Alzare camicia bianca?

Appare chiaro che non esiste più un progetto politico, che quello pensato e presentato come tale non era altro che un miraggio dietro il quale si nascondeva un corollario del capitalismo finanziario.

Il simplicissimus

imagesXSJQBW4O2Il vascello dell’Europa, allestito negli anni di Maastricht e concepito da armatori banchieri, non ha mai avuto altro porto di arrivo che quello delle nebbie neoliberiste, ma adesso, dopo le tempeste delle crisi sistemiche, ha le vele strappate e galleggia impotente  mentre la ciurma è in continuo stato di agitazione contro capitani ingordi e inetti. Sembra passato un secolo da quando Delors e Prodi uscirono dal sicuro e potente porto della Cee per andare alla ricerca di un qualche eldorado suggerito dall’egemonia culturale, dopo la caduta del muro e adesso si è in panne in un mar dei sargassi senza uscita dove le ostilità reciproche che avrebbero dovuto essere annullate per sempre sono riesplose, dove chi comanda sono banchieri e commis di multinazionali, in cui la perdita di rappresentanza democratica effettiva è spaventosa e i massacri sociali si susseguono senza tregua.

Appare chiaro che non esiste più un progetto politico…

View original post 835 altre parole

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Il simplicissimus

F35Questo post è dedicato agli occidentalisti, ovvero a coloro che pur su posizioni politiche e antropologiche differenti, presuppongono in maniera esplicita, implicita o il più delle volte inconscia la superiorità occidentale lungo una strada in salita che va dai bassipiani paludosi del razzismo più idiota, ai teoretismi economici  fino all’empireo della scienza e del pensiero. L’esame di tutto questo richiederebbe ben più di qualche riga, ma per gli scopi terra terra che mi prefiggo basterà dire che questa sindrome subliminale si traduce  nel pregiudizio quotidiano, variamente gestito dal potere, in una sorta di fede acritica e di sicumera trasversale nella convinzione che l’occidente sia abbastanza forte per imporre non solo le sue ragioni, ma specialmente i suoi torti. E non c’è bisogno di dire come tutto questo e la falsa sicurezza che ingenera perché alla fine si pensa che siano solo a pagarne le conseguenze, finisca per tradursi in consenso…

View original post 519 altre parole

L’Europa per le Cayman

L’idea, partita da una parrocchia, era quella di creare una cooperativa fra ex carcerati che si occupasse di restauro ligneo: fui interpellato come esperto del settore (provengo da una famiglia d’antiquari) insieme ad un amico restauratore. Credevamo, essendo le uniche persone esperte, di dirigere la struttura ma non era così: la direzione generale della struttura era affidata ad un “diacono” che nessuno conosceva. Incontrai questo “diacono”, m’offrì una grappa e mi disse “tanto è inutile che voi pretendiate la direzione, perché “noi” riceveremo i fondi europei, voi mai.” Bevvi d’un sorso la grappa e lo salutai. A mai più.

Quella enorme massa di denaro (4) che viene elargita per vari “progetti” non è altro che una colossale regalia al potere politico di una nazione, allo scopo di garantirsi la fedeltà assoluta ai dettami europei.

I mille capannoni abbandonati, cosa furono? Altrettante tangenti o, comunque, “provvigioni” ottenute da “progetti” che erano inconsistenti, privi d’utilità economico-sociale, buoni solo per finanziare questo o quello, europeisti convinti, ovvio.

Infine, c’è la bella favola del Fondo Sociale Europeo – il quale, per sua definizione, potrebbe essere usato anche per il RdC – ma no, non s’ha da fare. Perché? Perché la gestione del FSE era delle Regioni, poi delle Province…e adesso? Sono i famigerati “centri per l’impiego”, ossia posti dove una miriade di burocrati s’affannano per farti credere che il lavoro si troverà…a patto di fare quel certo corso d’aggiornamento, tenuto dal luminare universitario, pagato profumatamente…mediante il quale magari ti daranno anche un punteggio. E, tu, mangiaci col punteggio. Mentre loro sono i veri destinatari del FSE: erano la base elettorale dei partiti che prima erano al governo e che temono un’affermazione dei sovranisti alle prossime elezioni europee. Finisce la pacchia? Vedremo.

