Piano Italia 2030

Nel suo vasto curriculum, Draghi ha anche un dottorato al MIT (primo italiano) con Modigliani e Solow. Solow (Nobel ’87) è l’economista forse più noto nell’ambito della teoria della crescita che lega soprattutto al progresso tecnologico che incide sulla produttività, ritenuta la chiave della lievitazione. Ma successivi sviluppi teorici hanno aggiunto note sul capitale umano, sulle infrastrutture, sui quadri giuridici in cui opera la macchina economica.
Per sapere come Draghi pensava di applicare le sue convinzioni teorico economiche al caso Italia, basta leggersi le Considerazioni finali del Governatore di Banca d’Italia del 2011 quando lasciò l’istituto di palazzo Koch per andare a Francoforte. Da pagina 11 alla 16 è riassunta la diagnosi Draghi, quindi la prognosi. Si tenga conto che dieci anni al Tesoro (governi tanto di centrodestra che di centro sinistra) e cinque a Bankitalia, fanno di Draghi il miglior conoscitore possibile delle strutture dell’economia italiana sotto i profili fiscali, imprenditoriali, legislativi, strutturali, sociali e conoscere è la precondizione per cambiare tramite interventi coordinati. Draghi cioè è tra i pochissimi (forse l’unico) che conosce a fondo l’intero sistema anche perché la sua stessa definizione funzionale più precisa è -a mio avviso- proprio quella di funzionario di sistema. Un funzionario di solito al servizio di poteri vari che affollano il vertice del potere sistemico, oggi incaricato da Mattarella di esprimere per la prima volta in vita sua la sua visione in forma esecutiva, salvo via libera politico.
In breve, la diagnosi di sistema fatta a suo tempo da Draghi, era: 1) ottimizzazione della spesa pubblica esaminando problemi ed opportunità di bilancio “voce per voce” impiegando eventuali risparmi in investimenti strutturali; 2) riduzione tasse se c’è recupero di evasione fiscale; 3) se non c’è recupero di produttività i salari ristagnano e ne risente la crescita; 4) la produttività italiana ristagna perché il nostro sistema non si è ancora adattato all’evoluzione tecnologica ed alla globalizzazione; 5) non funziona la giustizia civile e questa mancanza di quadro normativo porta a perdere anche un punto di Pil oltreché sconsigliare investimenti esteri; 6) fino ad un altro punto percentuale di mancata crescita lo si deve al sistema educativo e formativo, soprattutto universitario e di livelli medi di scolarità tra i più bassi tra i paesi OCSE; 7) c’è poca concorrenza di mercato; 8) abbiamo una prolungata carenza di spesa ed efficienza di spesa nelle infrastrutture; 8) non sappiamo neanche impiegare a fondo e gestire bene i fondi europei; 9) si è scaricata tutta la flessibilità necessaria nel mercato del lavoro in entrata (contratti); 10) le sole contrattazioni nazionali sono tropo rigide ed impediscono patti aziendali locali tra lavoratori ed imprese; 11) scarsi supporti nei servizi sociali e non solo, deprimono la partecipazione femminile al mercato del lavoro creando un ulteriore freno allo sviluppo sistemico; 12) il sistema di protezione sociale deve esser in grado di sostenere chi perde un lavoro e ne cerca un altro aiutando così la vivibilità di un sistema in perenne trasformazione adattiva; 13) le imprese italiane sono piccole, famigliari, sottocapitalizzate, strutturalmente inabili al mercato globale.
Come in parte si vede nella recente composizione del governo, i ministeri – Tesoro, Giustizia, Infrastrutture, Istruzione – sono le chiavi necessarie per la trasformazione strutturale auspicata e quindi avocati a sé o a sue dirette emanazioni, quelli del Digitale e della Transizione ecologica sono più legati alla gestione dei fondi di ripresa europei, ma il primo è anch’esso infrastrutturale. Così per la delega per i rapporti con l’UE ed in fondo anche l’asse strategico degli Affari esteri.
Draghi ha poco tempo forse poco più di un anno. Ma l’obiettivo non è risolvere tutti gli italici problemi in un tempo impossibile, è impostare la struttura. Dopodiché come Presidente della Repubblica ha almeno altri sette anni per supervisionare lo sviluppo di quella struttura. Il PdR controfirma ogni anno la finanziaria e non sarà una passeggiata per i governi dei prossimi anni, far firmare paginette con tutto ed il suo contrario recapitate al Quirinale mezzora prima della scadenza. Draghi diventerà un vincolo interno più che il pareggio di bilancio in Costituzione. Draghi diventerà il garante del rischio o opportunità Italia almeno fino al 2030.

