Investimento sino-russo “dollar free”

di  F. William Engdahl (*) L’8 novembre il grande gruppo minerario russo Norilsk Nickel ha annunciato di aver iniziato le operazioni in un nuovo impianto di estrazione e lavorazione di Bystrinsky all’avanguardia nella provincia russa di Zabaykalsky Krai. La cosa notevole del progetto è la partecipazione diretta della Cina, così come il fatto che quattro anni fa le enormi riserve di rame, oro e magnetite di Bystrinsky erano inaccessibili a qualsiasi mercato e del tutto non sfruttate. È un esempio della trasformazione dell’intera geografia economica dell’Eurasia che sta crescendo a seguito della stretta cooperazione della Russia con la Cina e in particolare con la “China Belt Road Initiative”, in precedenza nota come New Economic Silk Road. Il complesso minerario e di trasformazione di Bystrinsky è un progetto da $ 1,5 miliardi con riserve di minerali in totale stimate in 343 milioni di tonnellate. L’enorme progetto è di proprietà congiunta di Norilsk Nickel, il più grande produttore mondiale di nickel e palladio e uno dei maggiori produttori di platino e rame, insieme al Fondo risorse naturali CIS, un fondo russo per le risorse naturali istituito da Vladimir Putin  e dalla Cina Highland Fondo. Il nuovo complesso minerario si trova a circa 400 chilometri di ferrovia dal confine con la Cina nell’Estremo Oriente siberiano della Russia . La partecipazione cinese non è sorprendente. La Cina è il maggiore importatore mondiale di rame e gran parte della nuova produzione mineraria sarà diretta in Cina. La Cintura cinese, la Road Initiative (BRI) che sta vedendo la costruzione di migliaia di chilometri di nuove linee ferroviarie ad alta velocità attraverso l’Eurasia sta creando un enorme aumento della domanda di rame, acciaio e minerale di ferro . Il nuovo progetto minerario russo comprende la costruzione di un’infrastruttura completamente nuova di strade, ferrovie e enormi infrastrutture in quelle che in precedenza erano aree incontaminate.

*F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, ha conseguito una laurea in politica presso la Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”. Fonte: New Eastern OutlookTraduzione: Luciano Lago

https://www.controinformazione.info/la-russia-e-la-cina-realizzano-una-nuova-geografia-economica/

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Fine del petrodollaro?

