La restaurazione, l’unica rivoluzione possibile

Il modello di società oligarchico instauratosi a seguito delle riforme europee realizzate e di quelle in corso di attuazione, ha determinato un livellamento verso il basso delle classi medie e di quelle già socialmente disagiate che si accentuerà nel prossimo futuro. Così si esprime Josef E. Stiglitz riguardo alle diseguaglianze sociali del nostro presente: “In breve, abbiamo creato un sistema economico e sociale e una politica in cui, andando avanti, le attuali disuguaglianze non soltanto è possibile che si perpetueranno, ma verranno esacerbate; possiamo prevedere per il futuro una maggiore disuguaglianza di capitale tanto umano che finanziario”. (Dal libro di Josef E. Stiglitz “Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi 2013”.

L’Italia, già mutilata della propria sovranità economica e monetaria dalla UE, non può eleggere governi e maggioranze contrapposte o alternative all’Europa. La crisi italiana non è stata determinata tanto da una classe politica incapace e/o corrotta, quanto dalla imposizione di un sistema neocapitalista rivelatosi fallimentare.

Sin dalle sue origini settecentesche, l’ideologia illuminista / liberale si è identificata con il progresso, che è per definizione fonte illimitata di libertà ed emancipazione. Il capitalismo globale del XXI° secolo si è certo identificato con il progresso, ma si è oggi rivelato oscurantista, oligarchico, neofeudale ed antistorico.

Pertanto ogni possibile, futuribile rivoluzione non potrà che consistere in una restaurazione della sovranità degli stati, della dignità del lavoro, dell’uguaglianza dei cittadini. Dovrà dunque essere restaurata la democrazia con i suoi fondamentali principi etici. Ogni opposizione che non converga con la necessità storica della restaurazione dei valori dominanti nel XX° secolo è destinata al fallimento. Il dissenso sociale dilagante non ha trovato fino ad oggi forze politiche adeguate a rappresentarlo, quale opposizione al sistema. Opposizione, o meglio restaurazione rivoluzionaria cercasi….