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/italia-2030

Giappone

Fonte: Thomas Fazi

Da oggi (16 settembre) il Giappone ha un nuovo primo ministro: Yoshihide Suga, presidente del Partito Liberal Democratico ed ex ministro degli affari interni e delle comunicazioni e segretario generale del governo negli esecutivi guidati da Shinzō Abe. Sotto la sua guida, possiamo essere certi che il Giappone continuerà a impartire lezioni di macroeconomia al mondo e a sfatare i molti miti che, ahinoi, continuano ancora a circolare in materia di deficit e di debito pubblico, soprattutto nella nostra disgraziata Europa.
Solo qualche giorno fa, nel corso di un’intervista, Suga ha dichiarato chiaramente che non c’è alcun limite al volume di titoli di Stato che può emettere il governo giapponese e dunque al rapporto debito/PIL del paese, che quest’anno dovrebbe raggiungere il 270 per cento (sì, avete letto bene). «L’unica cosa che conta in questo momento è migliorare le condizioni economiche: creare posti di lavoro e proteggere le imprese», ha aggiunto.
Suga si è limitato a enunciare una banalissima verità, che, però, in un tempo di inganno universale (soprattutto sui temi economici) quale quello che viviamo da anni, acquista una valenza quasi rivoluzionaria.
Detto molto semplicemente, per uno Stato che dispone della sovranità monetaria e che emette debito nella propria valuta, non c’è alcun limite intrinseco alla quantità di debito che esso può emettere, né in termini assoluti né in rapporto al PIL; non c’è alcuna “soglia” oltre la quale si va incontro a chissà quali conseguenze nefaste (giusto qualche anno due economisti di fama mondiale pubblicarono un celebre paper, poi smontato da un studente ventenne, in cui affermavano che il debito pubblico diventava un problema una volta superata la soglia del 90 per cento del PIL: in pratica il Giappone, con il suo rapporto debito/PIL del 270 per cento, dovrebbe essere messo peggio della Libia).
La verità è che uno Stato che rispetta le suddette condizioni – cioè che emette la propria valuta ed emette debito nella suddetta valuta – non potrà mai rimanere a corto di soldi, né potrà mai trovarsi impossibilitato a finanziare (e rifinanziare) il proprio deficit/debito, per il semplice fatto che, nel caso in cui non vi fossero investitori privati disposti a comprare i titoli emessi dallo Stato al tasso di interesse fissato da quest’ultimo – come dimostra il Giappone, lo Stato ha sempre il potere di determinare il tasso di interesse sui propri titoli –, la banca centrale può sempre intervenire per comprare i titoli essa stessa o per rimborsare i titoli in scadenza (quello che in gergo tecnico si chiama rollover) attraverso la creazione di denaro dal nulla.
Come viene riconosciuto persino in uno studio della BCE di qualche anno fa: «In uno Stato che dispone della propria moneta fiat, l’autorità monetaria e quella fiscale sono in grado di garantire che il debito pubblico denominato nella propria valuta nazionale non sia soggetto al rischio di default, nella misura in cui i titoli emessi dal governo sono sempre monetizzabili in modo equivalente».
Questo è esattamente quello che la Banca del Giappone sta facendo da anni (ma che in misura minore stanno facendo un po’ tutte le banche centrali). Oggi essa possiede quasi il 45 per cento di tutti i titoli di Stato emessi dal Giappone; considerando che la variazione nella quota di titoli detenuta dalla Banca del Giappone negli ultimi anni è aumentata molto più della variazione nel volume di titoli totali emessi, questo significa che la Banca del Giappone negli ultimi anni ha effettivamente finanziato per intero – o “monetizzato” – il deficit di bilancio giapponese.
In quest’ottica, risulta evidente come il debito pubblico, in un regime di cooperazione tra banca centrale e Tesoro, non sia altro che un debito che un ramo dello Stato ha nei confronti di un altro ramo dello Stato: un debito, in altre parole, che lo Stato ha nei confronti di se stesso e dunque, a tutti gli effetti, fittizio. Un debito, cioè, che esiste solo dal punto di vista contabile, ma che non comporta conseguenze di alcun tipo, a prescindere dalla sua entità, perché non deve realmente essere ripagato. Come riconosceva un economista tutt’altro che radicale come Luigi Spaventa già negli anni Ottanta a proposito della cooperazione tra Tesoro e Banca d’Italia che era la norma prima del “divorzio” del 1981: «Lo stock di base monetaria creata tramite il canale del Tesoro può essere considerato un debito solo convenzionalmente. Ciò si vede bene qualora si consolidi il Tesoro con la banca centrale: in questo caso manca un vero e proprio debito corrispondente alla base monetaria creata dalla Banca d’Italia per conto del Tesoro, e in ciò consiste l’essenza del potere del signoraggio».

