Il genocidio della nazione Greca

di  Paul Craig Roberts La copertura politica e mediatica del genocidio della Nazione greca è iniziata ieri (20 agosto) con l’Unione Europea e altre dichiarazioni politiche che annunciano che la crisi greca è finita. Ciò che intendono è che la Grecia è finita, morta e sepolta. È stata sfruttata fino al limite e la carcassa è state gettata ai cani. 350.000 greci, principalmente giovani e professionisti, sono fuggiti dalla Grecia morta. Il tasso di natalità è molto inferiore al tasso necessario per sostenere la popolazione rimanente. L’austerità imposta al popolo greco dall’UE, dall’FMI e dal governo greco ha comportato una contrazione dell’economia greca del 25%. Il declino è l’equivalente della Grande Depressione americana, ma in Grecia gli effetti sono stati peggiori. Il presidente Franklin D. Roosevelt ha attenuato l’impatto della massiccia disoccupazione con la legge sulla sicurezza sociale ed altri elementi di una rete di sicurezza sociale come l’assicurazione sui depositi ed i programmi di lavori pubblici, mentre il governo greco, seguendo gli ordini del Fondo Monetario Internazionale e dell’Unione Europea, ha peggiorato l’impatto della disoccupazione spogliando la rete di sicurezza sociale. Tradizionalmente, quando un Paese sovrano, sia per corruzione, cattiva gestione, sfortuna, o eventi imprevisti, si trovava nell’incapacità di ripagare i suoi debiti, i creditori del Paese annotavano i debiti al livello che il Paese indebitabile poteva pagare. Con la Grecia c’è stato un cambio di rotta. La Banca Centrale Europea, guidata da Jean-Claude Trichet ed il Fondo monetario internazionale hanno stabilito che la Grecia doveva pagare l’intero ammontare di interessi e capitale sui suoi titoli di stato detenuti da banche tedesche, olandesi, francesi e italiane. Come è stato realizzato? In due modi che hanno entrambi gravemente aggravato la crisi, lasciando la Grecia oggi in una posizione molto peggiore di quanto lo fosse all’inizio della crisi quasi un decennio fa. All’inizio della “crisi”, che sarebbe stata facilmente risolta abbattendo parte del debito, il debito greco era il 129% del prodotto interno lordo. Oggi il debito greco è pari al 180% del PIL. Perché? Alla Grecia è stato prestato più denaro per pagare gli interessi ai suoi creditori, in modo che non avrebbero dovuto perdere un centesimo. Il prestito addizionale, chiamato “salvataggio” dai media finanziari di stampa, non fu un salvataggio della Grecia. Fu un salvataggio dei creditori della Grecia. Il regime di Obama ha incoraggiato questo piano di salvataggio, perché le banche americane, in attesa di un salvataggio, avevano venduto credit default swap sul debito greco. Senza un piano di salvataggio, le banche americane avrebbero perso la loro scommessa e pagato l’assicurazione di default sui titoli greci. Inoltre, alla Grecia è stato richiesto di vendere i suoi beni pubblici agli stranieri e di decimare la rete di sicurezza sociale greca, riducendo le pensioni ad esempio, al di sotto del reddito di sussistenza e tagliando così radicalmente le cure mediche che le persone muoiono prima di poter ricevere un trattamento. Se la memoria serve, la Cina ha acquistato i porti marittimi greci. La Germania ha comprato l’aeroporto. Varie entità tedesche ed europee hanno acquistato le compagnie idriche municipali greche. Gli speculatori immobiliari hanno acquistato isole greche protette per lo sviluppo immobiliare. Questo saccheggio della proprietà pubblica greca non andò a ridurre il debito che era dovuto dai greci. Andò, insieme ai nuovi prestiti, a pagare gli interessi. Il debito, più grande che mai, rimane valido. L’economia è più piccola che mai come lo è la popolazione greca che sostiene il debito. La dichiarazione che la crisi greca è finita è solo la dichiarazione che non è rimasto nulla da cavare dal popolo greco per l’interesse delle banche straniere. La Grecia sta affondando velocemente. Tutte le entrate associate ai porti marittimi, agli aeroporti, ai servizi municipali e al resto della proprietà pubblica che è stata privatizzata con la forza ora appartengono agli stranieri che ritirano il denaro dal Paese, spingendo così ulteriormente giù l’economia greca.

Grecia, distribuzione di viveri…

I greci non solo hanno avuto il loro futuro economico rubato. Hanno anche perso la loro sovranità. La Grecia non è una Nazione sovrana. È governato dalla UE e dall’FMI. Nel mio libro del 2013, The Failure of Laissez Faire Capitalism, nella Parte III, “The End of Sovereignty”, ho descritto chiaramente come è stato fatto. Il popolo greco è stato tradito dal governo di Tsipras. I greci avevano la possibilità di ribellarsi ed usare la violenza per rovesciare il governo che li vendeva ai banchieri internazionali. Invece, i greci hanno accettato la propria distruzione e non hanno fatto nulla. In sostanza, la popolazione greca ha commesso un suicidio di massa. La crisi finanziaria mondiale del 2008 non è finita. È stata spazzata sotto il tappeto della massiccia creazione di denaro da parte delle banche centrali statunitensi, europee, britanniche e giapponesi. La creazione di moneta ha superato di gran lunga la crescita della produzione reale e ha spinto i valori delle attività finanziarie al di là di ciò che può essere sostenuto dalle “condizioni sul terreno”. Come vada a finire questa crisi resta da vedere. Potrebbe portare alla distruzione della civiltà occidentale. Cane mangia cane? Dopo la Grecia, saranno l’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Francia, il Belgio, l’Australia, il Canada, fino a quando non ne rimarrà nessuno? La totalità del mondo occidentale vive di bugie fomentate da potenti gruppi di interesse economico che servono i propri interessi. Non ci sono media indipendenti tranne online, e questi elementi vengono demonizzati e gli viene negato l’accesso. I popoli che vivono in un mondo di informazioni controllate non hanno idea di ciò che sta accadendo a loro. Pertanto, non possono agire nel loro interesse. **************** Articolo originale di Paul Craig Roberts: Traduzione di Costantino Ceoldo – Pravda freelance

https://www.controinformazione.info/il-genocidio-della-nazione-greca/

L’Europa contesa

L’Europa fra Soros e Bannon

di Rosanna Spadini – 19/08/2018

L'Europa fra Soros e Bannon

Fonte: Comedonchisciotte

 

