Cambogia

Se c’è un Paese che può essere la dimostrazione del lato oscuro dei vaccini quello è proprio la Cambogia, della quale si parla pochissimo non solo perché è in fondo all’Indocina dove lo sguardo non si posa quasi mai, ma perché costituisce uno scandalo per l’occidente. Uno scandalo per gli 800 mila cambogiani che vennero uccisi dai bombardamenti americani nel tentativo di chiudere il sentiero di Ho Ci Min, una immensa ecatombe collaterale; uno scandalo per la feroce dittatura di Pol Pot che nacque proprio a seguito di quella strage al napalm che oltretutto rovinò una consistente parte dei terreni agricoli provocando carestie; uno scandalo perché a porre fine a quella follia non furono gli stella striscianti, ma proprio i comunisti cambogiani aiutati e sostenuti dal Vietnam. E ora ancora una volta costituisce uno scandalo perché i numeri covid non si adattano alla narrazione ufficiale occidentale e soprattutto alla mistificazione dei vaccini come unica strada di salvezza invece che come opaco esperimento condotto sopra la testa delle persone.

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La Merkel desnuda

E non è certo un caso che nella primavera scorsa è stato proprio il governo tedesco a pagare illustri scienziati e ricercatori perché dessero la previsione più drammatica possibile della pandemia e permettere così i confinamenti come esperimento sociale, non certo per proteggere la salute. Insomma la regina è apparsa nuda, assieme ai suoi cortigiani e al personale di servizio.

Ma c’è anche un altra considerazione da fare e cioè che questa vicenda mette in luce la mediocrità della Merkel punto di  riferimento dell’intera Europa, una mediocrità che si rivela come ubbidienza passiva al politicamente corretto di origine neoliberista. Del resto essa fu scelta dalla Cdu come successore di Kohl e cancelliera proprio per il suo profilo basso, per non avere alcuna visione propria, per la sua permeabilità all’ambiente. Non perché sia una grande camaleontessa, ma semplicemente per la sua incapacità di essere davvero qualcosa, e la sua rapidità nell’ adattarsi al contenitore come del resto si addice alla liquidità contemporanea: in carriera nella Germania comunista dove aveva scalato i posti della rappresentanza giovanile del partito e quasi certamente in forza alla Stasi, si è immediatamente convertita al capitalismo già nella sua forma neoliberista, all’indomani della caduta del muro e con la stessa velocità di cadute dei mattoni. Era insomma il personaggio ideale per poter guidare con polso un’Europa che doveva asserire il declino della politica e la primogenitura delle elites finanziarie e industriali. L’unica farina del suo sacco  è stata quella di sviluppare fino in fondo un conflitto economico  – monetario per l’egemonia continentale, progetto che comunque era nella logica inevitabile della moneta unica e andava a vantaggio degli utilizzatori finali di un Europa desocializzata e privatizzata

