Il Babau dell’inflazione

Bè, sicuramente possiamo dire che anche se i prezzi in quel periodo aumentavano molto, i salari aumentavano di più. Sempre dal database OCSE

italy inflation salary 1970 20164

Se avete un parente (non completamente ottuso dalla propaganda) che ha vissuto quegli anni potete chiedere a lui se è stato meglio avere inflazione al 20% e salari che crescono al 24% o inflazione all’1% e salari che scendono del 3%. Come è successo prima a causa della crisi del 2009 e poi a causa del senatore Monti nel 2012.

Per smontare definitivamente la teoria della mazzata (ipse dixit), possiamo dare un’occhiata alla serie storica del risparmio privato. Se veramente l’inflazione (che non dipende dai vizi italici e dalla svalutazione della liretta) è una mazzata per il risparmiatore dovremmo osservare nei dati una diminuzione della frazione di reddito risparmiato in corrispondenza dei periodi di alta inflazione. È così? L’OCSE la pensa in modo leggermente diverso.

italy inflation savings 1970 20161

 

Conclusioni

  1. Gli anni ’70 e’80 – il periodo della storia italiana dipinto dall’opinionista mainstream e dagli ottusi benpensanti come l’inferno dei risparmiatori – sono stati gli anni in cui le famiglie italiane sono riuscite a risparmiare la frazione più alta del loro reddito.
  2. Negli stessi anni nonostante l’inflazione fosse alta (a causa non del “familismo amorale” ma di rialzi del prezzo del petrolio) i salari sono cresciuti sistematicamente più dei prezzi. I salari sono cresciuti in termini reali.
  3. Da quando l’inflazione si è abbassata (il famoso dividendo dell’euro) i salari hanno iniziato a crescere sempre meno e ultimamente sono cresciuti anche meno dell’inflazione. Possiamo vederlo calcolando la crescita complessiva dei salari e dei prezzi per i 5 quasi decenni dal 1970 a oggi:

italy price salary growth decade1

I dati smentiscono categoricamente la favola che dipinge l’inflazione come un flagello per il lavoratore/risparmiatore che vede i sudati risparmi erodersi davanti ai suoi occhi.

Ma allora perché i media si ostinano a ripeterci che stavamo peggio quando stavamo meglio? E perché persone che quegli anni li hanno vissuti avallano e sposano questa narrazione menzognera? E perché le persone che non hanno vissuto quegli anni si fanno abbindolare così facilmente?

Mi permetto di avanzare un’ipotesi, non originale:

Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.
George Orwell – 1984

Nicoletta Forcheri

https://nicolettaforcheri.wordpress.com/2018/01/16/thomas-muntzer-la-piu-iniqua-delle-tasse/

Annunci

Uomo avvisato

La liberazione di Bayt Jin da al-Qaida e loro alleati supportati, equipaggiati e finanziati da Israele dal 2015, aiuta l’Esercito arabo siriano a spezzare l’immaginaria “zona cuscinetto” israeliana. Israele mirava a impedire ad Hezbollah ed Iran di raggiungere l’area per evitare il contatto con le sue forze. In seguito alla decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di fornire all’Ucraina missili anticarro, adottando una posizione più aggressiva nei confronti della Russia, Mosca ha deciso di spostarsi anche sul fronte siriano, ampliando il divario tra Russia e Stati Uniti.
L’Esercito arabo siriano, insieme alle forze speciali Ridwan di Hezbollah, attaccavano via terra Bayt Jin liberando le colline circostanti e la città stessa, seguito dalla resa di al-Qaida (circa 300 terroristi) e sua evacuazione dall’area, prima dell’assalto finale, verso a città settentrionale di Idlib, e di altri verso la città meridionale di Dara. Pertanto, il coordinamento delle forze russo-iraniane-siriane-Hezbollah sul fronte siriano-israeliano è stato pianificato per impedire qualsiasi intervento militare israeliano in difesa dei propri fantocci (al-Qaida ed alleati dell’Itihad Quwat Jabal al-Shayq). La Russia impone una nuova regola d’ingaggio ad Israele: qualsiasi attacco israeliano può mettere in pericolo uno o diversi ufficiali russi che collaborano con l’Esercito arabo siriano, come rivelato dal Capo di Stato Maggiore russo Valerij Gerasimov. Israele non potrà aggirare la nuova equazione russa perché, se colpisse le forze attaccanti metterebbe Tel Aviv in conflitto con una superpotenza, la Russia, attirandola nel conflitto Hezbollah/Iran – Israele. L’attacco russo-iraniano-siriano giunge in un momento in cui Israele forniva supporto di artiglieria ed intelligence ad al-Qaida ed alleati a Bayt Jin. Liberando l’area e gli altopiani circostanti, la Russia infligge un primo schiaffo all’alleato principale degli Stati Uniti in Medio Oriente. Israele da tempo teme la presenza di Iran e Hezbollah alle frontiere e ha fatto di tutto per impedire all’Esercito arabo siriano di raggiungere le fattorie di Shaba occupate da Israele, come avviene oggi dopo la liberazione di Bayt Jin. Tuttavia, vi sono ancora aree sotto indiretta l’influenza israeliana nella Siria meridionale occupata (sotto il controllo di al-Qaida ed alleati), come l’area di Qunaytra e i villaggi circostanti (Tarangah, Jabat al-Qashab e Ayn al-Baydah). Il presidente degli Stati Uniti ha reindirizzato la bussola della “Resistenza” verso Gerusalemme dopo anni di negligenza, danneggiata dalle organizzazioni taqfire (SIIL e al-Qaida) quando decisero di colpire musulmani e non musulmani in Siria, Iraq, Libano e altre parti del Mondo islamico. Quando Trump “ha riconosciuto” Gerusalemme capitale d’Israele, ha unito e focalizzato altre ideologie organizzate sotto l’egida delle Guardie Rivoluzionarie iraniane in Siria (cittadini siriani) verso il confine siriano-israeliano ed ogni territorio occupato della Siria e della Palestina.