 

Scrive Eric Zuesse, su strategic-culture.org, che due schieramenti politici, uno guidato da George Soros, e l’altro creato dal nuovo arrivato Steve Bannon, sono entrati in competizione per il controllo politico dell’Europa. Soros ha guidato a lungo i grandi capitalisti liberalsamericani per il controllo dell’Europa, e Bannon sta ora organizzando una squadra di miliardari conservatori per strappare la vittoria ai liberals. Quindi le due fazioni di ‘filantropi’ ora combatteranno per il controllo del consenso politico e delle istituzioni europee. Faranno però fatica a mantenere l’Europa come alleata nella guerra contro la Russia, ma ogni squadra lo farà da prospettive ideologiche diverse. Proprio come esiste una polarizzazione politica liberal-conservatrice tra capitalisti all’interno di una nazione, c’è anche un’altra polarizzazione tra capitalisti riguardo alle politiche estere della loro nazione. Nessuno di loro è progressista o populista di sinistra. L’unico ‘populismo’ che attualmente ogni capitalista promuove è quello della squadra di Bannon. Comunque entrambe le squadre si demonizzano a vicenda per il controllo del Governo degli Stati Uniti, e a livello internazionale per il controllo del mondo intero, opponendo due diverse visioni del mondo: liberale e conservatrice, o meglio globalista e nazionalista. Entrambi poi dicono di sostenere la ‘democrazia, ma invece promuovono la diffusione della “democrazia” attraverso l’invasione e l’occupazione di Paesi “nemici”. […]

 

La sovranità di una nazione appartiene al popolo che la abita, secondo “il diritto all’autodeterminazione dei popoli” enunciato dal presidente Woodrow Wilson in occasione del Trattato di Versailles (1919). Di conseguenza, mentre un’autentica rivoluzione dei residenti all’interno di un paese, per rovesciare e sostituire il loro governo, o un voto per la secessione, possono essere legittimati e riconosciuti dal principio di sovranità nazionale, nessuna invasione straniera lo è (e questo include anche qualsiasi ‘rivoluzione colorata’). Ciò significa che il concetto di sovranità nazionale è fondamentalmente estraneo alla cultura liberal. […] Gli Stati Uniti sono ora un impero a tutto campo, controllano non solo le aristocrazie capitalistico finanziarie in alcune repubbliche delle banane come il Guatemala e l’Honduras, ma anche quelle dei Paesi più ricchi come la Francia, la Germania e il Regno Unito.

 

Questa visione fu ampiamente promossa tra il 1877-1902 dal fondatore del Rhodes Trust, Cecil Rhodes, un razzista autodichiarato che sosteneva appassionatamente quanto tutte le “razze” fossero subordinate alla “prima razza”: gli inglesi. In tempi più recenti, George Soros ha condiviso questa visione, giustificando l’aggressione straniera in un Paese dalla “comunità internazionale” per proteggere “la sovranità popolare” di quel Paese. Il che è da manuale di logica democratica. Al contrario Vladimir Putin afferma che nessuno straniero ha il diritto di invadere un altro Paese, contro Soros, che afferma che “la comunità internazionale” ha invece l’”obbligo di invadere”, ogni volta e ovunque decida di farlo. In pratica la proposta di Soros si riduce a polarizzare e rendere irrilevante l’ONU, per rafforzare l’imperialismo internazionale. Due visioni del mondo totalmente diverse, perché l’Occidente chiama “sequestro” e “invasione” della Crimea da parte della Russia nel 2014, negando il fatto che gli abitanti della Crimea possano avere il diritto di decidere. Il punto di vista di Vladimir Putin è stato espresso tante volte, in così tanti contesti diversi, e sembra essere sempre lo stesso, cioè che le uniche persone che hanno un diritto sovrano in qualsiasi luogo della terra, sono le persone che vivono su quella terra. In altre parole, la sua visione di base sembra un rifiuto del concetto stesso di impero.

Rosanna Spadini

estratto da https://comedonchisciotte.org/leuropa-tra-populisti-e-globalisti-lo-stratega-si-chiama-bannon/

