Asso pigliatutto

Il sistema elettorale prevede un’elezione semidiretta; il presidente è infatti eletto a maggioranza assoluta, per un mandato di quattro anni, dal collegio elettorale, composto da 538 grandi elettori, eletti tramite elezione diretta il martedì successivo al primo lunedì del novembre dell’ultimo anno del mandato del presidente in carica. Ogni stato federato elegge un numero di delegati pari ai rappresentanti dello stesso stato al Congresso, ripartizione che tiene conto anche della consistenza della popolazione e quindi soggetta a revisione periodica[1]. Eccetto il Maine e il Nebraska, ogni stato ha adottato un sistema elettorale per il quale vengono eletti solo i delegati sostenitori di uno stesso candidato che insieme hanno ottenuto più voti; il candidato indirettamente vincitore nel singolo stato si aggiudica quindi tutti i delegati assegnati allo stesso[2].

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Quindi un sistema assolutamente maggioritario in cui gli elettori (dei delegati) non sono neppure identificati e dove vale anche il voto per corrispondenza (circa il 30% dell’elettorato) i cui scrutini sono fatti come ultima operazione.
Tutto il resto è puro spettacolo televisivo.
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_presidenziali_negli_Stati_Uniti_d%27America_del_2016

E noi invece…

La buona notizia: subito dopo la visita di Obama che ha ordinato di non uscire dall’Europa, il numero degli inglesi che voteranno il Brexit è diventato maggioranza. E’ la prima volta, secondo i sondaggi. Ma non è tutto ‘merito’ del mezzo-kenyota (come l’ha chiamato il sindaco della capitale Boris Johnson). E’ che è ora pubblico il rapporto della London School  of Economics sugli effetti del TTIP, il trattato transatlantico. Lo studio l’aveva commissionato Cameron, sperando di trovarvi argomenti per la sua propaganda atlantista. Dopo averlo  letto, l’ha secretato. E’ stato costretto  a  rilasciarlo  in base al Freedom Of Information Act (un tipo di legge sulla libertà d’informazione che in Italia non esiste) su istanza giudiziaria di  Global Justice Now, un gruppo di cittadini attivi.

La London School (LSE) è una storica università  imperiale, una delle centrali dell’ortodossia liberale, ovviamente pro-governativa,  mica un sito alternativo. Ebbene: la sua valutazione del TTIP è devastante. Per il Regno Unito, dice chiaro, l’introduzione del Trattato transatlantico “configura moltissimi rischi e quasi nessun beneficio”.

L’istituto – che è una voce autorevolissima –  punta il dito specificamente sulle camere arbitrali,  i tribunali (privati e segreti) istituiti dal Trattato, davanti a cui le multinazionali possono trascinare gli Stati, protestando che certe leggi ostacolano il suo business, e quindi la libera concorrenza. Fra gli esempi, il LSE ne ricorda alcuni: l’Australia querelata dalla Philip Morris per aver imposto per legge pacchetti anonimi; la Philip Morris che denuncia l’Uruguay per aver questo stato messo un annuncio del tipo “Il fumo danneggia la salute” sui pacchetti.

Esempi più sinistri ancora: l’Argentina denunciata e condannata per avere bloccato i prezzi  delle bollette elettriche,  a protezione dei cittadini consumatori, durante il tragico collasso economico.  La Veolia, la multinazionale francese che gestisce i servizi di acqua, energia e nettezza pubblica, la quale ha avuto lo stomaco di denunciare l’Egitto per aver introdotto il salario minimo, cosa che secondo la ditta la danneggia.

Non potrebbe essere più chiaro: non è capitalismo, è il ritorno alla legge della jungla.

LEGGI TUTTO: http://www.maurizioblondet.it/persino-londra-ttip-invece-obbediamo/

La legge bancaria del 1936

C’era un tempo (poco più di vent’anni or sono, ma sembrano secoli) in cui le banche erano ordinate per categorie. Le banche d’affari da un lato, le banche di credito ordinario dall’altro. E le banche di credito ordinario erano suddivise in Istituti di diritto pubblico, banche d’interesse nazionale strutturate in società per azioni controllate dall’Iri, Casse di Risparmio nate sulle fondamenta di antichi Monti di Pietà o come emanazione delle Istituzioni locali, Banche Popolari di natura cooperativa, sorte già nell’Ottocento a fianco o per iniziativa dei movimenti dei lavoratori, ed infine le più minuscole Casse Rurali ed Artigiane, anch’esse di natura cooperativa.