Luigi Tedeschi

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60490

Riflessi Iraniani

di  Luciano Lago Una importante dichiarazione pubblica della Merkel fatta oggi fa intuire che qualche cosa sta cambiando nei rapporti fra la Germania e gli USA e in generale fra l’Europa e Washington. “L’Europa deve prendere il suo destino nelle proprie mani, non può più fare affidamento sugli Stati Uniti per la sua protezione”, ha detto la Merkel che si trovava ad Aquisgrana ad una cerimonia di premiazione , in una località turistica tedesca vicino al confine con il Belgio, dove il presidente francese Emmanuel Macron ha ricevuto il prestigioso Premio Carlo Magno per i suoi sforzi nel promuovere l’integrazione e la coesione nell’UE (sic!). “Non è più così che gli Stati Uniti semplicemente ci proteggono, ma l’Europa deve prendere il suo destino nelle sue mani, questo è il compito del futuro”, ha ribadito la Merkel. (Vedi: HuffingtonPost) Queste dichiarazione della Merkel sono arrivate due giorni dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha di fatto dichiarato la propria uscita unilaterale l’accordo nucleare con l’Iran, noto come  il trattato   “int Comprehensive Plan of Action” (JCPOA), oltre a sostenere che Washington non solo ripristinerebbe le sanzioni anti-Iran come parte del l’accordo, ma “istituirebbe anche il più alto livello di” divieto economico contro la Repubblica Islamica. Il JCPOA era scaturito dopo anni di negoziati tra l’Iran da una parte e il gruppo di paesi P5 + 1 – Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina più la Germania – dall’altra, nel luglio 2015. Il leader americano ha annunciato la sua decisione controversa dopo che i suoi alleati europei, tra cui Regno Unito, Germania e Francia, e un certo numero di altri paesi non è riuscito a convincerlo nel non ritirarsi dall’accordo fondamentale per la coesistenza pacifica. Trump ha anche minacciato tutti i paesi con sanzioni, inclusi gli alleati degli Stati Uniti, se avessero violato gli embarghi statunitensi contro l’Iran, preoccupando i tradizionali alleati di Washington in Europa. La posizione di Trump è apparsa totalmente supina ai desideri del regime israeliano e ha suscitaro molte critiche fra gli stessi alleati in quanto segna l’inaffidabilità di Washington nel mantenere qualsiasi tipo di accordo multilaterale quando questo non risulti conforme ai propri interessi. Alle osservazioni di Merkel fanno eco anche a quelle del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che ha notato in precedenza giovedì che la politica della Casa Bianca “aveva perso vigore e, a causa di questo, nel lungo termine, la sua influenza”, esortando l’Europa a riprendersi il proprio ruolo, distanziandosi dagli Stati Uniti come leader globale autoproclamato. Criticando Washington per aver abbandonato l’accordo con l’Iran, il capo della Commissione europea, Jean C. Junker, ha affermato che gli Stati Uniti stanno voltando le spalle alle relazioni multilaterali e alla cooperazione amichevole. Junker questa volta appariva del tutto sobrio e questo è sembrato già un fatto eccezionale per quanti hanno seguito i suo discorso. Da parte sua, il presidente francese Macron, ha insistito sulle sue proposte di riforma di punta per la zona euro da quando è salito al potere lo scorso maggio, ha esercitato ulteriori pressioni su Merkel per far concordare con le sue proposte, in particolare un bilancio comune della zona euro e il ministro delle finanze ha esortato la Merkel ad agire in questo senso, aggiungendo poi: “Se accettiamo che altre grandi potenze, inclusi alleati, … si mettano in una situazione per decidere per conto della nostra diplomazia, della sicurezza per noi, e talvolta ci facciano correre anche i peggiori rischi, allora non siamo più sovrani e non possiamo essere più credibile per l’opinione pubblica “, ha detto, in un chiaro attacco contro la decisione di Trump di ritirarsi dal difficile accordo nucleare iraniano. Il presidente francese Emmanuel Macron ha affermato che la decisione degli Stati Uniti di abbandonare il piano d’azione globale congiunto (JCPOA) è stato un “errore”. La Merkel, tuttavia, ha affermato che le discussioni sull’eurozona sono state “difficili” tra Berlino e Parigi, sottolineando che i disaccordi hanno ancora pregiudicato molte proposte per un’ulteriore integrazione del blocco. Tuttavia la Merkel ha riconosciuto fra l’altro che “l’unione economica e valutaria europea deve essere resa più sostenibile”, riconoscendo implicitamente il ruolo di piglia tutto che la Germania si è assunta nella UE, come attestano i suoi enormi surplus di bilancio a spese degli altri partner europei. Anche se la Merkel ha dichiarato di aspettarsi accordi su un sistema bancario, è rimasta in silenzio sulla richiesta del presidente francese di un bilancio comune della zona euro.

Jean-Yves Le Drian

Nel contempo il ministro degli Esteri di Francia, Yves Le Drian, ha denunciato «la logica americana isolazionista, protezionistica e unilaterale» ed ha anticipato l’intenzione di agire di concerto con le aziende del suo Paese «per preservarle al massimo dalle misure sanzionatorie statunitensi». E il capo della diplomazia tedesca Heiko Maas ha annunciato che oggi sarà a Mosca per consultarsi con il collega russo Sergei Lavrov, uno che lo strappo di Trump con l’Iran non lo condivide assolutamente. Queste reazioni indicano che i leaders dell’Europa si sono accorti tardi della inaffidabilità degli USA come leader dello schieramento occidentale e iniziano a svegliarsi dal torpore, constatando la contrapposizione di interessi che si manifesta ormai nettamente tra la politica di egemonia di Washington e gli interessi dell’Europa. Considerando la politica di totale subordinazione fatta dai paesi europei nei confronti del potente alleato ed i disastri che questa ha causato, sembra che la presa d’atto del leaders europei sia arrivata ormai a tempi scaduti. Meglio tardi che mai si potrebbe osservare.

https://www.controinformazione.info/il-leaders-europei-iniziano-a-prendere-le-distanze-da-washington/