Controcorrente

La differenza è che a Lisbona c’è un governo di sinistra di cui fa parte per l’orrore dei nostri pennivendoli o disintellettuali patinati, anche il partito comunista e che sta facendo senza clamori l’esatto contrario di quanto Bruxelles comanda riuscendo a far crescere oltre ogni previsione un Paese che nel  2015 era praticamente in default: infatti in due anni è stato istituito il salario minimo, peraltro aumentato ogni anno, ma questo non ha portato alla disoccupazione di massa di cui parlano gli asini e i servi italioti riguardo al decreto dignità, bensì alla massima occupazione conosciuta dal tempo della rivoluzione dei garofani. Inoltre sono state aumentate le pensioni, è stato varato un vasto programma di adeguamento dei servizi pubblici, sono state diminuite le tassazioni sui redditi bassi e medi, mentre è stata istituita una tassa per tutte le imprese con un fatturato di oltre 35 milioni di euro cosa che peraltro non ha impedito una forte crescita  in diversi settori tecnologici. Paradossalmente e contro ogni falsa logica le grandi aziende straniere hanno cominciato ad investire nel Paese proprio da quando al potere ci sono le sinistre. Inoltre c’è una folla di pensionati che dall’Europa dell’austerità si trasferiscono in Portogallo grazie a una legge che abolisce le imposte sui trattamenti di anzianità. Insomma si sta facendo l’esatto contrario di quanto vorrebbe Bruxelles con ottimi risultati, nonostante il freno dell’euro e gli altri vincoli comunitari: per questo il Paese è uscito dai radar della grande informazione, che, per carità, che non si sappia in giro, non si diffondano esempi così negativi.

A Genova passando per Lisbona

Convenzione sul Mar Caspio

Un’altra vittoria di Putin: Russia, Iran, Kazajistán, Turkmenistán, Azerbaijan hanno firmato la Convenzione sul Mar Caspio. AKTAU, KAZAJISTÁN (Sputnik) I leaders dei paesi rivieraschi del mar Caspio, inclusa la Russia, l’Iran, hanno sottoscritto ad Aktau il Trattato di Convenzione sullo status del Mar Caspio, dopo molti anni di negoziati. Come ha informato il corrispondente di Sputnik, i presidenti delle cinque nazioni hanno apposto le loro firme durante una solenne cerimonia che ha segnato la chiusura del vertice sul Caspio. Il trattato stabilisce anche le regole per la navigazione, la pesca, la ricerca scientifica e la posa degli oleodotti. La Convenzione prevede allo stesso modo che i progetti marini su larga scala debbano tenere conto dell’impatto ambientale. L’accordo ha sottolineato inoltre che risulta inammissibile la presenza delle forze armate di potenze extra regionali (come USA e GB) nel Mar Caspio e stabilisce il compito per i paesi rivieraschi la responsabilità della sicurezza marittima e la gestione delle risorse. Nell’accordo viene riservata una zona di 10 miglia per la pesca che spetta ad ogni stato rivierasco. Da parte sua il presidente russo Vladímir Putin ha stabilito che la convenzione garantirà la soluzione di tutte le questioni in sospeso nell’agenda dietro consenso e tenenendo in conto degli interessi reciproci, garantendo la zona del mar Caspio come una zona di pace. A sua volta il presidente iraniano Hasán Rohaní ha sottolineato che “è stato fatto un passo importante per garantire la sicurezza della regione e migliorare le relazioni tra i cinque Stati”. “Oggi le relazioni fra i cinque stati ed il resto dei paesi del Caspio sono franche ed amichevoli”, ha sottolineato Rohani, aggiungendo che il Mar Caspio appartiene soltanto alle cinque nazioni. “Siamo stati chiari nello stabilire che nessuna forza miltare straniera può entrare in questo mare e nessuna nave da guerra straniera potrà solcare le acque del Mar Caspio”

https://www.controinformazione.info/putin-e-liran-con-gli-altri-paesi-sottoscrivono-la-convenzione-sulla-regione-del-mar-caspio/

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La Cina e l’Europa

Non a tutti piace il riavvicinamento tra Cina e Europa centrale. Desiderosa di prendersi il futuro di propria iniziativa, l’Europa centrale cerca di diminuire sempre più la dipendenza da zona periferica dell’Europa occidentale e si rivolge tra l’altro alla Cina. Sofia, Bulgaria, dal 29 giugno al 7 luglio, il 7° Summit dei Paesi dell’Europa centrale e orientale (16…) e della Cina (…+1) e l’ottavo forum economico Cina-CEEC avevano avuto luogo a Sofia, in Bulgaria. I 16 Paesi europei di questa piattaforma sono Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia, tutti i membri dell’UE, così come Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro e Serbia. “L’iniziativa 16+1 non è una piattaforma geopolitica ma una cooperazione mutualmente profittevole basata sulle leggi del mercato”,spiegava l’ospite del forum, il primo ministro bulgaro Bojko Borisov, così come il Primo Ministro cinese che voleva apparire rassicurante. “Alcuni dicono che tale cooperazione potrebbe dividere l’UE, ma non è vero”, insisteva ulteriormente Li Keqiang. Eppure, la parte occidentale del continente e Bruxelles sono preoccupate per questo settimo vertice dei leader della CEEC col Primo Ministro cinese. Questo blocco di16 ricorda in qualche modo l’ex-blocco orientale o almeno i Paesi satelliti dell’URSS che vissero per mezzo secolo sotto il comunismo ed erano separati politicamente, culturalmente e fisicamente dall’Europa occidentale. Una separazione che segna ancora le menti anche venticinque anni dopo la “riunificazione europea” nel blocco euro-atlantista. In particolare sulla questione della migrazione, due blocchi con due visioni opposte si fronteggiano. Entrambi sono chiaramente delimitati da una linea di faglia paragonabile a quella della cortina di ferro sull’Europa. La Cina sembra aver saputo sfruttare l’esistenza di queste due Europee o almeno prenderne nota: mentre istituisce questa piattaforma di cooperazione economica, la Cina relega l’Unione europea a terza parte e promuove un dialogo diretto col governo leader di una regione che considera economicamente e politicamente abbastanza omogeneo e unitario e, in primo luogo, che considera elemento chiave nella sua iniziativa Fascia e Via.

