Argentina di nuovo in lacrime

L’Argentina dimostra una tesi sulla quale insisto ormai da diversi anni e che probabilmente sarà anche venuta a noia ai lettori: ovvero il fatto che il neoliberismo sia totalmente fallimentare nella realtà, ma viene tenuto in vita da una comunicazione mediatica globale che del resto è consustanziale al sistema: se tutto è mercato è chiaro che la narrazione sarà quella imposta da chi possiede la proprietà dei mezzi di comunicazione.  Dovrebbe essere ormai in un museo delle cere assieme alle sue varianti alleliche, come l’ordoliberismo europeo,  come un fossile vivente, ma tutte le volte che esso si scontra col mondo reale viene narrativamente resuscitato e rinverginato. In questi giorni le primarie presidenziali – una sorta di pre elezioni in vista di quelle vere – hanno decretato una disfatta  per il miliardario ultra conservatore Macrì sotto il cui regno la povertà ha raggiunto il 32%, i massicci licenziamenti seguenti alle liberalizzazioni selvagge hanno portato la disoccupazione al 10%, l’inflazione è arrivata al 48 per cento, i salari e le pensioni sono congelati e la crescita ha fatto segnare un meno 2,6%. Questo anche grazie ai suggerimenti dell’Fmi che ha anche dovuto fare il prestito più grande della sua storia in modo che si potessero pagare i noti fondi avvoltoio e mettere il cappio al collo del Paese.

Tutto assolutamente prevedibile, l’ennesimo fallimento delle teorie dei ricchi, ma ciò che sorprende è che l’Argentina ci era già passata e quasi negli stessi termini, senza che però questo abbia avuto alcun effetto cognitivo. Negli anni ’90 il Paese fu dominato dal liberista Menem sotto il quale  il debito estero, la crescita dei tassi di interesse, la disoccupazione e la forbice tra la minoranza ricca e la maggioranza povera del Paese crebbero a ritmi inarrestabili, toccando vertici mai raggiunti in precedenza. Ne seguì la crisi drammatica di inizio secolo che tutti conosciamo e che dopo una girandola di presidenti per un giorno, diede la vittoria a Nestor Kirchner, il quale cambiò del tutto rotta verso un peronismo moderato riuscendo a far ripartire il Paese che raggiunse  un aumento annuo del pil superiore al 10% anche se naturalmente il rapporto con l’Fmi fu pessimo, ma intanto le riserve internazionali del paese superarono i 30 miliardi di dollari e  la disoccupazione scese al 7,35% mentre venivano denunciati i crimini del regime militare cosa che Menem si era ben guardato dal fare. Inoltre Kirchner si collegò a Lula (Brasile), Chavez (Venezuela), Bachelet (Cile), Vazquez (Uruguay), Correa (Ecuador) e Castro (Cuba), per dare vita a un progetto di sviluppo economico e sociale indipendente dal padrone Usa. Nel 2007, anche per gravi problemi di salute, lasciò il posto alla moglie Cristina Kirchenr , già senatrice del suo stesso partito, la quale vinse le elezioni e proseguì in queste politiche, anche se con meno fantasia, determinazione e successo. La stampa cominciò ad attaccarla perché il debito pubblico era salito dal 45 al 52  del pil e successivamente non aveva pagato gli obbligazionisti dei fondi avvoltoio che avevano partecipato alla ristrutturazione del debito del resto appartenente ai disastri dell’era Menem. Prima ancora della fine del suo mandato e per propiziare un cambio di politica a 180 gradi la Kirchner fu travolta da uno scandalo così fasullo da gridare vendetta: fu accusata di aver ostacolato la giustizia mettendo in atto un piano per insabbiare le responsabilità dell’Iran nell’attentato terroristico contro un centro ebraico, avvenuto a Buenos Aires nel 1994. Insomma cose di vent’anni prima da cui naturalmente è stata scagionata, ma che mostrano con chiarezza le orme di chi stava guidando sottobanco il cambiamento. In Argentina come in tutto il Sud America.

