L’Europa per le Cayman

L’idea, partita da una parrocchia, era quella di creare una cooperativa fra ex carcerati che si occupasse di restauro ligneo: fui interpellato come esperto del settore (provengo da una famiglia d’antiquari) insieme ad un amico restauratore. Credevamo, essendo le uniche persone esperte, di dirigere la struttura ma non era così: la direzione generale della struttura era affidata ad un “diacono” che nessuno conosceva. Incontrai questo “diacono”, m’offrì una grappa e mi disse “tanto è inutile che voi pretendiate la direzione, perché “noi” riceveremo i fondi europei, voi mai.” Bevvi d’un sorso la grappa e lo salutai. A mai più.

Quella enorme massa di denaro (4) che viene elargita per vari “progetti” non è altro che una colossale regalia al potere politico di una nazione, allo scopo di garantirsi la fedeltà assoluta ai dettami europei.

I mille capannoni abbandonati, cosa furono? Altrettante tangenti o, comunque, “provvigioni” ottenute da “progetti” che erano inconsistenti, privi d’utilità economico-sociale, buoni solo per finanziare questo o quello, europeisti convinti, ovvio.

Infine, c’è la bella favola del Fondo Sociale Europeo – il quale, per sua definizione, potrebbe essere usato anche per il RdC – ma no, non s’ha da fare. Perché? Perché la gestione del FSE era delle Regioni, poi delle Province…e adesso? Sono i famigerati “centri per l’impiego”, ossia posti dove una miriade di burocrati s’affannano per farti credere che il lavoro si troverà…a patto di fare quel certo corso d’aggiornamento, tenuto dal luminare universitario, pagato profumatamente…mediante il quale magari ti daranno anche un punteggio. E, tu, mangiaci col punteggio. Mentre loro sono i veri destinatari del FSE: erano la base elettorale dei partiti che prima erano al governo e che temono un’affermazione dei sovranisti alle prossime elezioni europee. Finisce la pacchia? Vedremo.

Un bilancio europeo siffatto serve soltanto ad un trasferimento di denaro, che passa dai fondi pubblici alle tasche private: difatti, l’Europa è il continente che più esporta capitali nei paradisi fiscali (Isole Cayman, ecc), come dimostra il grafico (5):

Ben 2600 miliardi di dollari! Pronti, all’evenienza, ad acquistare stock di debito pubblico di un certo Paese, oppure a venderli: così si ottiene il controllo di un continente, mediante lo spread ed il tipico atteggiamento dei cravattari.

Del resto, cosa ci si può aspettare da un uomo (Juncker) che ha promosso l’elusione fiscale per le grandi aziende, nel suo Paese e nel resto d’Europa, documentata da un’inchiesta di ben 80 giornalisti di 26 Paesi, ed un processo nel quale i giudici (lussemburghesi) hanno condannato…i giornalisti che avevano indagato!

Ora, torniamo a noi ed a quel famoso 2,4% che ha fatto infuriare Juncker: una nazione, pesantemente indebitata (come quasi tutti i grandi Paesi Europei), decide – dopo anni d’inconcludenti restrizioni economiche – di provare la via keynesiana, ossia di fornire risorse alle fasce più deboli della popolazione affinché, visto che quei soldi finiranno spesi per necessità (e non alle Cayman!), si possa innalzare la crescita e, in questo modo, ridurre il rapporto debito/PIL.

E’ un tentativo plausibile? L’alternativa? Continuare in ristrettezze con il debito che sempre aumenta?

Crediamo che Juncker sia arrabbiato, perché loro campano proprio sul debito altrui, come gli usurai: se qual debito non ci fosse, si dovrebbe inventarlo!