estratto da https://ilsimplicissimus2.com/2021/03/25/la-merkel-desnuda/

Siria, dieci anni dopo

L’operazione americana di destabilizzazione, ma anche europea, è in atto da un decennio. Il 6 luglio 2011 l’ambasciatore Usa a Damasco Robert Ford andava a passeggiare tra i ribelli anti-Assad di Hama, accompagnato il giorno dopo da quello francese. Era il segnale che in Siria di poteva fare quel che si voleva e che Erdogan colse, incoraggiato dalla strategia della Clinton dello “stay behind”, “guidare da dietro” le primavere arabe, facendo passare migliaia di jihadisti dal suo confine, con i seguiti che sappiamo fino all’ascesa dell’Isis e alle complicità tra turchi e Califfato per far fuori la resistenza dei curdi. Ecco cosa pensa Ford a 10 anni di distanza. “La strategia americana è stata un fallimento”, scrive su Foreign Affairs l’ambasciatore, ora senior fellow presso il Middle East Institute. Gli Usa, dice Ford, hanno cercato di usare la forza militare e le pressione finanziarie per rovesciare Assad, ma Biden farebbe bene a cambiare rotta. Dopo anni di conflitto, infatti Bashar è ancora al suo posto e la Siria non è diventata una democrazia liberale come qualche ingenuo analista sperava diventasse all’indomani della devastante guerra per procura scoppiata nel 2011. Ford si spinge a sostenere che gli Stati Uniti “dovrebbero negoziare con Mosca un ritiro graduale delle proprie forze e una tempistica per la transizione nella zona orientale dal controllo americano a quello russo”. Ma le cose vanno un po’ diversamente. Le sanzioni contro la Siria, introdotte sin dall’inizio della guerra civile non solo non si sono allentate ma nel 2020 sono state ulteriormente aggravate, sia dagli Usa, con il cosiddetto Caesar Act che blocca ogni tipo di transazione economico-finanziaria-commerciale con Damasco, sia dall’Unione europea, che, pur muovendosi sulla scia degli Stati uniti e confermando le sanzioni, per salvare la faccia consente il finanziamento di interventi umanitari “purché non coinvolgano il governo siriano”: come se fosse possibile effettuare interventi efficaci in un contesto così deteriorato senza un coordinamento con le autorità competenti. Il livello dell’ipocrisia europea si è confermato anche recentemente quando Bruxelles ha deciso di seguire Washington nel colpire con nuove sanzioni la famiglia Assad, esponenti del governo e imprenditori. L’idea degli europee è di farci credere che le sanzioni sono “mirate”, cioè non colpiscono il popolo siriano: in realtà le sanzioni includono un embargo sul petrolio, restrizioni sugli investimenti, il congelamento dei beni della banca centrale siriana detenuti nell’Ue e restrizioni all’esportazione di attrezzature e tecnologie. In pratica il blocco dell’industria energetica, del petrolio e di ogni tentativo di ricostruzione. Ma in Siria denuncia l’arcivescovo greco-melkita di Aleppo, monsignor Jean-Clément Jeanbart: “La gente non ha più cibo, elettricità, carburante e gas sufficienti per riscaldare le case. Non riesce a ottenere prestiti e andare avanti”. Le sanzioni sono un messaggio a tutti coloro che erano intenzionati a partecipare alla ricostruzione della Siria e a normalizzare i rapporti con Damasco, dalla Russia alla Cina, ad alcuni stati del Golfo che chiedono il rientro di Damasco nella Lega araba, agli stessi Paesi europei come l’Italia, che nel 2010, alla vigilia della guerra, era il maggiore partner europeo di Damasco. Ma forse qui nessuno se lo ricorda più. La rimozione delle sanzioni alla Siria è stata chiesta da Alena Douhan, rapporteur dell’Onu e da diverse organizzazioni umanitarie e delle Nazioni Unite. Ma si preferisce lasciare le cose come stanno, permettere a Israele, che occupa il Golan dal’67, di bombardare in Siria le milizie sciite _ tanto nessuno si lamenta _e far precipitare i siriani in una miseria ancora più nera.

estratto da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/come-stati-uniti-ed-europa-strangolano-la-siria

A congresso

Il PD non è un soggetto malato, è la malattia

di Paolo Desogus – 11/03/2021

Il PD non è un soggetto malato, è la malattia

Fonte: L’Antidiplomatico In molti descrivono il PD come un partito malato giunto ormai allo stadio terminale. Probabilmente è così. Credo tuttavia che occorra un qualche chiarimento. Il PD come spesso ripetuto dai suoi critici, me incluso, è un partito nato male, malissimo anche se sull’onda della novità delle primarie e la minaccia berlusconiana ha ottenuto un forte risultato il giorno del suo battesimo elettorale: 12 milioni di voti (33%) nel 2008.   Numeri importanti, certo. E tuttavia il PD è nato male perché ha fatto della sua mancanza di identità il suo dna.  