Ora come se la storia non di secolo prima, ma dell’altro ieri fosse stata azzerata e dimenticata gli argentini votarono a grande maggioranza per Macrì che esprimeva anche in maniera più chiara le stesse tesi e prospettive di Menem, ovvero le medesime  che avevano portato il Paese al disastro totale e questo perché una campagna mediatica aveva convinto che si sarebbe potuti uscire dalla nuova crisi con gli stessi metodi che avevano provocato la prima e naturalmente brandeggiando il timore di default tecnico di cui agli argentini frega relativamente ma impaurisce quegli investitori che invece di impiantare attività produttive si sono limitati a investire in titoli di stato, per la gran parte emesso in dollari. Se volessimo classificare l’economia liberista in termini etologici diremmo che è principalmente saprofaga, si nutre di escrementi finanziari, ma fa diffondere l’idea che si nutra di ambrosia. E’ evidente però che tutte queste oscillazioni sono impossibili da concepire senza una funzione mediatica che cerca di camuffare la realtà e di cancellare le sue evidenze.

Le lacrime dell’Argentina e gli avvoltoi

Nota: il reblog non funziona, quindi riporto integralmente l’articolo e colgo l’occasione per far notare che gli elettori ripetono sempre gli stessi errori

Honduras

Sia l’ambasciata degli Stati Uniti, sia società come la “Dole Fruit Company” sono esempi toccanti del potere degli Stati Uniti.. In America Latina Per decenni, grandi aziende agricole come Dole e Chiquita hanno decimato e sfruttato il lavoro dei piccoli agricoltori in tutta la regione. Dopo tutto, come potrebbero competere con i colossi multinazionali che ricevono sussidi sostanziali da parte del governo degli Stati Uniti (in una violazione ironica dei principi della “libera impresa” e “level playing field”).

Questo processo è stato accelerato dal “Central Free Trade Agreement” (CAFTA). Meno noto del suo accordo di contropartita NAFTA, l’accordo ha gravemente danneggiato l’industria agricola nazionale dell’Honduras e di altri paesi centroamericani, e ha contribuito alla migrazione verso l’estero di migliaia di persone dalla regione per sfuggire alla miseria ed allo sfruttamento.

Tali giganti dell’agrobusiness hanno anche svolto un ruolo negli sforzi di cambiamento di regime degli Stati Uniti. Nel 1954, Washington rovesciò il governo del presidente Jacobo Arbenz in Guatemala, in parte a causa della sua nazionalizzazione della United Fruit Company.

Nel 2009, il governo democraticamente eletto di Manuel Zelaya fu rovesciato dalle forze armate con il sostegno degli Stati Uniti. Le élite honduregne rimasero deluse dalla resistenza al neoliberismo di quella classe politica di impronta socialista che aveva effettuato una svolta negli investimenti pubblici e nelle politiche sociali progressiste. Più tardi, si venne a sapere che Hillary Clinton, come Segretario di Stato, partecipò al colpo di stato del 2009 contro il governo democraticamente eletto del Manuale Zelaya e lavorò per sostenere i governi post-golpe. Sotto la sua guida, il Dipartimento di Stato aiutò i successivi governi post-golpe con campagne di propaganda per “ripulire” la loro immagine.

Tegucigalpa Honduras Disordini e proteste
https://www.controinformazione.info/i-media-occidentali-amano-le-proteste-per-lademocrazia-e-liberta-a-meno-che-non-siano-in-honduras-o-in-un-paese-alleato/

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Provocazioni

Il 27 marzo, parlando alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che la Russia deve uscire dal Venezuela e ha avvertito che “tutte le opzioni sono aperte” per raggiungere questo obiettivo.

Circa 100 truppe russe sono atterrate a Caracas il 23 marzo, secondo i termini di un trattato di cooperazione del 2001 tra i due stati. La mossa ha causato un’ondata di voci nei media mainstream. La maggior parte riguarda le forze speciali russe e un possibile coinvolgimento militare russo in caso di invasione statunitense.

Il vicepresidente americano Mike Pence ha descritto il dispiegamento come una “provocazione inutile”. Pence ha anche invitato Mosca a ritirare il suo sostegno al presidente venezuelano Maduro e “stare con Juan Guaido”, il presidente ad interim proclamato a Washington dal paese.

Il consigliere per la sicurezza di Trump John Bolton è stato ancora più ostile nelle sue osservazioni.

John Bolton minaccia il Venezuela

John Bolton

@AmbJohnBolton
The United States will not tolerate hostile foreign military powers meddling with the Western Hemisphere’s shared goals of democracy, security, and the rule of law. The Venezuelan military must stand with the people of Venezuela.

A sua volta, il ministero degli Esteri russo ha dichiarato che lo spiegamento è stato effettuato “in stretta conformità con la costituzione di quel paese e nel pieno rispetto delle sue norme legali”.