estratto da https://aurorasito.wordpress.com/2018/01/06/la-russia-impone-nuove-regole-dingaggio-in-siria-a-israele-e-stati-uniti/

Una risorsa vitale

L’Eni è un attore geopolitico per eccellenza, l’unico che abbiamo di questa portata. E’ appena entrato in produzione ieri il mega-giacimento di gas offshore di Zohr che a regime può rendere autosufficiente l’Egitto e proiettarlo tra i Paesi esportatori. Ma è anche fondamentale per l’Italia, che importa gas principalmente da Russia, Algeria e Libia, per avere fonti alternative di approvvigionamento: gas e petrolio coprono attualmente il 70% dei nostri consumi di energia, in attesa di una rivoluzione “verde” dai contorni ancora assai incerti.

L’Italia, che spesso si ammanta nei discorsi quotidiani di retorica mediterranea, sta subendo il suo mare ma non lo gestisce. L’Eni, con la diplomazia del gas, può essere uno strumento utile per uscire dall’impasse. L’ambizione è fare dell’Italia un hub meridionale del gas, obiettivo che non coincide del tutto con le mosse russe di raddoppiare il North Stream verso la Germania ma che potrebbe essere rilanciato dal percorso Sud del Turkish Stream (assai contestato in Puglia) e soprattutto dalle grandi scoperte del gas Eni in Egitto e dallo sfruttamento congiunto delle risorse offshore nel Mediterraneo orientale.

Questa è forse l’area più turbolenta e conflittuale del pianeta ma lo sviluppo del gas del Levante è possibile solo con una forte interdipendenza e collaborazione tra stati in conflitto: Cipro, Turchia, Libano, Siria, Israele. Il gas rappresenta una grande opportunità in termini economici ma anche di stabilità e sicurezza: occorrono intese, progetti comuni, regole, per arrivare a infrastrutture comuni e mercati integrati.

Questa è la vera sfida del gas del Levante per l’Eni e l’Italia: prima che le nuove risorse invece di rappresentare una chance per la pace e lo sviluppo diventino parte del problema invece della soluzione.

L’Eni è un protagonista per storia e vocazione del suo fondatore, il comandante partigiano Enrico Mattei: sua la battaglia nel primo dopoguerra per non liquidare l’Agip nelle mani degli americani, quella condotta contro le Sette Sorelle per entrare sul mercato iraniano sbarrato dalle multinazionali anglo-americane, sua l’avventura mediterranea, con la decisa apertura ai Paesi africani e del Medio Oriente con i quali solidarizzava per il passato coloniale, al punto di finanziare il Fronte di liberazione algerino anti-francese. Senza dimenticare i rapporti con Mosca, quando Mattei, in piena guerra fredda, importava il petrolio russo a prezzi da saldo.

Viene sempre più definendosi in quel periodo il disegno di Mattei per raggiungere l’indipendenza energetica che resta ancora oggi un obiettivo irrinunciabile, insieme a una sempre maggiore internazionalizzazione e diversificazione, dalle energie rinnovabili alla chimica, industria rinata e che produce utili.