Un’altra versione dell’Europa a due velocità?
Se i Paesi della CEEC hanno in comune il comunismo per 50 anni, questo non è l’unico punto che li unisce. Nell’ultimo millennio, Balcani ed Europa centrale affrontrono in modo permanente gli imperialismi tedesco/nazista, ottomano/turco e russo/sovietico. Da quelle esperienze dolorose, tutte le nazioni dell’Europa centrale sono arrivate alla stessa conclusione: organizzarsi durante questo periodo di pace senza precedenti al fine di ottenere la propria indipendenza. Col crollo dell’Unione Sovietica e l’assorbimento dei Paesi della CEEC nel blocco euro-atlantico (UE, NATO,…), si è verificata una nuova situazione. Progressivamente, i 16 Paesi dell’Europa centrale e orientale aderivano alla NATO in un momento in cui le guerre assumevano un volto diverso, la minaccia militare si attenuava. E a chi era diventato membro dell’UE, apparve un’opportunità storica: parlare con una sola voce nelle istituzioni dell’Unione, bloccando i progetti dei partner occidentali, imponendogli argomenti sul tavolo delle trattative e persino inclinando il campo di gioco a loro favore. Questo è ciò che l’esperienza del Gruppo Visegrad (V4) illustra con successo. Il V4 ha parlato molte volte di un’Europa a due velocità. Negato all’inizio da tedeschi e francesi, il progetto viene ora assunto e regolarmente discusso: il nucleo dell’UE vuole abbandonare la periferia, o piuttosto relegarla in un ruolo secondario su budget e decisioni. Un progetto che V4 e i Paesi CEEC interessati criticano con veemenza. Ma quando si tratta di collaborare con la Cina per lo sviluppo più esteso della regione dell’Europa centrale e dei Balcani senza che l’occidente possa dire la propria, si sarebbe tentati di dire che l’Europa a due velocità non affligge più di tanto i Paesi della CEEC. Una breve panoramica potrebbe portare a questa conclusione. Ma la realtà è più complessa.
Se i Paesi CEEC colgono questa opportunità, è anche perché, nonostante le proteste di tedeschi e francesi, essi nell’UE continuano a ricevere solo il 2% degli investimenti cinesi nell’UE. Senza sorpresa, i principali beneficiari degli investimenti cinesi sono oggi Regno Unito, Germania, Francia e Italia. Al contrario, Stati Uniti ed Europa occidentale rappresentano il 90% degli investimenti nei Paesi CEEC. Quindi innanzitutto si usa la piattaforma 16+1 per riequilibrare la situazione. Questo è almeno il punto di vista degli europei centrali.

Forte volontà dei Paesi CEEC ed errori dell’UE
Molti esperti parlano della fine del commercio transatlantico come se ci fosse. Donald Trump, da parte sua, critica aspramente l’Unione Europea mentre prende lui stesso misure protezionistiche. La Cina, da parte sua, s’impone sempre più come la paladina del libero mercato. All’interno di questo nuovo e sorprendente contesto, l’Europa centrale cerca di uscire dal dominio del nucleo europeo indebolito. È così che l’iniziativa dei Tre Mari cerca di sviluppare infrastrutture dei trasporto ed energetici sull’asse Nord-Sud della regione, collaborando più strettamente cogli Stati Uniti. Questo è anche il motivo per cui alcuni Paesi sono spinti ad aprire un dialogo con la Russia e persino a chiederle di investire nonostante il punto di vista di Bruxelles e le sanzioni europee. E questa è anche la ragione dell’apertura verso la Cina. L’Europa centrale difficilmente esce dal complesso di inferiorità verso l’Europa occidentale e sa che la Cina potrebbe essere l’elemento chiave della sua emancipazione. Col progetto Nuova Via delle Seta, la Cina ha diversi obiettivi: da un lato, importare prodotti di alta qualità per rispondere all’esplosione della domanda qualitativa delle proprie classi medie e alte gonfiatasi coll’enorme crescita annuale del PIL (6,7% nel 2016). E dall’altra parte, diventare il numero uno nel mondo economico, in particolare grazie al colossale progetto Nuova Via della Seta. Questa immensa rete di infrastrutture mira a collegare l’Eurasia all’Africa e a garantire alla Cina accesso diretto e controllato al 70% dei mercati del pianeta. Ciò significa parecchie cose per l’Europa centrale:
Sviluppo di infrastrutture importanti (canale Danubio-Oder-Elba, linea ferroviaria ad alta velocità Atene-Belgrado-Budapest, …)
Collegamento alla principale strada commerciale del mondo, uscendo dalla periferia europea (utilizzando i porti del Pireo e Costanza per aggirare Amburgo e Rotterdam,…)
Apertura di importanti mercati di esportazione (i Paesi CEEC sono anche importanti Paesi agricoli, i cui prodotti sono meno costosi di quelli occidentali ma beneficiano dell’etichetta “Europa” in Cina…)
Dal punto di vista dell’UE, la questione è comunque più complessa. L’incertezza legata alla politica e alle dichiarazioni di Trump, nonché i legami geografici e storici tra Europa e Asia, fanno sì che le cancellerie dell’Europa occidentale esitino. Sulla questione iraniana, la Francia ha cercato in particolare di attenuare la posizione di Washington. Ma senza alcun successo. Il giorno prima del vertice Cina-UE, proprio il giorno in cui Trump e Putin si incontravano, il 16 luglio 2018, il presidente degli Stati Uniti d’America persino dichiarò che l’Unione europea era il suo peggior “nemico” dal punto di vista economico, oltre a Russia e Cina. Oltre a tali dichiarazioni, Donald Trump ritirava il suo Paese dagli accordi di Vienna e Parigi (rispettivamente sul programma nucleare iraniano e le questioni climatiche). Tanto più che Donald Trump imponeva dazi su acciaio ed alluminio dall’UE. E senza nemmeno parlare delle ammonizioni ai membri della NATO che non rispettano gli impegni sul bilancio militare. Quindi l’UE ha anche tutte le ragioni per condurre una politica di apertura verso l’Est, ma la debolezza della burocrazia di Bruxelles raggiunge praticamente i limiti quando si tratta di geopolitica. E qui è la Germania che reagisce come Stato.

