dito per dissipare le tensioni. Al contrario, sta rapidamente aumentando il ritmo delle attività militari vicino alla Russia su scala senza precedenti, minando qualsiasi cosa rimanga della sicurezza europea. L’alleanza ha fatto la sua scelta, dando la preferenza alla politica delle provocazioni. Tutti i paesi facenti parte dell’Alleanza sono coinvolti. L’Italia, per parte sua, partecipa con un suo contingente di truppe schierato in Lettonia oltre ad aver inviato personale e mezzi dell’aeronautica militare negli aeroporti sul Baltico, mentre alcune unità della marina a rotazione sono entrate nel Mar Nero per imprecisate missioni di sorveglianza ed intercettazioni radar. Mancherebbe da aggiungere a questo scenario i preparativi che la NATO sta attuando in vista del prossimo attacco all’Iran, cosa ormai certa salvo definire la sola la data (alcuni prevedono entro l’autunno), attacco in cui saranno coinvolte in primo piano forze della NATO che partiranno dalle basi nel Sud Europa (Italia e Grecia ). Non per caso Israele sta partecipando alle ultime esercitazioni NATO nell’est Europa. Si prepara quindi lo scenario di un prossimo conflitto le cui conseguenze sono attualmente incalcolabili.

https://www.controinformazione.info/la-nato-prepara-una-forza-di-attacco-sui-confini-della-russia/

Storia della Libia

La Libia esiste solo da 67 anni. Con la caduta del fascismo e la fine della seconda guerra mondiale, la colonia italiana fu occupata dai britannici (in Tripolitania e in Cirenaica) e dai francesi (nel Fezzan, che divisero e, amministrativamente, annetterono alle colonie d’Algeria e Tunisia). Londra favorì l’instaurazione di una monarchia controllata dall’Arabia Saudita, la dinastia dei Senussi, che regnò dall’indipendenza del Paese, nel 1951. La monarchia, di religione wahabita, mantenne il nuovo Stato in un oscurantismo totale, favorendo gli interessi economici e militari degli anglosassoni. La monarchia fu rovesciata nel 1969 da un gruppo di ufficiali che proclamò l’indipendenza autentica del Paese e mise alla porta le potenze straniere. Sul piano politico interno, nel 1975 Muhammar Gheddafi stilò un programma, il Libro Verde, con cui s’impegnò a soddisfare le principali aspirazioni delle popolazioni del deserto. Per esempio, mentre tutti i beduini desideravano possedere una propria tenda e un proprio cammello, Gheddafi promise a ogni famiglia un appartamento gratuito e un’auto. La Jamahiriya Araba Libica garantì anche acqua [7], educazione e sanità gratuite [8]. Progressivamente, la popolazione nomade del deserto si sedentarizzò lungo la costa, ma i legami delle famiglie con le tribù d’origine si mantennero più saldi delle relazioni di vicinato. Furono create istituzioni a livello nazionale, ispirate alle esperienze dei falansteri dei socialisti utopici del XIX secolo, e fu instaurata una democrazia diretta, pur mantenendo le antiche strutture tribali. Le decisioni importanti erano dapprima presentate all’Assemblea Consultiva delle tribù e, successivamente, deliberate dal Congresso Generale del Popolo (parlamento nazionale). Sul piano internazionale, Gheddafi si dedicò alla risoluzione dei conflitti secolari tra gli africani, arabi e neri. Mise fine alla schiavitù e utilizzò una parte consistente delle entrate petrolifere per sostenere lo sviluppo dei Paesi sub-sahariani, soprattutto del Mali. Le iniziative di Gheddafi scrollarono gli occidentali che perciò avviarono politiche di aiuto allo sviluppo del continente. Tuttavia, malgrado i progressi, trent’anni di Jamahiriya non bastarono a trasformare questa sorta di Arabia Saudita africana in una società laica moderna.