La partnership trans-pacific senza USA

A fine gennaio 2018, Tokyo ospitò l’incontro decisivo dei rappresentanti degli Stati membri del TPP, dove il nuovo testo dell’accordo fu finalmente approvato. Il nuovo accordo TPP senza partecipazione degli Stati Uniti fu firmato da 11 Stati in Cile l’8 marzo 2018. Entrerà in vigore 60 giorni dopo la ratifica da parte di tutti i parlamenti degli Stati membri. Il testo del documento è leggermente diverso da quello originale. Alcuni Paesi hanno fatto del loro meglio per cambiarlo a proprio vantaggio dopo il ritiro degli Stati Uniti. Ad esempio, il Vietnam suggeriva di eliminare diversi articoli sul diritto del lavoro che Washington DC impose ai partner col pretesto della protezione dei diritti umani. Il nuovo accordo TPP ha un’altra caratteristica importante: la possibilità di accettare nuovi membri. Pertanto, diversi Stati membri del TPP, tra cui Messico, Perù e Cile, incoraggiano Russia e Cina ad aderirvi, ovvero due potenti Stati del Pacifico, che il progetto TPP originale non includeva. Possono anche aderire Stati che non hanno accesso all’Oceano Pacifico. Ad esempio, il Regno Unito vi ha espresso interesse. Il carattere aperto del TPP concede agli Stati Uniti l’opportunità di ricongiungervisi se lo decidessero. Ed è probabile. Al Forum economico mondiale di Davos (WEF), che si svolse a fine gennaio 2018, Donald Trump dichiarasse che gli Stati Uniti erano pronti a tornare ai negoziati TPP a condizione che agli Stati Uniti venissero offerte condizioni più accettabili.
Esiste un altro possibile evento che può spingere gli Stati Uniti a rientrare nel TPP, che potrebbe espandere notevolmente il territorio e il potenziale del TPP. È la possibilità che tutti i membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN) vi aderiscano. Come già accennato, il TPP include membri influenti dell’ASEAN come Singapore e Vietnam, oltre a Brunei e Malesia. Thailandia e Indonesia esprimono interesse e sono tra le economie più sviluppate dell’ASEAN. È possibile che anche altri membri del blocco vogliano aderire. Nel marzo 2018, Sydney ospitò il summit speciale ASEAN-Australia, a cui presero parte tutti i leader e primi ministri dei Paesi membri dell’ASEAN, ad eccezione delle Filippine (rappresentate dal segretario degli Esteri). I principali argomenti erano garantire sicurezza e libero scambio. Fu anche discussa la partecipazione degli Stati membri dell’ASEAN al TPP. Australia ed ASEAN sono partner strategici dal 2014 e hanno collaborato attivamente su varie piattaforme. Il grande sforzo fatto da Canberra per preservare il progetto TPP mostra che è molto interessata e probabilmente lavorerà ancora più duramente per inserirvi tutti i membri dell’ASEAN. Pertanto, il partenariato transpacifico, che molti erano pronti a rottamare dopo il ritiro degli Stati Uniti, ha buone prospettive. Ora, possibilità del ritorno degli Stati Uniti al TPP è sempre più discusso sui media. Tuttavia, anche se dovesse accadere, gli Stati Uniti non giocheranno più un ruolo guida. Il partenariato è ora guidato da altri Paesi, che modificano il testo dell’accordo in base alle loro esigenze.
In conclusione, potremmo dire che se il TPP fosse stato originariamente progettato per unire i partner degli USA, sostenendo l’egemonia statunitense nell’APAC, ora è un’unione indipendente di Stati regionali che imparando a vivere senza che Washington gli dica cosa fare.
https://aurorasito.wordpress.com/2018/04/26/la-partnership-trans-pacific-senza-stati-uniti/

La grande truffa

di Carlo Bonaiti Cominciamo con due dati: abbiamo un debito pubblico di 2.230 mld. pari al 132% del PIL. Paghiamo ogni anno quasi 90 mld. di interessi (la terza spesa italiana dopo la previdenza e la sanità) senza, peraltro, riuscire ad intaccare il debito. E la narrazione corrente ci vuole direttamente responsabili (noi cittadini) per aver vissuto al di sopra delle nostre possibilità !!! La storia: dal 1960 al 1981 il rapporto D.P./PIL è sempre stato inferiore al 60% (circa il 58%) che rappresenta il valore che i burocrati di Bruxelles considerano adeguato per definire una economia sana. Dopo il 1981 il rapporto sale improvvisamente a circa il 130%. Ma cosa successe nel 1981? Per volere dell’allora ministro Andreatta avviene il divorzio tra la Banca d’Italia ed il Ministero del Tesoro, mettendo fine alla possibilità del governo di finanziare il disavanzo. Ma che succedeva prima? I titoli che lo stato emetteva per finanziarsi e che non riusciva a vendere erano comprati dalla Banca d’Italia ad un tasso prefissato, basso. Dopo il divorzio lo Stato, senza questo “effetto paracadute”, per poter vendere tutti i titoli emessi (cioè per renderli allettanti) si vede costretto ad innalzare i tassi di interesse e questa è una delle cause principali che ha comportato l’innalzamento del debito pubblico. Ma cosa spinse Andreatta a questa scellerata decisione? Come raccontò lui stesso dieci anni dopo in una lettera pubblicata sul Sole 24 Ore, questo stravolgimento strutturale fu necessario per salvaguardare i rapporti tra Unione Europea e Italia. Ad essere in pericolo era infatti la partecipazione del nostro Paese all’interno dello Sme (l’accordo precursore del sistema Euro). Sia Andreatta che Ciampi, quindi, agirono non nel rispetto dei principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale ma sotto la pressione di spinte sovranazionali.