Però, c’è un però. Per la prima volta sono giunti al potere partiti anti-europeisti: non tanto per principio, quanto per la miseria che è diventata questa Europa, che va sempre peggio, nella quale l’Indice di Gini (la disuguaglianza sociale) è sempre in aumento, nella quale in ogni Paese s’avvertono solo “necessità di tagliare”, via welfare, via scuole, via ospedali…

Il guaio è che è capitato in un grande Paese: l’Italia. Al punto che, se si dovesse giungere ad uno scontro veramente duro, quel Paese potrebbe sottoporre ai suoi elettori un referendum consultivo (come per il referendum consultivo per l’adesione, nel 1989) e decidere, vista l’impossibilità di rimanere insieme, d’andarsene. E sarebbe la fine dell’Unione Europea.

Alcuni burocrati Europei l’hanno capito (Moscovici, ad esempio, più “morbido”) mentre Juncker – che non è un gran politico, la sua formazione è prevalentemente economica – sembra non volerlo capire. Alle prossime elezioni europee lo capirà: coraggio, Juncker, non è mai troppo tardi!

(1) https://www.truenumbers.it/quanto-versa-italia-europa/

(2) https://www.truenumbers.it/budget-europeo/

(3) http://www.contributieuropa.com/v3/store/veditutti.asp

(4) https://www.ilsole24ore.com/impresa-e-territori/fondi-europei.shtml

(5) https://www.truenumbers.it/evasione-paradisi-fiscali/

(6) https://it.wikipedia.org/wiki/Luxemburg_Leaks


http://carlobertani.blogspot.com/2018/10/i-bilanci-del-sacro-romano-impero.html

La foglia di fico del mercato

Il modello di società dei Trattati europei è quindi estraneo e incompatibile rispetto a quello prefigurato dalla nostra Costituzione. È un modello sociale regressivo, nato sull’onda del fondamentalismo di mercato conseguente al crollo del muro di Berlino, del trionfo dell’ideologia neoliberale e delle farneticazioni dei primi anni Novanta sulla fine della storia.

Esso prevede: a) uno Stato residuale, il cui ruolo è confinato all’intervento in caso di “fallimenti del mercato” (non vi è neppure più l’equivalenza tra forme di proprietà prevista dal Trattato di Roma); 2) una “forte competizione” tra paesi fondata sul dumping fiscale e sul dumping sociale (come è noto, in particolare sul secondo aspetto – ma in verità anche sul primo – si è fondato il successo commerciale della Germania dal 2005 in poi).

Ora, questo meccanismo, in una situazione di cambi fissi (la moneta unica), è semplicemente distruttivo, in quanto impedisce ogni politica economica diversa dal recupero di competitività fondato sulla svalutazione interna, ossia sulla deflazione salariale.

In questo contesto istituzionale e normativo, insomma, la generalizzazione dell’agenda 2010 di Schröder diventa economicamente obbligata (anche se essa deprime la domanda interna all’area e comporta una politica mercantilistica destabilizzante al di fuori di essa – che causa manovre ritorsive: vedi alla voce Trump).

La radice delle politiche di austerity e antisociali è nei Trattati.

Questo modello, di cui la moneta unica è parte integrante, ha consentito che si creassero gravissimi squilibri di bilancia commerciale tra i paesi dell’eurozona, che sarebbero stati impossibili in un regime a cambi flessibili.

Questi squilibri sono stati ulteriormente aggravati dalla gestione della crisi e dalle politiche pro-cicliche distruttive imposte ad alcuni paesi, tra cui il nostro.

Questo ha alterato i rapporti di forza in Europa in misura tale che la concorde “condivisione di sovranità” a favore dell’Unione Europea, di cui spesso si favoleggia, è risultata in realtà fortemente asimmetrica a favore dei paesi creditori (di cui la CE è stata l’agente durante l’intero percorso della crisi), divenendo una cessione unilaterale da parte degli Stati in difficoltà (qui giova ricordare che la nostra Costituzione parla, all’art. 11, di “limitazione” e non di cessione).

Risultato della gestione europea della crisi è stata la localizzazione principalmente nei paesi debitori della capacità produttiva in eccesso e quindi da eliminare: in questi paesi si è avuta una rilevante distruzione dell’apparato industriale (in Italia la capacità produttiva perduta è arrivata al 20% del totale), e in qualche caso una progressiva spoliazione (esemplari al riguardo le privatizzazioni in Grecia).