La Germania è vigile
Per la Germania non c’è modo che l’Europa centrale possa fuggire. Dopo l’ascesa del Gruppo di Visegrad come vero “sindacato dell’hinterland tedesco”, la fondazione della Three Seas Initiative che ne minaccia gli accordi energetici con la Russia, tutto ciò colpisce la Germania, la cui economia è basata in larga misura sullo sfruttamento della manodopera europea centrale, economica ed altamente qualificata. Quindi non è un caso se Li Keqiang si recava a Berlino dopo il summit 1 +1. Durante la visita a Pechino nel maggio 2018, la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva espresso preoccupazione per il conseguente aumento di investimenti e progetti cinesi nell’Europa centrale e nei Balcani. Fino a quel momento fu persino detto che la Germania avrebbe potuto aderire ai negoziati della piattaforma 16+1 (che sarebbe poi diventata 1+16+1 …?) Come terza parte. Alcuni osservatori spiegano che Germania e Cina avrebbero interesse a collaborare allo sviluppo dei Paesi della CEEC per le ragioni appena evocate. Ma mentre la moltiplicazione delle infrastrutture sarebbe davvero redditizia per le aziende tedesche, l’aumento a breve termine del capitale cinese in Europa centrale non piace a Berlino. Questa comprensione sembra quindi molto ipotetica, mentre il pragmatismo tedesco implica piuttosto che l’interesse della Germania per il 16+1 sia soprattutto volontà di controllare la regione.

Il mercato cambia, la Cina si adatta
Per lungo tempo la Cina fu vista come la fabbrica del mondo; ogni europeo associava la scritta “made in China” alla bassa qualità. Ma parallelamente all’adozione della Fascia e Via, o Nuova Via della Seta, la Cina iniziava ad adattarsi. Ciò passava dai prodotti a basso costo arrivando ai prodotti biologici e high-tech cinesi. Lo scorso giugno fui invitato dagli organizzatori di un piccolo forum che presenta la provincia dello Yunnan a giornalisti ed investitori ungheresi. Il successo di questo evento confidenziale fu breve, ma gli obiettivi erano ambiziosi: la Cina vuole una buona parte del mercato biologico in Europa e l’Europa centrale potrebbe essere la prima a beneficiarne. Lo Yunnan, regione di altipiani dal clima paradisiaco, non è industrializzato e quindi non è inquinato come molte altre regioni della Cina. Di conseguenza, la Cina utilizzerà questa provincia, dove il clima eccezionale consente due o addirittura tre raccolti all’anno, per la produzione di prodotti di qualità elevata come tè, caffè o frutta esotica. Il piano di sviluppo dello Yunnan è un buon esempio della strategia globale cinese. La Cina vuole diversificare la produzione, raggiungere più mercati, e come abbiamo appena detto, anche aumentare le importazioni al fine di rispondere alle crescenti aspettative delle sue classi medie benestanti che crescono demograficamente. Sul piano delle energie rinnovabili, la Cina desidera di recuperare un margine di manovra. Come spiegò Emmanuel Dupuy sulla rivista Atlantico: “la metà delle auto elettriche vendute nel mondo proviene dalla Cina, il 15% delle auto in circolazione in Cina sono già elettriche. La Cina produce 1400 TWh di elettricità (mentre gli Stati Uniti solo 530 TWh) grazie ai massicci investimenti in energie rinnovabili (in particolare nell’energia solare, dove la Cina attualmente produce la maggior parte dei pannelli solari e mulini a vento venduti in tutto il mondo)”.

Ma allora, la Nuova Via della Seta è una buona o una cattiva cosa?
Dal punto di vista dell’Europa centrale, la Nuova Via della Seta è una prospettiva molto interessante. Non è un azzardo se tutti i 16 Paesi CEEC hanno risposto positivamente all’invito della Cina. In un mondo sempre più multipolare, e date le crescenti tensioni con l’altra metà del continente europeo impigliatosi in un liberalismo mortale, la crescente implicazione della Cina nell’Europa centrale, lo sviluppo delle infrastrutture e l’arrivo di capitali, è una buona cosa. Per l’Europa centrale, l’integrazione nel progetto Nuova Via della Seta non sarà senza conseguenze. L’adattamento dell’occidente a questa nuova potenziale situazione va osservato da vicino. Non dimentichiamo che l’incontro dei re di Polonia, Boemia e Ungheria a Visegrad nel 14° secolo, da qui il nome di Gruppo di Visegrad per la cooperazione iniziata nel 1991 tra Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria, si svolse prima di tutto per trovare una soluzione all’utilizzo del porto franco di Vienna.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

http://aurorasito.altervista.org/?p=1738

Dopo la TAV, la TAP

La guerra del gas vede al centro l’Italia, a sua volta nel mezzo della disputa fra Russia e Stati Uniti. Perché se l’Europa è il grande mercato conteso tra blocco russo e quello che capo a Washington, la nostra penisola è il simbolo di questa spaccatura. Così, se il gasdotto North Stream 2 rappresenta l’asse fra Germania e Russia per il Nord Europa, la risposta occidentale riguarda l’Italia, e, in particolare, il Trans Adriatic Pipeline (Tap).