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La Cina compie una svolta globale

Dr. Stephen Leeb: “Oh, ironia. Il presidente Trump potrebbe essere quello che risolve i problemi commerciali degli USA. Ma non coi dazi o il forte riarmo dei nostri partner commerciali… Piuttosto arriverà dalla Cina che accelera la transizione a una nuova valuta di riserva, probabilmente un paniere di valute basate sull’oro, creando un sistema monetario centrato sull’oro. La Cina ha gettato accuratamente le basi per avere i mezzi per definire la nuova valuta di riserva che influenzerà l’Oriente, se non il mondo”. E con la Cina non solo maggiore trader del mondo ma anche possessore di un esercito in grado di proteggere i partner commerciali orientali, le sue capacità sono indubbie.

La Cina ora commercia il petrolio con lo Yuan-oro
Segnatevi la data: oggi è iniziato il commercio del nuovo benchmark del petrolio orientale di Shanghai. I fornitori di petrolio possono ora coprire i loro yuan in futures basati sull’oro, la cui compensazione sarà in oro. In effetti, il petrolio ora viene commercializzato in yuan-oro. Il segnale che la Cina vuole accelerare il commercio in yuan e oro ben oltre il petrolio, è apparso in un articolo sul South China Post di fine febbraio. L’articolo citava Cheung Tak-hay, presidente della Borsa dell’oro di Hong Kong, dire: “La Borsa dell’oro di Hong Kong è in trattative con Singapore, Myanmar e Dubai per stabilire un corridoio merci in oro per promuovere prodotti denominati in yuan nell’ambito dell’Iniziativa Cintura e Via della Cina. Il corridoio delle merci d’oro… potrebbe collegare il deposito doganale proposto a Qianhai con utenti e commercianti di metalli preziosi nei Paesi della Fascia e Via“.

Deposito d’oro da 1500 tonnellate nella zona di libero scambio
Qianhai fa parte della zona di libero scambio di Shenzhen e Hong Kong. Il deposito doganale, secondo l’articolo, potrà immagazzinare 1500 tonnellate di oro. I servizi di regolamento di custodia e fisico inizierà probabilmente nei prossimi mesi. La posizione di Trump sulla politica commerciale spinge la Cina ad estenderne il commercio ben oltre il petrolio. Finora queste cifre equivalgono alla soppressione dei dazi in nome della “sicurezza nazionale” (che ironia). L’affermazione è che economia ed esercito statunitensi non possono essere sicuri se il Paese non produce abbastanza acciaio. E così il presidente Trump annunciava dazi che colpiranno alleati affidabili mentre avrà impatto assai minore sulla Cina, le cui pratiche commerciali Trump ha ripetutamente lamentato. I dazi furono quindi modificati esentando Canada e Messico, almeno per ora, ma si applicano ancora a molti altri alleati degli Stati Uniti.

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Elogio dei dazi

Ci sono tracce dell’importanza della dogana pubblica e della riscossione di tasse sin da 2.500 anni fa, allorché le merci in entrata nel porto greco del Pireo erano sottoposte a una gabella del 2 per cento sul valore: i primi dazi all’importazione, chiamatipentekostès. Fu Roma a inventare la parola datium, ciò che è dato, per definire l’imposta di transito su merci e persone. Lo stesso termine dogana ha una storia antichissima. Proviene dal turcodiwan, che designava sia il luogo del Bosforo ove venivano riscosse le tasse sulle merci in transito, sia il mobile (divano) su cui sedeva il dignitario incaricato. La prima tariffa doganale organica italiana, un elenco di prodotti provvisti di una denominazione e descrizione a fini fiscali è del XVIII secolo, per il settore tessile, protagonista della prima rivoluzione industriale in Inghilterra, seguita alle invenzioni di macchinari come il filatoio (1770) e il telaio meccanico (1786).