In altre parole: alcuni sistemi-Paese hanno vinto, altri hanno perso, in una guerra tra capitali intrecciata con meccanismi classici della lotta di classe.

Vladimiro Giacché in

https://www.maurizioblondet.it/intervento-di-vladimiro-giacche-allassemblea-di-presentazione-dellassociazione-patria-e-costituzione/

La petrolizzazione del salario

Questo lunedì 20 agosto è entrata in vigore la riconversione monetaria, il primo passo di un piano globale che attua il Governo venezuelano per recuperare il valore del salario, attraverso l’ancoraggio del bolivar sovrano al Petro, e per stabilizzare l’economia nazionale in generale, puntando verso lo smantellamento degli indicatori illegali del dollaro parallelo.

La riconversione è iniziata con il piede giusto
Dalla prime ore della mattina il Paese era calmo, la maggior parte delle grandi catene commerciali ha aperto le porte, gli sportelli hanno cominciato ad emettere le banconote di nuovo conio ed il sistema di pagamento elettronico della banca nazionale ha assimilato, rapidamente, i cambi della riconversione.
Contro chi scommetteva sul fallimento della riconversione, nel suo primo giorno, la corrispondente della CNN in Venezuela, Osmary Hernandez, che in alcun momento può qualificarsi come chavista, ha scritto su Twitter nelle prime ore del mattino che già le nuove banconote erano disponibili alla popolazione. Rapporti raccolti a caldo dall’Agenzia Venezuelana di Notizie, mostravano il primo contatto della popolazione con l’emissione dei nuovi biglietti. (…) In parallelo a ciò che accadeva per strada, i reduci dell’opposizione venezuelana, enucleata nel Fronte Ampio Venezuela Libero, cercavano approfittare della riduzione delle attività commerciali, naturale nei giorni non lavorativi decretati dal Governo venezuelano, per convincere la popolazione, attraverso le reti sociali, che il loro appello allo “sciopero nazionale” faceva parte dello “scalpore nazionale”. Tali settori invocavano a protestare con l’esca pubblicitaria “lottare contro il pacchetto Maduro”, nel tentativo di attirare la popolazione lavoratrice che, paradossalmente, ha appena ottenuto un miglioramento del depresso potere d’acquisto con l’aumento dello stipendio a 1800 Bs, o metà Petro. Alla fine della giornata, la Vicepresidentessa Delcy Rodríguez indicava che “il 92% della piattaforma elettronica della banca tanto pubblica che privata è attiva, persino con cifre inusuali per un giorno non lavorativo”, confermando che la Banca Nazionale può metabolizzare efficacemente le transazioni elettroniche espresse nel nuovo conio monetario. Secondo Ultime Notizie, citando una nota stampa della Soprintendenza delle Banche (Sudeban), “è stata adempiuta con successo la prima fase del cronogramma delle attività della riconversione monetaria nelle istituzioni bancarie, iniziata questa domenica 19 e che si concluderà lunedì 20 agosto alle sei del pomeriggio”. Col fallito assassinio, dello scorso 4 agosto, settori dell’opposizione legati ad agenti terroristi a Bogotà e Miami hanno voluito che il 20 agosto giungesse con uno scenario di caos e ampie violenze impedendo l’attuazione della riconversione economica. Fare appello alla carta estrema dell’assassinio serve misura al meglio la portata del piano elaborato da Maduro. L’urgenza degli operatori della guerra contro il Venezuela di eluderne l’esecuzione e mantenere la popolazione sottomessa all’inflazione indotta dal dollaro parallelo, si sono anche resi visibili nella permanente apologia al fallimento della riconversione, al primo giorno.

