Il gas della libertà

Il dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) ha recentemente ribattezzato “gas della libertà” le esportazioni di gas naturale liquefatto (LNG) dagli Stati Uniti. Ma la libertà per chi? Per l’Europa che ha già una fonte economica ed affidabile di gas naturale, ma è costretta a passare al gas statunitense più costoso sotto la minaccia delle sanzioni? Certamente no. O la libertà per la Russia di fornire all’Europa gran parte del gas naturale competendo apertamente e in modo equo cogli Stati Uniti? Sicuramente no. O è la libertà dalla competizione per gli Stati Uniti? Certamente Si. È spesso un marchio contraddittorio che preannuncia vari capitoli dell’ingiustizia degli Stati Uniti interna (sotto il draconiano “Atto patriottico” per esempio) e all’estero, come durante l’invasione e l’occupazione illegale dell’Iraq condotte sotto il falso nome “Operazione Iraqi Freedom”.

Non è The Onion
Così screditate sono le campagne statunitensi battezzate in nome della “libertà”, che pochi credevano a malapena che gli Stati Uniti, in realtà, chiamassero seriamente le loro esportazioni di gas naturale “gas della libertà”. Tuttavia, non è un titolo strappato dal giornale satirico “The Onion”, ma piuttosto dal DoE statunitense stesso. In un articolo dal sito ufficiale del DOE intitolato “Dipartimento dell’Energia autorizza ulteriori attività di GNL dal Freeport LNG”, affermava che: “Aumentare la capacità di esportazione dal progetto LNG di Freeport è fondamentale per diffondere il gas della libertà in tutto il mondo offrendo agli alleati degli USA una fonte di energia pulita diversa e conveniente. Inoltre, più esportazioni di GNL USA verso il mondo significano più posti di lavoro negli Stati Uniti e più crescita economica interna e aria più pulita qui e in tutto il mondo”, aveva detto il sottosegretario all’Energia Mark W. Menezes, che evidenziava l’approvazione al Ministeriale Energia Pulita di Vancouver, Canada. “Non c’è dubbio che l’annuncio di oggi promuova l’impegno di questa Amministrazione nel promuovere la sicurezza energetica e la diversità in tutto il mondo”. A parte il quasi comico riferimento al “gas della libertà”, c’è qualcos’altro che rivela le affermazioni del DoE di “dare agli alleati dell’America una fonte diversa ed economica di energia pulita”. Questo è un riferimento diretto all’Europa e alle attuali importazioni di gas russo, fornito dai gasdotti verso l’Europa, che sarà sempre più economico del gas naturale liquefatto degli Stati Uniti trasportato via mare in Europa. Cioè, a meno che gli Stati Uniti, attraverso la minaccia di sanzioni non solo contro la Russia, ma contro i propri alleati in Europa, possono aumentare tali costi oltre il prezzo delle esportazioni statunitensi. Articoli come il “Senato degli Stati Uniti minaccia le sanzioni sul gasdotto russo” di Foreign Policy, spiegano chiaramente fino a che punto gli Stati Uniti fanno proprio questo. L’articolo afferma: “Nell’ultimo aumento delle tensioni transatlantiche, le navi europee coinvolte nella costruzione del gasdotto dalla Russia alla Germania potrebbero essere soggette a sanzioni statunitensi con un nuovo disegno di legge bipartisan che sarà introdotto al Senato degli Stati Uniti”. FP affermava inoltre: “L’amministrazione Trump ha rimproverato la Germania per aver portato avanti il progetto, una delle tante questioni recenti che hanno messo a dura prova le relazioni transatlantiche assieme a Iran, cambiamenti climatici e commercio. Lo scorso luglio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump accusava Berlino di essere “prigioniera” della Russia a causa della sua dipendenza da Mosca per l’energia, un’accusa che i funzionari tedeschi avevano bruscamente respinto”. Pertanto, la Germania non solo viene “rimproverata” per aver preso le proprie decisioni in merito alla politica economica ed estera tedesca, ma viene minacciata di sanzioni per non aver rispettato i dettami statunitensi. Col LNG gli Stati Uniti cercano di costringere nazioni come la Germania ad acquistare contro la loro volontà “il gas della libertà”, un insulto intenzionale aggiunto al danno economico che Washington cerca d’infliggere.

