La Cina e l’Europa

Non a tutti piace il riavvicinamento tra Cina e Europa centrale. Desiderosa di prendersi il futuro di propria iniziativa, l’Europa centrale cerca di diminuire sempre più la dipendenza da zona periferica dell’Europa occidentale e si rivolge tra l’altro alla Cina. Sofia, Bulgaria, dal 29 giugno al 7 luglio, il 7° Summit dei Paesi dell’Europa centrale e orientale (16…) e della Cina (…+1) e l’ottavo forum economico Cina-CEEC avevano avuto luogo a Sofia, in Bulgaria. I 16 Paesi europei di questa piattaforma sono Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia, tutti i membri dell’UE, così come Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro e Serbia. “L’iniziativa 16+1 non è una piattaforma geopolitica ma una cooperazione mutualmente profittevole basata sulle leggi del mercato”,spiegava l’ospite del forum, il primo ministro bulgaro Bojko Borisov, così come il Primo Ministro cinese che voleva apparire rassicurante. “Alcuni dicono che tale cooperazione potrebbe dividere l’UE, ma non è vero”, insisteva ulteriormente Li Keqiang. Eppure, la parte occidentale del continente e Bruxelles sono preoccupate per questo settimo vertice dei leader della CEEC col Primo Ministro cinese. Questo blocco di16 ricorda in qualche modo l’ex-blocco orientale o almeno i Paesi satelliti dell’URSS che vissero per mezzo secolo sotto il comunismo ed erano separati politicamente, culturalmente e fisicamente dall’Europa occidentale. Una separazione che segna ancora le menti anche venticinque anni dopo la “riunificazione europea” nel blocco euro-atlantista. In particolare sulla questione della migrazione, due blocchi con due visioni opposte si fronteggiano. Entrambi sono chiaramente delimitati da una linea di faglia paragonabile a quella della cortina di ferro sull’Europa. La Cina sembra aver saputo sfruttare l’esistenza di queste due Europee o almeno prenderne nota: mentre istituisce questa piattaforma di cooperazione economica, la Cina relega l’Unione europea a terza parte e promuove un dialogo diretto col governo leader di una regione che considera economicamente e politicamente abbastanza omogeneo e unitario e, in primo luogo, che considera elemento chiave nella sua iniziativa Fascia e Via.

Un’altra versione dell’Europa a due velocità?
Se i Paesi della CEEC hanno in comune il comunismo per 50 anni, questo non è l’unico punto che li unisce. Nell’ultimo millennio, Balcani ed Europa centrale affrontrono in modo permanente gli imperialismi tedesco/nazista, ottomano/turco e russo/sovietico. Da quelle esperienze dolorose, tutte le nazioni dell’Europa centrale sono arrivate alla stessa conclusione: organizzarsi durante questo periodo di pace senza precedenti al fine di ottenere la propria indipendenza. Col crollo dell’Unione Sovietica e l’assorbimento dei Paesi della CEEC nel blocco euro-atlantico (UE, NATO,…), si è verificata una nuova situazione. Progressivamente, i 16 Paesi dell’Europa centrale e orientale aderivano alla NATO in un momento in cui le guerre assumevano un volto diverso, la minaccia militare si attenuava. E a chi era diventato membro dell’UE, apparve un’opportunità storica: parlare con una sola voce nelle istituzioni dell’Unione, bloccando i progetti dei partner occidentali, imponendogli argomenti sul tavolo delle trattative e persino inclinando il campo di gioco a loro favore. Questo è ciò che l’esperienza del Gruppo Visegrad (V4) illustra con successo. Il V4 ha parlato molte volte di un’Europa a due velocità. Negato all’inizio da tedeschi e francesi, il progetto viene ora assunto e regolarmente discusso: il nucleo dell’UE vuole abbandonare la periferia, o piuttosto relegarla in un ruolo secondario su budget e decisioni. Un progetto che V4 e i Paesi CEEC interessati criticano con veemenza. Ma quando si tratta di collaborare con la Cina per lo sviluppo più esteso della regione dell’Europa centrale e dei Balcani senza che l’occidente possa dire la propria, si sarebbe tentati di dire che l’Europa a due velocità non affligge più di tanto i Paesi della CEEC. Una breve panoramica potrebbe portare a questa conclusione. Ma la realtà è più complessa.
Se i Paesi CEEC colgono questa opportunità, è anche perché, nonostante le proteste di tedeschi e francesi, essi nell’UE continuano a ricevere solo il 2% degli investimenti cinesi nell’UE. Senza sorpresa, i principali beneficiari degli investimenti cinesi sono oggi Regno Unito, Germania, Francia e Italia. Al contrario, Stati Uniti ed Europa occidentale rappresentano il 90% degli investimenti nei Paesi CEEC. Quindi innanzitutto si usa la piattaforma 16+1 per riequilibrare la situazione. Questo è almeno il punto di vista degli europei centrali.