Oggi è adottata a livello mondiale una tariffa doganale di migliaia di pagine, organizzata in capitoli e “voci doganali”, che individua ogni manufatto o prodotto della natura. La tariffa dell’Unione Europea con l’indicazione del trattamento tributario all’importazione e all’esportazione di ciascuna tipologia merceologica è unica per i 28 Stati, area di libero scambio non gravata da dazi interni titolare di una politica doganale comune verso i Paesi terzi.

I dazi, insomma, sono una cosa molto seria, tant’è che la reazione isterica a Trump del partito di Davos, il circolo esclusivo e dittatoriale dei globalisti interessati al mercato libero planetario, è stata davvero forte. Si sono ascoltate piccate lezioni di libero scambio da un gigante, la Cina, formalmente comunista che non incoraggia certo libere importazioni nel suo immenso mercato interno. Non è mancata l’intemerata di Angela Merkel, uno strappo rabbioso dopo tre quarti di secolo di sudditanza dei vinti. Il fatto è che la Germania, in tandem con la Cina, è la nazione esportatrice per eccellenza, e vanta un avanzo commerciale annuo di ben 287 miliardi di euro, il che, tra l’altro, è in contrasto con le regole europee. Chi comanda, si sa, fa quello che gli conviene. Altrettanto seccate le reazioni di parte francese ed italiana. I conversi sono i più accaniti: gli ex comunisti riciclati in acerrimi difensori del libero mercato e dell’abolizione dei dazi farebbero tenerezza se non lavorassero contro gli interessi del loro stesso elettorato.

Cerchiamo allora di fare chiarezza, a partire dalla circostanza che, piaccia o no, la politica economica di Trump ha due obiettivi in linea con le promesse elettorali che lo hanno portato alla Casa Bianca. Il primo, da realizzare attraverso imponenti sgravi fiscali, è reindustrializzare l’America, restituendole quel ruolo di regina della manifattura che ha perduto. Non dimentichiamo che negli anni successivi alla vittoria del 1945 l’economia Usa rappresentava il 50 per cento degli scambi mondiali e tale quota si è ridotta della metà.

L’altro scopo è quello di contenere l’avanzata, sinora irresistibile, del Dragone di Pechino, detentore di una larga fetta dello sterminato debito pubblico americano. I dazi posti rappresentano una tipica misura di politica commerciale nei confronti dei competitori diretti dei comparti industriali che si sceglie di rafforzare. Le lagne dei finti o veri liberoscambisti lasciano dunque il tempo che trovano. Altra cosa è prendere atto che una nazione tanto potente, paladina del liberismo e del mercato padrone, allorché si vede minacciata negli interessi, reagisce esattamente come ogni potenza ha sempre fatto nel corso della storia, proteggendo se stessa, erigendo barriere tariffarie, difendendo il mercato interno.

Il protezionismo, in definitiva, è la condizione normale della politica commerciale di tutti gli Stati. La situazione più desiderabile è vendere più di quanto si acquista e il termine mercantilismo rappresenta da secoli tale modello, di cui fu espressione la Francia del grande ministro Colbert, per oltre vent’anni al servizio di Luigi XIV, il Re Sole. La ricetta è apparentemente semplice: poiché la ricchezza della Stato è l’accumulo monetario, è essenziale acquisire valuta attraverso l’esportazione limitando l’esborso per importazione. Non deve essere una sciocchezza, se Germania e Cina, i grandi creditori commerciali, sono tanto nervosi per i dazi americani.

Non dimentichiamo l’importanza della leva valutaria, che ha alimentato il boom italiano negli anni del dopoguerra sino alla gabbia dell’euro. La svalutazione competitiva della lira metteva il vento in poppa alle nostre esportazioni, insieme con la geniale capacità di lavoro e di problem solving (ah, la neo lingua dei sapienti anglofoni!), alimentando una delle stagioni migliori della nostra storia. Oggi tocca agli Usa, accusati non senza fondamento di manipolare al ribasso il valore del dollaro e alla Cina, che mantiene artificiosamente ai minimi lo yuan. Con la moneta unica europea, al contrario, la Germania ha realizzato con altri mezzi la svalutazione del vecchio, fortissimo marco e si sta mangiando le economie di chi non ha capito il gioco, in primis l’Italia.