Resistenza libica

Il problema odierno Distruggendo il regime di Gheddafi e facendo sventolare di nuovo la bandiera dei Senussi, l’ONU ha fatto retrocedere il Paese alla situazione antecedente il 1969: un coacervo di tribù che vivono nel deserto, tagliate fuori dal mondo. La Sharia, il razzismo, la schiavitù sono ricomparsi. In simili condizioni è vano cercare di ristabilire l’ordine dall’alto. È invece indispensabile, innanzitutto, rendere pacifiche le relazioni tribali. Si potranno prevedere istituzioni democratiche solo dopo aver compiuto quest’operazione. Fino a quel momento, la sicurezza di ciascuno sarà garantita solo dall’appartenenza a una tribù. Per sopravvivere, i libici impediranno a loro stessi di pensare autonomamente e faranno sempre riferimento alla posizione del proprio gruppo. L’esempio della repressione degli abitanti di Misurata contro quelli di Tawarga è esemplare. I misurata sono discendenti di soldati turchi dell’esercito ottomano, mentre i tawarga discendono da schiavi neri. Coalizzati con la Turchia, i misurata hanno partecipato al rovesciamento della Jamahiriya. Dopo che la bandiera dei Senussi è stata di nuovo imposta, i misurata si sono scatenati, con furore razzista, contro i neri. Li hanno accusati di ogni sorta di crimini e ne hanno costretti 30.000 a fuggire. Indubbiamente sarà difficile far emergere una personalità della statura di Gheddafi, che possa essere innanzitutto riconosciuta dalle tribù e, successivamente, dal popolo. Del resto non è questa la soluzione che sta cercando Feltman. Contraddicendo le dichiarazioni ufficiali che parlano di soluzione «inclusiva», ossia che includa tutte le componenti della società libica, Feltman, attraverso gli jihadisti – con cui, quando era al Dipartimento di Stato, aveva collaborato per combattere Gheddafi – ha imposto una legge che vieta ogni funzione pubblica alle persone che hanno servito la Guida. La Camera dei Rappresentanti si è rifiutata di applicare questa disposizione, tutt’ora in vigore a Tripoli. Questo dispositivo è simile a quello della debaasificazione che lo stesso Feltman impose all’Iraq, all’epoca in cui era uno dei dirigenti dell’Autorità Provvisoria della Coalizione. In entrambi i casi, simili leggi sono utili per privare le istituzioni statali della maggior parte delle élite politiche, spronandole alla violenza o all’esilio. È evidente come Feltman continui a perseguire gli obiettivi del piano Cebrowski, pur avendo la pretesa di lavorare per la pace. Diversamente da quel che sembra, il problema della Libia non è la rivalità tra i leader, bensì l’assenza di pacificazione tra le tribù e l’esclusione di chi sostenne Gheddafi. La soluzione non può essere negoziata da quattro leader riuniti a Parigi, ma unicamente in seno e intorno alla Camera dei Rappresentanti di Tobruk, la cui autorità si estende ora sull’80% del territorio. Thierry Meyssan Traduzione Rachele Marmetti -Il Cronista Fonte: Voltairenet

Serbia

Entro poche ore posso Inviare una  Forza di Intervento rapido  per difendere I Serbi nel Kosovo. MOSCA, Russia – I rapidi sviluppi derivano dalla comunicazione telefonica fra Putin e il premier serbo Aleksandar  Vucic, dopo gli episodi di violenza avvenuti a Nord Mitrovica / Kosovo. “Non dubitate che invierò forze immediate se necessario. Non lascerò senza difesa il mio partner e alleato più importante in Europa “, ha sottolineato il presidente russo nella sua controparte serba e ora stiamo andando verso nuove avventure nella regione. Le notizie fanno il giro della Serbia Non a caso, i combattenti serbi “fischiano” continuamente alle orecchie dei capi albanesi a Presevo per il secondo giorno consecutivo Secondo i media serbi, il presidente russo Vladimir Putin, nella nuova comunicazione telefonica con il presidente serbo, avrebbe detto: “Nell’eventuale tentativo, da parte delle forze speciali albanesi, di occupare la parte settentrionale del Kosovo o di un nuovo pogrom contro i serbi, la Russia invierà immediatamente un significativo contingente militare”. Questo si traduce nell’invio di una brigata aerotrasportata russa con tutti i mezzi, che secondo la risoluzione ONU 1244 è perfettamente fattibile, perché la Russia è semplicemente una parte garante della “sicurezza” dell’ex provincia jugoslava. “La Federazione Russa è pienamente impegnata nei confronti dei serbi del Kosovo con tutti i mezzi per difenderli da un possibile attacco”, ha detto Putin.