In primo luogo, la rivalutazione nominale o “petrolizzazione” del salario, in 1800 Bolivare o 1/2 Petro, costituisce un primo anticipo sul recupero del potere d’acquisto dei venezuelani. Innanzitutto, questo aggiustamento aumenta il salario di 35 volte, garantisce un potere d’acquisto automatico a un enorme gruppo di beneficiari diretti degli strati popolari del Paese. Secondo il Presidente Maduro, da due trasmissioni sul suo account Facebook Live, le notti del 19 e 20 agosto, il regime dei prezzi “ideali” derivanti dalla politica di ancoraggio suppone la copertura del paniere base alimentare per famigliare a un costo inferiore a 1800 BsS. Questo martedì 21 agosto, aveva detto, 25 prodotti del paniere di base avranno prezzi concordati coi settori industriali del Paese, prodotti che saranno ancorati al Petro. Politiche di ancoraggio, di successo nella maggior parte dei casi noti al mondo nel fermare l’iperinflazione, suppongono la possibilità che l’emissione discrezionale di Petro ed il posizionamento come moneta o fattore convertibile, supponga dreni le asimmetrie create dal dollaro parallelo, aumenti il flusso delle importazioni ed espanda la base delle risorse finanziarie del Paese. Un nuovo riferimento che potrebbe andare sostituendo il dollaro come riferimento centrale del mercato dei cambi venezuelano. Questa possibilità è nella concessione alla Banca Centrale Venezuelana di oltre 28 miliardi di barili di petrolio greggio delle riserve. Questione annunciata giorni fa, ma che sembra una decisione che entrerà in vigore col prodursi, presto, di nuovi annunci. Ciò significa che la base di supporto prevede l’emissione di certificati petroliferi, strumenti emessi dal Venezuela per espandere le riserve internazionali ed eventualmente sostenere la circolazione del Petro come criptovaluta internazionale. E’ importante sottolineare quanto annunciato da Maduro nel creare l’habitat commerciale del Petro mediante le operazioni della PDVSA che migreranno verso l’uso della criptovaluta a scapito del dollaro USA. È importante sottolineare l’apertura di più di 300 franchigie di cambio in Venezuela, attraverso l’abrogazione della Legge sugli Illeciti Cambiari dell’Assemblea Nazionale Costituente nei giorni scorsi.

estratto da http://aurorasito.altervista.org/?p=2137

India e Pakistan nello SCO

Scritto da Martin Sieff Per quasi 30 anni dalla disgregazione dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti e i principali alleati dell’Europa occidentale, Regno Unito, Francia e Germania si sono comodamente considerati la punta di diamante invincibile e inarrestabile e l’avanguardia della razza umana. L’assunzione che la democrazia e il libero scambio, lo stile occidentale conquisteranno il mondo, è assiomaticamente mantenuta e ha permeato i sistemi educativi e l’intellighenzia di tutte queste nazioni. Tuttavia questa presunzione di moralità e superiorità e inevitabilità ideologica da parte dei leader degli Stati Uniti, dell’Unione Europea, della NATO e del Gruppo dei Sette (G7) non è stata confermata da alcuna prova evidente e verificabile. Al contrario, proprio i report del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti hanno spietatamente documentato per tutto il 21 °secolo, che ogni nazione in cui gli Stati Uniti sono intervenuti direttamente, applicando potenza militare e cinetica, o indirettamente per destabilizzare governi esistenti e sobillando altri protagonisti nel combattere fino a destabilizzare i governi esistenti – hanno prodotto guerra e miseria, come effetto inevitabile e non certo la felicità. Sia che si guardi l’Ucraina, l’Afghanistan, il Kosovo, l’Iraq, la Libia, la Somalia o la Siria, il modello è sempre lo stesso. Le proiezioni pro capite di tratta di esseri umani, tra cui la schiavitù dei bambini per sfruttamento sessuale, criminalità organizzata, traffico di droga, tasso di tossicodipendenza pro capite e la probabilità di morte violenta sono aumentate dopo ogni intervento militare statunitense e / o alleato. L’aspettativa di vita, gli standard di vita e il PIL registrato sono precipitati catastroficamente in ogni caso. Persino la creazione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai il 15 giugno 2001 non è riuscita a intaccare la cecità, l’arroganza e il compiacimento del paradigma occidentale sulla vera e futura “Via del Mondo”. Ora vediamo lo stesso straordinario compiacimento presentato dalle élite occidentali rispetto alla cruciale adesione di India e Pakistan alla SCO (Accordo di Shangai). L’importanza geostrategica, storica mondiale di questo sviluppo non può essere sottovalutata.