Leggi tutto su: https://www.ariannaeditrice.it/articoli/la-lezione-del-nuovo-premier-giapponese-non-c-e-vincolo-al-debito-emesso-da-uno-stato-che-dispone-di-sovranita-monetaria

Scade mercoledì

Ma sull’euro incombe la sentenza di Karsruhe:  la corte suprema germanica ha ingiunto alla BCE di  dimostrare che la “stampa” di moneta    che ha fatto Draghi  a suo tempo, e  quella forsennata  sta facendo la Lagarde  per salvarci  con il PEPP ( Pandemic Emergency Purchase Program)  è “proporzionata” e congruente ; e  di  dimostrarlo entro il 5 agosto. 

Entro mercoledì. Siccome la   BCE continua a stampare, la Bundesbank sarà obbligata ad obbedire a Karlsruhe ….   Smettendo di  partecipare all’acquisto  forsennato dei titoli pubblici. Senza la Germania, la zona euro sarebbe divisa di fatto in due. Cosa farà Weidmann?  Dopo tanto brontolare e minacciare  la BCE, restarci dentro e cooperare al PEPP, gli  è semplicemente impossibile. Come è impensabile che il banchiere centrale tedesco possa disobbedire alla  Corte Suprema tedesca.

IL 5 AGOSTO, FINE DELL’EUROZONA E’ POSSIBILE. E non se ne parla

Aspettando il 5 agosto

Sono gli stessi paesi detti “virtuosi”, come l’Olanda, quelli che applicano una politica di dumping fiscale per sottrarre agli altri gli investimenti delle grandi società estere. L’Italia è il paese più penalizzato che ha smesso di crescere da quando entrato nel sistema euro e arretra ogni anno nei suoi indici economici.
Risulta ormai evidente l’incapacità dei burocrati europei di trovare un via comune per uscire dalla crisi, prima di arrendersi di fronte all’evidenza, con l’effetto di distruggere una qualsiasi coesione sociale in Europa .
Appare inevitabile il fallimento di questa Unione fondata sulla moneta e sui grandi capitali, priva di una comune volontà politica e incapace di dare una risposta alle grandi sfide di questo tempo: sviluppo compatibile, lavoro, migrazioni di massa, difesa dei valori di civiltà che hanno contraddistinto la Storia Europea, preferendo la sottomissione alle centrali dominanti d’oltre Atlantico.
Da questa Unione Europea non ci aspettiamo niente di buono e ci auguriamo prossima la sua disgregazione prima di procurare ulteriori danni.

https://www.controinformazione.info/la-ue-definitivamente-incartata-nelle-sue-contraddizioni-cerca-di-salvare-la-faccia/

 

La spartizione

La spartizione in due zone monetarie è ineluttabile ed è già scritta. Molto dipende se la spartizione sarà consensuale o conflittuale, se si riconoscerà che l’euro è stato una moneta sbagliata e una rovina economica per molti.

La cosa grave è che in questa lotta finale, il governo di Gualtieri e Conte ci mette – col MES – dalla parte della Germania, invece che dove dovremmo stare, con la Francia i paesi del Sud, per una moneta più svalutata, salari migliori e ripresa economica sicura.

E ciò, mentre la Fed, “in nome della stabilità finanziaria,ha aperto 14 linee di credito swap e repo con banche centrali estere a cui fornire liquidità in dollari Usa; come sarebbe da fare in caso di uscita dall’euro di uno stato UE. Sarebbe un piacere per l’attuale governo USA aiutare membri della UE a evadere dall’egemone tedesco” (/Cochard)

Perché piddini e grillini fanno questa scelta, suicida anche per il loro elettorato?