Forte volontà dei Paesi CEEC ed errori dell’UE
Molti esperti parlano della fine del commercio transatlantico come se ci fosse. Donald Trump, da parte sua, critica aspramente l’Unione Europea mentre prende lui stesso misure protezionistiche. La Cina, da parte sua, s’impone sempre più come la paladina del libero mercato. All’interno di questo nuovo e sorprendente contesto, l’Europa centrale cerca di uscire dal dominio del nucleo europeo indebolito. È così che l’iniziativa dei Tre Mari cerca di sviluppare infrastrutture dei trasporto ed energetici sull’asse Nord-Sud della regione, collaborando più strettamente cogli Stati Uniti. Questo è anche il motivo per cui alcuni Paesi sono spinti ad aprire un dialogo con la Russia e persino a chiederle di investire nonostante il punto di vista di Bruxelles e le sanzioni europee. E questa è anche la ragione dell’apertura verso la Cina. L’Europa centrale difficilmente esce dal complesso di inferiorità verso l’Europa occidentale e sa che la Cina potrebbe essere l’elemento chiave della sua emancipazione. Col progetto Nuova Via delle Seta, la Cina ha diversi obiettivi: da un lato, importare prodotti di alta qualità per rispondere all’esplosione della domanda qualitativa delle proprie classi medie e alte gonfiatasi coll’enorme crescita annuale del PIL (6,7% nel 2016). E dall’altra parte, diventare il numero uno nel mondo economico, in particolare grazie al colossale progetto Nuova Via della Seta. Questa immensa rete di infrastrutture mira a collegare l’Eurasia all’Africa e a garantire alla Cina accesso diretto e controllato al 70% dei mercati del pianeta. Ciò significa parecchie cose per l’Europa centrale:
Sviluppo di infrastrutture importanti (canale Danubio-Oder-Elba, linea ferroviaria ad alta velocità Atene-Belgrado-Budapest, …)
Collegamento alla principale strada commerciale del mondo, uscendo dalla periferia europea (utilizzando i porti del Pireo e Costanza per aggirare Amburgo e Rotterdam,…)
Apertura di importanti mercati di esportazione (i Paesi CEEC sono anche importanti Paesi agricoli, i cui prodotti sono meno costosi di quelli occidentali ma beneficiano dell’etichetta “Europa” in Cina…)
Dal punto di vista dell’UE, la questione è comunque più complessa. L’incertezza legata alla politica e alle dichiarazioni di Trump, nonché i legami geografici e storici tra Europa e Asia, fanno sì che le cancellerie dell’Europa occidentale esitino. Sulla questione iraniana, la Francia ha cercato in particolare di attenuare la posizione di Washington. Ma senza alcun successo. Il giorno prima del vertice Cina-UE, proprio il giorno in cui Trump e Putin si incontravano, il 16 luglio 2018, il presidente degli Stati Uniti d’America persino dichiarò che l’Unione europea era il suo peggior “nemico” dal punto di vista economico, oltre a Russia e Cina. Oltre a tali dichiarazioni, Donald Trump ritirava il suo Paese dagli accordi di Vienna e Parigi (rispettivamente sul programma nucleare iraniano e le questioni climatiche). Tanto più che Donald Trump imponeva dazi su acciaio ed alluminio dall’UE. E senza nemmeno parlare delle ammonizioni ai membri della NATO che non rispettano gli impegni sul bilancio militare. Quindi l’UE ha anche tutte le ragioni per condurre una politica di apertura verso l’Est, ma la debolezza della burocrazia di Bruxelles raggiunge praticamente i limiti quando si tratta di geopolitica. E qui è la Germania che reagisce come Stato.