Un bilancio europeo siffatto serve soltanto ad un trasferimento di denaro, che passa dai fondi pubblici alle tasche private: difatti, l’Europa è il continente che più esporta capitali nei paradisi fiscali (Isole Cayman, ecc), come dimostra il grafico (5):

Ben 2600 miliardi di dollari! Pronti, all’evenienza, ad acquistare stock di debito pubblico di un certo Paese, oppure a venderli: così si ottiene il controllo di un continente, mediante lo spread ed il tipico atteggiamento dei cravattari.

Del resto, cosa ci si può aspettare da un uomo (Juncker) che ha promosso l’elusione fiscale per le grandi aziende, nel suo Paese e nel resto d’Europa, documentata da un’inchiesta di ben 80 giornalisti di 26 Paesi, ed un processo nel quale i giudici (lussemburghesi) hanno condannato…i giornalisti che avevano indagato!

Ora, torniamo a noi ed a quel famoso 2,4% che ha fatto infuriare Juncker: una nazione, pesantemente indebitata (come quasi tutti i grandi Paesi Europei), decide – dopo anni d’inconcludenti restrizioni economiche – di provare la via keynesiana, ossia di fornire risorse alle fasce più deboli della popolazione affinché, visto che quei soldi finiranno spesi per necessità (e non alle Cayman!), si possa innalzare la crescita e, in questo modo, ridurre il rapporto debito/PIL.

E’ un tentativo plausibile? L’alternativa? Continuare in ristrettezze con il debito che sempre aumenta?

Crediamo che Juncker sia arrabbiato, perché loro campano proprio sul debito altrui, come gli usurai: se qual debito non ci fosse, si dovrebbe inventarlo!

Però, c’è un però. Per la prima volta sono giunti al potere partiti anti-europeisti: non tanto per principio, quanto per la miseria che è diventata questa Europa, che va sempre peggio, nella quale l’Indice di Gini (la disuguaglianza sociale) è sempre in aumento, nella quale in ogni Paese s’avvertono solo “necessità di tagliare”, via welfare, via scuole, via ospedali…

Il guaio è che è capitato in un grande Paese: l’Italia. Al punto che, se si dovesse giungere ad uno scontro veramente duro, quel Paese potrebbe sottoporre ai suoi elettori un referendum consultivo (come per il referendum consultivo per l’adesione, nel 1989) e decidere, vista l’impossibilità di rimanere insieme, d’andarsene. E sarebbe la fine dell’Unione Europea.

Alcuni burocrati Europei l’hanno capito (Moscovici, ad esempio, più “morbido”) mentre Juncker – che non è un gran politico, la sua formazione è prevalentemente economica – sembra non volerlo capire. Alle prossime elezioni europee lo capirà: coraggio, Juncker, non è mai troppo tardi!

(1) https://www.truenumbers.it/quanto-versa-italia-europa/

(2) https://www.truenumbers.it/budget-europeo/

(3) http://www.contributieuropa.com/v3/store/veditutti.asp

(4) https://www.ilsole24ore.com/impresa-e-territori/fondi-europei.shtml

(5) https://www.truenumbers.it/evasione-paradisi-fiscali/

(6) https://it.wikipedia.org/wiki/Luxemburg_Leaks


http://carlobertani.blogspot.com/2018/10/i-bilanci-del-sacro-romano-impero.html

La repubblica di Weimar

II grande boom durò sette anni. A credito. Fino a sbattere contro quel muro della natura che già Ricardo aveva previsto come il fatale ostacolo contro cui si sarebbe autodistrutto il liberismo, il capitalismo finanziario senza regole. Le imprese prosperavano. Ma al prezzo di un aumento astronomico delle loro spese incomprimibili: il servizio del debito per l’acquisto dei terreni, degli impianti, degli immobili. Come sempre, i capitalisti agirono sulla spesa che essi ritengono a cuor leggero variabile: i salari. “Ogni segno di crisi fu scongiurato comprimendo i salari e licenziando lavoratori”, dice Heilig, e poiché “i bassi salari stimolano gli investimenti industriali, il risparmio sulla manodopera fu compensato con l’acquisto di altri macchinari più efficienti. Era la corsa alla più alla produttività, alla razionalizzazione esaltata dalla finanza globale: produrre più merci con sempre meno lavoratori. Industria ad alta intensità di capitale. “Modernizzare, modernizzare ad ogni costo, era la sola idea che gli uomini d’affari sapevano concepire”, dice Heilig. E’ la stessa ricetta che viene raccomandata o imposta in nome dell’efficienza del capitalismo. Heilig dice invece: “la Germania era intossicata”:
Che cosa accade infatti quando si retribuisce troppo il capitale a scapito del lavoro? Finisce che le merci sempre più abbondanti non trovano acquirenti, perché i consumatori – i lavoratori – hanno perso potere d’acquisto. Gli imprenditori corsero ai ripari, secondo le lezioni di liberismo appena apprese. Nel 1931, nel tentativo disperato di sostenere i prezzi, ridussero la produzione di merci. Con ciò però, dice il giornalista, “gli interessi (sul debito), le tasse, gli ammortamenti e gli affitti, ossia le spese fisse, divise su un volume minore di beni, aumentarono il costo unitario di ogni bene. Il costo di produzione crebbe in proporzione inversa ai profitti calanti, fino a divorarli”. La soluzione liberista? “Gli operai furono licenziati in massa”. Ma, naturalmente, ” i datori di lavoro ne ottennero ben poco sollievo. Per ogni lavoratore licenziato, era anche un consumatore che spariva”.
La benedizione del capitale facile aveva prodotto questo esito: sovrapproduzione, disoccupazione, crisi.
Heilig ragiona su quei costi incomprimibili che finirono per divorare i profitti. In ultima analisi, essi consistono nell’enorme rialzo degli immobili e terreni che precedette ogni futuro profitto possibile. Alla fine, “tutto andò ai proprietari immobiliari. L’intera Germania aveva lavorato ‘per loro ‘ in tutti gli anni del boom”. Più precisamente diciamo: per restituire gli interessi e i ratei dei capitali presi a prestito, e finiti nella speculazione meno produttiva, la Germania si svenò.
Nel corso del 1931 parecchi industriali tedeschi non furono più in grado di pagare i debiti: “I cosiddetti costi incomprimibili erano diventati insopportabili e cessarono di essere pagati”. Con l’insolvenza dei debitori, cominciarono a fallire le banche. Il cancelliere Bruning, allievo modello del liberismo pro-capitalista, spese miliardi di marchi (denaro dei contribuenti) per salvarle. Poi accordò amplissimi sussidi alle imprese in difficoltà.
Come si vede, anche allora il liberismo non si applica quando si profila la rovina del capitale e dei capitalisti: allora torna di moda l’intervento pubblico, la mano visibile dello Stato. Bruning lanciò quella che chiamò politica anti-deflazionista: la quale consisteva nel somministrare più forti dosi del tossico che aveva condotto alla rovina. “Decretò una riduzione generale dei salari, che furono tagliati del 15%”. Era convinto che, ridotto il potere d’acquisto dei lavoratori, questo avrebbe indotto una riduzione successiva dei prezzi (il prezzo umano, la riduzione alla fame della classe operaia, non parve indegno d’essere pagato). “Ma i prezzi erano determinati da fattori ben diversi che dai salari”, dice Heilig: come abbiamo visto, dalle spese incomprimibili del servizio del debito contratto per comprare suoli sopravvalutati. Era lì, se mai, che si sarebbe dovuto agire.
Ma era troppo tardi. “Sette milioni di salariati, un terzo della forza produttiva, era disoccupato; la classe media spazzata via: questa la situazione a un anno dall ‘apice della prosperità” indotta dai capitali esteri. In quell’anno, il numero dei deputati nazisti eletti al Reichstag passò da otto a 107. Nel gennaio 1933, Hitler fu nominato cancelliere.

Maurizio Blondet in “Schiavi delle banche”

dall’archivio di bondeno.com, Data: Venerdì, 15 giugno 2007 alle 11:00:00 CEST Argomento: Cronache di ieri
Forse non tutti sanno che le umane teorie (filosofiche, letterarie, economiche, scientifiche, storiche ecc.) servono normalmente a supportare gli interessi delle categorie che controllano i media, per cui quelle “non allineate” vengono rimosse e/o squalificate. Qui non si vuole certo entrare nel merito, però capita ogni tanto di trovare qualche testo apparentemente “eretico” che, esercita la libertà di espressione.

La foglia di fico del mercato

Il modello di società dei Trattati europei è quindi estraneo e incompatibile rispetto a quello prefigurato dalla nostra Costituzione. È un modello sociale regressivo, nato sull’onda del fondamentalismo di mercato conseguente al crollo del muro di Berlino, del trionfo dell’ideologia neoliberale e delle farneticazioni dei primi anni Novanta sulla fine della storia.

Esso prevede: a) uno Stato residuale, il cui ruolo è confinato all’intervento in caso di “fallimenti del mercato” (non vi è neppure più l’equivalenza tra forme di proprietà prevista dal Trattato di Roma); 2) una “forte competizione” tra paesi fondata sul dumping fiscale e sul dumping sociale (come è noto, in particolare sul secondo aspetto – ma in verità anche sul primo – si è fondato il successo commerciale della Germania dal 2005 in poi).

Ora, questo meccanismo, in una situazione di cambi fissi (la moneta unica), è semplicemente distruttivo, in quanto impedisce ogni politica economica diversa dal recupero di competitività fondato sulla svalutazione interna, ossia sulla deflazione salariale.

In questo contesto istituzionale e normativo, insomma, la generalizzazione dell’agenda 2010 di Schröder diventa economicamente obbligata (anche se essa deprime la domanda interna all’area e comporta una politica mercantilistica destabilizzante al di fuori di essa – che causa manovre ritorsive: vedi alla voce Trump).

La radice delle politiche di austerity e antisociali è nei Trattati.

Questo modello, di cui la moneta unica è parte integrante, ha consentito che si creassero gravissimi squilibri di bilancia commerciale tra i paesi dell’eurozona, che sarebbero stati impossibili in un regime a cambi flessibili.

Questi squilibri sono stati ulteriormente aggravati dalla gestione della crisi e dalle politiche pro-cicliche distruttive imposte ad alcuni paesi, tra cui il nostro.

Questo ha alterato i rapporti di forza in Europa in misura tale che la concorde “condivisione di sovranità” a favore dell’Unione Europea, di cui spesso si favoleggia, è risultata in realtà fortemente asimmetrica a favore dei paesi creditori (di cui la CE è stata l’agente durante l’intero percorso della crisi), divenendo una cessione unilaterale da parte degli Stati in difficoltà (qui giova ricordare che la nostra Costituzione parla, all’art. 11, di “limitazione” e non di cessione).

Risultato della gestione europea della crisi è stata la localizzazione principalmente nei paesi debitori della capacità produttiva in eccesso e quindi da eliminare: in questi paesi si è avuta una rilevante distruzione dell’apparato industriale (in Italia la capacità produttiva perduta è arrivata al 20% del totale), e in qualche caso una progressiva spoliazione (esemplari al riguardo le privatizzazioni in Grecia).

In altre parole: alcuni sistemi-Paese hanno vinto, altri hanno perso, in una guerra tra capitali intrecciata con meccanismi classici della lotta di classe.

Vladimiro Giacché in

https://www.maurizioblondet.it/intervento-di-vladimiro-giacche-allassemblea-di-presentazione-dellassociazione-patria-e-costituzione/

Una carta da giocare

L’Italia, terzo contributore   netto  con  quei miliardi si paga il biglietto per sedere al tavolo dove si approva il bilancio  preventivo della (dis)Unione.  E’ imminente la discussione del bilancio preventivo per  il quadriennio 2021-2027:  l’approvazione “spetta  al Consiglio, con delibera  all’unanimità, previa approvazione del Parlamento”.

All’unanimità. Dunque l’Italia ha un potere di veto. Con  i governi precedenti non l’ha mai usato, ovviamente. Adesso il nuovo governo, che gli euro-oligarchi odiano e che vogliono schiacciare, ha in mano l’arma per esigere molto in cambio, far pagare carissima l’approvazione. O ancor meglio, bloccare tutto fino alle elezioni europee del maggio 2019, quando il nuovo Parlamento UE vedrà  il crollo degli europeisti e l’affermazione dei “sovranisti e populisti”:  Perché dar la soddisfazione   di “far votare il budget a  questo Parlamento UE, quando  il prossimo sarà molto diverso?” (Musso).

Le euro-oligarchie sono ben consapevoli del pericolo. Tanto è  vero che nei documenti emananti da loro, si legge: “I   deputati chiedono  che i colloqui tra Parlamento, Commissione e Consiglio inizino subito, per cercare di raggiungere un accordo prima delle elezioni europee del 2019”.

No,  a noi conviene esercitare il veto, far passare le elezioni,  negare il sì al bilancio 2021-27 a  questo  parlamento collaborazionisti, negargli i soldi – e riparlarne  col Parlamento rinnovato  in cui, se non sarà maggioranza, lo schieramento sovranista sarà  una forte  minoranza, decisiva per rendere impossibile la solita  alleanza, centro  e socialisti. Abbiamo un grosso bastone in mano se vogliamo usarlo, perché l’Italia – oltre ad essere in avanzo primario e in attivo nella bilancia  commerciale –  è un contributore netto: ossia dà   alla UE  molti più soldi di quanti ne riceve:

Nel decennio 2007-2016 abbiamo versato all’Ue quasi 34 miliardi di euro in più di quanti ne abbiamo ricevuto.

Molti italiani non lo sanno, perché le opposizioni onnipresenti sui media gli fanno credere che noi “dipendiamo” dall’Europa.

Si veda la replica del povero  Maurizio  Martina  pd  alla minaccia di Di Maio:

Bloccare i fondi all’UE significa bloccare risorse per imprese e cittadini italiani (vedi agricoltura). Queste minacce sono solo un autogol per il nostro paese, giocato sulla pelle di esseri umani

O di Tajani, lo sciagurato berlusconiano:

Tagliare i fondi UE sarebbe un autogol, da essi vengono i fondi UE”.

E’ esattamente il contrario della verità, menzogne pronunciate per far credere all’opinione pubblica italiana che, se irritiamo l’oligarchia, se “ci isoliamo”,  restiamo senza i fondi UE. Invece  i fondi Ue, siamo noi che li diamo.

Per questo nei prossimi mesi, che  saranno tempestosi  (da  metà dicembre ci assoggetteranno alla “procedura per deficit eccessivo”;dandoci un ultimatum di sei mesi per   tagliare;  a giugno 2019, decideranno se applicarci le sanzioni,   ci faranno salire lo spread, i magistrati cercano di intimidire,  il Quirinale trama, i media urlano al “razzismo”) sarebbe essenziale di disporre almeno di un mezzo televisivo di massa:  per far capire all’opinione pubblica quello che sta avvenendo, cosa sta facendo il governo, e le corde che l’Italia ha al suo arco.

estratto da https://www.maurizioblondet.it/litalia-ha-unarma-porre-il-veto-sul-bilancio-ue/

La petrolizzazione del salario

Questo lunedì 20 agosto è entrata in vigore la riconversione monetaria, il primo passo di un piano globale che attua il Governo venezuelano per recuperare il valore del salario, attraverso l’ancoraggio del bolivar sovrano al Petro, e per stabilizzare l’economia nazionale in generale, puntando verso lo smantellamento degli indicatori illegali del dollaro parallelo.

La riconversione è iniziata con il piede giusto
Dalla prime ore della mattina il Paese era calmo, la maggior parte delle grandi catene commerciali ha aperto le porte, gli sportelli hanno cominciato ad emettere le banconote di nuovo conio ed il sistema di pagamento elettronico della banca nazionale ha assimilato, rapidamente, i cambi della riconversione.
Contro chi scommetteva sul fallimento della riconversione, nel suo primo giorno, la corrispondente della CNN in Venezuela, Osmary Hernandez, che in alcun momento può qualificarsi come chavista, ha scritto su Twitter nelle prime ore del mattino che già le nuove banconote erano disponibili alla popolazione. Rapporti raccolti a caldo dall’Agenzia Venezuelana di Notizie, mostravano il primo contatto della popolazione con l’emissione dei nuovi biglietti. (…) In parallelo a ciò che accadeva per strada, i reduci dell’opposizione venezuelana, enucleata nel Fronte Ampio Venezuela Libero, cercavano approfittare della riduzione delle attività commerciali, naturale nei giorni non lavorativi decretati dal Governo venezuelano, per convincere la popolazione, attraverso le reti sociali, che il loro appello allo “sciopero nazionale” faceva parte dello “scalpore nazionale”. Tali settori invocavano a protestare con l’esca pubblicitaria “lottare contro il pacchetto Maduro”, nel tentativo di attirare la popolazione lavoratrice che, paradossalmente, ha appena ottenuto un miglioramento del depresso potere d’acquisto con l’aumento dello stipendio a 1800 Bs, o metà Petro. Alla fine della giornata, la Vicepresidentessa Delcy Rodríguez indicava che “il 92% della piattaforma elettronica della banca tanto pubblica che privata è attiva, persino con cifre inusuali per un giorno non lavorativo”, confermando che la Banca Nazionale può metabolizzare efficacemente le transazioni elettroniche espresse nel nuovo conio monetario. Secondo Ultime Notizie, citando una nota stampa della Soprintendenza delle Banche (Sudeban), “è stata adempiuta con successo la prima fase del cronogramma delle attività della riconversione monetaria nelle istituzioni bancarie, iniziata questa domenica 19 e che si concluderà lunedì 20 agosto alle sei del pomeriggio”. Col fallito assassinio, dello scorso 4 agosto, settori dell’opposizione legati ad agenti terroristi a Bogotà e Miami hanno voluito che il 20 agosto giungesse con uno scenario di caos e ampie violenze impedendo l’attuazione della riconversione economica. Fare appello alla carta estrema dell’assassinio serve misura al meglio la portata del piano elaborato da Maduro. L’urgenza degli operatori della guerra contro il Venezuela di eluderne l’esecuzione e mantenere la popolazione sottomessa all’inflazione indotta dal dollaro parallelo, si sono anche resi visibili nella permanente apologia al fallimento della riconversione, al primo giorno.

In primo luogo, la rivalutazione nominale o “petrolizzazione” del salario, in 1800 Bolivare o 1/2 Petro, costituisce un primo anticipo sul recupero del potere d’acquisto dei venezuelani. Innanzitutto, questo aggiustamento aumenta il salario di 35 volte, garantisce un potere d’acquisto automatico a un enorme gruppo di beneficiari diretti degli strati popolari del Paese. Secondo il Presidente Maduro, da due trasmissioni sul suo account Facebook Live, le notti del 19 e 20 agosto, il regime dei prezzi “ideali” derivanti dalla politica di ancoraggio suppone la copertura del paniere base alimentare per famigliare a un costo inferiore a 1800 BsS. Questo martedì 21 agosto, aveva detto, 25 prodotti del paniere di base avranno prezzi concordati coi settori industriali del Paese, prodotti che saranno ancorati al Petro. Politiche di ancoraggio, di successo nella maggior parte dei casi noti al mondo nel fermare l’iperinflazione, suppongono la possibilità che l’emissione discrezionale di Petro ed il posizionamento come moneta o fattore convertibile, supponga dreni le asimmetrie create dal dollaro parallelo, aumenti il flusso delle importazioni ed espanda la base delle risorse finanziarie del Paese. Un nuovo riferimento che potrebbe andare sostituendo il dollaro come riferimento centrale del mercato dei cambi venezuelano. Questa possibilità è nella concessione alla Banca Centrale Venezuelana di oltre 28 miliardi di barili di petrolio greggio delle riserve. Questione annunciata giorni fa, ma che sembra una decisione che entrerà in vigore col prodursi, presto, di nuovi annunci. Ciò significa che la base di supporto prevede l’emissione di certificati petroliferi, strumenti emessi dal Venezuela per espandere le riserve internazionali ed eventualmente sostenere la circolazione del Petro come criptovaluta internazionale. E’ importante sottolineare quanto annunciato da Maduro nel creare l’habitat commerciale del Petro mediante le operazioni della PDVSA che migreranno verso l’uso della criptovaluta a scapito del dollaro USA. È importante sottolineare l’apertura di più di 300 franchigie di cambio in Venezuela, attraverso l’abrogazione della Legge sugli Illeciti Cambiari dell’Assemblea Nazionale Costituente nei giorni scorsi.

estratto da http://aurorasito.altervista.org/?p=2137