Nel caso in cui  dovesse iniziare un nuovo pogrom contro i serbi nella provincia, con operazioni di polizia albanese finalizzate a occupare la parte settentrionale del Kosovo, Mosca invierà immediatamente un’assistenza militare significativa “, ha detto il Cremlino. Questo è stato uno dei messaggi chiave che Vladimir Putin aveva pronunciato ieri in una conversazione telefonica con il suo omologo serbo Aleksandar Vucic. Il presidente Putin ha ufficialmente designato la Serbia come “il partner e alleato più importante in Europa”, secondo fonti del Cremlino, e Belgrado conta sul massimo supporto e protezione da parte della Russia. Recentemente Putin ha dato mandato ai suoi generali e ad altri esperti militari di sviluppare un piano di intervento militare che aiuterebbe la Serbia in un possibile “impegno” contro la NATO e l’Occidente. Questi piani prevedono che i combattenti aereotrasportati e i convogli russi possano volare in territorio serbo entro e non oltre due ore con una missione chiave nel Nord Kosovo per agire in modo da proteggere i serbi ei loro interessi nazionali. C’è anche un piano dettagliato per il trasferimento di alcune forze speciali russe (Spetsnaz) in Serbia. Si stima che entro 24 ore ci saranno centinaia di commando russi in Serbia, cioè in Kosovo. Fonte: Fort RussTraduzione: Luciano Lago

La Russia nel riassetto geostrategico

Da parte sua, la Russia mantiene una politica estera considerata “intelligente” da diversi analisti e ha superato la crisi causata dal rallentamento economico, dalle sanzioni occidentali e dalla caduta dei prezzi del petrolio. La sua strategia è diretta a creare l’Unione economica eurasiatica che riunisce Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Armenia con l’intento di costituire un unico mercato comune per la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone e, inoltre, un’area con una politica di migrazione, istruzione e persino informazione. Dopo l’adesione della Crimea, la guerra nell’Ucraina orientale e l’impegno in Siria, il Cremlino persegue obiettivi molteplici di stabilità interna e presenza internazionale stabilizzando i rapporti con la Turchia, permettendole di consolidare l’influenza con la vittoria sui gruppi terroristici in Siria. La Russia ha riorientato le alleanze geopolitiche dopo che gli Stati Uniti hanno progettato e sostenuto il rovesciamento del governo ucraino di Viktor Janukovich e installato un regime di destra tentando di rafforzarne l’accerchiamento. Washington e le sue agenzie hanno speso 5 miliardi di dollari finanziando i “programmi per la diffusione dei valori e la formazione politica” in Ucraina, fomentando una rivoluzione arancione occupando piazza Maidan con l’intero processo delle ben note tensioni che hanno portato alle sanzioni imposte a Mosca, assieme all’Europa. Uno degli obiettivi della politica estera nel novembre 2016 era rafforzare la posizione della Russia come Paese predominante nel mondo moderno e a recuperarne l’influenza nella stabilità e sicurezza del sistema democratico mondiale. Qui, tra l’altro, vi sono alcune direzioni specifiche:
– Lotta contro la pressione politica ed economica di Stati Uniti ed alleati, che porta alla destabilizzazione globale.
– Continuare il lavoro congiunto con l’Unione europea (UE) che rimane per la Russia un importante partner politico ed economico.
– Mantenere l’obiettivo di stabilizzare la situazione in Medio Oriente e Africa del Nord.
– Opporsi ai tentativi d’interferire negli affari interni della Russia per averne un cambio incostituzionali del potere.
– Utilizzare le nuove tecnologie per rafforzare la posizione dei media russi e aumentare la sicurezza informatica del Paese.
– Considerare il piano per costruire un sistema di difesa aerea statunitense come minaccia per la sicurezza nazionale, dando alla Russia il diritto di adottare le necessarie risposte.
– Considerare come intollerabile ogni tentativo di pressione dagli Stati Uniti e reagire con forza ad ogni azione ostile.
– Costruire rapporti reciprocamente vantaggiosi con gli Stati Uniti.
– Rafforzare i legami della Russia con America Latina e Caraibi.
A causa delle sanzioni occidentali, che hanno ridotto l’accesso delle imprese russe a tecnologia, investimenti e credito occidentali, nonché la diminuzione del prezzo del petrolio, avviava il processo d’integrazione economica ed allineamento politico in contrappeso all’UE, creando lo spazio economico da San Pietroburgo a Shanghai.