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Democrazia senza popolo

“Anche se le elezioni continuano a svolgersi e condizionare i governi – ha scritto, nel 2003, Crouch (“Postdemocrazia”)  il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche di persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi. La massa dei cittadini svolge un ruolo passivo, acquiescente, persino apatico, limitandosi a reagire ai segnali che riceve. A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici.”

La sostituzione della politica da parte della tecnocrazia è l’ultima, estrema, fase del processo di erosione delle tradizionali forme di rappresentanza democratica. E’ “L’ingranaggio del potere”, titolo di un recente saggio di Lorenzo Castellani, studioso di orientamento liberale,  nel  quale viene stigmatizzata la crisi della  politica, ormai incapace di assumere decisioni coraggiose, coerenti rispetto a specifiche  visioni del mondo, a tutto vantaggio del potere dei tecnici, legittimato – scrive Castellani – dalla  competenza cioè dalla “conoscenza specialistica degli individui, fornita e certificata dalla struttura stessa della società attraverso istituzioni educative, programmi di studio, titoli, esami e concorsi. (…) Di conseguenza i poteri non-elettivi, a carattere tecnico, oggi condizionano la vita dei cittadini e le scelte politiche allo stesso modo, se non forse ancor di più, di quelli elettivi e rappresentativi”. Al fondo c’è  “la riduzione della società a un unico criterio di gestione”, nella pretesa di depoliticizzazione delle decisioni da parte dei fautori della tecnocrazia e nell’ottica di una uniformazione del tutto, al fine di attuare una regolare amministrazione dell’esistente priva di qualsivoglia conflitto politico, ideologico o culturale.

Mario Bozzi Sentieri

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Un bilancio del governo Conte II

Molti riterranno questo mio sfogo un tipico atto di sciacallaggio, perché approfitto della fine della stagione più incosciente della storia politica della nostra Repubblica, perché approfitto di questa fine del Governo di Giuseppe Conte per denunciare le gravi responsabilità di questo carro di Tespi (i carri di Tespi erano dei teatri mobili realizzati attraverso strutture di legno, di cui si servivano i comici del teatro nomade popolare italiano) un carro che dal mese di marzo del 2018, cioè da quasi tre anni, giorno dopo giorno, mese dopo mese, ha distrutto le potenzialità di questo Paese. Il mio non è uno sciacallaggio, perché con un ritmo sistematico (due volte a settimana con i miei blog nelle “Stanze di Ercole”) ho denunciato i comportamenti di una compagine di Governo che ha, in tre anni, distrutto la immagine di uno delle componenti della stessa compagine: mi riferisco al Partito Democratico. Ora, finita questa triste nottata, qualcuno chiederà agli schieramenti che si sono succeduti nella gestione della cosa pubblica dal marzo del 2018 ad oggi un bilancio di ciò che si è fatto e di ciò che non si è fatto. Ed allora avendo seguito in modo capillare tutte le fasi, tutti i vari passaggi penso sia oggi possibile effettuare una serie di quesiti.

Come mai alla fine del 2020, in particolare alla fine del mese di novembre, si è scoperto che nessuno degli interventi del comparto infrastrutture era stato attivato per mancanza dei relativi Decreti attuativi; per mancanza cioè dei provvedimenti necessari per dare concreto avvio alle opere. Si è data subito la colpa ai “burocrati”, sì a quella famiglia dello Stato difficilmente identificabile. Invece no! La responsabilità è della macchina del dicastero o dei dicasteri competenti, che si chiama “Gabinetto” del ministro. Una parte del dicastero che, volutamente e non per ignavia, ha filtrato e spesso bloccato i vari provvedimenti.

Come mai del lavoro prodotto da una Conferenza degli Stati generali, convocata nel mese di giugno del 2020 dal presidente Conte e coordinata dal manager Vittorio Colao, è rimasto solo un documento completamente ignorato; eppure il manager Colao ha coordinato un comitato di esperti, il cui compito era quello di produrre idee e proposte per riformare il Paese sfruttando i fondi europei in arrivo con il Recovery Fund.