Il solo fattore che trattiene il dollaro dal collasso totale è la forza militare statunitense e il dispiegamento ovunque di ONG ingannevoli per facilitare il saccheggio dell’economia mondiale. Finché gli sporchi trucchi di Washington e le macchinazioni di Wall Street sono stati in grado di creare crisi come hanno fatto nell’Eurozona nel 2010 attraverso la Grecia, paesi in surplus nel commercio mondiale come Cina, Giappone e poi Russia non hanno alternativa pratica se non comprare più debito pubblico USA – titoli del Tesoro – con la massa del loro avanzo commerciale in dollari. Washington e Wall Street sorridono; possono stampare volumi infiniti di dollari non sostenuti da nulla di più prezioso degli F-16 e dei carri armati Abrams. Nel comprare il debito USA, Cina, Russia e altri detentori di obbligazioni in dollari hanno in realtà finanziato le guerre USA dirette contro di loro. Allora avevano poche opzioni alternative praticabili. Ora, ironicamente, due delle economie estere che hanno permesso al dollaro l’allungamento della sua vita artificiale oltre il 1989 – Russia e Cina – stanno svelando cautamente questa temutissima alternativa: una valuta internazionale sostenuta dall’oro e, potenzialmente, parecchie valute simili che possono sostituire l’attuale ingiusto ruolo egemonico del dollaro. Per parecchi anni sia la Federazione russa che la Repubblica Popolare Cinese hanno comprato enormi quantità d’oro, da aggiungere in gran parte alle riserve valutarie delle loro banche centrali, che altrimenti sono in dollari o in valute europee. Finché recentemente non è diventato chiaro perché. Per parecchi anni era noto nei mercati d’oro che i più grandi compratori di oro fisico erano le banche centrali di Cina e Russia. Ciò che non era tanto chiaro era quale riposta strategia esse avessero, oltre la semplice creazione di fiducia nelle loro valute minacciate da crescenti sanzioni economiche e da dichiarazioni bellicose di guerra commerciale da parte di Washington. Ora è chiaro perché. Cina e Russia, insieme probabilmente ai paesi loro maggiori partner commerciali dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), come pure ai loro partner euroasiatici dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) sono sul punto di completare l’architettura funzionante di una nuova alternativa monetaria al mondo del dollaro. Al presente, oltre ai membri fondatori Cina e Russia, i membri effettivi della SCO includono Kazakistan, Kyrgyzstan, Tagikistan, Uzbekistan, e più recentemente India e Pakistan. È una popolazione di più di 3 miliardi di persone, circa il 42 % dell’intera popolazione mondiale, che si associa in una cooperazione politica ed economica coerente, pianificata e pacifica. Se ai paesi membri della SCO aggiungiamo gli Stati osservatori ufficiali – Afghanistan, Bielorussia, Iran e Mongolia, Stati con espresso desiderio di associarsi formalmente come membri pieni, uno sguardo alla carta geografica mostrerà le potenzialità impressionanti dell’emergente SCO. La Turchia è un interlocutore formale che esplora la possibile applicazione dell’appartenenza alla SCO, come lo sono Sri Lanka, Armenia, Azerbaijan, Cambogia e Nepal. Tutto questo, detto semplicemente, è enorme. Fino a tempi recenti i think tank di Washington e il governo hanno disprezzato le istituzioni euroasiatiche emergenti come la SCO. A differenza del BRICS, che non è composto di paesi contigui in una vasta massa di territorio, il gruppo SCO forma un’entità geografica chiamata Eurasia. Quando a un incontro in Kazakistan nel 2013 il presidente cinese Xi Jinping ha proposto la creazione di quella che allora è stata chiamata la ‘via della seta della nuova economia’, pochi in occidente l’hanno presa sul serio. Oggi il nome ufficiale è ‘Belt, Road Initiative’ (BRI, Iniziativa per la cintura stradale’). Oggi il mondo inizia a prendere seriamente atto dello scopo della BRI. È chiaro che la diplomazia economica della Cina, come della Russia e del suo gruppo di paesi dell’Unione Economica Euroasiatica, verte soprattutto sulla realizzazione di ferrovie avanzate ad alta velocità, porti, infrastrutture per l’energia, che insieme intrecciano un nuovo vasto mercato tale da eclissare, entro meno di un decennio al ritmo attuale, ogni potenzialità economica nei paesi OECD economicamente stagnanti e gonfi di debiti della UE e del Nord America. Ciò che finora era di necessità vitale, ma non chiaro, era una strategia per liberare le nazioni dell’Eurasia dal dollaro e dalla loro vulnerabilità a nuove sanzioni del Tesoro USA e alla guerra finanziaria basata sulla loro dipendenza dal dollaro. Questo sta per succedere. […] Secondo un articolo nella Japan Nikkei Asian Review, la Cina sta per lanciare un contratto future per il petrolio greggio denominato in yuan cinesi che sarà convertibile in oro. Questo, se combinato con altre mosse cinesi negli ultimi due anni per diventare un’alternativa praticabile a Londra e a New York, diventa realmente interessante. La Cina è il più grande importatore mondiale di petrolio, gran parte del quale è ancora pagato in dollari USA. Se ottiene ampia accettazione, il nuovo contratto future in yuan per il petrolio potrebbe diventare il più importante riferimento per il petrolio greggio basato sull’Asia, dato che la Cina è il più grande importatore mondiale di petrolio. Questo potrebbe sfidare i due contratti di riferimento per il petrolio dominati da Wall Street, i contratti future North Sea Brent e West Texas Intermediate, che finora hanno dato a Wall Street enormi vantaggi nascosti. [

https://www.controinformazione.info/agonia-del-dollaro/

Chi si rivede!

Vincent Brousseau, sul sito di UPR, propone uno scenario suggestivo e inquietante di fine dell’euro, gestito dalla Germania. Siamo abituati a pensare che la fine dell’euro debba essere un evento storico clamoroso, ma portando alle estreme conseguenze una proposta lanciata da Weidmann (probabilmente il futuro presidente della BCE) e recentemente ripresa dagli economisti dell’IFO, la fine dell’euro potrebbe essere un evento graduale e quasi impercettibile, mascherato da una serie di questioni tecniche. Nel frattempo, però, la scia di macerie e disperazione che l’euro ha prodotto sarà ben tangibile.