Questa situazione è un altro esempio di come gli Stati Uniti si stiano intromettendo apertamente negli affari interni venezuelani, sostenendo che questa è una mossa per difendere la democrazia.
Nota: Alcuni commentatori russi si sono chiesti in base a quale principio gli USA pretendono di mantenere lontana la Russia dal continente Latino Americano mentre allo stesso tempo inviano le loro truppe, attrezzature militari e armamenti in Ucraina, nei paesi Balici, in Georgia e nelle zone limitrofe dei confini della Federazione Russa.

Fonte: South Front

Traduzione e nota: Luciano Lago

https://www.controinformazione.info/trump-la-russia-deve-uscire-dal-venezuela-tutte-le-opzioni-sono-aperte/

 

Eurocrati

L’eurocrazia, prossima allo sfratto elettorale, ha attaccato violentemente il premier Conte e l’Italia. Socialisti, liberali e popolari, in un’aula semivuota, hanno messo sotto processo il presidente del Consiglio italiano al suo esordio alla plenaria dell’Europarlamento. Conte, agli occhi dei suoi scomposti accusatori, ha avuto la colpa di aver sferzato l’Europa, esortandola ad essere vicina ai popoli e puntare su occupazione e crescita.

Il più violento nel bastonare l’Italia, è stato il leader dell’Alde ed esponente del gruppo Spinelli, il fiammingo e russofobo Guy Verhofstadt, ex direttore del fondo pensionistico olandese APG e della holding Sofina, fondata nel 1898 a Bruxelles con capitale tedesco e statunitense. Verhofstadt, leader dei VLD (Liberali e Democratici Fiamminghi Aperti), tutt’altro che un partito di massa, si è spinto molto oltre, perdendo il decoro e la misura: “Mi domando per quanto sarà un burattino mosso da Salvini e Di Maio”, ha tuonato contro il premier.

Dura e decisa la replica di Conte che, per la prima volta, ha abbandonato la sua proverbiale calma, bacchettando il fiammingo: “Non sono un burattino, forse lo è chi risponde a lobby e comitati d’affari”. Le logiche dell’europarlamento plasticamente rappresentate dall’inversione ad “U” del presidente del gruppo Ppe Manfred Weber che ha addossato al presidente del Consiglio italiano la mancanza di crescita economica, dopo aver definito poco prima “buono” il bilaterale con lui.

“Che alcuni burocrati europei, complici del disastro di questi anni, si permettano di insultare il presidente del Consiglio, il governo ed il popolo italiano è davvero vergognoso. Le élite europee contro le scelte dei popoli. Preparate gli scatoloni, il 26 maggio i cittadini finalmente manderanno a casa questa gente”, ha affermato il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, replicando al “gemello siamese” di Daniel Cohn-Bendit.

Se le parole di Guy Verhofstadt sono gravi, più gravi ancora sono gli applausi degli europarlamentari di Pd e FI. Il fiammingo ha offeso non solo Conte ma tutta l’Italia. Per i soliti noti di “La Repubblica”, in evidente visibilio, il capogruppo degli ultraliberisti dell’ALDE, è diventato addirittura il Parlamento Europeo nella sua totalità.

Il ragionamento degli oppositori dell’esecutivo gialloverde è facilmente sintetizzabile. Il governo italiano critica la politica francese in Africa e incontra alcuni esponenti dei gilet gialli? E’ un’indecenza e una grave ingerenza negli affari di uno stato estero. E via con gli “io sto con Emmanuel Macron” e lo sventolio di bandiere francesi.

Un burocrate europeo insulta il Primo Ministro italiano e auspica pubblicamente un cambio di governo? Bene, bravo, bis. E bandiera dell’Ue in bella mostra.

Poi arrivano le urne e sono pernacchie, manrovesci e prefissi telefonici.

Dovrebbe essere ormai chiaro come certi partiti e la carta stampata di riferimento tifino spudoratamente per chiunque si scagli contro il governo in carica, a costo di scivolare nell’auto-lesionismo.

Chi nelle ultime settimane sta mettendo a rischio l’integrità del governo gialloverde, immaginando maggioranze parlamentari diverse da quella attuale, farebbe bene a riflettere attentamente sul da farsi. Lega e M5S sono considerati corpi estranei ed ostili da chi conduce le danze a Bruxelles e dalle quinte colonne in servizio permanente effettivo nel nostro Paese.