Era questo l’impianto della legge bancaria del 1936, spazzato via negli anni ‘90 dal nuovo Testo Unico Bancario.

La nuova regolazione, o meglio “deregolamentazione”, ha abolito anzitutto la distinzione tra banche d’affari e banche di credito ordinario, introducendo la nuova figura della “banca universale”, che può fare di tutto: dal credito a medio e lungo termine alle speculazioni sul mercato  finanziario, all’attività assicurativa, e strutturata obbligatoriamente in società per azioni. Si sono disperse in questo modo competenze consolidate, e si sono improvvisate competenze inesistenti. Ed il nuovo comandamento “creare valore per gli azionisti” obbliga i manager e gli amministratori ad un’ottica di breve periodo, perché anno dopo anno essi devono far crescere gli utili di bilancio ed il valore dell’azione in Borsa, e solo su tali  risultati sono giudicati

Gli effetti di queste distorsioni cominciano ad essere sotto gli occhi anche di chi è cieco perché non vuol vedere.

leggi tutto su  http://www.lafinanzasulweb.it/2016/banche-in-crisi-il-nodo-della-deregulation/

Tempi moderni

 

http://ilmanifesto.info/un-premier-che-marcia-spedito-verso-l800/

E’ la pura forza dell’avere che suc­chia l’essere della per­sona che lavora, nel silen­zio della cor­nice pub­blica. Ma Rous­seau spie­gava che il diritto del più forte non è mai diritto. E quello scritto da Renzi è infatti la pura e sem­plice san­zione uffi­ciale e for­male del domi­nio di fatto dell’impresa sulla forza lavoro ridotta a varia­bile inanimata.

L’inasprimento delle sanzioni alla Russia

Fatti che rimarcano ancora quanto si sia persa la sovranità, intesa come caratteristica dello stato di governare indipendentemente senza ingerenze di altri stati, altre istituzioni o, peggio ancora, organismi sovranazionali. Deteriorare i rapporti con la Russia causerà un ulteriore peggioramento dell’economia Italiana. Si legittima quindi la distruzione delle piccole-medie imprese e dei distretti industriali, fenomeno tipicamente Italiano che tutto il mondo ci invidia, a favore dell’avanzata delle multinazionali che non incontra resistenza, se non in qualche sporadico nucleo o movimento più èlitario che popolare.

Pur di accondiscendere alle richieste degli Stati Uniti, e quindi delle multinazionali e dell’elite finanziaria per cui operano, il governo Italiano, ormai privo di patriottismo e senso civico, legittima un ulteriore deterioramento dell’economia Italiana e la distruzione di tutto ciò che col boom economico e con anni di lotte sociali si è conquistato, a rimarcare quanto questo non operi più per il popolo che rappresenta, quanto per le multinazionali che avanzano imperterrite verso un mercato libero, globale e incontrollabile.

http://www.lintellettualedissidente.it/linasprimento-delle-sanzioni-alla-russia/

I polli di Renzo

Purtroppo gli italiani preferiscono litigare tra loro (specialmente sulle persone),  piuttosto che fare fronte comune mentre sono portati in pentola da poteri esterni ben più avveduti di loro.
Lo dimostrano i tanti commenti all’articolo del costituzionalista Aldo Giannuli , che ha il solo torto di cominciare citando Tremonti che diviene così il classico drappo rosso agitato di fronte al toro.
http://www.aldogiannuli.it/2014/04/fuori-europa-dalla-costituzione-come-stanno-le-cose/

Con queste prospettive, schiacciati tra ignoranti e troppo furbi, ci avviamo starnazzando (attraverso le inutili elezioni europee) al nostro destino già segnato.

Via dall’Italia!

di Loretta Napoleoni

Si salvi chi può, ecco il motto degli imprenditori italiani travolti dalla deindustrializzazione. In Eurolandia solo la Finlandia condivide questo triste destino. I motivi, secondo la Commissione europea, sono legati all’aumento del salario lordo ed alla bassa competitività del Made in Italy. Ma pesa anche il costo energetico (il più alto dell’Unione insieme a Cipro), l’eccessiva burocrazia e il basso livello d’investimenti nella ricerca e nello sviluppo. Ecco spiegato perché dal 2007 ad oggi la produzione industriale italiana è crollata del 20 per cento.