La Germania è vigile
Per la Germania non c’è modo che l’Europa centrale possa fuggire. Dopo l’ascesa del Gruppo di Visegrad come vero “sindacato dell’hinterland tedesco”, la fondazione della Three Seas Initiative che ne minaccia gli accordi energetici con la Russia, tutto ciò colpisce la Germania, la cui economia è basata in larga misura sullo sfruttamento della manodopera europea centrale, economica ed altamente qualificata. Quindi non è un caso se Li Keqiang si recava a Berlino dopo il summit 1 +1. Durante la visita a Pechino nel maggio 2018, la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva espresso preoccupazione per il conseguente aumento di investimenti e progetti cinesi nell’Europa centrale e nei Balcani. Fino a quel momento fu persino detto che la Germania avrebbe potuto aderire ai negoziati della piattaforma 16+1 (che sarebbe poi diventata 1+16+1 …?) Come terza parte. Alcuni osservatori spiegano che Germania e Cina avrebbero interesse a collaborare allo sviluppo dei Paesi della CEEC per le ragioni appena evocate. Ma mentre la moltiplicazione delle infrastrutture sarebbe davvero redditizia per le aziende tedesche, l’aumento a breve termine del capitale cinese in Europa centrale non piace a Berlino. Questa comprensione sembra quindi molto ipotetica, mentre il pragmatismo tedesco implica piuttosto che l’interesse della Germania per il 16+1 sia soprattutto volontà di controllare la regione.

Il mercato cambia, la Cina si adatta
Per lungo tempo la Cina fu vista come la fabbrica del mondo; ogni europeo associava la scritta “made in China” alla bassa qualità. Ma parallelamente all’adozione della Fascia e Via, o Nuova Via della Seta, la Cina iniziava ad adattarsi. Ciò passava dai prodotti a basso costo arrivando ai prodotti biologici e high-tech cinesi. Lo scorso giugno fui invitato dagli organizzatori di un piccolo forum che presenta la provincia dello Yunnan a giornalisti ed investitori ungheresi. Il successo di questo evento confidenziale fu breve, ma gli obiettivi erano ambiziosi: la Cina vuole una buona parte del mercato biologico in Europa e l’Europa centrale potrebbe essere la prima a beneficiarne. Lo Yunnan, regione di altipiani dal clima paradisiaco, non è industrializzato e quindi non è inquinato come molte altre regioni della Cina. Di conseguenza, la Cina utilizzerà questa provincia, dove il clima eccezionale consente due o addirittura tre raccolti all’anno, per la produzione di prodotti di qualità elevata come tè, caffè o frutta esotica. Il piano di sviluppo dello Yunnan è un buon esempio della strategia globale cinese. La Cina vuole diversificare la produzione, raggiungere più mercati, e come abbiamo appena detto, anche aumentare le importazioni al fine di rispondere alle crescenti aspettative delle sue classi medie benestanti che crescono demograficamente. Sul piano delle energie rinnovabili, la Cina desidera di recuperare un margine di manovra. Come spiegò Emmanuel Dupuy sulla rivista Atlantico: “la metà delle auto elettriche vendute nel mondo proviene dalla Cina, il 15% delle auto in circolazione in Cina sono già elettriche. La Cina produce 1400 TWh di elettricità (mentre gli Stati Uniti solo 530 TWh) grazie ai massicci investimenti in energie rinnovabili (in particolare nell’energia solare, dove la Cina attualmente produce la maggior parte dei pannelli solari e mulini a vento venduti in tutto il mondo)”.

Ma allora, la Nuova Via della Seta è una buona o una cattiva cosa?
Dal punto di vista dell’Europa centrale, la Nuova Via della Seta è una prospettiva molto interessante. Non è un azzardo se tutti i 16 Paesi CEEC hanno risposto positivamente all’invito della Cina. In un mondo sempre più multipolare, e date le crescenti tensioni con l’altra metà del continente europeo impigliatosi in un liberalismo mortale, la crescente implicazione della Cina nell’Europa centrale, lo sviluppo delle infrastrutture e l’arrivo di capitali, è una buona cosa. Per l’Europa centrale, l’integrazione nel progetto Nuova Via della Seta non sarà senza conseguenze. L’adattamento dell’occidente a questa nuova potenziale situazione va osservato da vicino. Non dimentichiamo che l’incontro dei re di Polonia, Boemia e Ungheria a Visegrad nel 14° secolo, da qui il nome di Gruppo di Visegrad per la cooperazione iniziata nel 1991 tra Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria, si svolse prima di tutto per trovare una soluzione all’utilizzo del porto franco di Vienna.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

http://aurorasito.altervista.org/?p=1738

Nuova via della seta

Dopo aver percorso 11000 chilometri viaggiando per 16 giorni sulle nuove rotte ferroviarie della seta, il primo treno merci che collega direttamente la Cina ad Anversa (Belgio) arrivava il 12 maggio nel porto di Anversa. Il 26 aprile, il treno lasciava la città portuale di Tangshan (provincia di Hubei) nella Cina nord-orientale prima di raggiungere il porto fiammingo, dopo aver attraversato Kazakistan, Russia, Bielorussia, Polonia e Germania. Questo primo collegamento ferroviario diretto tra Cina e Anversa è un progetto avviato dalla città di Tangshan e dal suo porto, in collaborazione con la compagnia di navigazione cinese statale Cosco Shipping Lines e la China Railway Container Transport Corp. (CRCT).