https://www.controinformazione.info/chi-sta-isolando-chi/

Nota: E il 16 luglio si incontrano Trump e Putin, sono sul tavolo  questioni ben più importanti che non le presunte ingerenze russe, in particolare la situazione in Siria, la stato delle cose nell’Ucraina dell’Est, con il conflitto latente sul Donbass alimentato dagli attacchi ucraini, la questione delle sanzioni che ha avvelenato i rapporti internazionali, il trattato sulle armi nucleari che è stato disatteso da Washington. Per citare soltanto le questioni più importanti. Sull’incontro tuttavia aleggia il dubbio sostanziale se Trump abbia il controllo effettivo della situazione rispetto alla lotta interna che si sta verificando a Washington nei meandri dello Stato Profondo (Deep State). Fonte: Fort Russ Traduzione e nota: Luciano Lago –

Guerra commerciale

Destra e sinistra sono morte, insieme ai principali mezzi di informazione, i quali oltre a non aver capito il momento storico, sono stati ad inseguire le dirette Facebook dei due leader che dopo gli incontri a porte chiuse non concedevano esclusive se non alle loro pagine personali. E poi c’è un terzo elemento fondamentale che si inserisce: quello metapolitico. E’ la metapolitica ad aver influenzato i due movimenti-partito dominanti accelerando il processo di disgregazione dello status quo, è la metapolitica che oggi detta l’agenda del giornalismo italiano poiché quelle tematiche geopolitiche, economiche e giuridiche definite “fuori dal mondo” diversi anni fa sono diventate oggi mainstream. Ora la pars destruens deve trasformarsi in pars construens affinché il miglior governo possibile per il popolo italiano non diventi il suo carnefice. La coalizione Lega-M5S dovrà inserirsi all’interno di una guerra politico-commerciale tra gli Stati Uniti e la Germania (e l’Unione Europea), i quali hanno giocato un ruolo centrale nella formazione del nuovo governo. In questo braccio di ferro tra Washington, Bruxelles e Berlino ad aver avuto la meglio è stato Donald Trump, favorevole alla disgregazione del continente, attraverso il suo emissario Steve Bannon, il grande teorico del populismo globale, giunto in Italia in modo trionfale. Così mentre tutti i mezzi di informazione hanno posto l’attenzione sul veto del Quirinale a Paolo Savona all’Economia (che poi si è preso gli Affari Ue) si è perso di vista chi doveva essere il ministero degli Esteri, che non a caso è stato l’unico a saltare nelle nuove trattative: Luca Giansanti, ex ambasciatore italiano a Teheran, uomo di grande cultura, e intenzionato a ricostruire il dialogo con Russia e Iran nelle grandi questioni internazionali

estratto da https://www.controinformazione.info/non-deve-essere-una-primavera-europea/

Nuova via della seta

Dopo aver percorso 11000 chilometri viaggiando per 16 giorni sulle nuove rotte ferroviarie della seta, il primo treno merci che collega direttamente la Cina ad Anversa (Belgio) arrivava il 12 maggio nel porto di Anversa. Il 26 aprile, il treno lasciava la città portuale di Tangshan (provincia di Hubei) nella Cina nord-orientale prima di raggiungere il porto fiammingo, dopo aver attraversato Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania. Questo primo collegamento ferroviario diretto tra Cina e Anversa è un progetto avviato dalla città di Tangshan e dal suo porto, in collaborazione con la compagnia di navigazione cinese statale Cosco Shipping Lines e la China Railway Container Transport Corp. (CRCT).