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Terre rare

La visita del Presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping, all’impianto di produzione delle terre rare, mentre Washington aggrediva Huawei, era volto ad implicare che questi metalli potrebbero essere usati come armi nella guerra commerciale cogli Stati Uniti, riferiva Bloomberg. La visita “invia agli Stati Uniti l’avvertimento che la Cina potrebbe utilizzare i metalli delle terre rare come ritorsione man mano che la guerra commerciale s’intensifica”, secondo Yan Kunhe, analista di Pacific Securities. Secondo lui, la Cina potrebbe limitare l’esportazione delle terre rare negli Stati Uniti. Anche l’edizione austriaca di Contra Magazin crede che nel prossimo futuro la Cina potrebbe usare “l’opzione nucleare” nella guerra commerciale cogli Stati Uniti, fermando l’esportazione di “terre rare” negli Stati Uniti. Infine, Jin Canrong, professore all’Università Popolare Cinese, nell’articolo sul Global Times, definiva il bando delle terre rare della Cina agli USA uno dei tre assi vincenti di Pechino nella guerra commerciale cogli Stati Uniti. Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano fatto eccezioni sui metalli delle terre rare introducendo dazi del 10%, aumentandoli a 25 miliardi sui prodotti cinesi. E gli statunitensi non includono questi metalli nella nuova lista di prodotti cinesi oberati dai dazi per ulteriori 300 miliardi di dollari. La Cina produce circa 105000 tonnellate di metalli delle terre rare ogni anno, l’81% della produzione mondiale. Un divieto o restrizioni alla fornitura di metalli delle terre rare dalla Cina influenzerebbe il settore tecnologico statunitense. “La Cina ha dominato il mercato dei metalli delle terre rare e continuerà a dominarlo per almeno due decenni. Pechino rappresenta il 90% della fornitura di metalli delle terre rare e sono i cinesi a determinarne il prezzo. Il Partito Comunista Cinese (PCC) è il beneficiario finale delle società coinvolte nell’estrazione di metalli delle terre rare. Controlla e manipola questo mercato”, aveva detto a Vzgljad Aleksandr Toporkov, direttore del TDM96, che vende metalli terre rare (REM) in Russia.
I metalli delle terre rare sono contenuti in ogni telefono, auto, aereo. Toporkov fornisce esempi dell’uso di metalli delle terre rare. Pertanto, altoparlanti e microfoni dei telefoni funzionano con magneti al neodimio delle terre rare. Un alto contenuto di metalli delle terre rare si nota nelle batterie, rivestimenti di aerei, anche russi, a base di polveri di zirconio-ittrio. Anche le turbine e le pale degli aeromobili/elicotteri sono rivestite di questo composto per aumentare la resistenza all’usura e limitare l’invecchiamento e l’attrito. Inoltre, è in corso lo sviluppo di motori a pistoni ad alta resistenza (russi e nordamericani), con l’aggiunta di vari metalli delle terre rare in lega con alluminio-scandio, erbio, ittrio. “Tutti i prodotti di Ilon Mask, sia nel settore automobilistico che in quello aerospaziale, contengono un’enorme quantità di composti di terre rare. L’azienda nordamericana Molycorp, che estrae metalli di terre rare, non può soddisfare tutte le esigenze delle compagnie di Mask, per non parlare delle altre società del settore high tech. Vale a dire, sono i principali consumatori di metalli delle terre rare”, dice Toporkov.
Secondo l’edizione austriaca di Contra Magazin, la mancanza di rifornimenti regolari di metalli delle terre rare interromperà l’intera catena di fornitura delle aziende tecnologiche statunitensi, in particolare l’industria della difesa statunitense. I metalli delle terre rare sono le materie prime necessarie per produrre chip nordamericani di alta qualità, i migliori al mondo, affermava il professore cinese. Loro sviluppo e produzione sono molto costosi, i nordamericani li vendono a un prezzo molto alto. E il principale acquirente è la Cina. Nel 2018, le vendite globali di chip ammontavano a 469 miliardi, la maggior parte dei quali, 300 miliardi, importati da Pechino. Se Trump blocca la vendita di chip di fascia alta alla Cina, i produttori statunitensi andranno in bancarotta, causando ingenti danni a Wall Street. Mentre la Cina uscirà con un leggero spavento, e la modernizzazione del settore rallentata per un po’, ma Pechino inizierà attivamente a sostituire le importazioni dei chip. “Gli Stati Uniti hanno proprie riserve di terre rare, ma ci vorranno anni per ricostruire la loro industria e poter soddisfare la loro domanda. Anche quando gli Stati Uniti completassero la ripresa del settore, la Cina avrà già completato ricerca e sviluppo di chip di alta qualità ed inizierà ad esportare i propri prodotti”, affermava il professore dell’Università Nazionale Cinese. “I metalli delle terre rare sono uno dei tanti strumenti utilizzati dalla Cina per raggiungere i suoi obiettivi”, ammette Toporkov. Inoltre, non è affatto necessario che Pechino imponga un embargo completo su questi metalli, devono solo aumentarne i prezzi.