estratto da https://aurorasito.wordpress.com/2017/10/31/russia-e-cina-sventano-lopzione-militare-degli-usa-contro-il-venezuela/

Indipendente però…

Il piano statunitense per creare una frattura tra Iraq e Iran falliva solo un paio di giorni il lancio da Riyadh, il 22 ottobre, da parte del segretario di Stato USA Rex Tillerson. Washington ha cercato di rilanciare l’Arabia Saudita in contrappeso all’Iran nel teatro iracheno, basandosi sulla presunzione che l’accordo di Riyad per concedere finanziamenti per la “ricostruzione” dell’Iraq post-SIIL fosse irresistibile per Baghdad. Washington immaginava che il Primo ministro iracheno Haydar al-Abadi cercasse di respingere Teheran, poiché la dipendenza dal sostegno militare iraniano ne sminuisce la vittoria sullo SIIL. Tillerson si recava Riyad nel fine settimana per presenziare quale ospite speciale alla riunione inaugurale del cosiddetto Consiglio di coordinamento Arabia Saudita-Iraq. Le cose sembravano andare bene e le osservazioni di Tillerson sui media erano ottimistiche. In una conferenza stampa a Riyadh affermò che la larghezza saudita “rafforzerà l’Iraq come Paese indipendente e integro… (e) questo sarà contrario alle influenze improduttive dell’Iran in Iraq“. Tillerson poi giunse al punto: “Certamente, le milizie iraniane in Iraq, ora che i combattimenti contro lo SIIL vanno concludendosi, devono tornare a casa. Ogni combattente straniero in Iraq deve tornare a casa e permettere al popolo iracheno di controllare le aree occupate dallo SIIL e liberate, consentendogli di ricostruire la propria vita con l’aiuto dei vicini. E ritengo che questo accordo tra Regno dell’Arabia Saudita e Iraq sia cruciale per aiutare il popolo iracheno”. Il riferimento era ai gruppi sciiti finanziati, addestrati e guidati dal Corpo della Guardia Rivoluzionaria iraniana e che hanno sopportato il peso della lotta contro lo SIIL negli ultimi anni. Washington è particolarmente ossessionata dal ruolo dei gruppi paramilitari sciiti che hanno liberato recentemente Qirquq dai pishmirga curdi alleati degli Stati Uniti. (Vedasi La campane di Qirquq suonano anche per la strategia degli Stati Uniti in Siria). Evidentemente, Tillerson è andato oltre. Il punto è che questi gruppi sciiti, conosciuti collettivamente come Forze di mobilitazione popolare, con decine di migliaia di effettivi, faranno probabilmente parte delle Forze Armate irachene. L’ufficio di Abadi a Baghdad ha subito rimproverato che, “Nessuno ha il diritto d’interferire nelle questioni irachene“, e definiva i paramilitari sciiti “patrioti”. Il giorno dopo, quando Tillerson si presentò a Baghdad per incontrare Abadi, questi fu abbastanza esplicito dichiarando che le Forze di mobilitazione popolare sono “parte delle istituzioni irachene” e sono “la speranza del Paese e della regione“. (Reuters) Poi, in un’intervista alla stampa statunitense, Abadi ribadiva: “Vorremmo lavorare con gli Stati Uniti… Ma per favore non portate i vostri problemi in Iraq. Potete farlo altrove“. Abadi quindi suggeriva il ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq, affermando che il potere aereo statunitense non è più necessario e il requisito iracheno sarà d’ora in poi la condivisione delle informazioni e l’addestramento delle forze irachene.

https://aurorasito.wordpress.com/2017/10/26/il-tentativo-degli-usa-di-dividere-iraq-e-iran-fallisce/