Per Mauro Zanni, “ L’obiettivo è chiaro: visto che sanno che appena ci faranno votare li faranno sloggiare, preferiscono dare fuoco alla casa”.

Uno degli effetti collaterali del governo più meridionale della storia, sarà la spaccatura della nazione, col Nord che può “stare” nell’area tedesca come satellite, mentre il Sud no. “In Italia le cose vanno selvaggiamente”, chi lo disse?

Nel MES a forza, mentre l’euro implode

Recovery Fund

Il giorno 18, Merkel e Macron si sono messi d’accordo fra loro due per creare un “Recovery  Fund” , un fondo speciale per  la ripresa,  necessario per superare la  chiusura delle economie da Covid –  che secondo gli europeisti avrà (avrebbe) un carattere eccezionale: è la prima volta che la  Germania  accetta di emettere un debito “europeo”  garantito e a carico della UE  e non dei singoli stati.   Tale recovery Fund sarebbe, per Merkel e Macron, di 500 miliardi.

Tuttavia questa proposta serve a Macron per fare uscire il presidente francese dalle difficoltà interne in cui la stessa Francia si trova, messa molto male economicamente e con lo stesso presidente in grosse difficoltà politiche al suo interno per il crollo dei consensi.
Non è chiaro quante probabilità l’accordo abbia di passare, visto l’intransigenza dei paesi del nord alla mutualizzazione dei debiti nella UE, prerogativa questa che era propria della Germania e dei paesi del nord Europa e che è stata ultimamente ribadita dalla recente sentenza della Corte Costituzionale tedesca. Sembra chiaro che il fronte del Nord non vuole mantenere paesi giudicati “spendaccioni e parassiti” come l’Italia che si appresta ad estendere sine die il reddito di cittadinanza ed interventi a pioggia per sostenere le imprese in difficoltà (ammesso che ci siano soldi nelle casse dello Stato).

In realtà alcuni osservatori notano che l’accettazione della Merkel, che desta meraviglia rispetto alle ben note posizioni intransigenti della Germania, potrebbe essere una sorta di ancora di salvezza gettata verso Macron per far vedere che la cancelliera personalmente non si opporrebbe alla emissione di questo fondo di sussidio, salvo poi essere questa bocciata alla Bunderstag, quando sarà presentata per l’approvazione.
In sostanza una forma di sceneggiata per dire: “vedete io ci ho provato ma me l’hanno bocciata”, il pronunciamento della Corte Costituzionale ci impedisce di approvarla.
Rimarrebbe il francese Macron con il cerino in mano mentre Conte e soci dovrebbero precipitarsi a supplicare gli aiuti dell’Europa nella forma che loro “graziosamente” ci concederebbero, come prestiti con indebitamento incluso e arrivo della Troika in prospettiva per commissariamento alle scadenze.

Conte e Gualtieri si fanno i conti

Questo sarebbe della serie l’Europa non ci regala niente e il debito salirebbe a livelli insostenibili con i mercati e le agenzie di rating che sparerebbero a zero sull’Italia.
Non vogliamo essere del tutto pessimisti e vedere il peggio dietro l’angolo ma la situazione si va facendo sempre più pesante per l’Italia, vista la inconcludenza della sua classe politica.
La soluzione in realtà ci sarebbe e viene dimostrata dall’esito positivo del collocamento per oltre cinque miliardi di emissioni a lunga scadenza fatte dal Tesoro di questi giorni.
Basterebbe fare ricorso al risparmio italiano (uno dei maggiori in Europa) e procedere ad emissioni di “stato note” con circolazione interna e destinate a risparmiatori italiani. Una forma di moneta parallela (garantita dallo Stato) che consentirebbe di mettere in circolazione liquidità e creare lavoro e ripresa economica. Queste soluzioni tuttavia sono fortemente avversate dalle centrali finanziarie che vogliono spolpare il patrimonio italiano e si preparano al default dell’Italia.
Nel frattempo Conte, Gualtieri e soci, accarezzano l’idea della patrimoniale con il prelievo forzoso sui conti correnti italiani. Una formula suggerita dai guru della sinistra, sempre pronti a punire i risparmiatori e rastrellare risorse da destinare a vantaggio dei grandi gruppi, delle cooperative, oltre che per sovvenzionare le strutture di accoglienza dei migranti e sanatorie varie.
Un buon sistema per provocare una fuga di capitali e di investimenti dal paese che si preannuncia come prossima.
Il “si salvi chi può” inizia a circolare tra i risparmiatori e titolari di beni immobiliari facilmente individuabili dall’occhio del fisco rapace.
Potrebbe essere ormai già troppo tardi ma tutto potrebbe accadere nei prossimi mesi.