L’articolo lo potete leggere per intero qui: http://vocidallestero.it/2017/10/30/brousseau-luscita-furtiva-dalleuro/

Ma io ho trovato sufficiente la tabella riportata:

Riserve in oro per paese

Come Volevasi Dimostrare

Debito pubblico e debiti privati

Di Simon Black, 11 ottobre 2017

Il motivo per cui c’è stata la grande crisi finanziaria è che Wall Street stava concedendo mutui per comprare la casa anche a persone che non potevano permetterseli.

Fino alla esplosione della crisi, gli investitori erano voracemente affamati di debito garantito da ipoteche immobiliari con rating “AAA”. E così le società finanziarie concedevano molti prestiti anche a mutuatari a rischio (“subprime”) per poi rivenderli a Wall Street. Wall Street ne impacchettava tanti insieme e una delle agenzie di rating più importanti (come Moody’s o Standard & Poor’s) certificava questi mucchi di rifiuti fumanti con una AAA.

AAA secondo la definizione di Moody significa che l’investimento “dovrebbe sopravvivere all’equivalente della Grande Depressione degli Stati Uniti”. In altre parole, è solido come la roccia.

Il ragionamento era questo: un singolo mutuo subprime è in effetti rischioso. Ma se si mettono insieme i mutui di migliaia di persone, a questo punto il pacchetto può ottenere un rating AAA. Perché non è possibile che non rimborsino il prestito tutti quanti. E poi, bè, sul mercato immobiliare i soldi non vanno mai perduti…

In realtà però le agenzie di rating non erano così stupide come sembravano … Le indagini effettuate dopo la crisi hanno mostrato una quantità di email incriminanti, come questa, di un dirigente di Standard & Poor’s:

“Signore aiuta la nostra fottuta truffa… questo deve essere il posto più stupido in cui ho mai lavorato “.

Come tutti gli altri, stavano al gioco perché volevano fare soldi.

Per generare ipoteche sufficienti per soddisfare la domanda, i finanziatori avrebbero fatto di tutto…

– Vendere una casa senza chiedere il minimo anticipo in contanti.

– Offrire tassi di ingresso trappola (con rate mensili temporaneamente più basse, che nel giro di qualche tempo però si adeguano alle tariffe di mercato).

– E persino offrirsi di pagare parte del mutuo per un paio di mesi (la maggior parte dei piccoli istituti di credito era in grado di rivendere il prestito a Wall Street nel giro di un mese o due, cancellando così la loro responsabilità: se le commissioni sul prestito erano superiori alle loro spese, ci guadagnavano comunque).

I peggiori prestiti subprime erano soprannominati “NINJAs”, che stava per “No income, No job, No assets” (Nessuna entrata, nessuno stipendio, nessuna garanzia).

Quando non furono più in grado di emettere sufficienti mutui per soddisfare la richiesta, a Wall Street sono diventati creativi. Hanno cominciato a impacchettare pacchetti di ipoteche, che venivano chiamati ”CDO (Collateralized Debt Obligation) al quadrato” (CDO aventi come garanzia altri CDO, ndVdE). Quindi hanno creato “CDO sintetici”, che erano solo derivati ​​di altri mutui subprime e di altri CDO (essenzialmente un
modo per le persone di giocare sul mercato dei mutui senza che ci fossero dietro nuovi mutui reali).

Come tutti sappiamo, è finita a disastro… perché le persone che avevano sottoscritto i mutui benché non potessero permettersi di acquistare case costose hanno smesso di pagare le rate. E i CDO, i CDO al quadrato e i CDO sintetici (che erano stati diffusi in tutto il mondo) hanno fatto bancarotta.

Ma ricordiamolo: tutto è iniziato con la vendita di case a persone che non potevano permettersele.

Il che mi riporta a oggi…

Negli Stati Uniti il debito contratto dagli studenti ha raggiunto un livello record, pari a 1,4 trilioni di dollari. E i millennials stanno facendo fatica a pagarli.

L’Associazione Nazionale degli Agenti immobiliari ha svolto un sondaggio tra 2.000 millennials tra i 22 e i 35 anni sul debito contratto per studiare e la proprietà della casa… Solo il 20% degli intervistati possedeva una casa… Degli 8 su 10 che non la possedevano, l’83% ha affermato che la ragione era il debito contratto per studiare. E l’84% ha risposto che avrebbe dovuto rinviare l’acquisto della casa per diversi anni (la mediana era sette anni).