La nuova linea ferroviaria della seta passerà per Anversa
Il treno fa parte dell’Iniziativa cinese Fascia e Via (BRI), l’ambizioso programma del governo cinese per far rivivere le rotte commerciali dall’antica Via della Seta dall’Asia all’Europa. Con la nuova strategia aziendale del programma One Belt One Road (OBOR), il Presidente Xi Jingping vuole offrire alla Cina opportunità in Medio Oriente, Africa ed Europa. “Questa linea ferroviaria diretta pone il nostro porto sulla rotta BRI (Belt and Road Initiative) e rafforzerà ulteriormente i nostri legami con la Cina“, affermava Luc Arnouts, direttore commerciale del porto di Anversa, citato da una nota dell’autorità portuale di Anversa. “Abbiamo lavorato a lungo a questo progetto, che rappresenta un passo importante nelle nostre relazioni commerciali con la Cina“, aggiungeva. La durata media del viaggio marittimo dal porto di Tangshan con navi convenzionali è di 35 giorni. Il treno, trasportando 34 container di minerali per l’industria della carta e la produzione di ceramiche, può compiere il viaggio Tangshan-Anversa “in un tempo record di 16-20 giorni e a costi relativamente bassi“, affermava Geert Gekiere, amministratore delegato di Euroports Belgium, citato nel comunicato stampa. La Cina è il quarto partner di Anversa nel traffico annuale di 14 milioni di tonnellate di merci. A questo proposito, il governo cinese prevede di commissionare un treno diretto ad Anversa una o due volte al mese. In questo contesto, la città di Tangshan cerca di rafforzare la cooperazione col porto di Anversa e intende firmare un memorandum d’intesa con la città di Anversa. Inoltre, la China Railway Container Transport Corp. studia la fattibilità dell’apertura di un ufficio vendite in Europa.

https://aurorasito.wordpress.com/2018/05/18/la-via-della-seta-passa-per-anversa-e-liran/

La Cina compie una svolta globale

Dr. Stephen Leeb: “Oh, ironia. Il presidente Trump potrebbe essere quello che risolve i problemi commerciali degli USA. Ma non coi dazi o il forte riarmo dei nostri partner commerciali… Piuttosto arriverà dalla Cina che accelera la transizione a una nuova valuta di riserva, probabilmente un paniere di valute basate sull’oro, creando un sistema monetario centrato sull’oro. La Cina ha gettato accuratamente le basi per avere i mezzi per definire la nuova valuta di riserva che influenzerà l’Oriente, se non il mondo”. E con la Cina non solo maggiore trader del mondo ma anche possessore di un esercito in grado di proteggere i partner commerciali orientali, le sue capacità sono indubbie.

La Cina ora commercia il petrolio con lo Yuan-oro
Segnatevi la data: oggi è iniziato il commercio del nuovo benchmark del petrolio orientale di Shanghai. I fornitori di petrolio possono ora coprire i loro yuan in futures basati sull’oro, la cui compensazione sarà in oro. In effetti, il petrolio ora viene commercializzato in yuan-oro. Il segnale che la Cina vuole accelerare il commercio in yuan e oro ben oltre il petrolio, è apparso in un articolo sul South China Post di fine febbraio. L’articolo citava Cheung Tak-hay, presidente della Borsa dell’oro di Hong Kong, dire: “La Borsa dell’oro di Hong Kong è in trattative con Singapore, Myanmar e Dubai per stabilire un corridoio merci in oro per promuovere prodotti denominati in yuan nell’ambito dell’Iniziativa Cintura e Via della Cina. Il corridoio delle merci d’oro… potrebbe collegare il deposito doganale proposto a Qianhai con utenti e commercianti di metalli preziosi nei Paesi della Fascia e Via“.

Deposito d’oro da 1500 tonnellate nella zona di libero scambio
Qianhai fa parte della zona di libero scambio di Shenzhen e Hong Kong. Il deposito doganale, secondo l’articolo, potrà immagazzinare 1500 tonnellate di oro. I servizi di regolamento di custodia e fisico inizierà probabilmente nei prossimi mesi. La posizione di Trump sulla politica commerciale spinge la Cina ad estenderne il commercio ben oltre il petrolio. Finora queste cifre equivalgono alla soppressione dei dazi in nome della “sicurezza nazionale” (che ironia). L’affermazione è che economia ed esercito statunitensi non possono essere sicuri se il Paese non produce abbastanza acciaio. E così il presidente Trump annunciava dazi che colpiranno alleati affidabili mentre avrà impatto assai minore sulla Cina, le cui pratiche commerciali Trump ha ripetutamente lamentato. I dazi furono quindi modificati esentando Canada e Messico, almeno per ora, ma si applicano ancora a molti altri alleati degli Stati Uniti.