https://www.controinformazione.info/macron-merkel-decidono-litalia-al-palo/

Il MES e l’Eurolager

Una delle dipendenze più efficaci come guinzaglio, in questo senso, è quella dall’erogazione continua di nuovo credito agli Stati per il servizio dei loro debiti. Debiti che, finché verranno concepiti e trattati entro la falsa concezione monetaria che questo libro confuta, restano e resteranno inestinguibili – inestinguibili nel complesso, perché uno Stato strutturalmente creditore (per effetto dell’Euro) più forte degli altri, come la Germania, può liberarsi dei suoi mettendo Stati più deboli, strutturalmente debitori (per effetto dell’Euro), come l’Italia, a lavorare per pagarli in un Lager monetario chiamato Eurosistema o MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), di cui essa ha la guida, e dove a questi Stati deboli si tolgono, quando entrano nel Lager, anche i gioielli, gli assets pregiati, per assicurare il pagamento dei titoli pubblici a rischio detenuti dalle banche tedesche. Perché i suddetti debiti sono inestinguibili? È un dato matematico. Vediamo il caso dell’Italia, che ha un debito pubblico di 2000 miliardi. Elaboriamo il piano di ammortamento di capitale e interesse a un ottimistico 4% annuo in 20 anni e rate semestrali. Avremo, in Euro:

Importo della rata = 73.111.500.000 a semestre

Numero di rate = 40

Totale rate = 2.924.459.820

Interessi = 924.459.820.000

Dovremmo quindi pagare ogni anno 146 miliardi e rotti – circa un undicesimo del pil attuale – esborso ovviamente insostenibile. Senza contare che il debito pubblico reale, considerando anche il debito previdenziale, è molto più di 2000.”

(Pagg. 58, 59).

estratto da http://marcodellaluna.info/sito/2019/12/01/cimiteuro-ed-europeisti/

Lotta al contante

Il mito della lotta al contante per combattere l’evasione nasce dal solito falso mito. E cioè che in Italia sia particolarmente alta per colpa dei droghieri, dei tabaccai, degli idraulici, dei fornai, che portano tutti i loro soldi evasi dal fisco alle Cayman. I dati però, come sempre raccontano un’altra storia. Lo ha ammesso anche Vincenzo Visco in un’intervista uscita proprio quest’oggi. “L’evasione non dipende soltanto dall’uso del contante al consumo, gran parte dell’evasione avviene senza contante, semplicemente manipolando i bilanci delle imprese”***.

Infatti se andiamo a vedere i dati disaggregati****, si nota come l’evasione di artigiani e piccoli commercianti (i famigerati scontrini non emessi) si attesti sugli 8 miliardi di euro l’anno. Una miseria. A fronte per esempio dei circa 40 miliardi di euro l’anno non versati nelle casse dell’erario italiano dalle grandi multinazionali, o dei 22 miliardi di euro l’anno evasi ed elusi dalle società di capitali.

Pur alzando ulteriormente le aliquote, in Italia, si ricaverebbe una miseria rispetto alle reali necessità del Paese. E non si toccherebbero neanche lontanamente i grandi patrimoni. Sopra i 55 mila lordi (persone con un buono stipendio, non di certo dei ricchi) è la fascia che versa circa il 35% dell’IRPEF totale (che è sui 190 miliardi di euro). Pur aumentando del 10% la pressione fiscale su queste fasce (a salire ovviamente) si tratterebbe di circa 8 miliardi. Briciole appunto. Quando in queste ore, schioccando le dita, Mario Draghi ha creato dal nulla 20 miliardi al mese di QE. Che andranno come al solito nelle tasche delle fasce più ricche della popolazione.