Il “dopo” sarebbe con molte probabilità una riedizione del nefasto governo Monti, con annessi e connessi.

Fonte: L’opinione pubblica in https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61609

Una carta da giocare

L’Italia, terzo contributore   netto  con  quei miliardi si paga il biglietto per sedere al tavolo dove si approva il bilancio  preventivo della (dis)Unione.  E’ imminente la discussione del bilancio preventivo per  il quadriennio 2021-2027:  l’approvazione “spetta  al Consiglio, con delibera  all’unanimità, previa approvazione del Parlamento”.

All’unanimità. Dunque l’Italia ha un potere di veto. Con  i governi precedenti non l’ha mai usato, ovviamente. Adesso il nuovo governo, che gli euro-oligarchi odiano e che vogliono schiacciare, ha in mano l’arma per esigere molto in cambio, far pagare carissima l’approvazione. O ancor meglio, bloccare tutto fino alle elezioni europee del maggio 2019, quando il nuovo Parlamento UE vedrà  il crollo degli europeisti e l’affermazione dei “sovranisti e populisti”:  Perché dar la soddisfazione   di “far votare il budget a  questo Parlamento UE, quando  il prossimo sarà molto diverso?” (Musso).

Le euro-oligarchie sono ben consapevoli del pericolo. Tanto è  vero che nei documenti emananti da loro, si legge: “I   deputati chiedono  che i colloqui tra Parlamento, Commissione e Consiglio inizino subito, per cercare di raggiungere un accordo prima delle elezioni europee del 2019”.

No,  a noi conviene esercitare il veto, far passare le elezioni,  negare il sì al bilancio 2021-27 a  questo  parlamento collaborazionisti, negargli i soldi – e riparlarne  col Parlamento rinnovato  in cui, se non sarà maggioranza, lo schieramento sovranista sarà  una forte  minoranza, decisiva per rendere impossibile la solita  alleanza, centro  e socialisti. Abbiamo un grosso bastone in mano se vogliamo usarlo, perché l’Italia – oltre ad essere in avanzo primario e in attivo nella bilancia  commerciale –  è un contributore netto: ossia dà   alla UE  molti più soldi di quanti ne riceve:

Nel decennio 2007-2016 abbiamo versato all’Ue quasi 34 miliardi di euro in più di quanti ne abbiamo ricevuto.

Molti italiani non lo sanno, perché le opposizioni onnipresenti sui media gli fanno credere che noi “dipendiamo” dall’Europa.

Si veda la replica del povero  Maurizio  Martina  pd  alla minaccia di Di Maio:

Bloccare i fondi all’UE significa bloccare risorse per imprese e cittadini italiani (vedi agricoltura). Queste minacce sono solo un autogol per il nostro paese, giocato sulla pelle di esseri umani

O di Tajani, lo sciagurato berlusconiano:

Tagliare i fondi UE sarebbe un autogol, da essi vengono i fondi UE”.

E’ esattamente il contrario della verità, menzogne pronunciate per far credere all’opinione pubblica italiana che, se irritiamo l’oligarchia, se “ci isoliamo”,  restiamo senza i fondi UE. Invece  i fondi Ue, siamo noi che li diamo.

Per questo nei prossimi mesi, che  saranno tempestosi  (da  metà dicembre ci assoggetteranno alla “procedura per deficit eccessivo”;dandoci un ultimatum di sei mesi per   tagliare;  a giugno 2019, decideranno se applicarci le sanzioni,   ci faranno salire lo spread, i magistrati cercano di intimidire,  il Quirinale trama, i media urlano al “razzismo”) sarebbe essenziale di disporre almeno di un mezzo televisivo di massa:  per far capire all’opinione pubblica quello che sta avvenendo, cosa sta facendo il governo, e le corde che l’Italia ha al suo arco.

estratto da https://www.maurizioblondet.it/litalia-ha-unarma-porre-il-veto-sul-bilancio-ue/

La caduta di Macron

Sta venendo fuori tutto. Benalla, la guardia del corpo personale di Macron, aveva le chiavi della villa del Toquet, proprietà privatissima di Brigitte ed Emmanuel: viveva “In intimità con la coppia presidenziale”. Aveva ricevuto dalla DGSI  (spionaggio interno) l’abilitazione “Sécret Défense”, come un membro importante del governo. Era stato fornito di un badge che gli dava accesso privilegiato all’Assemblea Nazionale, come un parlamentare. Era interno al Grande Oriente di Francia, collegato con la Loggia Emir  Abdel Kader.