Leggi tutto: https://aurorasito.wordpress.com/2018/03/27/la-svolta-globale-della-cina-yuan-oro-e-avvertimenti/

Le buone notizie

Già la Cina: benché quasi tutta la tecnologia che usiamo ormai venga da lì, anche se spesso sotto forma di marchi occidentali che ne ricavano profitti stratosferici, né abbiamo ancora un’idea esotica, di Paese arretrato che esporta cinesate e al più copia prodotti occidentali. Bene allora vediamo com’è andato il 2017 cinese, tanto per mettere i puntini sulle i:

18 gennaio. E’ stata completata la realizzazione di Mo Zi ( dal nome di un filosofo vissuto nel V° secolo avanti cristo) il primo satellite sperimentale al mondo di scienza quantistica. Pochi mesi dopo, il 16 giugno, fu annunciato un importante risultato scientifico: gli scienziati cinesi sono venuti alla ribalta sulla scena internazionale inviando particelle quantiche casuali dal satellite a stazioni terrestri separate da 1200 chilometri e bi-direzionalmente. Poco dopo sono stati pubblicati i risultati sperimentali di teletrasporto stellare quantistico: per la prima volta al mondo, “Mo zi” è riuscito a distribuire chiavi quantistiche ad alta velocità dal satellite a terra, ponendo così le solide basi per stabilire la rete di comunicazione quantistica più sicura al mondo.

10 marzo L’ articolo di copertina di Sciences ha reso noto che gli scienziati cinesi sono riusciti a sintetizzare a partire da comuni sostanze chimiche 4 cromosomi sintetici dei lieviti, aprendo una strada del tutto nuova e superando gli Usa in questo campo.

3 maggio E’ nato a Shangai il primo computer quantistico al mondo che supera effettivamente e non solo teoricamente un calcolatore classico. Al Thiane 2 il super-computer più veloce del pianeta, anch’esso di realizzazione cinese, occorrerebbero cento anni per elaborare dati che la nuova macchina potrà elaborare in 0,01 secondo. La cosa patetica in tutto questo è che prima della realizzazione del Thiane 2 gli, l’amministrazione di Washington avesse proibito l’esportazione di schede Intel per la sua realizzazione.

5 maggio Ha volato con successo il primo esemplare del C919, aereo di linea di grandi dimensioni destinato a competere con l’Airbus A320 e il Boeing 737: niente paura già oggi il 60 per cento dei sistemi circa di questi due velivoli è fatto in Cina.

18 maggio E’ stato condotto con successo nel Mar Cinese meridionale il primo test per la produzione di energia dal cosiddetto ghiaccio di fondo marino, in realtà idrati di metano (vedi qui) che sono di gran lunga la più grande risorsa energetica del pianeta

26 giugno Sono entrati in servizio sulla linea Pechino Shangai i treni più veloci del mondo: 350 chilometri all’ora.

16 ottobre il telescopio spaziale cinese Huiyan, lanciato nel giugno precedente è stato uno dei quattro telescopi a raggi gamma e a raggi x a seguire la prima onda gravitazionale derivante dallo scontro di due stelle a neutroni. E a questo proposito vorrei ricordare che uno di questi interferometri in grado di rilevare le onde gravitazionali, l’europeo Virgo, è stato voluto e progettato da Adalberto Giazotto. Tuttavia sulla stampa occidentale non si cita il telescopio cinese, come se nemmeno esistesse.

30 novembre La rivista Nature ha annunciato che il satellite cinese Wukong per il “rilevamento delle particelle di materia oscura” ha misurato una radiazione cosmica anomala nello spazio, mai prima rilevata, il che apre prospettive rivoluzionarie nell’astrofisica, campo del sapere nel quale ci si è, come dire, incartati. Adesso gli americani stanno tentando di imitare i cinesi.

