Alla canna del gas

Merkel incontra Putin  per  la seconda volta in meno di un mese  e – oh sorpresa – sulla Siria si è avvicinata alle posizioni russe. Lo ha fatto menzionando esplicitamente il  il processo di Astana – una vera novità da parte di un membro dell’Alleanza Occidentale. Ad Astana, Russia, Iran e Turchia hanno assunto il ruolo di garante per le zone di sicurezza  della Siria . Finora, le potenze occidentali hanno voltato le spalle ad Astana –  al modo occidentale, ossia   non rifiutandolo o criticandolo,  ma ignorando, come se non esistesse. Per l’Occidente, esistono solo i colloqui di mediazione di Ginevra, in teoria sotto l’egida dell’ONU,  in realtà gestite dal “Piccolo gruppo americano sulla Siria” (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita e Giordania), ossia i gestori dell’esercito jihadista scatenato contro Assad. Insieme a Putin,  Merkel ha ora affermato che il processo di Astana e i colloqui di mediazione dell’ONU a Ginevra dovrebbero essere armonizzati.  Ha anche aggiunto  ha affermato che ora è il momento di avvicinarsi alla riforma costituzionale in Siria. Questo è esattamente ciò che i russi hanno a lungo proposto e perseguito con insistenza .  Ha evitato  di denunciare il coinvolgimento militare dei russi in Siria, fino ad allora pratica comune occidentale quando si trattava della Siria.

 

Alla Cancelliera,   tale concessione costa poco. Nel Nord della Siria s’è sistemata la Turchia e Erdogan non ha lasciato dubbi che  la sua sarà una occupazione permanente. Ad Est, gli americani si sono stabiliti con 15 basi militari. Israele  non fa mistero di volersi tenere le alture del Golan per sempre, e i russi hanno dimostrato (durante gli ultimi raid israeliani su presunti bersagli iraniani in Siria) di non potere o non volere opporsi.  I russi tengono saldamente  l’Occidente siriano.  Lo spazio per uno stato laico e  garante delle etnie e minoranze religiose come era la Siria di Assad, non sembra grande.

Piuttosto, quando Putin ha criticato le sanzioni   europee contro la Siria provocano una gratuita sofferenza alle popolazioni civili e  impediscono la ricostruzione, la Merkel (che qui potrebbe far molto) non ha risposto, ma  ha chiesto che Putin esercitasse la sua influenza in modo che coloro che erano fuggiti dal paese   (non volendo sostenere né Assad né i jihadisti) non fossero stati espropriati in loro assenza.

Salvare il Nord Stream 2 (dal padrone americano)

Il  motivo vero dell’incontro, però,  e il meno trattato nella conferenza-stampa  comune, è  naturalmente il NordStream 2, il  raddoppiato gasdotto sotto il Baltico,  oggi  al centro della vera e propria tempesta di sanzioni, minacce di dazi e atti ostili che “l’alleato americano” sta facendo grandinare sulla UE,  e la Germania in  particolare.

“Gli Stati Uniti si oppongono  espressamente  al progetto di gasdotto tedesco-russo Nord Stream “, ha scritto il Deutsche Wirtschafts Nachrichten: “gli americani vogliono abbattere il progetto nonostante gli sforzi del governo tedesco per un compromesso.”Useremo tutti i nostri poteri di persuasione”, ha detto qualche giorno fa Sandra Oudkirk, rappresentante dell’energia del Dipartimento di Stato americano, a Berlino: “Saremmo felici se il progetto non si concretizzasse”. Gli Stati Uniti affermano che i paesi dell’Europa orientale diventeranno più russi  esposti alla pressione russa.   “Le garanzie dalla Russia non sono affidabili”, ha detto.  In passato, la Russia aveva temporaneamente interrotto il rubinetto del gas in conflitto con l’Ucraina e colpito altri paesi dell’Europa orientale.Il Mar Baltico, attraverso il quale il gasdotto deve funzionare, è anche una regione militarmente sensibile.

La questione delle possibili sanzioni statunitensi nei confronti delle società o dei paesi partecipanti non è stata ancora avanzata esplicitamente dalla Oudkirk .Ha sottolineato, tuttavia, che le condizioni sono state create negli Stati Uniti l’anno scorso.

