Che falliscano i banchieri!

scacchi

il nero muove e dà scacco quando vuole

Andiamo oltre l’attuale sistema economico finanziario: che falliscano i banchieri

Puntellare costantemente e inutilmente questo sistema è veramente da folli: si drenano solo altre risorse per sostenerlo fittiziamente ma è già comunque fallito! Quello che ulteriormente sottolineo e ritengo ancora più tragico è che tutti gli addetti ai lavori lo sanno perfettamente, lo percepiscono quotidianamente. E’ un fallimento inarrestabile il cui default si allontana solo nel tempo: siamo ad un punto di non ritorno. Bisognerebbe che ciò, per il bene di tutti, venga presto dichiarato e ci si dia da fare con percorsi nuovi. Credo però che se non ci muoviamo decisamente noi cittadini non lo faranno mai coloro che gestiscono questo modello, non sanno proprio cosa fare!

Certamente sarà traumatico, ma non starei ad ascoltare i tromboni attuali, figli di questo sistema, che spaventano con le loro dichiarazioni. Ci dicono ad esempio che se falliscono le banche sarà una tragedia: ma per chi? Dipende infatti da chi si vuole salvare e dunque dalle scelte politiche del momento. Oggi le decisioni sono in mano alla finanza, bisogna che non sia lei a decidere ma la politica. Ma anche i politici direte sono in mano alla finanza? Allora, giustamente cambiamoli, mandiamo a casa in Italia questo governo e diamo ascolto a chi vuole invece salvare i cittadini: è possibile se si vuole! Si potrebbe infatti non
perdere i risparmi dei cittadini onesti, e non ovviamente quelli di coloro che li hanno usati, allettati da lauti guadagni, per il gioco della speculazione finanziaria mondiale, semplicemente se si utilizzasse solo una piccola parte delle risorse messe a disposizione dalla Banca Centrale Europea per salvare le Banche. Se solo una parte di queste infatti andasse invece agli Stati e da questi a coprire i risparmi dei correntisti delle banche fallite il problema sarebbe risolto. Ma solo una nuova classe Politica (con la P maiuscola) potrebbe avrebbe il coraggio di giudicare e condannare al fallimento i banchieri potenti di oggi.

Dobbiamo star certi comunque che i banchieri, nonostante siano da tempo falliti, non molleranno tanto facilmente il loro potere di influenza e per questo agiteranno come sempre lo spauracchio della speculazione attraverso il potere mediatico, che altrettanto detengono, facendo paura ai governi: “attenti, se non fate ciò che vi diciamo comincerà una speculazione forte sui vostri titoli sovrani!”. E’ un ricatto che usano da tempo, perché ancora noi stiamo dentro questa logica, ci richiudono nel pensiero unico: ci viene detto incessantemente e solamente che il problema è la speculazione, il debito, il pareggio di bilancio. Ma perché continuare a credere a coloro che, dopo aver creato tutto ciò oggi ci indicano pure le soluzioni? Perché diamo loro ancora così tanta credibilità?

Il fallimento è già evidente da tempo e le misure che si attuano, fatte passare per “salvastati”, non fanno altre che confermarlo. Come definire se non un ultimo colpo di coda di un sistema ormai morto e fallito iniziative come: a) il continuo drenaggio di risorse dei cittadini e dello Stato per coprire un debito che tutti sanno è impagabile, e che è solo funzionale alla speculazione finanziaria? b) i trattati europei che hanno completamente privato i singoli Stati della propria sovranità ed imposto alla Banca Centrale Europea che il denaro stampato non possa essere messo a disposizione degli Stati ma solo dato alle Banche, dunque alimentando anche qui la sola speculazione finanziaria? c) il Fiscal Compact che tra l’altro impone a coloro il cui debito è superiore al 60% del Pil di rientrare a breve in pochi anni, in misura chiaramente insostenibile anche dall’analisi del più stupido economista e di nuovo alimentando la vendita di beni pubblici alla speculazione finanziaria?

Non deprimiamoci però, siamo vivi, abbiamo una testa per pensare e mezzi che ci possono aprire gli occhi o per lo meno farci vedere che esiste “altro”. Certamente chi è vissuto costantemente pendendo dalle labbra di questo sistema avrà più difficoltà, ma possiamo cominciare a difenderci per attenuare il trauma di questo fallimento in corso. Cerchiamo prima di tutto di informarci e conoscere cose che non vengono diffuse dai media attuali, ovviamente ancora in mano al Potere deleterio attuale. Ci sono innumerevoli esperienze recuperabili in internet cerchiamole e vedrete che tante saranno anche vicino a voi. Sono centinaia di migliaia le persone che quotidianamente già vivono senza farsi influenzare dalle logiche che ci stanno conducendo alla rovina, sociale, relazionale e ambientale. Queste persone combattono anche contro la politica di sistema attuale, che prova a mettere bastoni fra le ruote anziché agevolare la collaborazione tra cittadini: ma se i cittadini sono determinati e si muovono non possono che avere risultati positivi.

