L’attentato a Teheran

La rivendicazione dell’Isis degli attentati a Teheran è quasi un marchio di fabbrica, una sorta di sanguinoso sigillo a decenni di politica estera dell’Iran e di contrapposizione tra la repubblica islamica e un universo sunnita che ha sempre mal sopportato l’esistenza di una “Mezzaluna sciita”.
L’Iran viene colpito perché è lo stato del Medio Oriente che da più tempo e con maggiore efficacia combatte contro il jihadismo sunnita: lo fa in Iraq con i Pasdaran del generale Soleimani, a fianco del governo maggioranza sciita di Bagdad, lo fa in Siria sostenendo il regime alauita di Bashar Assad e appoggiando in Libano gli Hezbollah, da sempre in lotta con i gruppi radicali sunniti.
L’Iran è anche un Paese dai confini porosi e vulnerabili: a Est fronteggia l’Afghanistan, dove i Talebani sono sempre stati nemici della repubblica islamica e in Balucistan, dove è attivo il gruppo terrorista sunnita dei Jandullah, i “soldati di Dio”, che negli ultimi anni ha portato numerosi attacchi terroristici nella regione.
Inoltre le cellule dell’Isis potrebbero contare su una consistente minoranza araba nel Golfo.
A Occidente ci sono le frontiere con la Turchia, il Kurdistan e l’Iraq, dove Teheran combatte contro i movimenti radicali sunniti dal Califfato e i gruppi affiliati ad Al Qaida.
Ma l’Iran è anche il Paese da sempre nel mirino degli Stati del Golfo e dell’Arabia Saudita che non hanno esitato prima a finanziare la guerra di Saddam Hussein negli anni Ottanta contro la repubblica islamica e poi i gruppi jihadisti per abbattere con una guerra per procura il regime di Assad in Siria.
L’Iran in questa regione ha spesso sfruttato gli errori di calcolo degli altri giocatori, in particolare degli Stati Uniti: sono stati gli americani a far fuori i talebani a Kabul nel 2001 e poi Saddam nel 2003.
C’è ovviamente da chiedersi come mai l’Occidente si sia sempre schierato contro Teheran e mai contro le monarchie del Golfo, alleati spesso ambigui e inaffidabili.

La colpa maggiore dell’Iran è quella di costituire con l’appoggio a Hezbollah in Libano una minaccia diretta alla supremazia di Israele, storico alleato di Washington, che non è riuscito a venire a capo della loro resistenza sciita neppure con la guerra del 2006. Le monarchie del Golfo poi vengono preferite a Teheran perché gli Stati Uniti sono legati a Riad da un patto di ferro: inoltre le petro-monarchie sono clienti e investitori di primo piano negli Usa e nei principali Paesi europei, dalla Gran Bretagna alla Francia.
Tutte le maggiori basi americane in Medio Oriente sono sul Golfo, dal Bahrein, dove è di stanza la quinta flotta, al Qatar, al Kuwait.
In poche parole l’Occidente ha fatto una scelta in base ai suoi interessi economici e finanziari: stare dalla parte degli arabi e dei sunniti a scapito dei persiani iraniani e degli arabi sciiti, che sono un minoranza del 15% nel mondo musulmano.

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Lo scacchiere mediorientale

La Russia ha intensi contatti con molti Stati del Medio Oriente. Dopo la visita a Cairo, i funzionari partecipavano all’incontro tra il Presidente Putin e il principe saudita Muhamad bin Salman a Mosca. Il 2 giugno, Sergej Lavrov incontrava il primo ministro del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani, al margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo. San Pietroburgo ha ospitato anche il 2° incontro del Comitato Energetico Iran-Russia, il 3 giugno. Vi sono molti interessi comuni tra Mosca e gli Stati della regione, ma l’Egitto è un partner di particolare importanza. È il Paese più popoloso del Nord Africa e del mondo arabo, il terzo più popoloso dell’Africa e il quindicesimo del mondo. L’anno scorso la popolazione del Paese ha raggiunto i 92 milioni. Implementando una politica indipendente da potenza regionale senza essere troppo filo-USA o filo-saudita avendo i propri interessi nazionali da proteggere. La cooperazione con la Russia consente di controbilanciare l’influenza statunitense e saudita e diversificare i partner in politica estera. Mosca e Cairo hanno molte cose ad unirli, e negli sforzi per gestire la crisi in Siria e in Libia darebbe un grande contributo alla lotta internazionale al terrorismo portando il rapporto a vertici inediti.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

https://aurorasito.wordpress.com/2017/06/05/russia-ed-egitto-promuovono-una-cooperazione-multiforme/

L’impero pentagonale

Stando alla narrazione ufficiale l’11 settembre 1941, data di inizio della costruzione del Pentagono, gli Usa erano una potenza pacifica,

Il simplicissimus

484a72252cd059894a2000541172bfccDeludo subito chi nel titolo vuole scorgere esoterismi di qualche tipo o estrapolazioni fantastiche, perché mi riferisco al Pentagono come edificio, quello che ospita il quartier generale della difesa Usa: la sua sola presenza dovrebbe rendere piuttosto sospette e ingenue le vulgate sulla storia della seconda guerra mondiale e le successive concatenazioni di eventi o quanto indurre a qualche curiosità e a qualche domanda. In effetti quell’edificio, tutt’ora il più grande del mondo, ha qualcosa di magico perché il suo gigantismo esprime una verità evidente che tuttavia viene negata e appare insodanbile: esso testimonia del fatto che l’idea organica dell’impero sia nata molto prima del conflitto mondiale e non sia una sua fortuita conseguenza, che molto della retorica che accompagna l’intervento americano copre in realtà questo scopo dominante.

Stando alla narrazione ufficiale l’11 settembre 1941, data di inizio della costruzione del Pentagono, gli Usa erano una potenza pacifica, formalmente non coinvolta nel conflitto…

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L’abdicazione di Ratzinger

di Antonio Socci – 22/05/2017

Ora gli esperti di geopolitica cominciano a riflettere su cosa c’è dietro la misteriosa “rinuncia” di Benedetto XVI

Fonte: Libero

Nell’ultimo numero – appena uscito – di Limes, l’autorevole rivista di geopolitica dello stesso gruppo editoriale di Repubblica ed Espresso, viene pubblicato un saggio del professor Germano Dottori, che si occupa di Studi strategici presso la Luiss, è consigliere scientifico di Limes, membro di altri importanti centri studi ed è stato consulente presso commissioni della Camera e del Senato in materia di affari esteri e difesa.

Dunque il saggio di Dottori – intitolato “Perché ci serve il Vaticano” – ricostruisce lo stretto e decisivo legame fra la politica estera della Stato italiano e la presenza a Roma del papato che ha un’influenza planetaria. Un rapporto anche conflittuale.

 

CONFLITTO

Oggi, per esempio, Dottori ritiene che “il governo dei flussi migratori” crei un grosso attrito fra gli interessi dello Stato italiano e il Vaticano di papa Bergoglio.

E’ noto infatti che “Francesco è un sostenitore delle porte aperte”, ma c’è una “difficoltà strutturale destinata a gravare sull’Italia: se Roma non tenterà di rallentare in qualche modo i flussi di disperati che raggiungono il nostro paese, non solo verranno certamente compromessi alcuni delicati equilibri sociali, come già si comincia a vedere nelle periferie… ma è molto probabile che i nostri partner europei finiscano con l’optare per la nostra espulsione dagli accordi sullo spazio unico europeo, con conseguente pregiudizio dei rilevanti interessi economici delle nostre imprese esportatrici”.

Nel delineare il complesso intreccio Italia/Vaticano, Dottori si è soffermato pure sugli eventi che nel 2011 hanno portato alla caduta del governo Berlusconi e nel 2013 alla strana e traumatica “rinuncia” di Benedetto XVI.

 

IL CONTESTO

Dottori scrive: “Le frizioni tra Chiesa e Stati Uniti non sarebbero venute meno neanche con la scomparsa di Giovanni Paolo II. Avrebbero invece avuto un seguito durante il pontificato di papa Ratzinger, nel corso del quale ad acuirle non sarebbe stato soltanto l’investimento fatto da Barack Obama e Hillary Clinton sull’islam politico della Fratellanza musulmana durante le cosiddette primavere arabe, ma altresì la ferma volontà di Benedetto XVI di pervenire a una riconciliazione storica con il patriarcato di Mosca, che sarebbe stata nelle sue intenzioni il vero e proprio coronamento religioso di un progetto geopolitico di integrazione euro-russa sostenuto con convinzione dalla Germania e anche dall’Italia di Silvio Berlusconi – ma non da quella, più filo-americana, che si riconosceva in Giorgio Napolitano. Com’è andata a finire” scrive Dottori “è noto a tutti. Governo italiano e papato sarebbero stati simultaneamente investiti da una campagna scandalistica, coordinata, di rara violenza e priva di precedenti, alla quale si sarebbero associate anche manovre più o meno opache nel campo finanziario, con l’effetto finale di precipitare nel novembre del 2011 l’allontanamento di Berlusconi da Palazzo Chigi e, il 10 febbraio 2013, l’abdicazione di Ratzinger”.

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La Grecia dimenticata

Di fatto, gli stati europei, nel 2013, hanno versato “alla Grecia” una prima tranche di 2,7 miliardi. Ho scritto “alla Grecia” tra virgolette, perché in realtà l’hanno versato su un conto speciale dedicato. Dedicato al  rimborso del debito.  Insomma i creditori hanno versato  i 2,7 miliardi in realtà a  loro stessi, in un conto di deposito per la propria garanzia.  In Grecia, di quegli interessi che i greci hanno pagato, non è entrato un euro.   Nel 2014, gli stati europei hanno versato un’altra tranche – ma cambiando ancora: su un conto intermedio del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) che è situato, guarda le coincidenze, in Lussemburgo. Cioè quel paradiso fiscale di cui il capo della commissione europea Juncker è stato primo ministro per quasi vent’anni (1995-2013), facendo  quegli accordi fiscali con 550 multinazionali per attrarne le sedi nel piccolo centro; le multinazionali che si sono messe d’accordo  con Juncker hanno pagato l’1%  sui profitti trasferiti nel Granducato  (a proposito: la scoperta  fu fatta da un consorzio di giornalisti nel 2014. “Non bloccherò l’indagine”, promise Juncker a testa alta. Qualcosa però dev’esser successo, perché son passati 3 anni e tutto tace. Forse perché le indagini  su Juncker  sono affidate a Margrethe Vestager,   commissaria alla concorrenza, sua collega e sottoposta  in oligarchia ? ).

Lasciamo perdere, non dobbiamo distrarci  da questi interessi che gli stati UE  si sono impegnati di restituire ai greci. Abbiamo visto che i creditori hanno versato qualcosa  nel 2013; qualcosa in un conto dormiente alle Cayman d’Europa (Granducato) l’anno dopo.  E poi? Poi più niente. Perché   a giugno 2015, gli stati europei si sono rimangiati l’accordo … pardon, mi correggo: l’ hanno bloccato  con la motivazione che finché Atene non si piegava alle austerità e ai tagli ferocissimi richiesti dai creditori, nemmeno più un euro.

La sospensione, l’ha chiamata l’Eurogruppo,  è dovuta “al ritiro della Grecia dal tavolo negoziale sul prolungamento della durata del secondo programma”;  naturalmente “nell’ipotesi di un nuovo accordo, questi [profitti] saranno utilizzati”  – per darli ai greco, direte voi. – No: “saranno utilizzati per alleggerire il debito greco in caso di non- sostenibilità di esso e della messa in opera di  misure di  riforma”.    In pratica, sembra che con ciò  si voglia dire: se le “riforme”   che noi euro-usurai imponiamo ai greci rendono insostenibile il debito greco, noi ci serviremo  lautamente di quel monte di interessi che non vi restituiamo.

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Immigrazione

di Enrico Galoppinoi Lo scandalo del “magna magna” è finalmente scoppiato. Ong nient’affatto “indipendenti” che fungono da “taxi”; “filantropi” che si precipitano a Palazzo Chigi; mafie e ‘ndranghete che d’improvviso si scoprono “accoglienti”; preti che cascano dal pero e non s’accorgono (?) in che giro sono finiti. Ormai si sa di tutto e di più, senza doversi informare per forza da Radio Padania. Perché finalmente c’è un giudice della Repubblica, anzi più d’uno, che vuole vederci chiaro. Così, gli uni (i contrari all’immigrazione) gongolano e gli altri (i favorevoli) tremano. Ma come al solito la polarizzazione che ci viene propinata è falsata in partenza. Hanno già deciso anche stavolta come dobbiamo schierarci, come quando hanno scelto di propinarci il tormentone della “casta” e dei “costi della politica”. Il problema essenziale non era infatti quello degli sprechi e delle ruberie, ma un altro: che la democrazia parlamentare non può che funzionare in questo modo (una selezione dei peggiori “dal basso” estorta con tecniche di manipolazione), cosicché il risultato è stato semmai quello di un’ulteriore svalutazione della categoria del “politico”, vista come un qualche cosa d’indegno e di sudicio, che tanto vale riformare coi “governi tecnici” o un’ulteriore fuga in avanti dell’ideale democratico, e cioè “l’uno vale uno” dei grillini…

La verità è che qualcheduno ha pianificato per l’Europa un futuro da Stati Uniti d’Europa. Che devono adeguarsi in tutto e per tutti a quelli d’America. Il capitalismo selvaggio made in Usa che qui hanno deciso d’imporre, per funzionare al massimo dell’efficienza (cioè della spietatezza e della disumanità) deve agire su una massa di manovra il meno possibile coesa. Per questo, e non per altro, ci vengono cantate le lodi della “società multirazziale” e del meticciato. Il resto è puro orpello: da chi si arrocca su un “razzismo” grottesco (ed anch’esso di stampo anglo-sassone) in stile Ku Klux Klan a quelli per i quali il massimo della vita è la scomparsa di ogni “forma” (gli pseudo-alternativi che combattono un fantomatico “fascismo” e pretendono le stesse cose del sistema, ma in maniera più spedita). L’Europa occidentale, poi, è la parte del mondo più densamente popolata, quindi non si capisce quale esigenza vi sia nel promuovere un’immigrazione di massa dal resto del mondo se non quella di farla scomparire puramente e semplicemente. E se proprio il problema fosse quello degli europei che non fanno più figli, la soluzione non è certo quella di una sostituzione di popolazioni a questi livelli. Perché non s’imprime una decisa svolta culturale tra le popolazioni europee ed in specie tra i giovani? Perché si alimenta ad ogni piè sospinto un modello edonistico e individualistico che non induce a fare figli? Perché non si aiutano programmaticamente (non una volta tanto con un bonus elettorale) le famiglie italiane ed europee? Perché non esistono politici che amano la loro gente? Perché alcuni di essi sembrano addirittura morsi dalla tarantola dell’odio di sé?

estratto da http://www.ildiscrimine.com/immigrazione-ciurlano-nel-manico-per-non-andare-al-nocciolo-del-problema/

Su Venezuela e Russia la dittatura dei servi sciocchi

Insomma il tutto rientra nel magico mondo della geopolitica dove tutto assume un aspetto ambiguo, dove non si sa dove finisca la vera protesta e cominci invece la strumentalizzazione. Sì perché casualmente le discriminazioni dei gay in Cecenia derivano essenzialmente dall’importazione, favorita per non dire organizzata dall’occidente, tramite le solite ong, del wahabismo di stampo saudita, al fine di creare caos nell’area caucasica. Sarebbe davvero il caso di cominciare a discriminare il genere più numeroso e inquietante: i servi sciocchi.

Il simplicissimus

111901578-0156231a-1f82-4b35-8d5a-e20cdd9958b0Una cosa è certa, il regime venezuelano è intollerabile: tutto sta a vedere per chi. Forse per le opposizioni che esistono, che hanno vinto le elezioni ma che portano la gente in piazza a protestare per la libertà di espressione davanti a decine di televisioni di tutto il mondo oltre a bruciare la metropolitana, a spargere merda per le strade e sparare dalle finestre secondo un copione di ambigua insurrezione armata, già scritto a Kiev? Inutile dire cosa accadrebbe da noi che ci preoccupiamo dei black bloc. O è intollerabile per le tradizionali baronie e i loro referenti del Nord giustamente indignate perché il 60% del bilancio dello stato va alla spesa sociale compreso un programma di sanità gratuita che finora ha prodotto quasi un milione e mezzo di visite mediche? Di certo è una vergogna che tanti soldi vengano buttati nel tentativo di migliorare le condizioni delle persone, bisognerebbe prendere esempio dalla “democratica” Repubblica…

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