“Gli americani vogliono che gli europei acquistino il gas naturale liquefatto (LNG) negli Stati Uniti.Con questa offerta le quote di mercato dei russi dovrebbero essere cacciate via.Il partner più importante degli Stati Uniti è la Polonia, che è in concorrenza con la Germania per la posizione di hub energetico europeo.

“Gli stati del Nord  dell’UE, che sono anche in gran parte contrari al Nord Stream 2, hanno deciso mercoledì di proporre l’idea di offrire agli Stati Uniti l’acquisto di GNL per contrastare le tariffe punitive”. Quindi i satelliti economici della Germania le si rivoltano contro e si alleano con “l’alleato” per affossare il bellissimo affare energetico con Gazprom.

estratto da https://www.maurizioblondet.it/merkel-da-un-po-di-ragione-a-putin-quanto-permette-il-padrone/

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Nuova via della seta

Dopo aver percorso 11000 chilometri viaggiando per 16 giorni sulle nuove rotte ferroviarie della seta, il primo treno merci che collega direttamente la Cina ad Anversa (Belgio) arrivava il 12 maggio nel porto di Anversa. Il 26 aprile, il treno lasciava la città portuale di Tangshan (provincia di Hubei) nella Cina nord-orientale prima di raggiungere il porto fiammingo, dopo aver attraversato Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania. Questo primo collegamento ferroviario diretto tra Cina e Anversa è un progetto avviato dalla città di Tangshan e dal suo porto, in collaborazione con la compagnia di navigazione cinese statale Cosco Shipping Lines e la China Railway Container Transport Corp. (CRCT).

La nuova linea ferroviaria della seta passerà per Anversa
Il treno fa parte dell’Iniziativa cinese Fascia e Via (BRI), l’ambizioso programma del governo cinese per far rivivere le rotte commerciali dall’antica Via della Seta dall’Asia all’Europa. Con la nuova strategia aziendale del programma One Belt One Road (OBOR), il Presidente Xi Jingping vuole offrire alla Cina opportunità in Medio Oriente, Africa ed Europa. “Questa linea ferroviaria diretta pone il nostro porto sulla rotta BRI (Belt and Road Initiative) e rafforzerà ulteriormente i nostri legami con la Cina“, affermava Luc Arnouts, direttore commerciale del porto di Anversa, citato da una nota dell’autorità portuale di Anversa. “Abbiamo lavorato a lungo a questo progetto, che rappresenta un passo importante nelle nostre relazioni commerciali con la Cina“, aggiungeva. La durata media del viaggio marittimo dal porto di Tangshan con navi convenzionali è di 35 giorni. Il treno, trasportando 34 container di minerali per l’industria della carta e la produzione di ceramiche, può compiere il viaggio Tangshan-Anversa “in un tempo record di 16-20 giorni e a costi relativamente bassi“, affermava Geert Gekiere, amministratore delegato di Euroports Belgium, citato nel comunicato stampa. La Cina è il quarto partner di Anversa nel traffico annuale di 14 milioni di tonnellate di merci. A questo proposito, il governo cinese prevede di commissionare un treno diretto ad Anversa una o due volte al mese. In questo contesto, la città di Tangshan cerca di rafforzare la cooperazione col porto di Anversa e intende firmare un memorandum d’intesa con la città di Anversa. Inoltre, la China Railway Container Transport Corp. studia la fattibilità dell’apertura di un ufficio vendite in Europa.

https://aurorasito.wordpress.com/2018/05/18/la-via-della-seta-passa-per-anversa-e-liran/

La restaurazione, l’unica rivoluzione possibile

Il modello di società oligarchico instauratosi a seguito delle riforme europee realizzate e di quelle in corso di attuazione, ha determinato un livellamento verso il basso delle classi medie e di quelle già socialmente disagiate che si accentuerà nel prossimo futuro. Così si esprime Josef E. Stiglitz riguardo alle diseguaglianze sociali del nostro presente: “In breve, abbiamo creato un sistema economico e sociale e una politica in cui, andando avanti, le attuali disuguaglianze non soltanto è possibile che si perpetueranno, ma verranno esacerbate; possiamo prevedere per il futuro una maggiore disuguaglianza di capitale tanto umano che finanziario”. (Dal libro di Josef E. Stiglitz “Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi 2013”.

