GAFA

La parola chiave del liberismo è concorrenza. Corre l’obbligo di competere per ogni cosa, in alto e in basso. Si invera l’apologo africano del leone e della gazzella: entrambi si svegliano e prendono a correre, per motivi opposti. Tutti contro tutti, prede e predatori, lupi ed agnelli, la vita come gara e campo di battaglia. L’esperienza ci insegna che l’antagonismo è per noi, trasformati in nemici reciproci, il monopolio è per lorsignori. E’ il contrario del liberalismo, che ha perso due lettere e ha gettato la maschera: liberismo sive monopolio. Secondo un maestro del pensiero economico liberale, Friedrich Von Hajek, il mercato, per essere tale, deve essere aperto. Tutto il contrario della realtà. L’ economista austriaco pronunciò una sentenza nei confronti del collettivismo che oggi possiamo applicare al liberismo monopolista: chi possiede tutti i mezzi, determina tutti i fini. I due monopoli più potenti sono quello finanziario, la creazione e gestione della moneta attraverso l’arma del debito, e quello tecnologico, che ha invaso rapidamente tutti gli ambiti economici, culturali, di costume, assumendo il controllo capillare delle nostre vite. I super giganti sono essenzialmente quattro, Google, Amazon, Facebook, Apple, tutti americani, uniti nell’acronimo GAFA. Nel prossimo futuro è probabile si aggiunga un altro temibile attore globale, il cinese Huawei, in possesso della decisiva tecnologia di telecomunicazioni ad altissima velocità 5G. Intaccare la potenza del monopolio globale da essi esercitato è l’impresa più complessa dei prossimi anni, resa ancor più ardua dal legame inestricabile con il deep State, ovvero agenzie riservate e struttura militare degli Stati Uniti.
Siamo precipitati nel monopolio radicale descritto da Ivan Illich, che non ebbe il tempo di conoscere del tutto il monopolio fintech che penetra nella vita intima e colonizza le coscienze: “Con questo termine io intendo non il dominio di una marca ma la necessità industrialmente creata di servirsi di un tipo di prodotto. Si ha il monopolio radicale quando un processo di produzione esercita un controllo esclusivo sul soddisfacimento di un bisogno pressante, escludendo la possibilità di ricorrere, a tal fine, ad altre attività non industriali.” Un discorso che trova la sua declinazione in tutte le branche dell’industrializzazione e tecnicizzazione, in particolare a quella dei servizi. Si può rinunciare all’iPhone, non si può rinunciare ad essere reperibili, si può evitare l’automobile, ma la mobilità è un obbligo quotidiano quanto la connessione alla grande rete. Aggiungeva il prete di Cuernavaca “quando il monopolio radicale viene scoperto, in genere è troppo tardi per liberarsene”. Proprietari di fatto delle nostre esistenze, è nelle loro mani la libertà individuale e collettiva.

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/gafa-il-monopolio-radicale

Più Stato e meno Mercato!

A farla breve:   il Pentagono scopre che, riducendosi a comprare sul mercato  globale ciò che gli serve, può finire per  dipendere da un nemico  per completare il suo armamento.

E’ il bello del mercato globale, ragazzi. E’ l’ideologia della “interdipendenza”, del  “vantaggio competitivo”; del comprare le merci al prezzo più basso perché è conveniente e concorrenziale, che ha de-industrializzato l’Occidente.   E indebolisce la forza armata.  Così  si constata che uno Stato potente deve mantenere lavorazioni ed eccellenze tecnologiche sottratte al mercato e alla concorrenza, insomma una dose di autarchia  delle industrie di punta militari  – che risponde alle necessità della sicurezza, non a quelle della convenienza del prezzo.  La logica del mercato globale fa’ arretrare tecnologicamente, in fondo, anche la civiltà, del paese che l’adotta con  rigore ideologico.

Il rapporto del Pentagono  è importante per il mutamento di ideologia che contiene:  afferma esplicitamente il primato delle necessità strategiche sull’economicismo liberista. E’ un contributo alla deglobalizzazione.
Adesso  il Presidente Trump sostiene che “una base industriale […] sana è un elemento critico del potere degli Stati Uniti”  e insiste sul fatto che “l’industrializzazione è questione strategica”:  siccome ciò che è “strategico” è di competenza del presidente, si apre un periodo interessanti per i “mercati globali”.

https://media.defense.gov/2018/Oct/05/2002048904/-1/-1/1/ASSESSING-AND-STRENGTHENING-THE-MANUFACTURING-AND%20DEFENSE-INDUSTRIAL-BASE-AND-SUPPLY-CHAIN-RESILIENCY.PDF

L’articolo PERCHE’ TRUMP CERCA DI RE-INDUSTRIALIZZARE L’AMERICA proviene da Blondet & Friends.