La Cina prepara la risposta agli Stati Uniti

Autostrade in Francia

 

Pubblichiamo la trascrizione di questo breve video in cui la blogger francese Coralie Delaume spiega per sommi ma precisi capi il contenuto dell’accordo del 2015 tra gestori autostradali e governo francese (accordo firmato da Macron, allora Ministro dell’Industria). L’accordo, gravemente squilibrato a favore delle società concessionarie e contro gli interessi degli automobilisti francesi, era ovviamente stato secretato e solo in seguito alla battaglia legale di un attivista ha potuto finalmente essere reso noto al pubblico. Cose che accadono in Francia, ma non solo, come ben sappiamo anche noi in Italia dopo la drammatica vicenda del ponte Morandi. Ovunque le istituzioni pubbliche vengano “catturate” dai sedicenti competenti provenienti dalla élite, esse difendono gli interessi della classe che rappresentano a scapito della gran massa dei cittadini, e grazie anche alla compiacenza dei grandi media cercano di coprire la verità dei fatti. Spetta ai pochi bravi giornalisti d’inchiesta far emergere la verità, e ai cittadini trarne le conseguenze al momento del voto.

 

 

Coralie Delaume, 4 Aprile 2019 

 

Traduzione per Vocidallestero di Carlo Rimassa

 

Il 18 marzo scorso il Consiglio di Stato ha dato ragione a Raymond Avrillier, militante ecologista di Grenoble, sconfessando l’ex Ministro dell’Economia, Emmanuel Macron. Il Consiglio ha  ingiunto allo Stato di rendere pubblico un accordo segreto firmato nel 2015 da Ségolène Royal, all’epoca Ministro dell’Ecologia, Emmanuel Macron, come detto Ministro dell’Economia, e le societa’ concessionarie delle autostrade francesi. Il testo dell’accordo è ormai pubblico, e qui ne daremo un breve sommario. Segnalo inoltre che si può avere il resoconto completo di tutta la vicenda delle privatizzazioni dellle autostrade, a partire dall’inizio degli anni 2000 fino a giorni nostri, leggendo la lunga inchiesta di Benoit Collombat, giornalista della cellula investigativa di Radio France. Si tratta di una inchiesta corredata di numerosi documenti, pubblicata lo scorso 30 Marzo e dal Titolo: Autostrade – Storia segreta della privatizzazione

Leggi tutto su http://vocidallestero.it/2019/04/27/autostrade-in-francia-laccordo-segreto-tra-lo-stato-e-le-societa-concessionarie/

Riserve auree

La seconda economia del mondo aumenta le riserve auree per quattro mesi consecutivi. Cosa significa questo passaggio per il mercato? Nell’articolo per Bloomberg, l’analista Ranjeetha Pakiam afferma che la decisione della Cina di accumulare oro aumenta l’ottimismo sulle banche centrali nel mondo che continueranno ad aumentare le riserve di metallo prezioso, notando che a marzo, la Banca popolare cinese (Banca centrale) aumentava le riserve auree di 0,36 milioni di once. Cioè, il mese scorso Pechino acquistava 11,2 tonnellate di oro. Inoltre, a febbraio, gennaio e dicembre 2018, la Cina acquistò rispettivamente 9,95, 11,8 e 9,95 tonnellate di oro. A marzo, le riserve cinesi raggiunsero i 60,62 milioni di once. Oggi la Cina è il più grande produttore e consumatore di oro al mondo. La sua economia mostra segni di rallentamento, nonostante Pechino e Washington concordino sui negoziati commerciali. Gli ultimi dati della Banca Popolare della China mostrano che Pechino aumenta le riserve auree a ritmo costante, come fece tra la seconda metà del 2015 e l’ottobre 2016. “Se la Cina continuerà ad accumulare lingotti al ritmo attuale, nel 2019 potrebbe chiudere l’anno come principale acquirente dopo la Russia, che aggiungeva 274 tonnellate nel 2018”, secondo Pakiam, che ricordava che ci sono stati lunghi periodi nella storia cinese quando le autorità cinesi non rivelavano informazioni sull’aumento delle riserve auree. Ad esempio, nella seconda metà del 2015, la Banca centrale cinese annunciò per la prima volta in sei anni l’aumento del 57%. Quell’anno le riserve erano 53,3 milioni di once. Un’altra pausa si ebbe tra ottobre 2016 e dicembre 2018. La banca d’investimento internazionale Goldman Sachs si aspetta che la corsa all’oro continui e nei prossimi 12 mesi il prezzo del metallo prezioso raggiunga i 1450 dollari l’oncia.
E la Russia continua ad aumentare le riserve auree. Secondo gli analisti, la tendenza al rialzo delle riserve di metalli preziosi russe indica che il Paese continua a “compiere rapidi progressi negli sforzi per diversificare le attività a scapito delle attività statunitensi”.