E questo è un guaio per l’attività di vendita immobiliare. Ma, di nuovo, i finanziatori stanno diventando creativi …

L’impresa edilizia di Miami Lennar Homes ha recentemente annunciato che avrebbe pagato una grande parte del prestito studentesco per qualsiasi mutuatario che comprasse una casa da loro.

Attraverso la sua controllata Eagle Home Mortgage, l’azienda si farà carico di una quota del prestito studentesco dell’acquirente, pari a ben il 3% del prezzo di acquisto della casa, fino a 13.000 dollari.

Il debito è diventato a tal punto la chiave di volta della nostra società, che l’unico modo in cui possiamo permetterci qualcosa è scambiando un tipo di debito che non possiamo permetterci, con un altro tipo di debito.

Un recente studio della Pew Charitable Trust ha mostrato che il 41% delle famiglie americane ha meno di 2.000 dollari di risparmi: un buon terzo ha zero risparmi (tra cui una su dieci delle famiglie con oltre 100.000 dollari di reddito). Un altro studio ha mostrato che il 70% degli americani ha meno di 1.000 dollari di risparmi.

Il punto è che l’America è a pezzi… Una singola spesa imprevista come un pneumatico che esplode o una visita del medico manderebbe a gambe all’aria la maggior parte delle persone.

E sta solo peggiorando.

Nel mese di agosto, ho calcolato l’ammontare del conto medio delle famiglie nella Bank of America (che ha 592 miliardi di dollari in depositi di cittadini privati, 46 milioni di famiglie) … È di solo 12.870 dollari per famiglia… E questo include risparmi, investimenti, piani di pensionamento… TUTTO.

E bisogna anche tenere a mente che questa è la media… resa più alta dai titolari di conti con saldi  enormi.

Non c’è da meravigliarsi che gli americani abbiano 1.021 trilioni di dollari di debiti contratti con la carta di credito – la somma più alta della storia.

Anche i finanziamenti per l’acquisto di auto hanno toccato il record di 1,2 trilioni di dollari.

E non dimentichiamo il governo americano, che è sotto di più di 20 trilioni di dollari. 

Il debito statunitense è ora del 104% del PIL … E il debito totale è cresciuto del 48% dal 2010.

Nel bilancio economico la colonna dei debiti continua ad allungarsi. Nel frattempo, gli attivi e la produttività non stanno tenendo il passo.

Ma la gente continua a comprare case, automobili, televisioni e pagare le tasse dell’Università indebitandosi sempre di più… E ora, scambiando un tipo di debito con un altro.

La ricchezza è basata sul risparmio e sulla produzione. Non sul fabbricare trucchetti con le carte e sprofondare sempre di più nei debiti.

Non posso dirti quando questo castello di carte crollerà. Ma ti assicuro che precipiterà.

http://vocidallestero.it/2017/10/17/il-sistema-di-mutui-piu-folle-che-ho-mai-visto/

Ponti e non muri

Il gruppo francese Total, alla testa di un consorzio internazionale con la CNPCI cinese, ha firmato un accordo da 4,8 miliardi di dollari con Teheran, nonostante le pressioni di Washington, che prende in considerazione nuove sanzioni contro l’Iran. In base a tale contratto 20ennale, il consorzio investirà 2 miliardi di dollari (1,76 miliardi di euro) nella prima fase dello sviluppo del blocco 11 del grande giacimento di gas offshore South Pars. Total è la prima importante azienda occidentale di idrocarburi a ritornare in Iran dalla revoca parziale delle sanzioni internazionali del gennaio 2016, dopo l’accordo nucleare firmato nel 2015 con le grandi potenze, tra cui Francia e Stati Uniti. “Oggi è un giorno storico per Total, il giorno in cui si torna in Iran”, aveva detto il CEO del gruppo Patrick Pouyanné alla firma dell’accordo a Teheran. “Mi auguro che l’accordo tra una grande azienda europea, francese, e l’Iran ispiri altre aziende a venire in Iran, dato che lo sviluppo economico è la via che porta alla pace” aveva detto Pouyanne. “Siamo qui per costruire ponti e non muri, cresciamo in Iran, Qatar, Emirati Arabi Uniti, ovunque possiamo”, aggiungeva. “Non potremo mai dimenticare che Total è stato il precursore”, rilanciava il Ministro del Petrolio iraniano Bijan Zanganeh Namadar, secondo cui, l’industria del petrolio e del gas iraniano ha bisogno di 200 miliardi di dollari (176 miliardi di euro) di investimenti nei prossimi cinque anni. L’Iran ha la seconda maggiore riserva di gas al mondo dopo la Russia, e la quarta riserva mondiale di petrolio, ma le aziende estere sono generalmente riluttanti a investirvi per le sanzioni degli Stati Uniti ancora in vigore. In base all’accordo con la Total, la società francese avrà il 50,1% delle azioni del consorzio che gestirà il giacimento di gas, seguito dal gruppo China National Petroleum Corporation (CNPCI) con il 30% e Petropars iraniana (19, 9%). La firma dell’accordo con Total avviene poco dopo la visita del Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif in Europa. Zarif fu ricevuto dal Capo di Stato francese Emmanuel Macron dopo l’incontro con il presidente tedesco Steinmeier e il primo ministro italiano Paolo Gentiloni. Teheran mira a rafforzare le relazioni con l’Unione europea, di fronte a un’amministrazione degli Stati Uniti ostile. “Nonostante l’ostilità irragionevole degli Stati Uniti, l’Unione europea è impegnata sull’accordo nucleare e un accordo costruttivo” con l’Iran, scriveva Zarif in un tweet”.