L’Italia, già mutilata della propria sovranità economica e monetaria dalla UE, non può eleggere governi e maggioranze contrapposte o alternative all’Europa. La crisi italiana non è stata determinata tanto da una classe politica incapace e/o corrotta, quanto dalla imposizione di un sistema neocapitalista rivelatosi fallimentare.

Sin dalle sue origini settecentesche, l’ideologia illuminista / liberale si è identificata con il progresso, che è per definizione fonte illimitata di libertà ed emancipazione. Il capitalismo globale del XXI° secolo si è certo identificato con il progresso, ma si è oggi rivelato oscurantista, oligarchico, neofeudale ed antistorico.

Pertanto ogni possibile, futuribile rivoluzione non potrà che consistere in una restaurazione della sovranità degli stati, della dignità del lavoro, dell’uguaglianza dei cittadini. Dovrà dunque essere restaurata la democrazia con i suoi fondamentali principi etici. Ogni opposizione che non converga con la necessità storica della restaurazione dei valori dominanti nel XX° secolo è destinata al fallimento. Il dissenso sociale dilagante non ha trovato fino ad oggi forze politiche adeguate a rappresentarlo, quale opposizione al sistema. Opposizione, o meglio restaurazione rivoluzionaria cercasi….

Luigi Tedeschi

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60490

Riflessi Iraniani

di  Luciano Lago Una importante dichiarazione pubblica della Merkel fatta oggi fa intuire che qualche cosa sta cambiando nei rapporti fra la Germania e gli USA e in generale fra l’Europa e Washington. “L’Europa deve prendere il suo destino nelle proprie mani, non può più fare affidamento sugli Stati Uniti per la sua protezione”, ha detto la Merkel che si trovava ad Aquisgrana ad una cerimonia di premiazione , in una località turistica tedesca vicino al confine con il Belgio, dove il presidente francese Emmanuel Macron ha ricevuto il prestigioso Premio Carlo Magno per i suoi sforzi nel promuovere l’integrazione e la coesione nell’UE (sic!). “Non è più così che gli Stati Uniti semplicemente ci proteggono, ma l’Europa deve prendere il suo destino nelle sue mani, questo è il compito del futuro”, ha ribadito la Merkel. (Vedi: HuffingtonPost) Queste dichiarazione della Merkel sono arrivate due giorni dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha di fatto dichiarato la propria uscita unilaterale l’accordo nucleare con l’Iran, noto come  il trattato   “int Comprehensive Plan of Action” (JCPOA), oltre a sostenere che Washington non solo ripristinerebbe le sanzioni anti-Iran come parte del l’accordo, ma “istituirebbe anche il più alto livello di” divieto economico contro la Repubblica Islamica. Il JCPOA era scaturito dopo anni di negoziati tra l’Iran da una parte e il gruppo di paesi P5 + 1 – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina più la Germania – dall’altra, nel luglio 2015. Il leader americano ha annunciato la sua decisione controversa dopo che i suoi alleati europei, tra cui Regno Unito, Germania e Francia, e un certo numero di altri paesi non è riuscito a convincerlo nel non ritirarsi dall’accordo fondamentale per la coesistenza pacifica. Trump ha anche minacciato tutti i paesi con sanzioni, inclusi gli alleati degli Stati Uniti, se avessero violato gli embarghi statunitensi contro l’Iran, preoccupando i tradizionali alleati di Washington in Europa. La posizione di Trump è apparsa totalmente supina ai desideri del regime israeliano e ha suscitaro molte critiche fra gli stessi alleati in quanto segna l’inaffidabilità di Washington nel mantenere qualsiasi tipo di accordo multilaterale quando questo non risulti conforme ai propri interessi. Alle osservazioni di Merkel fanno eco anche a quelle del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che ha notato in precedenza giovedì che la politica della Casa Bianca “aveva perso vigore e, a causa di questo, nel lungo termine, la sua influenza”, esortando l’Europa a riprendersi il proprio ruolo, distanziandosi dagli Stati Uniti come leader globale autoproclamato. Criticando Washington per aver abbandonato l’accordo con l’Iran, il capo della Commissione europea, Jean C. Junker, ha affermato che gli Stati Uniti stanno voltando le spalle alle relazioni multilaterali e alla cooperazione amichevole. Junker questa volta appariva del tutto sobrio e questo è sembrato già un fatto eccezionale per quanti hanno seguito i suo discorso. Da parte sua, il presidente francese Macron, ha insistito sulle sue proposte di riforma di punta per la zona euro da quando è salito al potere lo scorso maggio, ha esercitato ulteriori pressioni su Merkel per far concordare con le sue proposte, in particolare un bilancio comune della zona euro e il ministro delle finanze ha esortato la Merkel ad agire in questo senso, aggiungendo poi: “Se accettiamo che altre grandi potenze, inclusi alleati, … si mettano in una situazione per decidere per conto della nostra diplomazia, della sicurezza per noi, e talvolta ci facciano correre anche i peggiori rischi, allora non siamo più sovrani e non possiamo essere più credibile per l’opinione pubblica “, ha detto, in un chiaro attacco contro la decisione di Trump di ritirarsi dal difficile accordo nucleare iraniano. Il presidente francese Emmanuel Macron ha affermato che la decisione degli Stati Uniti di abbandonare il piano d’azione globale congiunto (JCPOA) è stato un “errore”. La Merkel, tuttavia, ha affermato che le discussioni sull’eurozona sono state “difficili” tra Berlino e Parigi, sottolineando che i disaccordi hanno ancora pregiudicato molte proposte per un’ulteriore integrazione del blocco. Tuttavia la Merkel ha riconosciuto fra l’altro che “l’unione economica e valutaria europea deve essere resa più sostenibile”, riconoscendo implicitamente il ruolo di piglia tutto che la Germania si è assunta nella UE, come attestano i suoi enormi surplus di bilancio a spese degli altri partner europei. Anche se la Merkel ha dichiarato di aspettarsi accordi su un sistema bancario, è rimasta in silenzio sulla richiesta del presidente francese di un bilancio comune della zona euro.