I piani di Mattei si infrangono il 27 ottobre 1962, quando il suo bireattore precipita nei cieli di Bascapè. Quel mondo in bianco e nero – tra guerre ideologiche, decolonizzazione e inconfessabili complotti – lo leggevamo allora anche sulle colonne del “Giorno”, altra creatura di Mattei, con le firme di Italo Pietra, Del Boca, Pirani, Valli.

Un passato che è ben vivo in un presente costruito con manovre forse meno spregiudicate di quelle di Mattei ma ugualmente fondamentali per gli interessi nazionali.

La diplomazia del gas è una delle non tante armi concrete che ha in mano l’Italia per contare qualche cosa sullo scacchiere internazionale. Non è un caso che nel 2011, all’inizio delle guerra contro Gheddafi, i terminali dell’Eni in Libia fossero inseriti dai nostri alleati tra gli obiettivi da bombardare (come testimoniano l’ex ministro degli Esteri Frattini e l’allora capo di Stato maggiore Camporini). Pensare male è peccato ma spesso ci si azzecca, diceva Andreotti.

Ma a sei anni e oltre dalla fine del dittatore libico, il maggiore alleato dell’Italia nel Mediterraneo, la cui sconfitta con le sue conseguenze è stata la più devastante débâcle italiana dal dopoguerra, l’Eni rimane l’unica multinazionale attiva sia a Ovest che a Est di una Libia spaccata tra Tripolitania e Cirenaica.

È anche la maggiore impresa “legale” del Paese: ha 7mila dipendenti, tutti libici, produce da un minimo di 100mila barili di petrolio al giorno a 250mila ed estrae circa 8 miliardi di metri cubi gas l’anno. Meno della metà arriva in Italia con il gasdotto Green Stream mentre il resto è destinato al mercato locale.

Oggi Eni gestisce circa un terzo di tutta la produzione di gas e petrolio della Libia mentre prima della guerra del 2011 si parlava di meno di un quinto del totale. Quasi un paradosso per i concorrenti della multinazionale italiana.

L’Eni ha una proiezione globale che diventa, in parte, anche quella nazionale. È il primo fornitore di luce in tutta la Libia, senza distinzioni tra Est e Ovest. È il maggiore cliente della russa Gazprom con 24 miliardi di metri cubi l’anno di gas. È il primo gruppo straniero a perforare l’Artico dall’inizio dell’era Trump. Grazie all’Eni che nel 2016 ha investito in Africa 8 miliardi di dollari, l’Italia è diventata il terzo investitore del continente dopo Cina ed Emirati.

Per questo Zohr ha un grande significato: per lo sviluppo economico dell’Egitto, un Paese che è nelle mani del generale Al Sisi ma deve ancora trovare stabilità, percorso dal terrorismo jihadista e stretto nella morsa della povertà. Ma è importante anche per l’Italia, che dopo le vicende libiche e il caso Regeni, è rimasta intrappolata dalle strategie delle potenze concorrenti, dentro e fuori dall’Europa.

http://www.barbadillo.it/71973-focus-di-a-negri-litalia-alla-conquista-del-gas-per-contare-nel-mondo-globale/

Elogio di un ammiraglio e del mondo multipolare

Ma francamente uno dei modi per uscire dal declino di civiltà cui stiamo andando incontro è proprio la molplicazione del mondo, la nuova multipolarità che avrà il suo centro nel cuore del pianeta, in quello che gli inglesi consideravano il luogo strategico supremo e che invano hanno tentato di conquistare. E’ così che la storia finalmente avrà lo spazio per muoversi oltre il la galera del pensiero unico.

Il simplicissimus

imagesNel 1405 un enorme flotta di 317 navi, grandi tre o quattro volte quelle europee del tempo e 28 mila soldati, partì dalla Cina al comando dell’Ammiraglio Zheng He per un viaggio di esplorazione a largo raggio  che in sette successive spedizioni toccò tutto il sud est asiatico, il Giappone, l’India, l’Arabia, il corno d’Africa, il Mar Rosso e senza mai fare conquiste, anzi favorendo la pace in alcune regioni e spesso liberando i mari dai pirati. Di quel viaggio si narrano leggende fantastiche come quelle che Zheng He avrebbe scoperto l’Australia e l’America e tesi storiche più credibili come quella che fu proprio dalla grande flotta arrivata al Mar Rosso che si diffusero alcune tecnologie ancora sconosciute in occidente come la stampa a caratteri mobili, a differenza della polvere da sparo che era giunta in Europa con i mongoli che già l’avevano usata nei tentativi di invasione del Giappone.