Come mai dal 25 luglio 2020 (data di conferma da parte della Unione europea del volano di risorse assegnato all’Italia dal Recovery Fund) al mese di gennaio, cioè in un arco temporale di sei mesi, non si è stati in grado non di pensare, non di scrivere ma di tentare di definire un itinerario di proposte coerente alle Linee guida che nel mese di settembre prima, e poi nei mesi di novembre e dicembre, gli Uffici competenti della Unione Europea avevano correttamente inoltrato ai nostri dicasteri competenti.

Come mai il 20 febbraio 2020 è stato presentato un Piano del Sud, anzi un “Piano Sud 2030, sviluppo e coesione per l’Italia” elencando i vari interventi, definendo varie finalità strategiche, interessanti strumenti mirati ad un rilancio della economia del Mezzogiorno e dell’intero Paese. Però, dopo quasi un anno, non è partito nessun nuovo intervento ma solo si è data continuità a due opere della Legge obiettivo approvate nel 2014 come l’asse Alta velocità/Alta capacità Napoli-Bari ed un lotto della Strada Statale 106 Jonica.

Come mai l’attuale compagine di Governo ha prodotto, nel 2019, una Legge di Stabilità 2020 ricca di risorse in conto esercizio (cioè ricca di assistenzialismo e di sussidi) e priva di risorse in conto capitale (appena 786 milioni destinati in opere pubbliche). Una scelta che trova solo una vergognosa motivazione: garantire la sistematica erogazione annuale di circa 16 miliardi per assicurare gli “80 euro per i salari minimi” ed il “reddito di cittadinanza”.

Come mai questa compagine di Governo ha prodotto una Legge di Stabilità 2021, utilizzando come copertura per oltre il 60 per cento, risorse non disponibili e che forse lo saranno alla fine dell’anno 2021 o addirittura nel primo semestre del 2022, cioè risorse provenienti dal Recovery Fund.

Come mai il Governo non abbia detto nulla su come utilizzare le risorse non ancora impegnate del Fondo di coesione e sviluppo 2014-2020 pari a circa 30 miliardi di euro (risorse da spendere entro il 31 dicembre 2023, oltre tale data si perderebbero definitivamente) invece si è preferito utilizzare quota parte delle risorse del Fondo di coesione e sviluppo 2021-2027, un Fondo ancora non definito e non disponibile, per implementare il valore globale del Recovery Plan, con un importo aggiuntivo di 20 miliardi di euro. In questa operazione è stato penalizzato ancora una volta il Mezzogiorno, in quanto i 20 miliardi per legge devono essere assegnati per l’80 per cento al Sud e invece, in questo caso, sono assegnati al Mezzogiorno solo 4 miliardi.

Come mai l’ex ministro del Sud, Barbara Lezzi e l’attuale ministro, sempre del Sud, Giuseppe Provenzano hanno praticamente spento in modo irreversibile l’attenzione del Governo sulla emergenza Mezzogiorno. La Lezzi, nel 2018, prese visione che del Programma relativo al Fondo di coesione e sviluppo pari a circa 54 miliardi di euro erano stati impegnati solo 24 miliardi e spesi appena 6 o 7 miliardi. E per un anno c’è stato solo un sistematico e ripetitivo annuncio sui rapporti con le Regioni, per dare attuazione ai programmi Pon (Piani operativi nazionali) e Por (Piano operativi regionali). Ma solo annunci, solo impegni e il Sud è rimasto privo di risorse che se spese avrebbero incrementato di almeno 3 punti il Pil del Mezzogiorno. Il ministro Provenzano ha continuato imperterrito nella politica degli annunci, aggiungendo ultimamente una proposta, inserita nella Legge di Stabilità, di esonero contributivo dal versamento dei contributi dei datori di lavoro privati del Sud. Una proposta però, inserita nella Legge ma vincolata al parere della Unione europea.

