QE all’italiana

Mario Draghi ha fatto credere, (o meglio i giornalisti economici italiani così hanno presentato la mossa di Draghi) come l’applicazione di un modello vincente che avrebbe rilanciato occupazione ed investimenti nel nostro paese.
Invece non è così.
Perché?
La risposta è elementare: perché la mossa di Draghi non contiene le due clausole più importanti presenti nel programma statunitense.
Quali sono?
Sono le seguenti:
a) I soldi di questo programma vengono dati alle banche identificate esclusivamente e soltanto come mediatori (profitto del 5%) per girarli come credito alle aziende che dimostrino di operare nel territorio nazionale e di assumere personale iscritto alle liste di disoccupazione.
b) E’ tassativamente vietato usare questo danaro per finalità speculative o per acquistare strumenti finanziari di qualsivoglia natura.
La mossa di Draghi NON contempla queste due clausole, ma guarda un po’ che caso!
Sono quelle fondamentali.

Sergio Modigliani in http://www.libero-pensiero.net/la-ben-congegnata-truffa-del-mago-draghi/

+ Stato – Mercato

In rete si trovano molti interessanti articoli sul tema, la nostra tesi la vedete nel titolo e proviamo ad articolarla per temi; iniziamo da un estratto da Federalist:
“Il credo secondo il quale il mercato è mondiale e bisogna eliminare ogni ostacolo al libero commercio internazionale, ha giustificato una ancora più decisa deregulation negli anni Novanta, soprattutto negli Stati Uniti, a partire dal settore finanziario, con il benestare del Fondo monetario internazionale: “Liberalizzazione dei mercati finanziari e dei capitali significava che le banche estere potevano ottenere guadagni elevati sui prestiti, e quando i prestiti diventavano inesigibili, l’FMI imponeva la socializzazione delle perdite, il che significava mettere sotto grande pressione intere popolazioni per rimborsare le banche estere”.[5] “Le istituzioni finanziarie globali… sollecitavano (i governi) ad adottare le teorie economiche liberali note con il termine di ‘Washinghton Consensus’, che consiste sostanzialmente di tre idee: disciplina fiscale e di bilancio; economia di mercato comprensiva di diritti di proprietà, tassi di cambio in competizione, privatizzazioni e deregolamentazione; e apertura all’economia globale attraverso la liberalizzazione del commercio e degli investimenti esteri diretti”.[6]
Come ha osservato Stiglitz, “l’amara verità è che le innovazioni nei mercati finanziari americani erano mirate ad aggirare le regole, le norme contabili e l’imposizione fiscale”, e a svuotare in particolare la legge Glass-Steagal del 1933 che invece aveva separato “le banche commerciali (che prestano denaro) dalle banche di investimenti (che organizzano la vendita di obbligazioni e azioni) per evitare i chiari conflitti di interesse che vengono a crearsi quando la stessa banca emette azioni e concede prestiti”.[7] Quella legge aveva infatti avuto anche lo scopo di “fare in modo che le persone incaricate di custodire il denaro del comune cittadino nelle banche commerciali non intraprendessero attività rischiose come quelle delle banche di investimenti, il cui obiettivo è massimizzare i guadagni di chi già è ricco”. Con la sua abrogazione venne “meno la separazione fra banche di investimenti e banche commerciali e quelle di investimento hanno preso il sopravvento”.[8] E infatti, la crisi dei mutui americani, che ha dato origine alla più grave crisi del sistema capitalistico occidentale dopo il 1929, non è stata altro che la conseguenza della rottura di questi delicati meccanismi di regolazione, che ha consentito alle istituzioni finanziarie di favorire, contro ogni logica, il fatto di legare il valore dei beni immobiliari a prodotti altamente speculativi.[9]
Qui incontriamo il punto chiave della Glass-Steagall Act, una legge che separava le banche commerciali da quelle di investimento attraverso il divieto di impiegare i risparmi dei cittadini in attività diverse da quelle dell’erogazione del credito.Tale divieto fu introdotto in Italia nel 1936 attraverso la cosiddetta ‘Riforma Menichella’ (che prese il nome dall’allora direttore generale dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale, successivamente nominato, nel 1947, Governatore della Banca d’Italia).

Malauguratamente Draghi l’abolì nel 1993 e tutto quello che è successo dopo non è una coincidenza (cfr.http://finanzaedintorni.info/tag/glass-steagall-act/)