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Una nuova “Via della Seta” per il futuro dell’Italia

di Ernesto Ferrante – 13/03/2019

Una nuova “Via della Seta” per il futuro dell’Italia

Fonte: l’Opinione Pubblica

L’Italia non può e non deve perdere la straordinaria opportunità della nuova Via della Seta. La firma dell’accordo con la Cina, darebbe al nostro Paese la possibilità di muoversi da attore autorevole sullo scacchiere multipolare, consegnando agli archivi l’appiattimento sulle posizioni dell’unipolarismo statunitense che ne hanno caratterizzato la politica estera dal dopoguerra in poi, al netto dei circoscritti e limitati sussulti di Mattei, Moro e Craxi.

Il memorandum con la potenza asiatica non prevede obblighi, ma principi condivisi per l’organizzazione di forme specifiche di cooperazione economica. L’esatto contrario di quel pericolo di “colonizzazione” che gli atlantisti di sangue, di ideologia o confessione paventano.

E’ sfacciato, inaccettabile ed immorale che a vestire i panni degli amici premurosi siano i cantori delle gesta di Washington, Bruxelles, Parigi e Londra, fonti di sventure e disastri economici e geopolitici per l’Italia. Se gli “alleati” sono quelli delle 113 basi militari sul nostro suolo, del Britannia, del pareggio di bilancio nella Costituzione e della sciagura libica, meglio starne alla larga.

Nell’esecutivo gialloverde non mancano gli sbarratori delle porte del treno della Via della Seta, anche se fortunatamente i sottosegretari allo Sviluppo Economico Geraci e ai Trasporti Rixi (entrambi leghisti) e diversi esponenti di peso del M5S (il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano in primis), riescono a far sentire la propria voce con argomentazioni serie, suffragate da dati.

Il negoziato è in dirittura d’arrivo e potrebbe essere firmato durante la visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping a Roma (prevista per il 22 e 23 marzo) o a fine aprile, tra il 25 e il 27, quando a Pechino si svolgerà il secondo Forum sulla “Belt and Road Initiative”.

Il nostro sarebbe il primo Paese del G7 a beneficiare dei vantaggi strategici ed economici di quella cintura economica lungo l’antica Via della Seta che aprirà un mercato di tre miliardi di consumatori. “Yi Dai Yi Lu”, in mandarino.

“Una Cintura Una Strada” nella nostra lingua. Una “cintura” di strade, ferrovie per il trasporto delle merci, gasdotti e oleodotti, linee di telecomunicazioni che partendo dalla Cina attraverseranno l’Asia centrale, la Russia, il Medio Oriente per arrivare in Europa. Una “strada” marittima che comincia dai grandi porti di Shanghai e Canton, fa rotta lungo il Mar Cinese meridionale e l’Oceano Indiano, fa tappa in Kenya, risale il Mar Rosso, arriva nel Mediterraneo con uno scalo al Pireo e termina a Venezia.

Sessantasette Paesi hanno già sottoscritto la Belt and road Initiative. Sono già 13 i Paesi dell’Ue che hanno siglato un memorandum di intesa con la Cina. Si tratta di Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia. La Cina è il principale partner commerciale di 126 nazioni; gli Stati Uniti di 56.