Come mai questa irresponsabile gestione della emergenza “Taranto”; una emergenza che ha visto come responsabili tre distinti ministri, in questi quasi tre anni di Governo Conte I e Conte II, in particolare il ministro Luigi Di Maio e il ministro Stefano Patuanelli, entrambi responsabili del ministero dello Sviluppo economico e la ministra del Sud, Lezzi. I primi due non sono riusciti in tre anni a ridare continuità funzionale all’impianto siderurgico e la ex ministra Lezzi, variando una delle garanzie contrattuali iniziali, ha praticamente aperto un contenzioso con il gestore. Un contenzioso ancora non risolto, che rischia di trasformarsi in una vera bomba sociale, con la perdita di oltre 20mila posti di lavoro.

Come mai la ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti, Paola De Micheli, ha assunto impegni e annunciato piani e programmi molto distanti dalle soglie della concretezza; mi riferisco, solo a titolo di esempio, all’impegno assunto appena nominata di varare entro il 2019 il Nuovo regolamento appalti, al programma delle infrastrutture denominato “Italia Veloce” di importo globale pari a circa 200 miliardi di euro e con una disponibilità, purtroppo non vera come da me denunciato più volte, di 130 miliardi di euro, di aver nominato una commissione di esperti per decidere entro il 15 ottobre 2020 quale scelta effettuare per il collegamento stabile tra la Sicilia ed il continente. Tutti atti che oggi possiamo archiviare come semplici “annunci”.

Come mai, e questo ritengo sia uno degli interrogativi più preoccupanti, nei sedici mesi che separano la Nota di aggiornamento al Def (Documento di economia e finanza), la prima del Conte bis, dall’ultimo scostamento di bilancio approvato per finanziare l’ipotetico decreto “Ristori 5”, il Governo uscente e il Parlamento hanno approvato in 7 occasioni un deficit aggiuntivo per 426,8 miliardi (come riportato da “Il Sole 24 Ore”) a valere sugli anni dal 2020 al 2026. Se si vuole considerare invece il periodo “coperto” dal Recovery Plan, cioè il 2021-2026, i miliardi di indebitamento netto aggiuntivo rispetto al programma iniziale sono 302,6. La cifra supera abbondantemente i 209 miliardi che compongono la quota italiana del Recovery Plan molti dei quali, tra l’altro, sostituirebbero il debito nazionale per finanziare interventi già previsti nei programmi di finanza pubblica. Questo è il difficile e incomprensibile dilemma che non so come sarà possibile sanare e superare, sia nel prossimo Documento di Economia e Finanza sia nelle necessarie attività di correzione della finanza pubblica a partire dall’agosto 2019.

Mi fermo qui perché, ripeto, molti penseranno che questi miei interrogativi se non sono banali forme di sciacallaggio sono, quanto meno, pure cattiverie nel raccontare e nel descrivere il vuoto politico e istituzionale che il “club Conte” ci ha regalato in tre anni, indossando vesti e comportamenti che, a mio avviso, effettuando una lettura dei Governi che si sono succeduti in 70 anni della Repubblica, non siamo in grado di trovare. In realtà, in questi tre anni la compagine di Governo era solo una sommatoria di ministri e non un organo capace di difendere davvero gli interessi del Paese, confermando in tal modo quel detto che recita: dieci incapaci messi insieme non danno vita ad uno capace. Tuttavia, dobbiamo ringraziare il professore Giuseppe Conte, perché in questi suoi tre anni di Governo ci ha fatto capire di nuovo la esigenza di riscoprire l’importanza della competenza e, al tempo stesso, ci ha fatto prendere le distanze dalla miriade di improvvisatori nati nell’arco di pochi anni proprio nel mondo delle istituzioni.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole

http://www.opinione.it/editoriali/2021/02/08/ercole-incalza_conte-governo-sciacallaggio-def-eu-pd-burocrati-colao-taranto-infrastrutture/

I due golpe americani

Oggi quasi tutta l’informazione si chiede cosa stia succedendo in America, dopo che persino il Campidoglio è stato preso invaso da dimostranti  e c’è anche scappato il morto, una donna peraltro veterana dell’Air Force ( qui il video dell’uccisione). La domanda in realtà è mal posta perché questa informazione mainstream dovrebbe invece chiedersi perché abbia minimizzato i giganteschi brogli elettorali (c’è chi dice avvenuti anche grazie a complicità italiane) , perché abbia sempre e comunque demonizzato Trump e invece santificato Biden nascondendone la corruzione e i suoi trascorsi di boia dell’ America Latina. Perché abbia ordinato e pubblicato sondaggi elettorali palesemente falsi, perché abbia drammatizzato fino all’impossibile una sindrome influenzale facendola passare per peste, mettendo la museruola a fior di esperti, bloccando ogni dibattito  e riducendo la scienza a un grottesco feticcio; perché racconta come fossero verità eterne anche le più squallide e assurde balle del potere.  E’ inutile che ora questa informazione si domandi cosa stia succedendo perché essa non sta osservando il problema, ma è parte del problema, ovvero dell’assalto finale alla democrazia e alla rappresentanza da parte di potentati economici che sono poi gli stessi che controllano giornali, televisioni, intrattenimento e sebbene non ancora del tutto, la rete.

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Biosicurezza

Già in un libro pubblicato sette anni fa, che vale ora la pena di rileggere attentamente (Tempêtes microbiennes, Gallimard 2013), Patrick Zylberman aveva descritto il processo attraverso il quale la sicurezza sanitaria, fino allora rimasta ai margini dei calcoli politici, stava diventando parte essenziale delle strategie politiche statuali e internazionali.
In questione è nulla di meno che la creazione di una sorta di “terrore sanitario” come strumento per governare quello che veniva definito come il worst case scenario, lo scenario del caso peggiore.
È secondo questa logica del peggio che già nel 2005 l’organizzazione mondiale della salute aveva annunciato da “due a 150 milioni di morti per l’influenza aviaria in arrivo”, suggerendo una strategia politica che gli stati allora non erano ancora preparati ad accogliere.
Zylberman mostra che il dispositivo che si suggeriva si articolava in tre punti: 1) costruzione, sulla base di un rischio possibile, di uno scenario fittizio, in cui i dati vengono presentati in modo da favorire comportamenti che permettono di governare una situazione estrema; 2) adozione della logica del peggio come regime di razionalità politica; 3) l’organizzazione integrale del corpo dei cittadini in modo da rafforzare al massimo l’adesione alle istituzioni di governo, producendo una sorta di civismo superlativo in cui gli obblighi imposti vengono presentati come prove di altruismo e il cittadino non ha più un diritto alla salute (health safety), ma diventa giuridicamente obbligato alla salute (biosecurity).
Quello che Zylberman descriveva nel 2013 si è oggi puntualmente verificato. È evidente che, al di là della situazione di emergenza legata a un certo virus che potrà in futuro lasciar posto ad un altro, in questione è il disegno di un paradigma di governo la cui efficacia supera di gran lunga quella di tutte le forme di governo che la storia politica dell’occidente abbia finora conosciuto.

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Le illusioni muoiono a Karlsruhe

La miseria europea o meglio il gioco di società nel quale ci siamo dilettati negli ultimi tre decenni perdendo la posta e affossando il Paese è ormai agli sgoccioli: la Corte Costituzionale tedesca pronunciandosi sul quantitative easing della Bce ha sostenuto che l’azione della Banca centrale non ha obbedito al principio di proporzionalità cui era legata, in sostanzia avrebbe acquistato più azioni di Paesi in difficoltà di quanto avrebbe dovuto, finendo così per finanziare di fatto il debito e agendo al di fuori del proprio mandato. Entro tre mesi la Bce e la Lagarde dovrà dire come intende comportarsi in futuro per evitare il ritiro totale della Bundesbank dagli interventi della Banca centrale. La Corte che sorveglia l’unica Costituzione europea che ha ancora un qualche diritto di esistenza ha perfettamente ragione nelle sue osservazioni, anche se le sue perplessità arrivano proprio quando ci sarebbe necessità di uno sforzo finanziario enorme: ma ciò che viene imputato alla Bce è, nella sostanza, di aver in qualche modo surrogato una dimensione politica e comunitaria che invece l’Europa dell’euro non ha e non deve avere, essendo di fatto un puro meccanismo di mercato come attestano i trattati. Adesso proprio nel momento peggiore il banco dice ai giocatori che è momento di chiudere con le aperture di credito sottobanco. E’ un vero scherzo del destino, uno sberleffo, che questa sentenza sia arrivata proprio da Karlsruhe, sede della Corte costituzionale e città più volte premiata come simbolo dell’integrazione europea.

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Italexit?

Intrappolata nel mezzo c’è la vera tragedia umana nel nord Italia, dove migliaia di persone sono morte a causa del mix tossico di insufficienza di infrastrutture mediche, alta concentrazione di persone ad alto rischio e mancanza di conoscenza su come combattere la malattia.

Peggio ancora, il governo italiano è stato messo insieme per guidare questa lotta per gli Eurobond da quando Conte è stato mantenuto al potere per garantire che Matteo Salvini di Lega non arrivassero al governo per combattere Macron e la Merkel, minacciando di lasciare la zona euro.

Sia che tu creda che la risposta dell’UE o, più precisamente, la sua mancanza di risposta alle richieste di aiuti per la situazione dell’Italia sia stata motivata dalla malizia o dall’incompetenza, il risultato è lo stesso. Migliaia di italiani sono morti e questo ha indebolito i legami già deboli tra l’Italia e il resto della tecnocrazia dell’UE.

Come ho scritto in un articolo del 14 marzo:

Quindi nel mezzo di questo pasticcio arriva COVID-19 e con essa la risposta non coordinata e inetta a questa pandemia da parte del centro politico europeo fino ad oggi. Solo ora stanno arrivando alla conclusione che hanno bisogno di limitare i viaggi, dopo essere rimasti seduti per alcune settimane mentre gli italiani sono morti a centinaia.

E pensate che questo stia forse producendo ondate di amore e affetto tra gli italiani verso i tedeschi?
Se lo pensate, allora non conoscete gli italiani … affatto.

E questo è il vero segnale che questo è l’inizio della vera crisi. Perché mentre COVID-19 potrebbe essere stato il catalizzatore per la rottura dei mercati dei capitali, i mercati dei capitali stavano semplicemente aspettando che si verificasse quella scintilla.

Onestamente non ero abbastanza duro nella mia valutazione di quanto stava accadendo allora, ma era chiaro che questa crisi veniva utilizzata per far avanzare i piani integrazionisti dell’UE di Macron e la presidente della BCE Christine Lagarde che cercavano di rafforzare i tedeschi e gli olandesi nella loro posizione intransigente.

Con l’incontro del 26 marzo quel piano è fallito. Rutte, Merkel, il cancelliere austriaco Sebastain Kurz e la Norvegia hanno mantenuto la loro posizione e l’incontro si sarebbe concluso con una scazzottata se non fosse stato tenuto usando le regole di distanza sociale tramite teleconferenza.

Quell’incontro organizzato la scorsa settimana ha visto l’Italia cavalcare l’intransigenza tedesca e olandese. Macron e Lagarde hanno perso, assicurando appena $ 500 miliardi di nuovi prestiti ma nessuna emissione di obbligazioni della BCE. E il problema ora è se Conte parteciperà o meno al programma.

La sua incapacità di agire come agente di vergogna di Macron per garantire il futuro dell’UE mette ora a rischio l’intero progetto europeo perché il governo di Conte è in gravi difficoltà in Italia. Inoltre, questo fallimento è stato probabilmente inaspettato perché ora anche gli europeisti più convinti dell’UE nel governo italiano si chiedono perché facciano ancora parte dell’UE .

estratto da

Strategic Culture https://www.strategic-culture.org/news/2020/04/20/merkel-survives-coronapocalypse-but-eu-wont/

Traduzione: Luciano Lago