Jean-Yves Le Drian

Nel contempo il ministro degli Esteri di Francia, Yves Le Drian, ha denunciato «la logica americana isolazionista, protezionistica e unilaterale» ed ha anticipato l’intenzione di agire di concerto con le aziende del suo Paese «per preservarle al massimo dalle misure sanzionatorie statunitensi». E il capo della diplomazia tedesca Heiko Maas ha annunciato che oggi sarà a Mosca per consultarsi con il collega russo Sergei Lavrov, uno che lo strappo di Trump con l’Iran non lo condivide assolutamente. Queste reazioni indicano che i leaders dell’Europa si sono accorti tardi della inaffidabilità degli USA come leader dello schieramento occidentale e iniziano a svegliarsi dal torpore, constatando la contrapposizione di interessi che si manifesta ormai nettamente tra la politica di egemonia di Washington e gli interessi dell’Europa. Considerando la politica di totale subordinazione fatta dai paesi europei nei confronti del potente alleato ed i disastri che questa ha causato, sembra che la presa d’atto del leaders europei sia arrivata ormai a tempi scaduti. Meglio tardi che mai si potrebbe osservare.

https://www.controinformazione.info/il-leaders-europei-iniziano-a-prendere-le-distanze-da-washington/

Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur

La portaerei Usa Harry S. Truman, salpata dalla più grande base navale del mondo a Norvolk in Virginia, è entrata  nel Mediterraneo con il suo gruppo d’attacco. Esso è composto dall’incrociatore lanciamissili Normandy e dai cacciatorpediniere lanciamissili Arleigh Burke, Bulkeley, Forrest Sherman e Farragut, più tra poco altri due, il Jason Dunham e The Sullivans. È aggregata al gruppo d’attacco della Truman la fregata tedesca Hessen.