Ora domandiamoci quanto sappiamo di tutto questo? E’ davvero un’idea saggia quella di legarsi mani e piedi a un solo polo di potere e a un sistema economico e sociale che sta portando a un rapido declino nella convinzione che al mondo non ci sia altro?

estratto da https://ilsimplicissimus2.com/2017/12/28/un-anno-in-cina/

Investimento sino-russo “dollar free”

di  F. William Engdahl (*) L’8 novembre il grande gruppo minerario russo Norilsk Nickel ha annunciato di aver iniziato le operazioni in un nuovo impianto di estrazione e lavorazione di Bystrinsky all’avanguardia nella provincia russa di Zabaykalsky Krai. La cosa notevole del progetto è la partecipazione diretta della Cina, così come il fatto che quattro anni fa le enormi riserve di rame, oro e magnetite di Bystrinsky erano inaccessibili a qualsiasi mercato e del tutto non sfruttate. È un esempio della trasformazione dell’intera geografia economica dell’Eurasia che sta crescendo a seguito della stretta cooperazione della Russia con la Cina e in particolare con la “China Belt Road Initiative”, in precedenza nota come New Economic Silk Road. Il complesso minerario e di trasformazione di Bystrinsky è un progetto da $ 1,5 miliardi con riserve di minerali in totale stimate in 343 milioni di tonnellate. L’enorme progetto è di proprietà congiunta di Norilsk Nickel, il più grande produttore mondiale di nickel e palladio e uno dei maggiori produttori di platino e rame, insieme al Fondo risorse naturali CIS, un fondo russo per le risorse naturali istituito da Vladimir Putin  e dalla Cina Highland Fondo. Il nuovo complesso minerario si trova a circa 400 chilometri di ferrovia dal confine con la Cina nell’Estremo Oriente siberiano della Russia . La partecipazione cinese non è sorprendente. La Cina è il maggiore importatore mondiale di rame e gran parte della nuova produzione mineraria sarà diretta in Cina. La Cintura cinese, la Road Initiative (BRI) che sta vedendo la costruzione di migliaia di chilometri di nuove linee ferroviarie ad alta velocità attraverso l’Eurasia sta creando un enorme aumento della domanda di rame, acciaio e minerale di ferro . Il nuovo progetto minerario russo comprende la costruzione di un’infrastruttura completamente nuova di strade, ferrovie e enormi infrastrutture in quelle che in precedenza erano aree incontaminate.

*F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, ha conseguito una laurea in politica presso la Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook”. Fonte: New Eastern OutlookTraduzione: Luciano Lago

https://www.controinformazione.info/la-russia-e-la-cina-realizzano-una-nuova-geografia-economica/

Elezioni tedesche

Tutto è cominciato nel 2014  in Serbia, dove i cinesi hanno riunito  il “16+1 Summit” cominciando con lo stanziare 10 miliardi per investimento auto- e ferroviari tra il Baltico e il Mar Nero, la ferrovia Belgrado-Budapest,  progetti stradali in Montenegro e Macedonia –   progetti a cui  la potente Germania poteva pensare  per prima. La risposta tedesca è stata: questo accordi stretti  “tra Pechino e  singoli paesi UE”   erano contrari “alla politica estera comune europea”:  quella politica comune che, par di capire, viene dettata dalla Germania, e nessun paese si permetta di fare accordi senza  prima chiedere a Berlino.

Luglio: Angela lodava Xi per il suo globalismo. sembra ieri

In realtà, quei  governi accolgono  gli investimenti cinesi a braccia aperte proprio come contrappeso allo strapotere tedesco, alle sue ingerenze, alle sue lezioni col ditino alzato. Non solo la repubblica ceca, ma l’Ungheria –  che riceve la quota di investimenti cinesi doppia rispetto alla Polonia – e la Serbia, paese non-UE, cui Pechino destina i due terzi dei capitali che ha investito nei paesi della regione che non sono della UE. Nell’insieme non si tratta di cifre colossali: il Financial Times stima che gli investimenti cinesi nell’Est europeo che tanto allarmano Berlino sono solo l’8%  dei capitali che  investe in Europa; niente che superi le capacità germaniche di investimento. Ma è  tornato il rimprovero: ciò “solleva preoccupazione sulla capacità della UE di parlare con una sola voce”. Quella tedesca. Infatti quando Berlino ha tentato di far adottare una dichiarazione comune UE di condanna per  l’espansione  della Cina nel Mar Cinese Meridionale (l’occupazione dei  noti atolli), Ungheria e Grecia hanno votato contro. Forse perché   i greci hanno più motivi per sentirsi grati a Pechino che a Berlino? Fatto  è che la leadership germanica non sembra dare risultati brillanti proprio nel suo cortile di casa.  Ottusa, moralistica e tirchia, si sta facendo soffiare l’Est dalla Cina. Ora Berlino  vuole da Bruxelles regole che blocchino gli investimenti cinesi…

Intanto scoppia il secessionismo catalano: come massimo una replica della Guerra Civil, come minimo un altro sgretolamento dell’unità europea, perché la Catalogna indipendente sarebbe ipso facto fuori dalla UE e costretta a chiederne la riammissione.  Una bella prova per dimostrare le qualità di statista europeista di Angla Merkel. Per adesso, nessun segnale. Nemmeno da Mogherini  e Juncker.

Inoltre quel 46% del Pil  lucrato  con le esportazioni è uno di quei “successi” di Merkel, che  pesa come una piramide in bilico sulla sua testa – e  basta una crisi estera qualunque per ridurre quella percentuale, e quindi i posti di lavoro in Germania. E le crisi estere  e globali  in attesa di scoppiare sono una dozzina almeno. Angela potrebbe aver voluto un cancellierato di  troppo. Se si  fosse ritirata,l’avrebbero ricordata come una vincente.

E già  l’elettorato tedesco deve avere questo dubbio, se hanno ragione i sondaggi dell’agenzia YouGov eseguiti il 19 settembre: La CDU vincerebbe sì ancora una volta, ma passando dal 41,5 al 36 per cento, perdendo 5,5 punti percentuali, e 56 seggi in parlamento, dai 311 di oggi ai 255. Una di quelle vittorie che suggeriscono che anche molti elettori ormai abbiano la sensazione che Frau Merkel abbia fatto il suo tempo. Alternativ fur Deutschland passerebbe dal 4,7 al  12 per cento, diventando il terzo  partito tedesco.

 

L’articolo DOPO TANTI SUCCESSI, ANGELA MERKEL FACEVA MEGLIO A RITIRARSI è tratto da Blondet & Friends, che mette a disposizione gratuitamente gli articoli di Maurizio Blondet assieme ai suoi consigli di lettura.

Baluchistan

Il Baluchistan, e più precisamente la città portuale di Gwadar, è il nesso centrale del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), un sistema complesso e in espansione di ferrovie, strade, porti e altri progetti infrastrutturali costruiti congiuntamente con il governo pakistano per facilitare la crescita economica regionale, parte integrante dell’ampia iniziativa One Belt, One Road. La disgregazione delle linee economiche della Cina con il resto del mondo è un obiettivo dichiarato dei politici degli Stati Uniti. Un documento pubblicato nel 2006 dall’Istituto di studi strategici intitolato “Filo di Perle: sfidare il potere crescente della Cina sulle coste asiatiche“. “Identificava Gwadar come uno delle componenti del ‘Filo di Perle’ della Cina”. La relazione afferma esplicitamente su un possibile “approccio duro” verso Pechino che: “Non ci sono garanzie che la Cina risponda in modo favorevole a qualsiasi strategia statunitense, la prudenza suggerisce di “prepararsi al peggio” e che sia “meglio essere più sicuri che dispiaciuti”. Forse è meglio intraprendere una linea dura verso la Cina e contenerla mentre è ancora relativamente debole? È il momento di contenere la Cina prima di potersi accordare sull’egemonia regionale? I realisti della politica estera, citando storia e teoria politica, sostengono che inevitabilmente la Cina sfiderà il primato statunitense e che si tratta di “quando” e non “se” la relazione tra Stati Uniti e Cina sarà contraddittoria o peggio”. Qual è il modo migliore per contenere le ambizioni regionali della Cina che si sviluppa economicamente in luoghi come il Baluchistan, se non con il terrorismo, o impedirle totalmente con un movimento d’indipendenza filo-statunitense nella provincia?
I politici statunitensi notano proprio questo. In un documento del 2012 pubblicato dalla Fondazione Carnegie per la pace internazionale intitolato “Pakistan: la rivitalizzazione del nazionalismo baluci“, si afferma inequivocabilmente che: “Se il Baluchistan diventasse indipendente, il Pakistan potrebbe resistere ad un altro smembramento, sono passati trentacinque anni dalla scissione del Bangladesh, e quale effetto avrebbe sulla stabilità regionale? Il Pakistan perderebbe gran parte delle risorse naturali e diverrebbe più dipendente dal Medio Oriente per l’approvvigionamento energetico. Sebbene le risorse del Baluchistan siano attualmente inutilizzate e vadano solo alle province non baluci, in particolare il Punjab, queste risorse potrebbero senza dubbio contribuire allo sviluppo di un Baluchistan indipendente”. L’indipendenza del Baluchistan colpirebbe anche le speranze di Islamabad sul porto di Gwadar e progetti connessi. Ogni possibilità che il Pakistan diventi attraente per il resto del mondo andrebbe perduta. Non solo sarebbe una perdita del Pakistan quella del porto di Gwadar, ma anche per la Cina. E se il documento tenta di dire che gli Stati Uniti non hanno nulla da guadagnare dall’indipendenza del Baluchistan, il dipartimento di Stato degli USA ha speso anni e somme e risorse imprecisate a sostenere tale movimento d’indipendenza. Inoltre, la Fondazione Carnegie per la pace internazionale ospitava una manifestazione della “Società baluci dell’America del Nord”, chiedendo l’intervento statunitense nella provincia per avere l’indipendenza. La National Endowment for Democracy (NED) del dipartimento di Stato statunitense e l’Open Society del condannato finanziere George Soros, attraverso “Global Voices“, finanziano molte organizzazioni del Baluchistan, che sostengono dall’autonomia all’indipendenza, tra cui Associazione per lo sviluppo integrato del Baluchistan (Balochistan AID), Punto Balochistan e Istituto per lo sviluppo del Baluchistan. L’istituto statunitense per lo studio e le pratiche dello sviluppo (IDSP), finanziato dalla NED, usa regolarmente i social media come twitter per appoggiare e sostenere dichiarazioni che invocano l’indipendenza del Baluchistan e raffigurano la provincia come “colonia” del Pakistan. Così praticamente tutti gli altri membri delle organizzazioni finanziate dal governo degli Stati Uniti. La lunga lista di organizzazioni in Baluchistan finanziate dagli Stati Uniti si collega regolarmente ad articoli e propaganda che raffigurano le violenze nella provincia come unilaterali e perpetrate dalle forze pakistane, riprendendo la stessa forma di propaganda sostenuta dagli Stati Uniti sulle violenze in Siria iniziate nel 2011. E proprio come in Siria, la violenza viene scusata o giustificata dagli interessi statunitensi, in questo caso per impedire la cooperazione cino-pakistana nel Baluchistan e altrove.