https://aurorasito.wordpress.com/2017/07/04/posture-svolte-e-interessi/

Sovranismo

A dimostrazione che nel dibattito accademico, per quanto ingessato dal conformismo, circolano tesi ben più critiche di quelle riportate sui media mainstream, un recente bollettino di ricerca della stessa BCE avalla dichiarazioni che si potrebbero definire “no euro”: in esso si sostiene che il sistema di regole esistente rende i paesi dell’area euro vulnerabili agli umori dei mercati (e dunque agli speculatori); si afferma che le politiche condotte dopo la crisi del 2009, sebbene nel contesto delle regole che le imponevano, erano sbagliate perché focalizzate sul contenimento del debito (obiettivo comunque fallito) anziché sullo stimolo fiscale – con effetti deflattivi che si sarebbero di conseguenza potuti evitare. Nella conclusione afferma a chiare lettere che con la propria moneta sovrana non si fa default. (Ovviamente la responsabilità dell’euro in tutto questo non viene troppo evidenziata, ma stiamo pur sempre parlando di un bollettino della BCE).

http://vocidallestero.it/2017/07/01/bollettino-bce-non-si-puo-fare-default-con-la-propria-moneta/

Il petrodollaro in crisi

Il sistema dei petrodollari degli Stati Uniti è in gravi difficoltà mentre il più grande produttore di petrolio del Medio Oriente continua a soffrire perché il basso prezzo del petrolio ne devasta la base finanziaria. L’Arabia Saudita, fattore chiave del sistema dei petrodollari, continua a liquidare le proprie riserve valutarie, poiché il prezzo del petrolio non copre i costi della produzione e del finanziamento del bilancio nazionale. Il sistema dei petrodollari fu avviato nei primi anni ’70, dopo che Nixon abbandonò il gold standard, scambiando il petrolio saudita coi dollari USA. L’accordo affermava che i sauditi avrebbero scambiato solo in dollari USA il loro petrolio per reinvestirne le eccedenze nei buoni del tesoro USA. Ciò permise all’impero statunitense di persistere per altri 46 anni, in quanto possedeva la carta di credito energetico, e tale carta funzionò sicuramente. Secondo le statistiche più recenti, il totale cumulato del deficit commerciale degli USA dal 1971 è di circa 10,5 trilioni di dollari. Ora, considerando la quantità di importazioni di petrolio dal 1971, ho calcolato che quasi la metà di quei 10,5 trilioni di dollari di deficit è per il petrolio. Quindi, un’enorme carta di credito energetica. Indipendentemente da ciò… il sistema del petrodollaro funziona quando un Paese esportatore di petrolio ha un “surplus” da reinvestire nei buoni degli Stati Uniti. E questo è esattamente ciò che l’Arabia Saudita fece fino al 2014, quando fu costretta a liquidare le riserve in valuta estera (per lo più buoni del tesoro USA) quando il prezzo del petrolio scese sotto i 100 dollari:Quindi, mentre il prezzo del petrolio ha continuato a diminuire dalla metà 2014 alla fine del 2016, l’Arabia Saudita vendette il 27% delle proprie riserve valutarie. Tuttavia, quando il prezzo del petrolio si è ripreso alla fine del 2016 e nel 2017, non bastò a limitare la continua vendita di riserve valutarie saudite. Nel 2017 il Regno ha liquidato altri 36 miliardi di dollari di riserve valutarie: