La restaurazione

In sostanza, buona parte della sinistra europea, tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, giunse a considerare quel processo che oggi noi chiamiamo globalizzazione, e il contestuale svuotamento delle sovranità nazionali in campo economico, come un aspetto ineluttabile della modernità. Come dichiarò Mitterrand all’epoca: «La sovranità nazionale non significa più granché e non ha più molto spazio nell’economia mondiale moderna». [10]

 

Come notano Albo Barba e Massimo Pivetti, però, sarebbe un errore pensare che la sinistra abbia semplicemente subìto l’accelerazione del processo di mondializzazione, e il cambiamento delle condizioni di potere e distributive, avvenuti in tutta Europa nel corso dell’ultimo trentennio; al contrario, la sinistra «ha in larga misura consapevolmente deciso e gestito» questa transizione, (grassetto nostro) e il conseguente passaggio a una visione post-statuale e post-sovrana del mondo, spesso anticipando la destra su questi temi. [11]

NOTE

 

[1]           L’articolo di J. Robinson, “The Second Crisis of Economic Theory” (1972), è citato in R. Bellofiore, “La socializzazione degli investimenti: contro e oltre Keynes”, Alternative per il socialismo, marzo-aprile 2014; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/5wx46J.

 

[2]           Per una rassegna delle varie operazioni degli Stati Uniti all’estero dal dopoguerra in poi consiglio la lettura di W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, Fazi Editore, Roma 2003.

 

[3]           G. Duménil e D. Lévy, “The Neoliberal (Counter-)Revolution”, in A. Saad-Filho e D. Johnston (a cura di), Neoliberalism: A Critical Reader, Pluto Press, Londra 2004, p. 12.

 

[4]           L. Gallino, “La lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo”, la Repubblica, 27/7/2015.

 

[5]           Su questo punto si veda A. Przeworski e M. Wallerstein, “Democratic Capitalism at the Crossroads”, in A. Przeworski, Capitalism and Social Democracy, Cambridge University Press, Cambridge 1985; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/icoH68.

 

[6]           R. Bellofiore, “I lunghi anni Settanta. Crisi sociale e integrazione economica internazionale”, in L. Baldissara, Le radici della crisi. L’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Carocci, Roma 2001.

 

[7]           Si pensi per esempio ad Anthony Crosland, membro del Partito Laburista britannico e autore nel 1956 del libro The Future of Socialism, in cui sosteneva che le economie avanzate erano di fatto entrate in una fase post-capitalista.

 

[8]           S. Cesaratto, Sei lezioni di economia. Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Imprimatur, Reggio Emilia 2016, p. 212.

 

[9]           Discorso tenuto alla conferenza nazionale del Partito Laburista del 28 settembre 1976 a Blackpool.

 

[10]          J. Ardagh, France in the New Century, Penguin, Londra 2000, pp. 687-688.

 

[11]          A. Barba e M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.

 

[12]          M. Kalecki, “Aspetti politici del pieno impiego”, Sulla dinamica dell’economia capitalistica. Saggi scelti 1933-1970, Einaudi, Torino 1975.

 

[13]          G. Bracci, “Un ‘no’ contro la post-democrazia”, Eunews, 10/12/2016, goo.gl/wAlrnn.

 

[14]          Si veda il paper di F. Cattabrini, “Franco Modigliani and the Italian Left-Wing: The Debate over Labor Cost (1975-1978)”, History of Economic Thought and Policy, n. 1/2012.

 

[15]          G. Liguori, La morte del PCI, manifestolibri, Roma 2009, p. 10.

 

[16]          F. Cattabrini, op. cit.

 

[17]          Tra questi Augusto Graziani, la cui critica alla posizione della corrente maggioritaria del PCI è ben ricostruita nel paper di E. Brancaccio e R. Realfonzo, “Conflittualismo versus compatibilismo”, Il pensiero economico italiano, n. 2/2008.

 

[18]          R. Bellofiore e J. Halevi, “La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica”, relazione al convegno “La crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica”, svoltosi a Siena il 26-27 gennaio 2010; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/6PFQJm.

 

[19]          A. Somma, “Governare il vuoto? Neoliberismo e direzione tecnocratica della società”, MicroMega, 29/7/2016.

 

[20]          Il cosiddetto “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia si consumò nel 1981, quando l’allora ministro Beniamino Andreatta, con una lettera indirizzata al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, pose fine all’obbligo da parte della Banca d’Italia di garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal Tesoro.

 

[21]          A. Somma, op. cit.

 

[22]          P. Mair, Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2016.

 

[23]          J. Halevi, “Europa e ‘mezzogiorni’”», PalermoGrad, 21/4/2016, consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/TfHmJa.

 

[24]          Il discorso di G. Napolitano è consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/ioaMJy.  Nella stessa occasione, anche Luigi Spaventa, deputato indipendente eletto nelle liste del Pci, individuò con sorprendente lucidità i rischi derivanti dalla creazione del nuovo meccanismo di cambio: «Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna». L’intervento di L. Spaventa è consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/CLHFL6.

Fonte: http://www.eunews.it/2017/07/26/non-chiamatela-crisi-e-una-guerra/90929

1917: il grande gioco americano

La fine del 1916 determina per gli Europei la conclusione di un processo evolutivo che si conclude con la perdita del controllo dei loro destini. Questa “perdita” avviene per tre ragioni principali.
In primo luogo, le promesse fatte dai belligeranti dei due blocchi alle potenze di secondo rango, per convincerle a entrare in guerra al loro fianco, hanno trasformato la conclusione del conflitto in una questione di sopravvivenza per diversi stati multinazionali (imperi austro-ungarico, ottomano e russo). In secondo luogo, la configurazione dei blocchi avversi compromette ormai ogni possibilità di pace separata. Da ultimo, qualsiasi nuova combinazione interna all’Europa sembra esaurita: una rottura dell’equilibrio delle forze non può condurre a un vantaggio decisivo per nessuno dei due schieramenti.
Di conseguenza, è a partire dal 1916 che i fattori esterni all’Europa prendono il sopravvento sui fattori interni; un fatto, questo, che determinerà l’intervento americano.

Le cause dell’entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco dell’Intesa sono note. Il 1° febbraio 1917 la Germania scatena la guerra sottomarina a oltranza allo scopo di far

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L’affondamento del Lusitania sancì l’ingresso degli USA nel conflitto

cadere l’Inghilterra nella carestia e nella crisi economica e di costringerla a chiedere la pace. Il 24 febbraio gli Inglesi comunicano agli Americani un telegramma cifrato che essi dicono di aver intercettato il 19 gennaio. In questo telegramma diretto all’Ambasciata tedesca in Messico, il Segretario di Stato tedesco agli Affari Esteri, Zimmerman, esprime la sua intenzione di proporre «una alleanza con il Messico. che potrà in tal modo riconquistare i territori perduti del Nuovo Messico, del Texas e dell’Arizona». Il 1° marzo 1917 il Presidente Wilson rende pubblico il telegramma, provocando un moto di indignazione. In tal modo egli riesce a modificare l’atteggiamento dell’opinione pubblica americana, fino ad allora in gran parte contraria all’ipotesi della guerra. Il 2 aprile 1917 il Congresso vota l’entrata in guerra contro la Germania e gli Imperi Centrali. Ma a causa della indisponibilità di un esercito adeguato alle esigenze e di una flotta per trasportarlo e rifornirlo, gli effetti militari di tale decisione non potranno farsi sentire prima di un anno.
Durante questo lasso di tempo, all’est, la Germania può rallegrarsi della destabilizzazione del suo nemico russo. L’8 marzo 1917 (febbraio secondo il calendario russo) scoppia una prima rivoluzione che si conclude con la rapida abdicazione (15 dello stesso mese) dello zar. Fra la primavera 1917 e il 1918 i Tedeschi non sono mai stati così vicini alla vittoria. Nell’aprile 1917, l’ammiraglio britannico Jennicoe informa l’ammiraglio americano W. Sims, inviato in Europa, che egli teme di non poter impedire il trionfo della guerra sottomarina. Ma quello che è peggio, la ritirata russa durante l’inverno del 1917, conseguente alla vittoria bolscevica, dà ai Tedeschi una superiorità numerica del 20% sul fronte ovest.

Nel momento in cui sulla scena della storia immense masse umane si autodistruggono, un piccolo numero di uomini radunati intorno al presidente statunitense Wilson e al governo inglese contribuisce a orientare le decisioni. Insieme alle motivazioni ideali, la potenza dell’alta finanza svolgerà un ruolo importante nel portare gli Stati Uniti in guerra.
Tre banche di New York concentrano la maggior parte degli interessi finanziari statunitensi: la Kuhn Loeb and Company, prima banca mondiale; la J.P. Morgan (estensione americana della Rothschild londinese); la National City Bank (banca della dinastia dei Rockfeller). I loro dirigenti sono Benjamin Strong per la Morgan, Frank A. Vanderlip e Cleveland H. Dodge per la National City Bank, Salomon Loeb e i fratelli Warburg e Schiff per la Khun. Ad alcuni di essi Wilson deve tutto: la carica di Governatore del New Jersey nel 1910 e la “distruzione mediatica” del suo avversario repubblicano William Taft nella corsa alle presidenziali. E’ anche grazie a essi che il principale consigliere di Wilson, il colonnello House, ha potuto organizzare, in quanto braccio americano della Tavola Rotonda (società iniziatica inglese di idee mondialiste, vicina agli interessi dei Rothschild a Londra, fondata, tra gli altri, da Sir Cecil Rhodes e Lord Alfred Milner ), il Council for Foreign Relations (uno dei più antichi Think tank americani), al quale appartiene un altro influente consigliere di Wilson, Justice Louis Brandeis, Presidente del comitato provvisorio sionista.

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Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921

Attraverso il Federal Reserve Act del 1913, Wilson ha dato a questi uomini ciò che essi attendevano da tanto tempo: una banca centrale per unificare il capitale americano. Ma il progetto degli “uomini del presidente” va ben al di là dell’unità del capitalismo a stelle e strisce. Si tratta in effetti di fare dell’America il motore di una nuova mondializzazione, fatto che implica la necessità di rompere con la regola del vecchio equilibrio di potenze e di favorire una riorganizzazione della geopolitica mondiale intorno alla finanza anglo-americana. Per alcuni si tratta anche di punire gli autocrati russi e di farla finita con l’aristocrazia austro-tedesca che ribadisce in ogni circostanza la supremazia del “guerriero” sul “mercante”.
Il 22 agosto 1914 il colonnello House aveva già lasciato intravedere i possibili sviluppi: «Se gli Alleati trionfano, è l’egemonia russa sul continente europeo. Se al contrario, la Germania esce vittoriosa, saremo per diversi anni sotto l’indicibile giogo del militarismo tedesco». Occorre dunque silurare da un lato la potenza russa e dall’altro la potenza tedesca.

Massimo Iacopi

Leggi tutto su: http://win.storiain.net/arret/num170/artic3.asp

Risorge l’imperialismo Polacco

L’imperialismo polacco  esiste eccome  –  è ricorrente nella storia. AI tempi di Jan Sobieski (1674-1695), re e “uomo forte”  dell’epoca,  la Polonia era molto più vasta di oggi,   comprendendo appunto Lituania, Bielorussia e Ucraina, e il Sobieski si esaurì in battaglie per difendere quei titanici confini.  Kaczyński,  ha scritto Sandro Mela, “è totalmente imbevuto del retaggio religioso, storico, culturale e sociale della Polonia e dell’occidente Cristiano. Kaczyński prosegue la strada segnata dai Re di Polonia”.  Sicuramente     si sente vicino  Pilsudski , e ne conosce a fondo   il colpo di Stato con cui prese il potere nel 1926  come “risanatore della democrazia” disordinata,   e la nuova Costituzione che varò Pilsudski nel 1935, chiamandola “democrazia articolata”, e che   aboliva (non senza ragione) il sistema parlamentare.   Come lui  ha grandi qualità, è indifferente al denaro, è schivo e  segreto, nascosto alle folle, imbevuto completamente del patriottismo polacco.  “Ha per obbiettivo principale la difesa della Polonia e delle ‘particolarità specifiche’ della Polonia contro ‘i nemici interni ed esterni’,; e in più, è convinto che siano stati i russi ad ammazzargli il gemello a Smolensk,   ha  detto di lui il giornalista austriaco Eric Frey,   profetizzando:  “sarà un problema maggiore per la UE”.

 

https://fr.sputniknews.com/international/201512261020584206-la-pologne-sera-le-probleme-numero-un-pour-europe/

 

Oggi, la UE   in  disgregazione ha  aperto una ridicola “procedura” contro la riforma   della Corte costituzionale  polacca, accusando Varsavia di minare lo stato di diritto (abbondantemente scavalcato dalla stessa UE, vedi trattamento inflitto alla Grecia e la violazione continua della Germania che mantiene un surplus che i Trattati non concedono) ;  Kaczynski ha avuto buon gioco a deriderla, ma è ovvio che la riforma   somiglia alquanto al  “risanamento” della democrazia  che volle Pilsudski.   Non c’è dubbio che la Polonia ha il suo nuovo e ricorrente  “uomo forte”, prontissimo d abbandonare la UE per l’ombrello militare Usa.   E ciò, mentre    nel fianco Sud  l’altro “uomo forte”  Erdogan   ha lacerato l’alleanza.

Che dire? E’ la storia,  è la politica vera – con la sua carica di violenza, che da “ultima ratio” emerge a diventare prima ratio.  – che si riprende lo spazio occupato per mezzo secolo dalle “convenzioni europee”, e ciò non può che rallegrare se ci libererà dalle Mogherini e  dalle Merkel, dalle sacerdotesse del politicamente corretto e dal tormentone donnesco  “Ci vuole più Europa”.     Con la coscienza, però, che entriamo in tempi  mobili e  pericolosi.

estratto da http://www.maurizioblondet.it/ue-un-altro-problema-risorge-limperialismo-polacco/

 

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Liberismo come Totalitarismo

Così, di “pulizia ideologica” in “pulizia ideologica”, noi usiamo autopurificarci e autoassolverci da ogni possibile colpa, da ogni possibile bruttura: e affermare con luminosa sicurezza che la nostra democrazia liberal-liberista corrisponde al Migliore dei Mondi Possibili, salvo ulteriore, infinita perfettibilità sulla quale indefettibilmente marciamo. Basterà amministrare l’esistente. Si è cercato perfino di “esportarla”, quella nostra democrazia: con esiti purtroppo ormai ben noti.

Nel nome di questa logica aberrante, di solito accompagnata da una profonda ignoranza della nostra stessa storia – segnatamente di quella dei secoli XVI-XX fuori dal continente europeo, quindi del colonialismo, della decolonizzazione e della ricolonizzazione economico-finanzario-tecnologica – l’Occidente liberal-liberistico, i suoi gregari e i suoi complici usano proclamarsi liberi da qualunque colpa, innocenti di qualunque crimine. E’ nel nome di essa che l’attuale presidente di quella potenza mondiale che più e meglio di qualunque altra l’ha fatta propria può visitare con almeno apparente tranquillità la città di Hiroshima e dichiarare che gli Stati Uniti d’America non hanno scuse da fare a nessuno.

Già: le scuse. Un tema frequente, persino abusato. Ma quelle dalla Chiesa ripetutamente presentate al genere umano dai papi Giovanni Paolo II e Francesco, nel nome di quei figli di essa che nel corso dei secoli si sono allontanati dalla Parola del Cristo offendendo e opprimendo i fratelli, non bastano mai: nessun potente responsabile di stati o di Chiese che pur avrebbero tanto da farsi perdonare ha seguito il luminoso esempio di quei due pontefici, molti di essi però se ne sono dichiarati solo parzialmente soddisfatti…

La tirannia del profitto, che ora sta addirittura marciando a passi da gigante verso il danaro virtuale (così riuscirà paradossalmente a raggiungere uno dei traguardi utopici del bolscevismo, l’abolizione della moneta), sarà forse in apparenza più comoda ma è in realtà di gran lunga peggiore di entrambe: anche perché si accompagna a forti dosi anestetiche di organizzazione mediatica del consenso. Banche, borse, centri mediatici, ipermarkets e centri commerciali ne sono i templi e al tempo stesso le consumistiche fumerie d’oppio nelle quali senso critico e libertà si anastetizzano, si ottundono, si addormentano. I criminali assassini che più o meno occultamente (ormai, nemmeno più tanto) ci governano, non opprimono e non sopprimono nessuno con l’esplicita violenza nel nome della razza o della classe sociale o della fede religiosa: opprimono e sopprimono con la corruzione e l’assuefazione che generano disimpegno e consenso, e loro scopi sono la ricchezza, il danaro, il profitto, ancora più squallidi e infami del potere conseguito per affermare una tirannia ideologica…

Ma, come diceva il vecchio Brecht, il ventre che ha partorito questi mostri è ancora gravido. I nipotini dei massacratori otto-novecenteschi sono ancora al potere e al lavoro: anzi, sono più protervi di prima dietro le loro “rispettabili” maschere di finanzieri, di chief executive officiers, di tecnocrati, di “consiglieri militari”. Con il dato aggravante e inquietante che queste élites “dirigenti”, sia i tecnocrati e gli strateghi politici che ne sono la guida e ne godono nonché ne distribuiscono i profitti sia i politici che si presentano ad esserne esecutori, sembrano ormai brillare per ottusità, per inefficienza, per incompetenza, per incapacità di prevedere e di programmare il futuro.[15]

E noi ne siamo schiavi: con l’aggravante che moltissimi di noi non sospettano nemmeno di esserlo.[16] Ha ragione Marco Revelli: la lotta di classe esiste, e l’hanno vinta loro. “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!”, proclamavano Marx ed Engels. Il mondo dominato dalle lobbies dimostra che è accaduto il contrario: si sono uniti i padroni. Se non sapremo arrestare questo macabro Totentanz e invertirne il corso in apparenza fatale, ci resterà solo la speranza che questa orribile Controciviltà materialista imploda e trascini nel gorgo delle sue infamie chi l’ha voluta e costruita. E non facciamo l’errore di accettare la sfida sul solo o sul prevalente campo economico-finanziario, come il nemico vorrebbe fare: questa battaglia è anzitutto morale e culturale.[17]

FRANCO CARDINI

[15] Su questo misto di arroganza e di miopia: S. Latouche, L’occidentalisation du monde, Paris, La Découverte, 1989 e successive edizioni: è ormai un “classico” molto letto per quanto inascoltato; S. Natoli, Progresso e catastrofe, Milano, Marinotti, 1999; S. Latouche, La fine del sogno occidentale, tr.it. Milano, Elèuthera, 2002; P. Artus – M.-P. Virard, Le capitalsime est en train de s’autodétruire, Paris, La Découverte, 2005; Iidem, Globalisation. Le pire est à venir, Parid, La Découverte, 2008. Utile anche l’agghiacciante atlante Un monde sans loi. La criminalité financière en images, Baume-les-Dames, I.M.E., 2000.

[16] Al di là della stessa NATO, si pensi all’immane trappola del cosiddetto TTIP nella quale stiamo per cadere: cfr. S. Halimi, Grand Marché Transatlantique. Les puissants redessinent le monde, “Le Monde diplomatique”, juin 2014, pp. 11-18. Attenzione, perché il trattato ci viene proposto fra l’altro – da “teste d’uovo” (per non dir peggio) come Richard Rosencrance di Harvard – come l’unica e ultima speranza per evitare che “le nazioni d’Oriente” – segnatamente India e Cina – non sorpassino l’Occidente in termini di crescita, d’innovazione, di profitti e quindi di potenza militare. Il che. Verrebbe da commentare, non sarebbe poi la fine del mondo, anzi!, se non ci fosse il problema che questa Cina, quest’India, stanno a loro volta diventando, sono anzi già diventate, parte dell’Occidente/Modernità e del culto universale di Mammona.

[17] Cf. J.-P. Warnier, La mondialisation de la culture, Paris, La Découverte, 2004; Atlas de la mondialisation, Paris, Presses de la Fondation Natinale des Sciences Politiques, 2006.

Si consiglia caldamente la lettura del testo integrale dal blog dell’autore: http://www.francocardini.it/minima-cardiniana-125/

 

 

Delenda Carthago

Abbiamo già fatto rilevare in altri articoli la pericolosità di una politica “Europea” anti-russa (ribadita di recente dalla nostra Federica Mogherini); ce ne sarebbe abbastanza da stare in pensiero (se ancora ci fosse il pensiero).

Nell’ottima analisi fatta dall’autore, si evince come tutta la strategia USA si basa sul presupposto di una “minaccia russa” ed un presunto  “espansionismo” della Russia di Putin che minaccerebbe l’Europa.Esattamente la tesi della propaganda di Washington che capovolge la realtà e  trascura il fatto che la crisi Ucraina (da cui sono derivate le tensioni con la Russia) è stata provocata dall’interferenza di Washington e dal Colpo di Stato (Golpe di Maidan) sobillato a Kiev dalla CIA e dagli agenti provocatori assoldati dagli USA, con il placet della UE.

La tesi dell’espansionismo della Russia  viene smentita con una semplice occhiata alla carta geografica da cui è facile rilevare che il numero delle basi NATO piazzate vicino ai confini russi negli ultimi anni (in violazione degli accordi precedenti) è quello che ha determinato  l’espansionismo della NATO ed è  la vera minaccia contro la Russia, a cui quest’ultima reagisce con  misure a difesa del proprio territorio. La psicosi della “minaccia russa” è quel pretesto utile,  creato dalla propaganda USA,  per coinvolgere i paesi europei per mantenerli in uno stato di totale subordinazione al dominio  politico, militare ed economico  degli Stati Uniti.

Traduzione e nota: Luciano Lago

Historia, magistra vitae

Il caso greco e quello italiano dimostrano in pieno tutta la “nullità inesorabile” delle elezioni liberaldemocratiche. I risultati – espressione, su un piano teorico, della cosiddetta volontà popolare – non contano nulla, possono essere ribaltati, si può agire dietro le quinte agevolmente per tornare alle urne. Così in Grecia, a giochi già fatti. O si può agire per negare a talento il voto politico, tenendo in piedi un governo “nominato”. Così in Italia, paese in cui il processo di rischiavizzazione del lavoro, di distruzione del sociale e di privatizzazione (“le riforme che il paese aspetta”) deve essere portato a compimento nel breve-medio periodo .

Allora, se il programma è sempre quello della troika, ispirato dai mercati finanziari e dagli investitori, se i capi di governo si scelgono nei “salotti buoni” del neocapitalismo, incuranti del verdetto delle urne, ai popoli dominati non resterebbe che l’anelito rivoluzionario, per rovesciare il sistema e cambiare radicalmente le politiche di governo, nonché le alleanze internazionali dei paesi liberati.

Si fa un gran parlare dell’urgenza del ritorno alla sovranità, monetaria e politica, degli stati che l’hanno “devoluta” al sopranazionale, per impostare politiche sociali e industriali che arrestino la caduta della vecchia Europa, e in particolare di paesi malridotti come l’Italia. Questo è certo un tema cruciale, anzi, per alcuni è addirittura il vero e il solo vulnus. Per riappropriarsi sovranità e moneta, visto che elezioni non servono a niente, ritualizzate come sono e incapaci di modificare lo status quo, ci vorrebbe una bella Rivoluzione, che incida sui rapporti sociali, sugli assetti politici e sul sistema di alleanze internazionali.

Leggi tutto su: http://pauperclass.myblog.it/2015/08/21/ne-le-elezioni-ne-la-rivoluzione-ci-salveranno-eugenio-orso/

Purtroppo non posso che concordare e confidare che la Storia, che ha sempre sconfitto le velleità totalitarie di tutti gli imperi, faccia finire presto anche questo (ma non sarà indolore per nessuno).

Storia di Mario Salvi l’indiano sconfitto (e la nostra)

Ed ecco l’autobus.
Striscia lentissimo nel traffico, come un bacarozzo malato. In curva la parte sinistra sprofonda, con gli ammortizzatori scoppiati; è gravato della solita carne da cannone.
Le tre porte si aprono simultanee; quella posteriore è presidiata dai soliti nordafricani (sempre gli stessi, sembrano comparse di una pellicola sulla disfatta dell’amministrazione capitolina); l’anteriore si apre a metà: un pensionato con carrello si inerpica lentamente e dolorosamente sulla pedana: pianta a fatica il piede destro, poi artiglia un sostegno, fa un mezzo giro panoramico esercitando un orgoglioso sguardo di disprezzo su uomini e cose, poi sale col sinistro; una volta sulla pedana, issa il carrello della spesa con entrambe le mani. L’operazione è complessa; non si muove nessuno; e neanch’io, per carità.
La folla si concentra perciò sulla porta centrale: le solite schermaglie fra chi scende e chi sale: infine si intravede uno spazio libero, l’area destinata ai non deambulanti; poiché la natura aborre il vuoto questo viene occupato con foga.
L’autista, scarpe da ginnastica, occhiale scuro, attende con menefreghismo nichilista. Poi, in rapida successione, sbatte i polpastrelli schifati sui tasti della chiusura; c’è un intoppo: riapre. La plebaglia si stringe ancora un poco; tutti riorganizzano la postura degli arti in combinazioni più favorevoli al guadagno di un minimo di cubatura. Si fa qualche passetto avanti: nuovo pigiar di tasti: stavolta le porte a tagliola si chiudono con uno scatto felice. Si riparte.
Sono accanto a un gruppetto di adolescenti. Sedici, diciassette anni. Fra di loro serpeggiano nomi da varietà capitalista postmoderno: Joshua, Nicholas; uno di loro è preda d’un incontenibile ridarella. Gli altri lo scherniscono con epiteti grevi; vola, a mo’ d’interiezione, qualche bestemmia. Un asiatico, impassibile come la maschera d’un fontanone barocco, li fissa senza sentimento.
Arriva fitto il cianciare ai cellulari. Una tizia sui quaranta, grassa e bistrata, s’impone su tutti. Capelli corvini stirati chimicamente, giacchetta nera aderente, fuseaux rosa antico leopardati, stivaletti neri con finto strass e finta fibbia: un esemplare piuttosto frequente a tali latitudini.
“Ciao, come chi so’? … ah ah … so’ Luana, braaaava … t’ho visto prima sul balcone … ammazza Ginevra come sta carina … j’hai fatto cresce i capelli sotto ar culo … ah ah … no no … e chi gliel’ha detto a quella … a Jessica … no no … ma poi te l’ho detto, ce vedemo … sì sì … ancora no, dai … basta … vedemo … comunque il colore del vestito è avio … capito? Avio … no, t’ho detto … ce vedemo domattina … sì … pe’ quella faccenda della Playstation te faccio sapè quando ce incontramo, vabbè? Ok … ok, ciao tesò … ciao ciao ciao”.
L’autobus arranca per la salita del quartiere, arriva alla piazza principale: una luce giallina, delicata, indora le palazzine prebelliche dell’ATER; il vento freddo della nascente primavera la taglia obliquo. Prima della fermata, all’angolo, vicino al breve porticato (frutto dell’architettura coloniale fascista) s’intravede un gruppetto slabbrato di persone; un manifesto, una bandiera; forse un fischietto, o un tamburo, improvvisati. Una ventina di anime.
“Anvedi, ce stanno i communisti …”, fa uno dei ragazzetti, con aria di sufficienza.
“I communisti … i communisti … i communisti  … ma no … maddai … ah ah porcod …”
Improvvisamente sale, ritmato con voce stentorea, e assolutamente incongruo in quel pomeriggio ordinario, un ritornello; un ritornello di protesta, politico, d’appartenenza. Si riesce a capire solo qualche parola: “… una nuova era … la redenzione … sulla bandiera, rivoluzione!”.
So già di che si tratta. Avevo letto i manifesti nei giorni precedenti.

Presidio ore 16.00
Piazza Mario Salvi

MARIO SALVI
Rivoluzionario comunista ucciso dal piombo di Stato
Martedì 7 aprile 2015
‘Il 7 aprile 1976 cadeva Mario Salvi comunista rivoluzionario
di 21 anni ucciso dal piombo di Stato
mentre manifestava il suo odio di classe
contro la giustizia borghese
il suo ricordo vive nelle lotte degli sfruttati

I compagni e le compagne di Primavalle

Al centro del manifesto, in sovraimpressione a una folla manifestante, c’è proprio lui, il Gufo, Mario Salvi; poco più che ventenne, dimostra almeno dieci anni di più. Capelli folti e ricci, baffi, la mano destra portata all’altezza dell’anca, il braccio sinistro alto, col pugno chiuso. Un eskimo, maglione a girocollo beige, jeans a campana, scarpe alla buona. Son passati neanche quarant’anni, ma quella foto è sempre più simile a una fotografia risorgimentale, a un bianco e nero secolare; mi ricorda certi scatti ai briganti meridionali, in ceppi e manette accanto ai gendarmi unionisti, oppure morti, rilasciati in pose oscene per l’obiettivo oppure con il corpo composto, giubbe e stracci e scarponi sdruciti, e gli occhi ciechi, morti, a fissare il nulla, come faremo tutti noi quando arriva l’ora. Foto di sconfitti della storia.
E anche il Gufo c’ha la sua bella foto da brigante morto, sulla barella che se lo porta via, per sempre, il 7 aprile 1976, verso l’obitorio o il cielo dei comunisti.

Neanche mi ricordo cosa successe quel giorno e cosa avesse da protestare il Gufo, davanti al Ministero di Grazia e Giustizia, a Via Arenula. Si lanciarono le molotov, certo, e i fuochi fatui brillarono secondo un copione di scontri già conosciuto; gli agenti di custodia (erano ancora militari) si lanciarono all’inseguimento dei manifestanti lungo le viuzze che scorrono parallele in direzione di Piazza Farnese o di Campo de’ Fiori (Campo de’ Fiori, la piazza dove ancora resiste la statua del libertario, suo malgrado, Giordano Bruno, bruciato lì nel 1600).
In una di queste stradine, Via degli Specchi, dopo un inseguimento di un paio di centinaio di metri, l’agente Domenico Velluto, stanco incazzato bastardo o solo cattivo, di quell’odio cattivo che solo il potere o lo spirito del tempo che il potere riesce a creare, sparò alle spalle del suo finto nemico, Mario Salvi; colpito alla nuca, il Gufo cadde subito, come un povero cristaccio di borgata. Amen.
Il PCI reagì all’episodio con un malcelato cordoglio di circostanza; il Gufo non era proprio un elemento buono per la struttura perbenista del partito: membro del Comitato Proletario di Primavalle, Salvi incoraggiava e difendeva autoriduzioni (proletarie) delle tariffe di telefono e luce (fece saltare anche alcune centraline dell’esosa SIP).

Velluto, invece, si fece un po’ di mesi di galera, poi fu assolto alle Assise: uso legittimo delle armi. Se i ricordi dei miei vecchi sono giuste rimase a Roma, ma cambiò nome e cognome. Di lui si persero le tracce. Mario Salvi ebbe, invece, un lascito maggiore: riuscì addirittura a far cambiare nome (abusivamente) a piazza Clemente XI, a Primavalle, proprio la piazza del presidio di trentanove anni dopo, 7 aprile 2015.

Il tizio insisteva: “… una nuova era … la redenzione … sulla bandiera, rivoluzione!”. E ancora, meno convinto stavolta: “… una nuova era … la redenzione … sulla bandiera, rivoluzione!”

“Non ce credo … non posso crede che dicono quello che stanno a di’ …”, commenta uno dei ragazzetti.
E ha ragione. La sua è una diagnosi inconscia, ma precisa.
Ma che dicono, che dicono, questi quattro gatti? Non potrebbero pregare in silenzio? Un dio qualunque, a scelta, senza molestare quelle invocazioni che sembrano un mantra ripescato da fondali pleistocenici; anche il loro aspetto, e il portamento, appaiono fuori sincrono con la realtà vera e spietata del 2015.
È una scena patetica, mi tocca dirlo: da stringere il cuore. Troppo mutato il mio animo; o forse è un modo di ferire il passato e me stesso.
Decido di scendere, e guardare la scena, da lontano.
Ed eccoli lì, a piangere un ventenne proletario del 1976, a pestare sui cartoni, a salmodiare inni vecchi di centomila anni … mentre, proprio in quel momento, quell’esatto momento, capitali immateriali vorticano lungo assi invisibili, intoccabili, comprando anime e terre a prezzo del nulla. Il nulla dell’usura.
Questi poveri sciamannati, come li devo considerare? La rivoluzione, addirittura! Nel 2015! Il comunismo, nientemeno! In pieno rigoglio neocapitalista, non riescono manco a suscitare il fascino vintage dei pantaloni a zampa d’elefante … son solo ridicoli, d’un ridicolo anacronistico, come se un rampante manager del terziario si presentasse al lavoro con ghette e monocolo.
Lo si capisce o no, una buona volta?
Abbiamo perso, per sempre. La sinistra storica, vera, ottocentesca, ha perso, come gli Incas, i pigmei, gli aborigeni australiani e i Navajos dell’Arizona, popoli sconfitti e quasi estinti, che si trascinano con le pezze al culo nei suburbi metropolitani. Svuotati da dentro, ideologicamente annientati; brutti, stupidi, straccioni, ubriachi alla periferia dell’impero. Cosa vogliamo fare, colorarci dei vecchi colori di guerra e assaltare il cavallo di ferro dei bianchi? Oppure venderci come qualche Navajo furbo e mettere su una sala da gioco per spennare gli antichi nemici? O magari far da comparsa come indiano buono e new age in qualche film politicamente corretto: quanto erano bravi gli indiani … e quanto cattivi noi bianchi … pure Kevin Costner la pensa così … son morti gli indiani, viva gli indiani … viva gli indiani!
Le vecchie parole d’ordine non funzionano più … la rivoluzione … suona proprio come un campanello attaccato alla coda del cane … e la destra e la sinistra … non converrà forse cambiare verso? Cominciare a parlare di alto e basso? Ridare alle parole il loro senso naturale, pristino … possiamo credere o no alla liberal-democrazia e alle elezioni, ma i cuori vanno conquistati comunque alla causa … pure quelli di Jessica e Nicholas … perché una causa e uno scopo esistono, al di là dei tempi … e io ci credo ancora.
Ma adesso è necessario voltare le spalle alla nostalgia. Alle frasi fatte, ai litigi online, alle beghe microscopiche. E pure alle troppe analisi; al narcisismo, all’eccesso di zelo. Occorre generosità, comprensione alta, liberalità, forza magnanima. La capacità di abbassarci finalmente al nostro dovere politico, quello di contrastare un mostro economico e sociale inumano. Ci riusciremo? O aspetteremo che il mostro abbia la cortesia di auto-sopprimersi per troppa volontà di potenza?

Il vento rinforza, tiro su il bavero e giro le spalle a tutto.
Il resto della strada me lo faccio a piedi.

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