La nuova linea ferroviaria della seta passerà per Anversa
Il treno fa parte dell’Iniziativa cinese Fascia e Via (BRI), l’ambizioso programma del governo cinese per far rivivere le rotte commerciali dall’antica Via della Seta dall’Asia all’Europa. Con la nuova strategia aziendale del programma One Belt One Road (OBOR), il Presidente Xi Jingping vuole offrire alla Cina opportunità in Medio Oriente, Africa ed Europa. “Questa linea ferroviaria diretta pone il nostro porto sulla rotta BRI (Belt and Road Initiative) e rafforzerà ulteriormente i nostri legami con la Cina“, affermava Luc Arnouts, direttore commerciale del porto di Anversa, citato da una nota dell’autorità portuale di Anversa. “Abbiamo lavorato a lungo a questo progetto, che rappresenta un passo importante nelle nostre relazioni commerciali con la Cina“, aggiungeva. La durata media del viaggio marittimo dal porto di Tangshan con navi convenzionali è di 35 giorni. Il treno, trasportando 34 container di minerali per l’industria della carta e la produzione di ceramiche, può compiere il viaggio Tangshan-Anversa “in un tempo record di 16-20 giorni e a costi relativamente bassi“, affermava Geert Gekiere, amministratore delegato di Euroports Belgium, citato nel comunicato stampa. La Cina è il quarto partner di Anversa nel traffico annuale di 14 milioni di tonnellate di merci. A questo proposito, il governo cinese prevede di commissionare un treno diretto ad Anversa una o due volte al mese. In questo contesto, la città di Tangshan cerca di rafforzare la cooperazione col porto di Anversa e intende firmare un memorandum d’intesa con la città di Anversa. Inoltre, la China Railway Container Transport Corp. studia la fattibilità dell’apertura di un ufficio vendite in Europa.

https://aurorasito.wordpress.com/2018/05/18/la-via-della-seta-passa-per-anversa-e-liran/

La restaurazione, l’unica rivoluzione possibile

Il modello di società oligarchico instauratosi a seguito delle riforme europee realizzate e di quelle in corso di attuazione, ha determinato un livellamento verso il basso delle classi medie e di quelle già socialmente disagiate che si accentuerà nel prossimo futuro. Così si esprime Josef E. Stiglitz riguardo alle diseguaglianze sociali del nostro presente: “In breve, abbiamo creato un sistema economico e sociale e una politica in cui, andando avanti, le attuali disuguaglianze non soltanto è possibile che si perpetueranno, ma verranno esacerbate; possiamo prevedere per il futuro una maggiore disuguaglianza di capitale tanto umano che finanziario”. (Dal libro di Josef E. Stiglitz “Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi 2013”.

L’Italia, già mutilata della propria sovranità economica e monetaria dalla UE, non può eleggere governi e maggioranze contrapposte o alternative all’Europa. La crisi italiana non è stata determinata tanto da una classe politica incapace e/o corrotta, quanto dalla imposizione di un sistema neocapitalista rivelatosi fallimentare.

Sin dalle sue origini settecentesche, l’ideologia illuminista / liberale si è identificata con il progresso, che è per definizione fonte illimitata di libertà ed emancipazione. Il capitalismo globale del XXI° secolo si è certo identificato con il progresso, ma si è oggi rivelato oscurantista, oligarchico, neofeudale ed antistorico.

Pertanto ogni possibile, futuribile rivoluzione non potrà che consistere in una restaurazione della sovranità degli stati, della dignità del lavoro, dell’uguaglianza dei cittadini. Dovrà dunque essere restaurata la democrazia con i suoi fondamentali principi etici. Ogni opposizione che non converga con la necessità storica della restaurazione dei valori dominanti nel XX° secolo è destinata al fallimento. Il dissenso sociale dilagante non ha trovato fino ad oggi forze politiche adeguate a rappresentarlo, quale opposizione al sistema. Opposizione, o meglio restaurazione rivoluzionaria cercasi….

Luigi Tedeschi

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60490