Soprattutto, Benalla  ha un legame preciso con i mega-attentati “islamici” del 13 novembre 2016 (Bataclàn, Stade de France, con cento  morti), su cui si stese immediatamente  la sensazione che fosse un false flag governativo. Ha fatto reclutare “Makao”, l’altra gigantesca guardia del corpo di Maron, e Makao è a sua volta amico di  Awad Bendaud, un delinquente comune che ha ammesso di aver ospitato in un suo appartamento di Saint Denis, “senza sapere chi fossero”, i due ultimi (pretesi) attentatori in fuga dopo l’eccidio del Bataclàn

Makao

https://fr.wikipedia.org/wiki/Jawad_Bendaoud

Sta venendo fuori di tutto e di più,  Macron  aggrava la sua situazione tacendo, tremebondo, rintanato fra le braccia di Brigitte, lui che s’era creduto Napoleone….Un crollo ben meritato, dopo mesi di esaltazione e di pretesa gloria.

Che caduta. Che caduta di questo “giovane banchiere ambizioso  senza esperienza elettorale, senza partito, senza militanti né radicamento territoriale, ma col sostegno senza  falle della finanza, praticamente di  tutti i media, delle multinazionali”, come scrive il suo biografo Olivier Piacentini; il giovine che Jacques Attali (già banchiere della Banca Europea dello Sviluppo, l’eminenza  grigia  del Trattato di Maastricht e di tutti i presidenti e delle grandi imprese), aveva già “previsto” in una intervista del 21 aprile 2016, quando ancora nessuno conosceva Macron: “Ho sempre pensato che il prossimo presidente della repubblica sarà  uno sconosciuto.  I francesi vogliono due  cose: un programma ed una azione chiara ed un uomo nuovo. Vedo con piacere che Emmanuel Macron  [..] ha proposto di prendere i migranti sul serio  e di ritenere  che è una fortuna per la  Francia”. ( https://www.lci.fr/france/linvite-darlette-chabot-jacques-attali-1255991.html).

Profezia stupefacente. Dopo di che, come sapete  e  dice Piacentini, “i  francesi non hanno votato Macron; è stato loro impedito, per buone e cattive ragioni, di votare per altri”.   Perché “nella persona di Macron, Attali ha trovato la perla rara: il candidato  che parla il linguaggio delle elites, della mondializzazione, della finanza, dell’Unione Europea, liberato dai partiti e che risponderà solo  alla cerchia di iniziati  nel giro di Attali”.
Ma allora, la caduta di Emmanuel travolto dallo scandalo della sua guardia del corpo, è anche la caduta di Attali e  lo scacco  del suo progetto?

Meglio non correre. C’è un indizio  da tener presente: il video che mostra Benallah mentre, il primo maggio, pesta degli studenti, è stato rivelato per primo da Le Monde. Non  dal Canard Enchainé, ma da Le Monde. Il grigio quotidiano più ufficiale  che esista, il punto di riferimento e portavoce dei poteri veri, del deep state francese, si può  dire.  Un tipo  di direzione giornalistica che, avuto questo tipo di video, l’avrebbe riposto nel cassetto- dopo aver rispettosamente avvertito l’Eliseo, s’intende.

Se dunque Le Monde ha deciso di lanciare il sasso che ha prodotto la frana su Macron, vuol dire che è stato “autorizzato”.  Da chi e perché?

Un articolo non firmato di Egalité et Réconciliation, il sito anti-globalista di  Alain Soral, si pone la domanda  e prova dare la risposta. Raccoglie indizi. Per esempio François Pinault, multimiliardario  padrone di un  conglomerato del lusso (34 miliardi di patrimonio, possiede Palazzo Grassi a Venezia), due settimane prima aveva fatto sapere: “Macron non capisce la gente modesta” (les petites gens).  Un messaggio in codice, da parte di un  potente – amico tra l’altro del ben noto Bernard Henry Lévy? Il progetto di grande riforma  della UE secondo i desideri dell’oligarchia,  che Macron aveva avuto il mandato di cercare di imporre alla Merkel  (“Più Europa”), è fallito. Più in generale, la “cerchia” che fa capo ad Attali ha dovuto constatare le numerose sconfitte che il loro protetto e promosso “volto nuovo” ha accumulato, a danno della causa globalista  ed oligarchica. Dalla figura imbarazzante che ha fatto sulla questione dei migranti rispetto a Salvini,  al  distacco sempre più ostentato del Gruppo di Visegrad, fino al  profilarsi di “una alleanza populista dei governi italiano, ungherese, austriaco contro l’asse Parigi-Berlino-Bruxelles e i suoi commissari”. (Le Monde 4 luglio).