* “Usa, multa record alla Siemens, 800 milioni di dollari per corruzione” https://www.repubblica.it/…/siemens-multa/siemens-multa.html
** Germania, maxi-frode fiscale “cum-ex”: perquisizione negli uffici della Commerzbank https://www.ilfattoquotidiano.it/…/germania-maxi-f…/5444010/
*** Confindustria: “Sì a tassa sui contanti”. Visco: “Vera evasione da manipolazione bilanci delle imprese” https://www.repubblica.it/…/confindustria_la_proposta_di_t…/
**** Nel Lazio evasione fiscale aumentata del 3,9% https://www.lavorolazio.com/nel-lazio-evasione-fiscale-aum…/]

leggi tutto http://appelloalpopolo.it/?p=52834

 

Lotta di classe

In questi giorni si parla molto delle cosiddette clausole di salvaguardia sull’IVA. I media non perdono occasione di ricordarci come, a meno che il futuro governo non sia in grado di “reperire” 23 miliardi nel 2020 e 28 miliardi nell’anno successivo (per mezzo di tagli alla spesa pubblica e/o maggiori tasse), scatterà l’aumento automatico delle aliquote IVA (al 25,2 per cento nel 2020 e al 26,5 per cento nel 2021) previste, per l’appunto, dalle suddette clausole di salvaguardia. Difficile, se non impossibile, però, trovare qualcuno che osi mettere in discussione la logica di fondo di questa falsa alternativa, presentata come una sorta di “legge naturale”.

In realtà, come vedremo, si tratta dell’ennesimo strumento di classe travestito da tecnicismo economico. Per capire perché, partiamo dalle basi. L’IVA (imposta sul valore aggiunto), come sappiamo fin troppo bene, è una tassa – attualmente pari al 22 per cento – applicata a tutti i beni e servizi che vengono acquistati nel territorio nazionale. Come ogni tassa indiretta, si tratta di un’imposta intrinsecamente regressiva, poiché incide maggiormente sui redditi bassi che su quelli alti.

Forse non tutti sanno, però, che l’IVA in Italia non esiste da sempre: essa è stata introdotta nel 1972 – inizialmente al 12 per cento – in attuazione di due direttive europee finalizzate ad armonizzare i sistemi fiscali degli Stati membri in vista di una futura integrazione economica dell’Unione europea (allora nota come CEE).

L’introduzione dell’IVA e più in generale l’adeguamento della legislazione italiana alle direttive comunitarie europee sancì l’avvio di un graduale scardinamento del modello tributario «informato a criteri di progressività» previsto dalla Costituzione repubblicana del 1948 (art. 53). Un sistema informato al suddetto principio non poteva che privilegiare l’imposizione diretta sui redditi – con aliquote diverse a seconda della fascia di reddito, al fine di redistribuire ricchezza dalle fasce alte a quelle basse – rispetto a quella indiretta sui consumi.

Dal dopoguerra fino alla fine degli anni Settanta, infatti, la struttura impositiva italiana fu caratterizzata da 32 scaglioni di reddito ed altrettante aliquote, la più alta delle quali si aggirava intorno al 70-80 per cento, come si può vedere nella figura 1. Le imposte indirette, d’altro canto, erano relativamente basse (soprattutto bolli su prodotti specifici) rispetto al prelievo sui consumi introdotto dall’IVA.

Che l’introduzione dell’IVA rappresentasse una misura antipopolare che avrebbe gravato soprattutto sulle classi più deboli era ben chiaro ai partiti di sinistra dell’epoca. Come notarono i deputati comunisti nella relazione di minoranza sul disegno di legge per la delega al governo per la riforma tributaria, l’IVA avrebbe comportato «il più consistente e più concentrato fattore di aumento – e per giunta per legge – del costo della vita, concentrato sul comparto dei prodotti alimentari che rappresentano una quota di spesa tanto più alta quanto più bassa è la capacità di acquisto del consumatore».

A chi opponeva che l’Italia era tenuta ad introdurre l’IVA per via dei suoi obblighi verso la CEE (il «ce lo chiede l’Europa» ha una lunga storia), i deputati del PCI, al tempo ancora ben consapevoli del nesso inscindibile tra sovranità nazionale e salvaguardia del modello democratico-costituzionale, replicarono che «a nostro avviso nessun obbligo o impegno verso la CEE è superiore all’interesse nazionale». (Per carità di patria eviterò di fare raffronti con l’attuale sedicente sinistra).