La flotta, con a bordo oltre 8.000 uomini, ha una enorme potenza di fuoco. La Truman – superportarei lunga oltre 300 metri, dotata di due reattori nucleari – può lanciare all’attacco, a ondate successive, 90 caccia ed elicotteri. Il suo gruppo d’attacco, integrato da 4 cacciatorpediniere già nel Mediterraneo e da alcuni sottomarini, può lanciare oltre 1.000 missili da crociera.

Vengono così notevolmente potenziate le Forze navali Usa per l’Europa e l’Africa, con quartier generale a Napoli-Capodichino e base della Sesta Flotta a Gaeta, agli ordini dello stesso ammiraglio (attualmente James Foggo) che comanda la Forza congiunta alleata a Lago Patria.

Ciò rientra nel potenziamento complessivo delle forze statunitensi in Europa, agli ordini dello stesso generale (attualmente Curtis Scaparrotti) che ricopre la carica di Comandante supremo alleato in Europa.

In una audizione al Congresso, Scaparrotti spiega il perché di tale potenziamento. Quello che presenta è un vero e proprio scenario di guerra: egli accusa la Russia di condurre «una campagna di destabilizzazione per cambiare l’ordine internazionale, frantumare la Nato e minare la leadership Usa in tutto il mondo».

In Europa, dopo «l’annessione illegale della Crimea da parte della Russia e la sua destabilizzazione dell’Ucraina orientale», gli Stati uniti, che schierano oltre 60.000 militari in paesi europei della Nato, hanno rafforzato tale schieramento con una brigata corazzata e una brigata aerea da combattimento, e costituito depositi preposizionati di armamenti per l’invio di altre brigate corazzate. Hanno allo stesso tempo raddoppiato lo spiegamento delle loro navi da guerra nel Mar Nero.

Per accrescere le loro forze in Europa gli Stati uniti hanno speso in cinque anni oltre 16 miliardi di dollari, spingendo allo stesso tempo gli alleati europei ad accrescere la propria spesa militare di 46 miliardi di dollari in tre anni per rafforzare lo schieramento Nato contro la Russia.

Ciò rientra nella strategia avviata da Washington nel 2014 con il putsch di piazza Maidan e il conseguente attacco ai russi di Ucraina: fare dell’Europa la prima linea di una nuova guerra fredda per rafforzare l’influenza statunitense sugli alleati e ostacolare la cooperazione eurasiatica.

I ministri degli esteri della Nato hanno riaffermato il 27 aprile il loro consenso, preparando una ulteriore espansione della Nato ad Est contro la Russia attraverso l’ingresso di Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Georgia e Ucraina. (corsivo nostro )

Tale strategia richiede una adeguata preparazione dell’opinione pubblica. A tal fine Scaparrotti accusa la Russia di «usare la provocazione politica, diffondere la disinformazione e minare le istituzioni democratiche» anche in Italia. Annuncia quindi che «gli Usa e la Nato contrastano la disinformazione russa con una informazione veritiera e trasparente». Sulla loro scia la Commissione europea annuncia una serie di misure contro le fake news, accusando  la Russia di usare «la disinformazione nella sua strategia di guerra».