View original post 646 altre parole

Investimento sino-russo “dollar free”

di  F. William Engdahl (*) L’8 novembre il grande gruppo minerario russo Norilsk Nickel ha annunciato di aver iniziato le operazioni in un nuovo impianto di estrazione e lavorazione di Bystrinsky all’avanguardia nella provincia russa di Zabaykalsky Krai. La cosa notevole del progetto è la partecipazione diretta della Cina, così come il fatto che quattro anni fa le enormi riserve di rame, oro e magnetite di Bystrinsky erano inaccessibili a qualsiasi mercato e del tutto non sfruttate. È un esempio della trasformazione dell’intera geografia economica dell’Eurasia che sta crescendo a seguito della stretta cooperazione della Russia con la Cina e in particolare con la “China Belt Road Initiative”, in precedenza nota come New Economic Silk Road. Il complesso minerario e di trasformazione di Bystrinsky è un progetto da $ 1,5 miliardi con riserve di minerali in totale stimate in 343 milioni di tonnellate. L’enorme progetto è di proprietà congiunta di Norilsk Nickel, il più grande produttore mondiale di nickel e palladio e uno dei maggiori produttori di platino e rame, insieme al Fondo risorse naturali CIS, un fondo russo per le risorse naturali istituito da Vladimir Putin  e dalla Cina Highland Fondo. Il nuovo complesso minerario si trova a circa 400 chilometri di ferrovia dal confine con la Cina nell’Estremo Oriente siberiano della Russia . La partecipazione cinese non è sorprendente. La Cina è il maggiore importatore mondiale di rame e gran parte della nuova produzione mineraria sarà diretta in Cina. La Cintura cinese, la Road Initiative (BRI) che sta vedendo la costruzione di migliaia di chilometri di nuove linee ferroviarie ad alta velocità attraverso l’Eurasia sta creando un enorme aumento della domanda di rame, acciaio e minerale di ferro . Il nuovo progetto minerario russo comprende la costruzione di un’infrastruttura completamente nuova di strade, ferrovie e enormi infrastrutture in quelle che in precedenza erano aree incontaminate.

*F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, ha conseguito una laurea in politica presso la Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”. Fonte: New Eastern OutlookTraduzione: Luciano Lago

https://www.controinformazione.info/la-russia-e-la-cina-realizzano-una-nuova-geografia-economica/

L’economia del “Male”

Di fronte a tutto questo lo spaesamento che si prova è drammatico, anche se viene da ridere di fronte al concertino acefalo che viene suonato a tutte le ore perché non ci si accorga che ci stanno portando al macello.

Il simplicissimus

nardiCredo che i giornali satirici abbiano fatto il loro tempo perché per quanta inventiva, ironia e sarcasmo  possano mostrare, non possono reggere il confronto con le pagine economiche e con tutta l’informazione che su quella scia si pregia di rivelarci cose che non sa e non capisce.  Basta semplicemente liberarsi da quel senso di sacra deferenza nei confronti del denaro, di chi ne dispone e di chi ne filosofeggia chiamandosi economista per godersi il tentativo delle classi dirigenti di dare una veste di razionalità e di inevitabilità a ciò che invece è un disegno di potere: si fa presto a vedere che la trama è disordinata e risibile, contraddittoria  e incoerente, confusa e tracotante insieme.

Basta cominciare dalle vicende più vicine a noi, dal tentativo del governicchio Gentiloni  di mettersi una medaglia pre elettorale sul petto sostenendo che la crescita prevista allo 0,8 per cento è in realtà raddoppiata e…

View original post 633 altre parole

Fine del petrodollaro?