Del resto, la politica tariffaria nostra si è lungamente basata sulla utilizzazione selettiva della leva daziaria. Da noi, i paesi del mondo erano divisi in tre zone, A, B, C. A quest’ultima apparteneva il solo Giappone, che per decenni fu nostro concorrente diretto, nei confronti del quale erano posti dazi elevatissimi e divieti di importazione, il più severo dei quali ha tenuto la Fiat al riparo della concorrenza nipponica nel settore automobilistico. Adesso Marchionne ha voltato le spalle all’Italia e si giova dei vantaggi della politica fiscale e commerciale degli Usa con la Fca a Detroit. La zona B comprendeva gli Stati del blocco comunista, nei confronti dei quali vigeva una politica di chiusura con eccezioni, rappresentata dal regime delle autorizzazioni ministeriali e degli interessi della grande industria. La Fiat costruì un grande stabilimento in Unione Sovietica, con la fondazione della città chiamata Togliattigrad in onore del leader comunista italiano.

La zona A era a sua volta divisa in tre gruppi. Il primo comprendeva il Mercato Comune Europeo dell’epoca, il secondo il resto d’Europa e i paesi più ricchi come gli Usa, mentre il terzo riuniva Africa e Sudamerica nel gruppone dei PVS, Paesi in Via di Sviluppo, con trattamento doganale unilaterale di favore, sul modello della clausola di nazione più favorita ben noto al diritto internazionale. I livelli dei dazi erano modulati per sostenere il nostro ruolo di economia di trasformazione, evitando dazi sulle materie prime, difendendo nel contempo con imposte elevate in entrata quei settori industriali che sarebbero stati danneggiati da massicce importazioni.

Contemporaneamente, veniva sostenuta l’esportazione, abolendo divieti e dazi in uscita, nonché fiscalizzando il cosiddetto drawback, ovvero la restituzione alle imprese esportatrici dei dazi sopportati all’importazione di prodotti e materiali riesportati o lavorati. Venne trattata come un’opportunità anche la cronica lentezza dei rimborsi IVA attraverso il meccanismo del plafond, che permetteva agli esportatori l’acquisto di beni di estera provenienza senza imposta a sconto dei versamenti IVA.

I residui divieti all’esportazione vennero – e restano- mantenuti per motivi politici. Non si vendono armi, sistemi informatici o prodotti chimici a Stati con cui siamo in cattivi rapporti; in più c’è il sistema dell’embargo e delle autorizzazioni ministeriali. Oggi assistiamo a gravi perdite per le imprese italiane che lavorano sul mercato russo ed è più costoso l’approvvigionamento energetico, il che dimostra quanto sia importante la sovranità nazionale. Ben difficilmente un’Italia indipendente avrebbe elevato sanzioni nei confronti della Russia, da cui non ci dividono né controversie territoriali, né contese economiche o insanabili contrasti politici, fornitrice di energia a buon prezzo, acquirente di prodotti di punta della nostra economia. Sappiamo chi ringraziare.

I dazi assomigliano alle chiuse di un fiume. A seconda delle necessità, le paratie possono funzionare a regimi diversi: passa più o meno acqua in base alle scelte delle autorità o alla disponibilità della risorsa idrica. Ciò che non si può fare è chiudere completamente il flusso; in tutti i tempi e sotto ogni cielo, l’uomo ha commerciato con i vicini e anche con i lontani. La dogana, sempre, si è identificata con un confine, una linea di divisione, un luogo di decisione, dentro o fuori. Oggi è di moda, in ossequio al liberismo economico unito al suo doppio, l’universalismo culturale, la stucchevole espressione “costruire ponti, abbattere muri “. Noi affermiamo che si tratta di una sciocchezza travestita da virtuoso senso comune. Gli uomini hanno sempre gettato ponti, ma nel momento stesso in cui univano due rive, ne riconoscevano l’esistenza distinta, prendevano atto delle distanze e delle convergenze di chi viveva ai lati.