Da sempre al centro di dibattiti politici interni, legati soprattutto all’inquinamento, fattibilità del progetto e accuse sul fatto di incidere sull’ecosistema pugliese, dove giungeranno i terminali, il Tap è anche un esempio della guerra dell’energia fra i due poli del mondo. Ed è talmente importante, che gli Stati Uniti sostengono con tutti i mezzi necessari la realizzazione del gasdotto. Lo ha ricordato a La Stampa una fonte interna al Dipartimento di Stato americano: “Sollecitiamo gli italiani a continuare la realizzazione del gasdotto Tap, in quanto rappresenta un passaggio chiave per portare il gas del Mar Caspio in Europa”.

L’obiettivo degli Stati Uniti

L’obiettivo degli Stati Uniti è quello di giungere alla piena realizzazione del Corridoio meridionale del gas, il progetto di pipeline che porterà il gas dell’Azerbaijan direttamente in Europa. Il Corridoio passerebbe attraverso la Georgia, la Turchia, la Grecia, l’Albania e l’Italia. Per arrivare a destinazione, l’oro blu si servirebbe di tre gasdotti principali. Il primo è l’estensione del gasdotto del Caucaso meridionale (Scpx) , il secondo è il gasdotto Trans-anatolico (Tanap e il terzo è appunto il Tap.

Tutto con lo scopo di togliere alla Russia potenziale quote di mercato europeo, ma soprattutto per costituire quella diversificazione energetica voluta sia dagli Stati Uniti che dall’Unione europea. Da anni, l’Ue sta investendo in progetti di costruzione di gasdotti che contribuiscano ad aumentare le fonti energetiche del continente per non dipendere da una sola o poche fonti.

Obiettivi strategici che gli Stati Uniti condividono per ragioni economiche ma anche politiche. Da un punto di vista economico, l’America vuole entrare nel mercato europeo dell’energia. Un processo difficile e anche costoso, ma che Donald Trump sembra intenzionato a perseguire. L’aumento dell’export di gas naturale liquefatto in Europa orientale è una realtà. E la costruzione del rigassificatore di Veglia, in Croazia, ha come obiettivo quello di rendere più facile l’arrivo del Gnl americano sul continente europeo.

Le ragioni politiche sono altrettanto evidenti. Il gas, come il petrolio, è una fonte energetica vitale. E avere il controllo dell’approvvigionamento energetico di un Paese o di un continente, come nel nostro caso, significa avere lo strumento migliore per fare leva sulle politiche di quello Stato. Le fonti energetiche alternative alla Russia fanno parte del blocco di Paesi che rientrano nell’orbita di Washington. Quindi non significa soltanto diversificare le fonti ma fare in modo che gli alleati degli Stati Uniti non siano dipendenti da un Paese rivale.

Il ruolo dell’Italia

Mentre gli Stati Uniti continuano a sostenere il progetto Tap, la scorsa settimana il presidente Sergio Mattarella è andato in visita a Baku, la capitale azera. Ed è scontato che la realizzazione del gasdotto Trans-adriatico abbia rappresentato il punto centrale del faccia a faccia con l’omologo Ilhan Aliyev. Interessante anche la scelta di questo viaggio a Baku a pochi giorni di distanza dal tour nei Paesi Baltici, altra regione fortemente contraria alla Russia e terrorizzata dalla possibilità di dipendere dall’energia di Mosca.

L’Italia si trova dunque al centro di due poli opposti. Roma ha la volontà e le possibilità di raggiungere un perfetto equilibrio, anche se difficilissimo da realizzare. Ma se riesce, il governo di Giuseppe Conte potrebbe ritagliarsi uno spazio importante come ponte politico fra Casa Bianca e Cremlino ma anche fra gli interessi economici delle grandi potenze (con un occhio all’Unione europea).

In questo grande gioco del gas, la penisola italiana è al centro del Mediterraneo e degli interessi del mondo verso questo mare. Una centralità che, se sfruttata, può essere un volano molto prezioso per la nostra economia ma anche per il ruolo del nostro Paese nel mondo. Ma il rischio, non troppo lontano dalla realtà, è che, se sfruttato male il ruolo, potremmo essere costretti a fare delle scelte. E quindi obbligati non solo a scegliere gli alleati, ma anche a farci dei potenti nemici.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60794

La caduta di Macron

Sta venendo fuori tutto. Benalla, la guardia del corpo personale di Macron, aveva le chiavi della villa del Toquet, proprietà privatissima di Brigitte ed Emmanuel: viveva “In intimità con la coppia presidenziale”. Aveva ricevuto dalla DGSI  (spionaggio interno) l’abilitazione “Sécret Défense”, come un membro importante del governo. Era stato fornito di un badge che gli dava accesso privilegiato all’Assemblea Nazionale, come un parlamentare. Era interno al Grande Oriente di Francia, collegato con la Loggia Emir  Abdel Kader.

Soprattutto, Benalla  ha un legame preciso con i mega-attentati “islamici” del 13 novembre 2016 (Bataclàn, Stade de France, con cento  morti), su cui si stese immediatamente  la sensazione che fosse un false flag governativo. Ha fatto reclutare “Makao”, l’altra gigantesca guardia del corpo di Maron, e Makao è a sua volta amico di  Awad Bendaud, un delinquente comune che ha ammesso di aver ospitato in un suo appartamento di Saint Denis, “senza sapere chi fossero”, i due ultimi (pretesi) attentatori in fuga dopo l’eccidio del Bataclàn

Makao

https://fr.wikipedia.org/wiki/Jawad_Bendaoud

Sta venendo fuori di tutto e di più,  Macron  aggrava la sua situazione tacendo, tremebondo, rintanato fra le braccia di Brigitte, lui che s’era creduto Napoleone….Un crollo ben meritato, dopo mesi di esaltazione e di pretesa gloria.