Il nuovo clima politico internazionale, scrive E&R, è sfavorevole “al presidente-banchiere LGBT. Creato per salvare le ambizioni transatlantiche e finanzi ariste dell’Unione Europa, il gioiellino di Attali  è preso nella tenaglia fra i nazionalisti che promuovono il capitalismo produttivista industriale (l’alleanza Trump-Salvini-Putin che punta a smantellare la UE) e la pressione bellicista e nervosa della rete atlantico-sionista che tanto smisurato potere ha in Francia”,  Macron  “ebbro di Mondiale di calcio, di Gay Pride e di Festa della Musica, non   è capace di adeguare  la strategia alla nuova situazione.

Attali e la sua cerchia  stanno elaborando  una  strategia adatta ai tempi. “Bisogna adattarsi al nuovo rapporto di forza per   contrastare l’emergenza del populismo sociale”.

Di fatto, proprio di recente,  durante gli “Incontri Economici di Aix en Provence”, un forum estivo di  quelli che contano (c’era anche Mario Monti) Jacques Attali ha delineato la nuova tattica: non opporsi al “nazionalismo”,  ma adottarlo in qualche modo. Alla conferenza, indossato di nuovo il cappello di mago, profeta e futurologo, ha  annunciato l’era del “nazional-globalismo,  del nazional-nomadismo, della “nazional-governance”….

Alain Soral: “Per contrare il nazional-populismo, Attali lancia il nazional-globalismo: il nazionalismo senza i nazionalisti”.

https://www.egaliteetreconciliation.fr/Pour-contrer-le-national-populisme-Attali-lance-le-national-globalisme-51549.html

Cosa può essere il “nazional-globalismo”? Evidentemente la teoria è incipiente, ha bisogno ancora di ritocchi. Ma quel che conta, ha detto Attali, è  la direttiva:

“Non si deve lasciare la nazione ai nazionalisti”.

Che coincidenza: è lo stesso argomento che il professor Ernesto Galli Della Loggia ha  usato in uno dei suoi fondi sul Corriere, venerdì  20 luglio.

Ha attaccato “l’establishment italiano” per essersi “infatuato dell’idea europeista  più acritica” , addirittura fino alla rinuncia alla sovranità”(sic),  perché in questo modo, “ha regalato il tema della nazione” a populisti estremisti come Salvini. Dunque bisogna “recuperare l’idea di nazione” ma per sottrarla a Salvini.

La contorsione del ragionamento è stata notata da Antonio Socci in un  articolo beffardo, dal titolo: “Lo strano caso di Galli Della Loggia e del Corriere. Salvini ha il torto di aver ragione  senza essere di  sinistra. E non gli sarà  perdonato”.

https://www.antoniosocci.com/lo-strano-caso-di-galli-della-loggia-e-del-corriere-salvini-ha-il-grave-torto-di-aver-ragione-senza-essere-di-sinistra-e-non-gli-sara-perdonato/

Guarda caso, anche L’Espresso ha pubblicato un articolo, a firma di Roberto Esposito,   dove ha “scoperto” che anche la sinistra “recupera l’idea di nazione”. Titolo: “Ora  l’identità piace a sinistra”.  Lo  stesso Galli Della Loggia nota ironico al proposito: “Riscalda l’animo assistere oggi, pur di sbarazzarsi di Salvini, alla rivalutazione della lingua, della bandiera, delle insegne militari, del sangue e del cuore…fa piacere vedere rimesso in auge quel concetto di identità che  per tanto tempo  il benpensante progressista ha  giudicato qualcosa che andava assolutamente escluso dalla storia”.

Potenza di Attali, si potrebbe dire.  I   liberi media mainstream “de sinistra” cominciano a suonare il nuovo tema,, e a trovar dei meriti  nell’”Identità”. Pur di sbarazzarsi di Salvini.