Fonte: Il Manifesto

Il sovranismo in due parole

Dal dopoguerra fino alla metà degli anni ’80 nel nostro paese era vigente un sistema di indicizzazione dei salari – la cosiddetta “scala mobile” – che consentì alla maggioranza degli italiani di emergere dalle condizioni di miseria del dopoguerra. La classe media impiegatizia rappresentata dai “baby boomers” sperimentò una scalata sociale poderosa, migliorando le proprie condizioni di vita, investendo nell’acquisto di una casa e garantendosi quote crescenti di benessere. Erano i nostri genitori e ognuno di noi può avere conferma di ciò che sto scrivendo attraverso le loro testimonianze dirette.
Gli shock petroliferi del ’73 e del ’79, generati da cause esogene (la Guerra del Kippur e la rivoluzione iraniana) portarono il prezzo del greggio a lievitare in modo sconsiderato, da meno di 4$ al barile del 1973 a più di 11 nel 1975 e poi da 15$ del 1979 a 39$ nel 1980. Questo aumento vertiginoso della fonte energetica primaria di cui non disponiamo generò un’impennata dei tassi di inflazione, ma la ricchezza della classe media fu protetta grazie all’indennità di contingenza e produsse un effetto positivo di cui hanno potuto godere tutte le famiglie italiane: l’abbattimento del costo dei mutui. Questa è una delle concause che hanno contribuito a consegnare al nostro paese il primato mondiale di proprietà di immobili ad uso abitativo da parte delle famiglie. Un ulteriore effetto positivo si registrò sul debito pubblico. In quegli anni, infatti, le politiche di deficit adottate per finanziare la spesa pubblica e i crescenti costi dello stato sociale facevano abbondantemente sforare del 10% del PIL i disavanzi. Nonostante ciò, il debito galleggiava intorno al 50% del PIL, salendo e scendendo di anno in anno. Com’era possibile? La nostra banca centrale aveva ancora pieno potere di controllo dei tassi di indebitamento, pertanto lo Stato finanziava la spesa pubblica emettendo titoli anche a tassi reali negativi (poco sotto l’inflazione), che venivano acquistati per la gran parte dalle famiglie italiane che volevano difendere i loro risparmi. Fu mio padre a raccontarmi che in quegli anni acquistava una quantità considerevole di titoli di stato. Dunque lo Stato aveva in mano uno strumento, quello del controllo dei tassi, che consentiva di operare una politica monetaria che finanziava la spesa pubblica generando un debito “non oneroso” e che costituiva fonte di allocazione dei risparmi per le famiglie.
A seguito di questo decennio di inflazione a due cifre (1973-1983), tuttavia, si avviò il dibattito sulla necessità di rivedere il meccanismo di indicizzazione, che si riteneva corresponsabile del perdurare degli elevati livelli di inflazione, che nel frattempo si era comunque dimezzata. Il dibattito sfociò in una serie di provvedimenti volti a limitare prima (1984) e a eliminare poi (1992) la scala mobile. Contemporaneamente, alla fine degli anni ’70 si decise di avviare un processo di sottrazione dell’emissione dei titoli di stato dal controllo pubblico, sottoponendo la spesa dello Stato alla legge della domanda e dell’offerta dei titoli sul mercato finanziario, senza esercitare più quel potere di calmieramento dei tassi da parte della Banca d’Italia. Questa decisione, nota come “divorzio tra Tesoro e banca d’Italia”, produsse anche una crisi di governo, rimasta alla storia come “lite delle comari”, dovuta alla divergenza di vedute tra l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta (promotore del divorzio) e il ministro delle finanze Rino Formica. Uno dei primi detrattori della scelta infelice, Federico Caffè, preconizzò l’esplosione del debito per la componente interessi che si sarebbe poi generata nel decennio successivo. Dal 1981, anno del divorzio, in dieci anni il nostro debito pubblico, finanziato a tassi stabiliti dalla libera contrattazione del mercato, raddoppiò, essenzialmente a causa della componente interessi.
Queste due scelte, quella di non adeguare i salari all’inflazione e quella di obbligare lo Stato a finanziarsi senza controllo dei tassi, furono adottate in ragione del fatto che l’avanzamento del processo di integrazione europea richiedeva questi “sacrifici”, perché l’unione economica e monetaria che si sarebbero realizzate negli anni ’90, prevedevano lo svincolamento dell’operato delle banche centrali dal rapporto di dipendenza dagli esecutivi e la progressiva riduzione del tasso di inflazione entro i valori desiderabili per l’allora Comunità Europea, cioè per la Germania.
Fu così che sacrificammo un modello di sviluppo che caratterizzava il nostro paese per aderire a un modello di organizzazione economica e sociale importato dal nord Europa. Dal 1992 in poi, la storia dovremmo conoscerla ormai tutti: stallo salariale, blocco del turnover, prelievi dai conti correnti, manovre “lacrime e sangue”, riforme che stanno distruggendo la sanità, la scuola, l’assistenza e la previdenza pubblica e vincoli di bilancio sempre più stringenti per ritrovarci, alla fine, un debito pubblico più elevato, un tasso di disoccupazione doppio rispetto a quello degli anni ’70 e un futuro nero davanti ai nostri occhi. Secondo voi, dico, ne è valsa la pena?
Tornare sui nostri passi si può. Per andare avanti verso un futuro migliore. Se a un bivio hai sbagliato strada, cosa fai? Procedi per la direzione sbagliata o cerchi di porre rimedio tornando sui tuoi passi per riprendere la retta via?