Una frontiera riconosciuta e rispettata, dalla quale sorgono doveri di identificazione e limitazioni commerciali di cui i dazi sono il simbolo, è un luogo di conoscenza, cinghia di trasmissione, presa d’atto di differenze che vengono insieme riconosciute e neutralizzate dalla presenza di una sbarra mobile, che si apre, ma che può anche chiudersi, la linea doganale, il confine. La filologia mente di rado: confine deriva da cum –finis, avere in comune un limite. E’ ovvio che ogni confine debba aprirsi, ma a determinate condizioni, osservati criteri stabiliti. L’economia, il commercio sono parte della vita degli uomini, i quali talvolta alzano muri o barriere per proteggere se stessi. Aprire indiscriminatamente, abolire il limes, il limite, la barriera, espone a rischi incalcolabili. Non a caso esistono opere dell’ingegneria come la Grande Muraglia cinese e il Vallo di Adriano.

La moneta euro, al riguardo, presenta una simbologia che non lascia dubbi: nessuna immagine di grandi uomini, re o regine, nessuna iconografia legata a opere d’arte riconoscibili del genio europeo, solo stilizzazioni di ponti e finestre. Nessun limes, nessuna linea di confine, basta dogane. Tutto e tutti possono entrare e uscire senza controllo e in assenza di giudizio politico, anzi il pre-giudizio è che non debbano esistere limiti. Follia culturale che diventa impotenza pratica e libero dispiegarsi delle forze distruttrici. John Keynes li chiamò spiriti animali del capitalismo e Joseph Schumpeter, più immaginifico, distruzione creatrice.

Roberto Pecchioli

in https://www.maurizioblondet.it/elogio-dei-dazi/

Come funziona la moneta

Dopo l’indebolimento della funzione di riserva di valore del bolivar a favore del dollaro, ora la stessa funzione di unità di conto e di mezzo di pagamento risultano indebolite. In Venezuela ci si trova vicini all’iperinflazione[8], una situazione caratterizzata da un’esplosione dei prezzi accompagnata da sfiducia verso la moneta nazionale[9], come è avvenuto ad esempio in Argentina nel 1989 e nel 2009 in Zimbabwe. I venezuelani ricercano altri mezzi monetari che non siano il bolivar: che sia il dollaro americano, o i bitcoin, un asset finanziario rischioso ma che permette di sfuggire ai controlli …

Una crisi che rivela (anche) la natura della moneta

Una simile crisi monetaria è sempre accompagnata da una crisi politica[10]. Ciò conferma la tesi per cui qualsiasi valuta richiede l’adesione dei suoi utilizzatori a un progetto collettivo e il loro riconoscimento dell’autorità sovrana responsabile della sua gestione e controllo. Ovviamente, questa duplice condizione non è più presente in Venezuela.

Le radici lontane della crisi venezuelana mettono anche in luce quanto sia instabile e vincolante il sistema monetario internazionale oggi per tutti i paesi, ma soprattutto per i piccoli paesi in via di sviluppo, che dipendono fortemente dalla loro capacità di ottenere valute internazionali, in primo luogo il dollaro, e hanno grandi difficoltà a stabilizzare i loro tassi di cambio e sviluppare politiche monetarie autonome, orientate verso obiettivi interni.

Ci si può infine chiedere se il recente annuncio del presidente Nicolás Maduro di creare una nuova (cripto-) moneta possa essere la soluzione ai problemi economici del paese. Non corriamo rischi a rispondere decisamente di no. In primo luogo, perché il Petro (il nome di questa futura moneta) –  un progetto di cripto-valuta elettronica la cui emissione è garantita dalle risorse naturali del paese – mette in evidenza l’incapacità delle autorità a contenere, se non a prevenire, la scomparsa del bolivar. In secondo luogo, perché questo progetto è influenzato da una concezione arcaica della moneta : per avere valore e creare fiducia, si pensa, la moneta dovrebbe essere ancorata a qualcosa; una volta ci si basava sull’oro o l’argento, oggi Maduro si basa sul petrolio.

Soprattutto, come potrebbe questa moneta soddisfare le esigenze dell’economia se la sua emissione segue l’evoluzione della stima delle riserve petrolifere in Venezuela? Non vi è alcuna garanzia che il finanziamento dell’attività economica sarà quindi sufficiente per consentire al Venezuela di svilupparsi.