Presto assisteremo ad una rivalutazione  da sinistra, mediatica,  di una “nazione”   ma senza sovranità, fatta di “bandiera sangue e cuore” ma  innocua per la finanza globale? A cosa potrà somigliare? Forse ad un riduzione sub-razionale e regressiva, “sangue e suolo”, delle istanze nazionali autentiche: che non sono tribali, ma razionali: la coscienza che “lo Stato Nazione è l’unico contenitore istituzionale per esercitare la volontà popolare”,  ossia la democrazia –  e la solidarietà  fra cittadini secondo diritto, l’uguaglianza e la giustizia sociale (destra dei valori, sinistra del lavoro, come dice Soral).  Il “sovranismo” non è un sentimentalismo; è la presa d’atto matura e consapevole (da Pater Familias secondo il diritto romano) Wall Street, Fondo Monetario, Unione Europea, sono strumenti di oppressione politica  perché non sono responsabili verso le cittadinanze.

Cosa sarà un “Identitarismo”  che non metta in discussione l’Organizzazione Mondiale del Commercio, come lo vuole  e progetta Attali? Un militarismo ottuso? Sangue e suolo? Un tribalismo negroide? Un pullulare di particolarismi? (corsivo nostro)

La rivolta dell’Armée

Frattanto, Nicoals Bonnal segnala una sorta di “ammutinamento” delle forze armate e  polizie, che Macron ha umiliato ed hanno fondatissimi motivi di detestarlo. Secondo lui, non è stato un  goffo incidente quello che ha visto la squadriglia acrobatica, il 14 luglio, aggiungere una linea rossa al tricolore francese: “La  red line è un avvertimento nel linguaggio militare, per preavvertire che la rottura è vicina”.

Anche i due motociclisti della guardia presidenziale che goffamente “cadono” proprio davanti alla tribuna presidenziale, secondo Bonnal,  l’hanno fatto “in omaggio a Marc Granier, motociclista emerito della Guardia presidenziale, 30 anni di servizio, internato  in ospedale psichiatrico per aver  parlato”. Il 4   maggio, in un video di 18 minuti, Marc Granié ha denunciato”gli assassini e gli altri delitti commessi dall’oligarchia che ha preso possesso del Paese”,  parlando di “Un colpo di Stato”. Attualmente, nessuno sa dove sia.

nessuno sa dove sia

http://www.alterinfo.net/Qu-est-devenu-le-CRS-Marc-Granie-Pourquoi-ses-revelations-font-trembler-la-franc-macronnerie-en-marche_a138929.html

Certo è che il potente Prefetto di Parigi, Michel Delpuech, in audizione all’assemblea nazionale   lunedì 23 luglio, non ha esitato a situare lo scandalo Benalla  come conseguenza di “derive individuali, inaccettabili, condannabili, in un quadro di favoritismo malsano.  Mai un prefetto si era permesso di pronunciare  un’accusa così forte e diretta verso un presidente francese; con quel  “favoritismo  malsano”, Delpuech è giunto a sfiorare l’aperta allusione all’omosessualità di Macron. Palesemente, tutta la sécurité ne  ha piene le scatole del ragazzotto.

Il difficile è liberarsi di Macron. La legge rende il presidente-re  praticamente inamovibile. “Ora, bisogna tenere i  quattro anni che vengono, nonostante il rigetto viscerale della nazione, nella lacerazione del  corpo elettorale  del caos politico”, ha  scritto Le Figaro.

A meno che Attali non escogiti qualche altro mezzo per smaltire la sua  scelta sbagliata, che ha mancato ai  compiti, s’è comportata come un bambino viziato e ormai non serve più.

 

 

L’articolo LA CADUTA DI MACRON. DECISA DAI SUOI CREATORI? proviene da Blondet & Friends.