Il solo fattore che trattiene il dollaro dal collasso totale è la forza militare statunitense e il dispiegamento ovunque di ONG ingannevoli per facilitare il saccheggio dell’economia mondiale. Finché gli sporchi trucchi di Washington e le macchinazioni di Wall Street sono stati in grado di creare crisi come hanno fatto nell’Eurozona nel 2010 attraverso la Grecia, paesi in surplus nel commercio mondiale come Cina, Giappone e poi Russia non hanno alternativa pratica se non comprare più debito pubblico USA – titoli del Tesoro – con la massa del loro avanzo commerciale in dollari. Washington e Wall Street sorridono; possono stampare volumi infiniti di dollari non sostenuti da nulla di più prezioso degli F-16 e dei carri armati Abrams. Nel comprare il debito USA, Cina, Russia e altri detentori di obbligazioni in dollari hanno in realtà finanziato le guerre USA dirette contro di loro. Allora avevano poche opzioni alternative praticabili. Ora, ironicamente, due delle economie estere che hanno permesso al dollaro l’allungamento della sua vita artificiale oltre il 1989 – Russia e Cina – stanno svelando cautamente questa temutissima alternativa: una valuta internazionale sostenuta dall’oro e, potenzialmente, parecchie valute simili che possono sostituire l’attuale ingiusto ruolo egemonico del dollaro. Per parecchi anni sia la Federazione russa che la Repubblica Popolare Cinese hanno comprato enormi quantità d’oro, da aggiungere in gran parte alle riserve valutarie delle loro banche centrali, che altrimenti sono in dollari o in valute europee. Finché recentemente non è diventato chiaro perché. Per parecchi anni era noto nei mercati d’oro che i più grandi compratori di oro fisico erano le banche centrali di Cina e Russia. Ciò che non era tanto chiaro era quale riposta strategia esse avessero, oltre la semplice creazione di fiducia nelle loro valute minacciate da crescenti sanzioni economiche e da dichiarazioni bellicose di guerra commerciale da parte di Washington. Ora è chiaro perché. Cina e Russia, insieme probabilmente ai paesi loro maggiori partner commerciali dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), come pure ai loro partner euroasiatici dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) sono sul punto di completare l’architettura funzionante di una nuova alternativa monetaria al mondo del dollaro. Al presente, oltre ai membri fondatori Cina e Russia, i membri effettivi della SCO includono Kazakistan, Kyrgyzstan, Tagikistan, Uzbekistan, e più recentemente India e Pakistan. È una popolazione di più di 3 miliardi di persone, circa il 42 % dell’intera popolazione mondiale, che si associa in una cooperazione politica ed economica coerente, pianificata e pacifica. Se ai paesi membri della SCO aggiungiamo gli Stati osservatori ufficiali – Afghanistan, Bielorussia, Iran e Mongolia, Stati con espresso desiderio di associarsi formalmente come membri pieni, uno sguardo alla carta geografica mostrerà le potenzialità impressionanti dell’emergente SCO. La Turchia è un interlocutore formale che esplora la possibile applicazione dell’appartenenza alla SCO, come lo sono Sri Lanka, Armenia, Azerbaijan, Cambogia e Nepal. Tutto questo, detto semplicemente, è enorme. Fino a tempi recenti i think tank di Washington e il governo hanno disprezzato le istituzioni euroasiatiche emergenti come la SCO. A differenza del BRICS, che non è composto di paesi contigui in una vasta massa di territorio, il gruppo SCO forma un’entità geografica chiamata Eurasia. Quando a un incontro in Kazakistan nel 2013 il presidente cinese Xi Jinping ha proposto la creazione di quella che allora è stata chiamata la ‘via della seta della nuova economia’, pochi in occidente l’hanno presa sul serio. Oggi il nome ufficiale è ‘Belt, Road Initiative’ (BRI, Iniziativa per la cintura stradale’). Oggi il mondo inizia a prendere seriamente atto dello scopo della BRI. È chiaro che la diplomazia economica della Cina, come della Russia e del suo gruppo di paesi dell’Unione Economica Euroasiatica, verte soprattutto sulla realizzazione di ferrovie avanzate ad alta velocità, porti, infrastrutture per l’energia, che insieme intrecciano un nuovo vasto mercato tale da eclissare, entro meno di un decennio al ritmo attuale, ogni potenzialità economica nei paesi OECD economicamente stagnanti e gonfi di debiti della UE e del Nord America. Ciò che finora era di necessità vitale, ma non chiaro, era una strategia per liberare le nazioni dell’Eurasia dal dollaro e dalla loro vulnerabilità a nuove sanzioni del Tesoro USA e alla guerra finanziaria basata sulla loro dipendenza dal dollaro. Questo sta per succedere. […] Secondo un articolo nella Japan Nikkei Asian Review, la Cina sta per lanciare un contratto future per il petrolio greggio denominato in yuan cinesi che sarà convertibile in oro. Questo, se combinato con altre mosse cinesi negli ultimi due anni per diventare un’alternativa praticabile a Londra e a New York, diventa realmente interessante. La Cina è il più grande importatore mondiale di petrolio, gran parte del quale è ancora pagato in dollari USA. Se ottiene ampia accettazione, il nuovo contratto future in yuan per il petrolio potrebbe diventare il più importante riferimento per il petrolio greggio basato sull’Asia, dato che la Cina è il più grande importatore mondiale di petrolio. Questo potrebbe sfidare i due contratti di riferimento per il petrolio dominati da Wall Street, i contratti future North Sea Brent e West Texas Intermediate, che finora hanno dato a Wall Street enormi vantaggi nascosti. [

https://www.controinformazione.info/agonia-del-dollaro/