La moneta è endogena all’attività economica e presume la fiducia dei suoi utilizzatori, e questo concetto sembra essere ignorato da Maduro.

Gli esempi qui brevemente illustrati relativi al caso venezuelano sono in linea con le lezioni che si possono trarre dall’opera “La Monnaie. Un enjeu politique” [11]. La moneta è un’istituzione sociale centrale nella crisi del capitalismo. Per promuovere lo sviluppo economico, che sia nazionale o globale, bisogna capire come funziona e si gestisce la moneta. Una politica monetaria efficace, sia in Venezuela che in qualsiasi area monetaria, presuppone di garantire la fiducia degli utilizzatori di questa valuta e allo stesso tempo di affrontare la questione del regime monetario. Pertanto, la politica monetaria e la politica fiscale dovrebbero sempre e ovunque essere in grado di coordinarsi per raggiungere gli obiettivi di stabilità economica, sviluppo e piena occupazione.


[1] Nel 2017, secondo il Parlamento controllato dall’opposizione, l’inflazione era del 2616%. L’FMI prevede una recessione al 12% del PIL. Per quanto queste cifre siano difficili da verificare a causa della loro entità, la recessione e la situazione quasi iperinflazionistica sono fuori dubbio.

[2] Gutiérrez, L. H., and Labarca, N. (2003), “Determinantes de la inversión privada en Venezuela: Un análisis econométrico para el periodo 1950-2001”, Revista Tendencias, 4(2).

[3] Ricordiamo che nel 1989, all’inizio del suo secondo mandato, Carlos Andres Perez – eletto con un programma socialdemocratico – dovette piegarsi alle ingiunzioni neoliberiste del Fondo monetario internazionale (proprio mentre si stava costruendo il famoso “Washington Consensus”), implementando la legge marziale e reprimendo la protesta nel sangue. Il “Caracazo” del 1989 uccise circa 3000 persone in un contesto di alta inflazione.

[4] Ad esempio, si veda questo articolo di T. Gaston-Breton pubblicato su Les Echos nel 2006 per rendersi conto della natura conflittuale della distribuzione delle entrate petrolifere in Venezuela, dalla scoperta dei giacimenti, all’interno della stessa popolazione locale, ma anche con i principali gruppi stranieri che sfruttano i giacimenti.

[5] L’obiettivo era infatti destinare le rendite del petrolio ai programmi sociali: trasferimenti, investimenti pubblici per sradicare l’analfabetismo o migliorare lo stato di salute della popolazione… ma sfortunatamente non per risanare l’economia venezuelana dalla sindrome olandese!

[6] Gli economisti concordano nel riconoscere almeno tre funzioni di moneta: unità di conto, mezzo di pagamento e riserva di valore. Il primo consente di valutare il prezzo dei beni nella stessa unità di misura, il secondo facilita le transazioni e il terzo, che compete con altre attività come i titoli finanziari, è una modalità del risparmio. Gli economisti keynesiani aggiungono a queste funzioni quella per cui la moneta, attraverso la politica monetaria in coordinamento con la politica di bilancio, consente di intervenire sull’attività economica.

[7] Lampa, R. (2017), “Crisis in Venezuela, or the Bolivarian Dilemma: To Revolutionize or to Perish? A Kaleckian Interpretation”, Review of Radical Political Economics, 49, pp. 1-21.

[8] Cfr. Kulesza, M. (2017), « Inflation and Hyperinflation in Venezuela (1970s-2016): a post-keynesian interpretation », Institute for International Political Economy, WP 93.

[9] Per una revisione della letteratura eterodossa e un modello teorico, si veda Charles, S. and Marie, J. (2016), « Hyperinflation in a small open economy with a fixed exchange rate: A post Keynesian view », Journal of Post Keynesian Economics, 39, pp. 361-386.

[10] si veda Théret , B.(dir.) (2007), “La monnaie dévoilée par ses crises”, éditions de l’EHESS.

[11] Opera di prossima pubblicazione presso Seuil nel gennaio 2018, scritta in collaborazione con J.-M. Harribey, E. Jeffers, J.-F. Ponsot e D. Plihon. Si veda qui.

http://vocidallestero.it/2018/01/28/quello-che-la-crisi-venezuelana-ci-insegna-sulla-moneta/