Fuoco di sbarramento

Iniziano a manifestarsi le prime preoccupazioni per il nuovo governo giallo/verde (Lega/5 Stelle) formatosi dopo lungo travaglio sulla scena politica italiana. Il primo ad esprimere tali preoccupazioni è stato il finanziere speculatore George Soros intervenuto a Trento ad un convegno sull’economia. “Sono molto preoccupato» della vicinanza del nuovo governo alla Russia”. Ha dichiarato il finanziere e speculatore statunitense George Soros, ricordando che «questo è un aspetto su cui si trova d’accordo il nuovo governo, hanno detto che sono a favore della cancellazione delle sanzioni contro la Russia». (….) “« La Russia è una forte minaccia e sono davvero preoccupato, c’è una stretta relazione tra Matteo Salvini e Putin», ha proseguito Soros. Vedi: Soros preoccupato…. E’ superfluo ricordare che Soros è un acerrimo nemico di Putin, visto che fra l’altro, è stato lui uno dei principali finanziatori del Golpe di Maidan, preceduto da una finta “rivoluzione colorata” che ha portato al governo il governo fantoccio di Poroshenko. Non a caso se dovesse entrare in Russia Soros sarebbe immediatamente arrestato per le sue molteplici attività sovversive, tollerate in quasi tutti i paesi europei (tranne l’Ungheria che ha cacciato lui e le sue ONG), ma non in Russia dove hanno capito quali siano le reali attività del personaggio, ricevuto affabilmente in Italia da Gentiloni e amico e finanziatore della Bonino (quella del “Più Europa”). Il secondo ad essere “preoccupato” è il segretario della NATO Jens Stoltenberg il quale ha manifestato tali preoccupazioni nell’apprendere che il nuovo Governo Italiano sta riconsiderando l’impegno delle missioni internazionali mangia soldi dell’Italia ed in particoare medita di ritirare la missione militare in Afghanistan dopo circa 17 anni che reparti italiani si alternano in quel paese disastrato (anche grazie alla presenza della NATO).

Il segretario generale NATO Stoltenberg

Non si capisce a che cosa serva mantenere una costosa presenza di militari e mezzi delle Forze Armate italiane in un paese che non ha alcun rapporto con gli interessi nazionali dell’Italia e che è solo una pedina nella strategia egemonica di Washington in Asia. Altro preoccupato è l’inviato speciale dell’amministrazione Trump in Europa, Kurt Volker, il quale, nel corso della sua ultima visita in Italia, ha dichiarato che ” le sanzioni alla Russia “sono misure europee, non italiane. Non rispettarle provocherebbe prima di tutto un problema con Bruxelles”. Vedi: Italia non tolga le sanzioni alla Russia.. Naturalmente Volker finge di non sapere che le sanzioni alla Russia sono state imposte alla UE dagli USA dietro minacce e ricatti contro chi non si fosse adeguato alla linea stabilita da Washington. Questa preoccupazione deriva dal fatto che già prima di andare al governo Matteo Salvini, aveva dichiarato che, una volta a Palazzo Chigi, avrebbe tolto le sanzioni a Mosca e questa intenzione è stata inserita anche nel contratto di governo. Altri preoccupati in linea diretta sono le ONG che operano nel Mediterraneo nel business del traghettamento e importazione di masse di migranti clandestini. Un “lavoro” svolto in coordinamento con le organizzazioni degli scafisti, con la mafia internazionale che gestisce il traffico fin dal trasferimento dei migranti dai paesi africani verso la Libia e in collegamento con le Cooperative in Italia che gestiscono l’accoglienza. Un business milionario che ha arricchito tutti i soggetti coinvolti e che sarebbe drammatico perdere per l’ostinazione del nuovo Ministro degli interni. Già pronto tuttavia il contropiano per ostacolare l’interruzione del programma: le ONG si attiveranno assieme agli scafisti per favorire naufragi ed affogamenti vari in mare aperto in modo da toccare le “corde” della “sensibilità umanitaria” e mettere sotto accusa le politiche anti umanitarie del nuovo Governo. Pronti ad articoli di fuoco gli editorialisti di Repubblica, La Stampa, Il Corriere della Sera e i servizi della RAI, delle altre TV con pesanti attacchi che saranno scatenati da Roberto Saviano, dalla Bonino e altri della compagnia di giro mondialista che prospera sul fenomeno delle migrazioni in Italia. Sicura anche una denuncia dell’ONU e di varie organizzazioni umanitarie finanziate da Soros.

Nave delle ONG sbarca i migranti

Da ultimo sono preoccupati anche alcuni governi africani che temono di vedersi rimpatriare molti degli elementi di cui si erano sbarazzati, favorendo il traffico dei miganti. E’ noto che in alcuni paesi erano state svuotate le carceri ed inviati sulle coste italiane tutti gli elementi indesiderabili. in particolare in Nigeria dove sono riusciti a liberarsi di molti elementi della potente mafia nigeriana sarebbe tragico per quel paese vedere rimpatriati i componenti delle bande esperti in sezionamento di corpi delle proprie vittime. Tutto lascia prevedere che sarà una corsa ad ostacoli quella di Salvini e del Nuovo Governo Giallo/Verde, il percorso sarà pieno di trappole e richiederà doppia attenzione.

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