Ad ogni modo, la legge fu approvata. Da quel momento in poi, come si può vedere nelle figure 2 e 3, l’IVA – e con essa la pressione fiscale generale – ha continuato inesorabilmente ad aumentare nel corso degli anni, per l’effetto combinato dell’aumento della spesa per interessi (combinato “divorzio”-SME; per maggiori informazioni vedasi https://www.facebook.com/thomasfazi/posts/2351892221570569) e della severa contrazione fiscale richiesta dall’adesione dell’Italia al regime di Maastricht, fino ad arrivare ai livelli improponibili che conosciamo oggi.

Contemporaneamente, a partire dagli anni Settanta e in maniera sempre più decisa nel corso degli anni Ottanta e Novanta, l’aliquota massima sui redditi è scesa altrettanto inesorabilmente (figura 4), distruggendo la progressività delle imposte dirette.

Il risultato è stato il ribaltamento totale della natura stessa del sistema fiscale italiano: da strumento di redistribuzione dall’alto verso il basso – come previsto dalla Costituzione – si è trasformato in un meccanismo di drenaggio delle risorse dai lavoratori e dal ceto medio verso le grandi rendite finanziarie. Un ruolo di spicco in tal senso ha giocato l’aumento incessante dell’IVA, che oggi rappresenta circa il 25 per cento delle entrate tributarie.

L’apice di questo processo si è raggiunto proprio con l’introduzione nel luglio del 2011 – dunque nel pieno della tempesta perfetta orchestrata dalle oligarchie finanziarie, con la compiacenza della BCE, ai danni dell’Italia – della cosiddetta “clausola di salvaguardia” da parte del governo Berlusconi IV (che godeva – è il caso di ricordarlo – dell’appoggio della Lega). Essa prevede, come già ricordato, un aumento automatico delle aliquote IVA e delle accise qualora il governo non sia in grado di reperire le risorse necessarie a soddisfare i vincoli di bilancio europei. Siamo dunque di fronte all’istituzionalizzazione di quel “pilota automatico” che ormai caratterizza da anni la politica economica europea, finalizzata alla definitiva depoliticizzazione e de-democratizzazione del processo decisionale.

Le clausole di salvaguardia sono state attivate per la prima volta da Monti nel 2011 e poi nuovamente da Letta nel 2013. I governi successivi sono invece riusciti a “sterilizzare” le clausole di salvaguardia per mezzo di riduzioni di spesa e aumenti delle tasse, misure che comunque hanno colpito soprattutto i ceti medio-bassi. Per quanto riguarda l’attuale (ormai ex) governo giallo-verde, esso non ha fatto nulla per mettere in discussione il principio della clausola di salvaguardia: non avendo reperito le risorse necessarie per evitare l’aumento dell’IVA nell’ultima legge di bilancio, si è limitato a rinviarne l’entrata in vigore, riservandosi di trovare le risorse in un secondo momento. In questo modo la cifra si è quasi duplicata rispetto agli anni passati: 23 miliardi nel 2020 e 28 miliardi nell’anno successivo, come si diceva, se si vuole evitare l’aumento dell’aliquota IVA al 25,2 per cento nel 2020 e al 26,5 per cento nel 2021.

Questo ci porta alla situazione in cui ci troviamo oggi, in cui il prossimo governo – qualunque esso sia – si troverà a dover scegliere tra tagliare la spesa pubblica e/o aumentare le tasse e aumentare l’IVA. Certo, si potrebbero – e dovrebbero – rivedere drasticamente le aliquote massime, ma è lecito dubitare che questo darebbe gli esiti sperati (almeno in tempi brevi) – e permetterebbe di rispettare i vincoli europei – in un contesto di alta evasione e di piena libertà di movimento dei capitali.

Esiste ovviamente una terza opzione: ripudiare una volta per tutte il perverso meccanismo della clausola di salvaguardia e gli assurdi vincoli di bilancio su cui si basa e abbassare drasticamente l’IVA (il che ovviamente non è in contraddizione con la reintroduzione di un meccanismo tributario fortemente progressivo; anzi, la reintroduzione di forme di controllo sui movimenti di capitali ne rappresenterebbe una condizione probabilmente necessaria). Ma questo vorrebbe dire ripudiare tutta l’architettura di Maastricht, un’ipotesi che al momento non è al vaglio di nessuno dei principali partiti politici.