A chi pende ancora dalle labbra di tromboni da salotti buoni come il politologo Luttwak, secondo il quale “la scelta di stare con la Cina dimostrerebbe che l’Italia si rivela essere ancora una volta provinciale e fuori dai giochi”, è appena il caso di snocciolare qualche numeretto sonante: i progetti cinesi prevedono investimenti per 900 miliardi di dollari nei prossimi 5-10 anni; 502 miliardi in 62 Paesi entro il 2021, secondo i calcoli degli analisti di Credit Suisse.

Il premier Conte, che pare aver colto l’importanza della nuova Via della Seta, faccia il Marco Polo e dia all’Italia la possibilità di esplorare un mondo sconosciuto che si chiama sovranità piena, con la libera scelta delle migliori opzioni strategiche sul piano economico e politico. Nell’esclusivo interesse del popolo italiano.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61727

 

C’è chi vede e provvede

Lo ha annunciato il ministro tedesco dell’economia, Peter Altmaier: ha pronta una nuova strategia federale “ per proteggere e promuovere le imprese tedesche in un’economia globale sempre più competitiva “, scrive letteralmente Deutsche Welle. Usando le parole proibite, protezionismo e promozione pubblica dell’innovazione.

La classe dirigente tedesca s’è accorta che il sistema industriale patrio è invecchiato e dedito a settori troppo maturi. Quindi, ecco elaborata la “Strategia industriale 2030” : “necessaria perché le imprese tedesche sono sotto crescente pressione da parte di imprese innovative”, le quali ricevono sostegno pubblico negli Stati Uniti e in Cina”.

Altmaier ha risposto alle (immancabili) accuse: ma questo è protezionismo! E’ massiccio intervento dello stato nell’economia, dicendo: lo stato darà solo un impulso, una spinta – gli investimenti devono venire dall’economia privata”:

Si tratta (udite udite) di “creare “campioni nazionali” della Germania. In nove settori industriali-chiave, identificati dal documento in chimica, ingegneria, dispositivi medici,aerospaziale ai primi posti; idee per dotare la Germania di una energia più economica; viene riconosciuta la necessità di restare alla pari coi progressi tecnologici nella Intelligenza Artificiale e stampa 3D. L’intervento pubblico riguarderà ovviamente anche le “infrastrutture immateriali”: a cominciare da una riforma delle leggi che vietano in monopoli – un sacro idolo del liberismo, che però impedisce alle imprese tedesche di fondersi e diventare “campioni nazionali”, e un sistema fiscale competitivo. Già attuata una restrizione degli investimenti esteri in Germania, altro idolo liberista: ci si è accorti che gli investitori esteri depauperano il paese delle competenze. tecnologie e brevetti accumulati nell’impresa venduta. Inaudito.

A novembre scorso, Altmaier ha tenuto un vertice dell’economia a Berlino, dove durante tre giorni si è riconosciuto che all’Europa manca la “platform economy” – che ha reso miniere di diamanti Apple, Amazon, Google, Microsoft, Facebook, Tencent o Alibaba . Ossia di un mondo “ focalizzato a facilitare le interazioni e le transazioni tra più produttori e consumatori su una piattaforma tecnica condivisa”, un motore estremamente potente di scambi commerciali e di innovazione nell’era digitale. “Mentre stiamo parlando, fuori sta succedendo una rivoluzione!” ha dichiarato il ministro Peter Altmaier : ed è lodevole il senso di urgenza, qualcosa che manca del tutto al dibattito pubblico sull’economia italiana.

https://www.maurizioblondet.it/aiuti-di-stato-alle-imprese-ohibo-in-germania-si-puo/

L’Europa per le Cayman

L’idea, partita da una parrocchia, era quella di creare una cooperativa fra ex carcerati che si occupasse di restauro ligneo: fui interpellato come esperto del settore (provengo da una famiglia d’antiquari) insieme ad un amico restauratore. Credevamo, essendo le uniche persone esperte, di dirigere la struttura ma non era così: la direzione generale della struttura era affidata ad un “diacono” che nessuno conosceva. Incontrai questo “diacono”, m’offrì una grappa e mi disse “tanto è inutile che voi pretendiate la direzione, perché “noi” riceveremo i fondi europei, voi mai.” Bevvi d’un sorso la grappa e lo salutai. A mai più.

Quella enorme massa di denaro (4) che viene elargita per vari “progetti” non è altro che una colossale regalia al potere politico di una nazione, allo scopo di garantirsi la fedeltà assoluta ai dettami europei.