Gianluca Baldini

La partnership trans-pacific senza USA

A fine gennaio 2018, Tokyo ospitò l’incontro decisivo dei rappresentanti degli Stati membri del TPP, dove il nuovo testo dell’accordo fu finalmente approvato. Il nuovo accordo TPP senza partecipazione degli Stati Uniti fu firmato da 11 Stati in Cile l’8 marzo 2018. Entrerà in vigore 60 giorni dopo la ratifica da parte di tutti i parlamenti degli Stati membri. Il testo del documento è leggermente diverso da quello originale. Alcuni Paesi hanno fatto del loro meglio per cambiarlo a proprio vantaggio dopo il ritiro degli Stati Uniti. Ad esempio, il Vietnam suggeriva di eliminare diversi articoli sul diritto del lavoro che Washington DC impose ai partner col pretesto della protezione dei diritti umani. Il nuovo accordo TPP ha un’altra caratteristica importante: la possibilità di accettare nuovi membri. Pertanto, diversi Stati membri del TPP, tra cui Messico, Perù e Cile, incoraggiano Russia e Cina ad aderirvi, ovvero due potenti Stati del Pacifico, che il progetto TPP originale non includeva. Possono anche aderire Stati che non hanno accesso all’Oceano Pacifico. Ad esempio, il Regno Unito vi ha espresso interesse. Il carattere aperto del TPP concede agli Stati Uniti l’opportunità di ricongiungervisi se lo decidessero. Ed è probabile. Al Forum economico mondiale di Davos (WEF), che si svolse a fine gennaio 2018, Donald Trump dichiarasse che gli Stati Uniti erano pronti a tornare ai negoziati TPP a condizione che agli Stati Uniti venissero offerte condizioni più accettabili.
Esiste un altro possibile evento che può spingere gli Stati Uniti a rientrare nel TPP, che potrebbe espandere notevolmente il territorio e il potenziale del TPP. È la possibilità che tutti i membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) vi aderiscano. Come già accennato, il TPP include membri influenti dell’ASEAN come Singapore e Vietnam, oltre a Brunei e Malesia. Thailandia e Indonesia esprimono interesse e sono tra le economie più sviluppate dell’ASEAN. È possibile che anche altri membri del blocco vogliano aderire. Nel marzo 2018, Sydney ospitò il summit speciale ASEAN-Australia, a cui presero parte tutti i leader e primi ministri dei Paesi membri dell’ASEAN, ad eccezione delle Filippine (rappresentate dal segretario degli Esteri). I principali argomenti erano garantire sicurezza e libero scambio. Fu anche discussa la partecipazione degli Stati membri dell’ASEAN al TPP. Australia ed ASEAN sono partner strategici dal 2014 e hanno collaborato attivamente su varie piattaforme. Il grande sforzo fatto da Canberra per preservare il progetto TPP mostra che è molto interessata e probabilmente lavorerà ancora più duramente per inserirvi tutti i membri dell’ASEAN. Pertanto, il partenariato transpacifico, che molti erano pronti a rottamare dopo il ritiro degli Stati Uniti, ha buone prospettive. Ora, possibilità del ritorno degli Stati Uniti al TPP è sempre più discusso sui media. Tuttavia, anche se dovesse accadere, gli Stati Uniti non giocheranno più un ruolo guida. Il partenariato è ora guidato da altri Paesi, che modificano il testo dell’accordo in base alle loro esigenze.
In conclusione, potremmo dire che se il TPP fosse stato originariamente progettato per unire i partner degli USA, sostenendo l’egemonia statunitense nell’APAC, ora è un’unione indipendente di Stati regionali che imparando a vivere senza che Washington gli dica cosa fare.
https://aurorasito.wordpress.com/2018/04/26/la-partnership-trans-pacific-senza-stati-uniti/