Di fronte alla nave che affonda chi sa nuotare si getta in acqua per raggiungere la terra ferma. È quello che hanno cercato di fare le 682 imprese che hanno risposto all’invito del sindaco di Chiasso, per partecipare a un incontro sulla possibilità di trasferirsi in Svizzera. Ne sono state selezionate per l’incontro 168.Tutto ciò succede nella stessa settimana in cui due colossi italiani Telecom ed Alitalia, e presto anche sezioni di Finmeccanica, vengono svenduti sul mercato internazionale ai partner-concorrenti stranieri, rispettivamente Telefonica ed Air France-Klm. Partner che esercitano opzioni loro concesse anni fa dal management italiano. Queste sono le ultime di una lunga lista di imprese prestigiose – dalla Ducati alla Plasmon fino alla Fiat, ormai trasferitesi negli Stati Uniti – a diventare di proprietà straniera.

Viene spontaneo chiedersi se le piccole e medie imprese italiane varcano il confine per paura di finire anche loro fagocitate dai concorrenti stranieri. Timore razionale: con la pressione fiscale più alta in Europa, costi di produzione astronomici ed una burocrazia da terzo mondo, lavorare bene in Italia ed essere competitivi non è più possibile.

In Svizzera invece la situazione è diametralmente opposta: l’Iva è ancora ferma all’8% – in Italia si discute se portarla al 22%. La pressione fiscale media sulle imprese è del 17,1%, quella complessiva è meno della metà del 68,3% imposto alle aziende italiane. Chi investe a Chiasso, come in tutto il Ticino, e assume lavoratori locali, ha la possibilità di ottenere rimborsi sugli oneri sociali. Infine, chi punta in settori innovativi, come quelli tecnologici, ha anche qui la possibilità – poi tutto varia da caso a caso – di ottenere aiuti sugli investimenti. La deindustrializzazione colpisce tutte le imprese ed è frutto per le piccole della pessima gestione dell’economia e per le grandi della ancor peggiore conduzione manageriale da parte di individui scelti dai politici egualmente incompetenti. Le disavventure di Alitalia ben illustrano questa situazione. Vale la pena rinfrescarsi la memoria a riguardo.

Nel 2008 i francesi offrirono 6,5 miliardi di euro per gli investimenti necessari a far ripartire l’impresa in cambio del pacchetto di maggioranza dell’azienda. Berlusconi, allora in campagna elettorale, disse di no e guidò l’Operazione Fenice alla quale parteciparono alcuni suoi “accoliti” industriali e manager con lo scopo di far rimanere italiana l’Alitalia. Risultato: oggi l’Alitalia trasporta circa 25 milioni di passeggeri, meno di un quarto di quelli di Lufthansa e meno di un terzo di quelli della compagnia low cost Ryanair e del gruppo franco-olandese Air France-Klm. Un disastro!

Lo Stato italiano ha buttato quattro miliardi di euro per sanare il fallimento della compagnia di bandiera. La cordata di imprenditori capitanata da Roberto Colaninno e Intesa Sanpaolo ha perso un altro milione e le leggi ad hoc varate dal governo Berlusconi sulla chiusura del mercato, con il divieto d’intervento per l’Antitrust sulle tratte monopolistiche detenute dalla nuova Alitalia, non hanno funzionato. Il destino triste dell’industria italiana è segnato dall’inettitudine della sua classe politica. Trasferirsi in Svizzera, per molti, è l’unica alternativa al declino.

Saldi all’italiana
Nel 1992, dopo la svalutazione, Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, guida i primi saldi all’italiana sul mercato internazionale. Multinazionali angloamericane, ma anche francesi e svizzere, arrivano in Italia per «fare shopping»: vanno in cerca di società, specialmente agroalimentari e di meccanica di precisione, da comprare a poco prezzo. La Nestlé, per esempio, compra l’Italgel per 680 miliardi di lire contro una valutazione di 750. Anche i giganti italiani guadagnano dallo smembramento del patrimonio nazionale: il gruppo Benetton si aggiudica per 470 miliardi GS autogrill, che poi rivende ai francesi di Carrefour GS per 10 volte tanto. Viene privatizzata totalmente la Telecom, oggi fagocitata dalla Telefonica spagnola, e parzialmente l’Enel e l’Eni.
La svendita del Made in Italy non porta, come era stato promesso, al miglioramento dei conti pubblici ma contribuisce al processo di deindustrializzazione che oggi preoccupa la Commissione Europea. Nel 1994 il debito pubblico ammontava a 1.771.108 miliardi di lire mentre il gettito generato dalle privatizzazioni per il triennio 1993-1995 fu di di appena 27.000 miliardi, meno dell’1,5 per cento.

Fonte: www.caffe.ch