Che caduta. Che caduta di questo “giovane banchiere ambizioso  senza esperienza elettorale, senza partito, senza militanti né radicamento territoriale, ma col sostegno senza  falle della finanza, praticamente di  tutti i media, delle multinazionali”, come scrive il suo biografo Olivier Piacentini; il giovine che Jacques Attali (già banchiere della Banca Europea dello Sviluppo, l’eminenza  grigia  del Trattato di Maastricht e di tutti i presidenti e delle grandi imprese), aveva già “previsto” in una intervista del 21 aprile 2016, quando ancora nessuno conosceva Macron: “Ho sempre pensato che il prossimo presidente della repubblica sarà  uno sconosciuto.  I francesi vogliono due  cose: un programma ed una azione chiara ed un uomo nuovo. Vedo con piacere che Emmanuel Macron  [..] ha proposto di prendere i migranti sul serio  e di ritenere  che è una fortuna per la  Francia”. ( https://www.lci.fr/france/linvite-darlette-chabot-jacques-attali-1255991.html).

Profezia stupefacente. Dopo di che, come sapete  e  dice Piacentini, “i  francesi non hanno votato Macron; è stato loro impedito, per buone e cattive ragioni, di votare per altri”.   Perché “nella persona di Macron, Attali ha trovato la perla rara: il candidato  che parla il linguaggio delle elites, della mondializzazione, della finanza, dell’Unione Europea, liberato dai partiti e che risponderà solo  alla cerchia di iniziati  nel giro di Attali”.
Ma allora, la caduta di Emmanuel travolto dallo scandalo della sua guardia del corpo, è anche la caduta di Attali e  lo scacco  del suo progetto?

Meglio non correre. C’è un indizio  da tener presente: il video che mostra Benallah mentre, il primo maggio, pesta degli studenti, è stato rivelato per primo da Le Monde. Non  dal Canard Enchainé, ma da Le Monde. Il grigio quotidiano più ufficiale  che esista, il punto di riferimento e portavoce dei poteri veri, del deep state francese, si può  dire.  Un tipo  di direzione giornalistica che, avuto questo tipo di video, l’avrebbe riposto nel cassetto- dopo aver rispettosamente avvertito l’Eliseo, s’intende.

Se dunque Le Monde ha deciso di lanciare il sasso che ha prodotto la frana su Macron, vuol dire che è stato “autorizzato”.  Da chi e perché?

Un articolo non firmato di Egalité et Réconciliation, il sito anti-globalista di  Alain Soral, si pone la domanda  e prova dare la risposta. Raccoglie indizi. Per esempio François Pinault, multimiliardario  padrone di un  conglomerato del lusso (34 miliardi di patrimonio, possiede Palazzo Grassi a Venezia), due settimane prima aveva fatto sapere: “Macron non capisce la gente modesta” (les petites gens).  Un messaggio in codice, da parte di un  potente – amico tra l’altro del ben noto Bernard Henry Lévy? Il progetto di grande riforma  della UE secondo i desideri dell’oligarchia,  che Macron aveva avuto il mandato di cercare di imporre alla Merkel  (“Più Europa”), è fallito. Più in generale, la “cerchia” che fa capo ad Attali ha dovuto constatare le numerose sconfitte che il loro protetto e promosso “volto nuovo” ha accumulato, a danno della causa globalista  ed oligarchica. Dalla figura imbarazzante che ha fatto sulla questione dei migranti rispetto a Salvini,  al  distacco sempre più ostentato del Gruppo di Visegrad, fino al  profilarsi di “una alleanza populista dei governi italiano, ungherese, austriaco contro l’asse Parigi-Berlino-Bruxelles e i suoi commissari”. (Le Monde 4 luglio).

Il nuovo clima politico internazionale, scrive E&R, è sfavorevole “al presidente-banchiere LGBT. Creato per salvare le ambizioni transatlantiche e finanzi ariste dell’Unione Europa, il gioiellino di Attali  è preso nella tenaglia fra i nazionalisti che promuovono il capitalismo produttivista industriale (l’alleanza Trump-Salvini-Putin che punta a smantellare la UE) e la pressione bellicista e nervosa della rete atlantico-sionista che tanto smisurato potere ha in Francia”,  Macron  “ebbro di Mondiale di calcio, di Gay Pride e di Festa della Musica, non   è capace di adeguare  la strategia alla nuova situazione.

Attali e la sua cerchia  stanno elaborando  una  strategia adatta ai tempi. “Bisogna adattarsi al nuovo rapporto di forza per   contrastare l’emergenza del populismo sociale”.

Di fatto, proprio di recente,  durante gli “Incontri Economici di Aix en Provence”, un forum estivo di  quelli che contano (c’era anche Mario Monti) Jacques Attali ha delineato la nuova tattica: non opporsi al “nazionalismo”,  ma adottarlo in qualche modo. Alla conferenza, indossato di nuovo il cappello di mago, profeta e futurologo, ha  annunciato l’era del “nazional-globalismo,  del nazional-nomadismo, della “nazional-governance”….

Alain Soral: “Per contrare il nazional-populismo, Attali lancia il nazional-globalismo: il nazionalismo senza i nazionalisti”.

https://www.egaliteetreconciliation.fr/Pour-contrer-le-national-populisme-Attali-lance-le-national-globalisme-51549.html

Cosa può essere il “nazional-globalismo”? Evidentemente la teoria è incipiente, ha bisogno ancora di ritocchi. Ma quel che conta, ha detto Attali, è  la direttiva:

“Non si deve lasciare la nazione ai nazionalisti”.