I mille capannoni abbandonati, cosa furono? Altrettante tangenti o, comunque, “provvigioni” ottenute da “progetti” che erano inconsistenti, privi d’utilità economico-sociale, buoni solo per finanziare questo o quello, europeisti convinti, ovvio.

Infine, c’è la bella favola del Fondo Sociale Europeo – il quale, per sua definizione, potrebbe essere usato anche per il RdC – ma no, non s’ha da fare. Perché? Perché la gestione del FSE era delle Regioni, poi delle Province…e adesso? Sono i famigerati “centri per l’impiego”, ossia posti dove una miriade di burocrati s’affannano per farti credere che il lavoro si troverà…a patto di fare quel certo corso d’aggiornamento, tenuto dal luminare universitario, pagato profumatamente…mediante il quale magari ti daranno anche un punteggio. E, tu, mangiaci col punteggio. Mentre loro sono i veri destinatari del FSE: erano la base elettorale dei partiti che prima erano al governo e che temono un’affermazione dei sovranisti alle prossime elezioni europee. Finisce la pacchia? Vedremo.

Un bilancio europeo siffatto serve soltanto ad un trasferimento di denaro, che passa dai fondi pubblici alle tasche private: difatti, l’Europa è il continente che più esporta capitali nei paradisi fiscali (Isole Cayman, ecc), come dimostra il grafico (5):

Ben 2600 miliardi di dollari! Pronti, all’evenienza, ad acquistare stock di debito pubblico di un certo Paese, oppure a venderli: così si ottiene il controllo di un continente, mediante lo spread ed il tipico atteggiamento dei cravattari.

Del resto, cosa ci si può aspettare da un uomo (Juncker) che ha promosso l’elusione fiscale per le grandi aziende, nel suo Paese e nel resto d’Europa, documentata da un’inchiesta di ben 80 giornalisti di 26 Paesi, ed un processo nel quale i giudici (lussemburghesi) hanno condannato…i giornalisti che avevano indagato!

Ora, torniamo a noi ed a quel famoso 2,4% che ha fatto infuriare Juncker: una nazione, pesantemente indebitata (come quasi tutti i grandi Paesi Europei), decide – dopo anni d’inconcludenti restrizioni economiche – di provare la via keynesiana, ossia di fornire risorse alle fasce più deboli della popolazione affinché, visto che quei soldi finiranno spesi per necessità (e non alle Cayman!), si possa innalzare la crescita e, in questo modo, ridurre il rapporto debito/PIL.

E’ un tentativo plausibile? L’alternativa? Continuare in ristrettezze con il debito che sempre aumenta?

Crediamo che Juncker sia arrabbiato, perché loro campano proprio sul debito altrui, come gli usurai: se qual debito non ci fosse, si dovrebbe inventarlo!

Però, c’è un però. Per la prima volta sono giunti al potere partiti anti-europeisti: non tanto per principio, quanto per la miseria che è diventata questa Europa, che va sempre peggio, nella quale l’Indice di Gini (la disuguaglianza sociale) è sempre in aumento, nella quale in ogni Paese s’avvertono solo “necessità di tagliare”, via welfare, via scuole, via ospedali…

Il guaio è che è capitato in un grande Paese: l’Italia. Al punto che, se si dovesse giungere ad uno scontro veramente duro, quel Paese potrebbe sottoporre ai suoi elettori un referendum consultivo (come per il referendum consultivo per l’adesione, nel 1989) e decidere, vista l’impossibilità di rimanere insieme, d’andarsene. E sarebbe la fine dell’Unione Europea.

Alcuni burocrati Europei l’hanno capito (Moscovici, ad esempio, più “morbido”) mentre Juncker – che non è un gran politico, la sua formazione è prevalentemente economica – sembra non volerlo capire. Alle prossime elezioni europee lo capirà: coraggio, Juncker, non è mai troppo tardi!

(1) https://www.truenumbers.it/quanto-versa-italia-europa/

(2) https://www.truenumbers.it/budget-europeo/

(3) http://www.contributieuropa.com/v3/store/veditutti.asp

(4) https://www.ilsole24ore.com/impresa-e-territori/fondi-europei.shtml

(5) https://www.truenumbers.it/evasione-paradisi-fiscali/

(6) https://it.wikipedia.org/wiki/Luxemburg_Leaks


http://carlobertani.blogspot.com/2018/10/i-bilanci-del-sacro-romano-impero.html