Thomas Fazi

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=62456

Il gas della libertà

Il dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) ha recentemente ribattezzato “gas della libertà” le esportazioni di gas naturale liquefatto (LNG) dagli Stati Uniti. Ma la libertà per chi? Per l’Europa che ha già una fonte economica ed affidabile di gas naturale, ma è costretta a passare al gas statunitense più costoso sotto la minaccia delle sanzioni? Certamente no. O la libertà per la Russia di fornire all’Europa gran parte del gas naturale competendo apertamente e in modo equo cogli Stati Uniti? Sicuramente no. O è la libertà dalla competizione per gli Stati Uniti? Certamente Si. È spesso un marchio contraddittorio che preannuncia vari capitoli dell’ingiustizia degli Stati Uniti interna (sotto il draconiano “Atto patriottico” per esempio) e all’estero, come durante l’invasione e l’occupazione illegale dell’Iraq condotte sotto il falso nome “Operazione Iraqi Freedom”.

Non è The Onion
Così screditate sono le campagne statunitensi battezzate in nome della “libertà”, che pochi credevano a malapena che gli Stati Uniti, in realtà, chiamassero seriamente le loro esportazioni di gas naturale “gas della libertà”. Tuttavia, non è un titolo strappato dal giornale satirico “The Onion”, ma piuttosto dal DoE statunitense stesso. In un articolo dal sito ufficiale del DOE intitolato “Dipartimento dell’Energia autorizza ulteriori attività di GNL dal Freeport LNG”, affermava che: “Aumentare la capacità di esportazione dal progetto LNG di Freeport è fondamentale per diffondere il gas della libertà in tutto il mondo offrendo agli alleati degli USA una fonte di energia pulita diversa e conveniente. Inoltre, più esportazioni di GNL USA verso il mondo significano più posti di lavoro negli Stati Uniti e più crescita economica interna e aria più pulita qui e in tutto il mondo”, aveva detto il sottosegretario all’Energia Mark W. Menezes, che evidenziava l’approvazione al Ministeriale Energia Pulita di Vancouver, Canada. “Non c’è dubbio che l’annuncio di oggi promuova l’impegno di questa Amministrazione nel promuovere la sicurezza energetica e la diversità in tutto il mondo”. A parte il quasi comico riferimento al “gas della libertà”, c’è qualcos’altro che rivela le affermazioni del DoE di “dare agli alleati dell’America una fonte diversa ed economica di energia pulita”. Questo è un riferimento diretto all’Europa e alle attuali importazioni di gas russo, fornito dai gasdotti verso l’Europa, che sarà sempre più economico del gas naturale liquefatto degli Stati Uniti trasportato via mare in Europa. Cioè, a meno che gli Stati Uniti, attraverso la minaccia di sanzioni non solo contro la Russia, ma contro i propri alleati in Europa, possono aumentare tali costi oltre il prezzo delle esportazioni statunitensi. Articoli come il “Senato degli Stati Uniti minaccia le sanzioni sul gasdotto russo” di Foreign Policy, spiegano chiaramente fino a che punto gli Stati Uniti fanno proprio questo. L’articolo afferma: “Nell’ultimo aumento delle tensioni transatlantiche, le navi europee coinvolte nella costruzione del gasdotto dalla Russia alla Germania potrebbero essere soggette a sanzioni statunitensi con un nuovo disegno di legge bipartisan che sarà introdotto al Senato degli Stati Uniti”. FP affermava inoltre: “L’amministrazione Trump ha rimproverato la Germania per aver portato avanti il progetto, una delle tante questioni recenti che hanno messo a dura prova le relazioni transatlantiche assieme a Iran, cambiamenti climatici e commercio. Lo scorso luglio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump accusava Berlino di essere “prigioniera” della Russia a causa della sua dipendenza da Mosca per l’energia, un’accusa che i funzionari tedeschi avevano bruscamente respinto”. Pertanto, la Germania non solo viene “rimproverata” per aver preso le proprie decisioni in merito alla politica economica ed estera tedesca, ma viene minacciata di sanzioni per non aver rispettato i dettami statunitensi. Col LNG gli Stati Uniti cercano di costringere nazioni come la Germania ad acquistare contro la loro volontà “il gas della libertà”, un insulto intenzionale aggiunto al danno economico che Washington cerca d’infliggere.

http://aurorasito.altervista.org/?p=7386