Che coincidenza: è lo stesso argomento che il professor Ernesto Galli Della Loggia ha  usato in uno dei suoi fondi sul Corriere, venerdì  20 luglio.

Ha attaccato “l’establishment italiano” per essersi “infatuato dell’idea europeista  più acritica” , addirittura fino alla rinuncia alla sovranità”(sic),  perché in questo modo, “ha regalato il tema della nazione” a populisti estremisti come Salvini. Dunque bisogna “recuperare l’idea di nazione” ma per sottrarla a Salvini.

La contorsione del ragionamento è stata notata da Antonio Socci in un  articolo beffardo, dal titolo: “Lo strano caso di Galli Della Loggia e del Corriere. Salvini ha il torto di aver ragione  senza essere di  sinistra. E non gli sarà  perdonato”.

https://www.antoniosocci.com/lo-strano-caso-di-galli-della-loggia-e-del-corriere-salvini-ha-il-grave-torto-di-aver-ragione-senza-essere-di-sinistra-e-non-gli-sara-perdonato/

Guarda caso, anche L’Espresso ha pubblicato un articolo, a firma di Roberto Esposito,   dove ha “scoperto” che anche la sinistra “recupera l’idea di nazione”. Titolo: “Ora  l’identità piace a sinistra”.  Lo  stesso Galli Della Loggia nota ironico al proposito: “Riscalda l’animo assistere oggi, pur di sbarazzarsi di Salvini, alla rivalutazione della lingua, della bandiera, delle insegne militari, del sangue e del cuore…fa piacere vedere rimesso in auge quel concetto di identità che  per tanto tempo  il benpensante progressista ha  giudicato qualcosa che andava assolutamente escluso dalla storia”.

Potenza di Attali, si potrebbe dire.  I   liberi media mainstream “de sinistra” cominciano a suonare il nuovo tema,, e a trovar dei meriti  nell’”Identità”. Pur di sbarazzarsi di Salvini.

Presto assisteremo ad una rivalutazione  da sinistra, mediatica,  di una “nazione”   ma senza sovranità, fatta di “bandiera sangue e cuore” ma  innocua per la finanza globale? A cosa potrà somigliare? Forse ad un riduzione sub-razionale e regressiva, “sangue e suolo”, delle istanze nazionali autentiche: che non sono tribali, ma razionali: la coscienza che “lo Stato Nazione è l’unico contenitore istituzionale per esercitare la volontà popolare”,  ossia la democrazia –  e la solidarietà  fra cittadini secondo diritto, l’uguaglianza e la giustizia sociale (destra dei valori, sinistra del lavoro, come dice Soral).  Il “sovranismo” non è un sentimentalismo; è la presa d’atto matura e consapevole (da Pater Familias secondo il diritto romano) Wall Street, Fondo Monetario, Unione Europea, sono strumenti di oppressione politica  perché non sono responsabili verso le cittadinanze.

Cosa sarà un “Identitarismo”  che non metta in discussione l’Organizzazione Mondiale del Commercio, come lo vuole  e progetta Attali? Un militarismo ottuso? Sangue e suolo? Un tribalismo negroide? Un pullulare di particolarismi? (corsivo nostro)

La rivolta dell’Armée

Frattanto, Nicoals Bonnal segnala una sorta di “ammutinamento” delle forze armate e  polizie, che Macron ha umiliato ed hanno fondatissimi motivi di detestarlo. Secondo lui, non è stato un  goffo incidente quello che ha visto la squadriglia acrobatica, il 14 luglio, aggiungere una linea rossa al tricolore francese: “La  red line è un avvertimento nel linguaggio militare, per preavvertire che la rottura è vicina”.

Anche i due motociclisti della guardia presidenziale che goffamente “cadono” proprio davanti alla tribuna presidenziale, secondo Bonnal,  l’hanno fatto “in omaggio a Marc Granier, motociclista emerito della Guardia presidenziale, 30 anni di servizio, internato  in ospedale psichiatrico per aver  parlato”. Il 4   maggio, in un video di 18 minuti, Marc Granié ha denunciato”gli assassini e gli altri delitti commessi dall’oligarchia che ha preso possesso del Paese”,  parlando di “Un colpo di Stato”. Attualmente, nessuno sa dove sia.

nessuno sa dove sia

http://www.alterinfo.net/Qu-est-devenu-le-CRS-Marc-Granie-Pourquoi-ses-revelations-font-trembler-la-franc-macronnerie-en-marche_a138929.html

Certo è che il potente Prefetto di Parigi, Michel Delpuech, in audizione all’assemblea nazionale   lunedì 23 luglio, non ha esitato a situare lo scandalo Benalla  come conseguenza di “derive individuali, inaccettabili, condannabili, in un quadro di favoritismo malsano.  Mai un prefetto si era permesso di pronunciare  un’accusa così forte e diretta verso un presidente francese; con quel  “favoritismo  malsano”, Delpuech è giunto a sfiorare l’aperta allusione all’omosessualità di Macron. Palesemente, tutta la sécurité ne  ha piene le scatole del ragazzotto.

Il difficile è liberarsi di Macron. La legge rende il presidente-re  praticamente inamovibile. “Ora, bisogna tenere i  quattro anni che vengono, nonostante il rigetto viscerale della nazione, nella lacerazione del  corpo elettorale  del caos politico”, ha  scritto Le Figaro.

A meno che Attali non escogiti qualche altro mezzo per smaltire la sua  scelta sbagliata, che ha mancato ai  compiti, s’è comportata come un bambino viziato e ormai non serve più.

 

 

L’articolo LA CADUTA DI MACRON. DECISA DAI SUOI CREATORI? proviene da Blondet & Friends.