La violenze in Baluchistan avvantaggiano la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran
Che lo Stato islamico abbia rivendicato l’attentato, dopo l’attacco a Teheran, Iran, è particolarmente significativo. I politici statunitensi, nel documento politico della Brookings Institution del 2009, “Quale percorso per la Persia? Opzioni per una nuova strategia statunitense verso l’Iran“, menzionano i separatisti del Baluchistan come possibili strumenti e agenti per un conflitto armato contro l’Iran. Creare violenze in Baluchistan, Pakistan, mira non solo le ambizioni cinesi in Asia, ma sostiene l’obiettivo di Washington di accerchiare l’Iran con agenti ostili e non statali prima di eventuali operazioni di cambio di regime contro Teheran. In precedenza, gli Stati Uniti tentarono di utilizzare vari gruppi locali per favorire instabilità politica e violenze. Ora sembra che tutto il male geopolitico riposi sotto lo “Stato islamico”. In realtà i terroristi che hanno rapito e assassinato i due insegnanti cinesi nel Baluchistan erano probabilmente sostenuti dagli Stati Uniti da anni, il cui ruolo nel destabilizzare il Pakistan è sempre più compreso dal pubblico locale e globale. Incolpare lo Stato islamico appare un mezzo per dissociare gli USA dalle violenze che alimentano intenzionalmente nella regione. Lo Stato islamico per “coincidenza” appare in quasi tutti i teatri geopolitici in cui gli interessi statunitensi sono ostacolati o contestati da interessi locali e regionali, spiegando perché non solo lo Stato islamico esiste, ma come riesca a sopravvivere e prosperare nonostante gli sforzi di nazioni come Russia, Siria e Iran per sconfiggerlo. Con la sponsorizzazione di Stato, la fonte logistica, politica e militare dello Stato islamico si trova a Washington, Londra, Bruxelles, Ankara, Riyadh e Doha, dove il potere militare e politico russo-siriano-iraniano non può raggiungerlo. Per chi si chiede dove lo Stato islamico colpirà, bisogna solo guardare il mappamondo e individuare dove gli interessi degli Stati Uniti siano ostacolati in un mondo sempre più multipolare che non vuole cedere a Wall Street e ai monopoli corporativo-finanziari di Washington. Come illustrato dall’ultimo e abominevole attentato in Baluchistan, i punti importanti del progetto della Cina One Belt, One Road saranno i luoghi da osservare. Colpendo gli insegnanti, tale terrorismo cerca d’impaurire i lavoratori di questo ambizioso piano economico regionale. È un motivo che va oltre le crude motivazioni ideologiche generalmente assegnate allo Stato islamico e, invece, assomiglia a una pianificazione geostrategica ben pensata, se non sinistra.Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

https://aurorasito.wordpress.com/2017/07/02/lo-stato-islamico-per-coincidenza-appare-lungo-la-via-della-seta-della-cina/