Assecondiamo perciò chi ci propone progetti di sviluppo locale, mettiamo a disposizione di finanziarie e piccole banche locali i nostri risparmi, anziché farceli bruciare dai mega colossi bancari e finanziari già falliti! Recuperiamo concetti che sembravano dimenticati o superati, ma che sono invece il fondamento più alto di ogni società, ovvero la mutualità, la solidarietà, il rispetto per l’altro. il mutuo aiuto. In questo modo la crisi della finanza ci preoccuperà di meno e sosterremo un’economia più sana e strutturata per essere al servizio dei cittadini del territorio. Sembrerà fuori luogo parlare in questo modo in un sistema globalizzato, forse però si dimentica che ogni sistema globalizzato si regge su produzioni locali che si interscambiano beni e servizi prima localmente e poi a livello planetario visto lo sviluppo dei mezzi di trasporto. Ma la globalizzazione attuale è degenerata perché ha accentuato le monoculture pensando più alla vendita internazionale che all’autonomia territoriale e alla sovranità alimentare: ora dobbiamo far fronte anche a questa crisi. ma ce la possiamo fare!

Ricominciamo dunque a recuperare la fiducia tra noi cittadini, provati da decenni di bombardamento sull’individualismo e la sopraffazione tra cittadini come unico modello di sviluppo: vinco se ti faccio fallire! Invece dobbiamo tutti vivere e tutti lavorare. In una situazione di lealtà generalizzata, il migliore avrà sempre più opportunità, ma mai si può dimenticare la crescita anche degli altri. Per realizzare questo c’è bisogno di altri politici, di altri pensieri e prospettive, siamo pronti? Forse, più che a politici di professione, dovremmo affidarci a cittadini attivi che portano un patrimonio di cultura ed esperienza nuove. E per fortuna di queste persone in Italia ve ne sono tante.

Giovanni Acquati
Riprodotto col permesso dell’autore da: http://notizie.tiscali.it/socialnews/Acquati/3998/articoli/Andiamo-oltre-l-attuale-sistema-economico-finanziario-che-falliscano-i-banchieri.html

Ambiente futuro

L’Araba Fenice e la rinascita ambientale

Come sapete, anche il comune di Bondeno, in cui ha sede l’associazione che gestisce questo blog, è tra i comuni colpiti dal sisma, per reagire abbiamo pensato ad una manifestazione denominata “Ricominciamo dal futuro” che dovrebbe aver luogo dal 22 al 30 settembre.

Una delle iniziative proposte , in associazione con Delos book, è quella di raccogliere (non amiamo molto la competizione insita nei concorsi) dei racconti brevi aventi per tema “Ambiente e futuro”, che potranno essere riuniti in una antologia e presentati dagli autori che vorranno intervenire (a loro spese) alla manifestazione.

Nessuna formalità di iscrizione: inviate semplicemente il materiale via mail, in formato pdf, a afenice@tiscali.it, specificando ambiente&futuro nell’oggetto.

Facili previsioni

Oggi Napolitano è in visita alle zone del terremoto e il sindaco di Bondeno, uno dei comuni interessati dal sisma era a Bologna a presentare alcune richieste di cui abbiamo dato notizia ieri in un altro articolo.

Ammesso che si possa considerare conclusa la fase sismica e si possa cominciare a pensare alla ricostruzione, tutti si chiedono cosa succederà e, in particolare. di quali aiuti il privato cittadino potrà disporre di quelli raccolti pro-terremotati.

Se dobbiamo trarre auspici dal passato,  l’Aquila  (6 aprile 2009) insegna: gli abitanti vivono in C.A.S.E. (Complessi Anti-Sismici Ecocompatibili)

Per il centro storico, ancora chiuso, il governo Monti propone che venga modificata la destinazione d’uso degli edifici,  consentendo ampie ristrutturazioni ai proprietari , mantenendo la facciata.

Solo che, nel frattempo i proprietari non sono più quelli che ci abitavano (e dopo tre anni vorrei vedere!) ma multinazionali che, dietro una quinta cinematografica, faranno i soliti supermercati o edilizia residenziale di lusso; presumibilmente con i soldi destinati alla ricostruzione.

I cittadini possono sempre chiedere mutui alle banche, alle quali sono già affluiti i soldi delle sottoscrizioni, così da potersi indebitare a tassi particolarmente vantaggiosi.

Per fortuna, finora, la nostra città non sembra aver subito grossi danni (non abbiamo una zona “rossa” , come i comuni limitrofi)  e poi abbiamo già provveduto in proprio a distruggere sistematicamente ogni contenitore culturale.

A voler fare davvero gli interessi dei terremotati, era meglio spedire la propria offerta a mezzo vaglia, pescando a caso dall’elenco telefonico!

Siamo in guerra

“Siamo in guerra, i nostri politici sono come il comandante Schettino: rimangono a guardare mentre la nave affonda”. Queste sono le parole di Beppe Grillo durante la presentazione del suo libro a Roma. “I partiti sono morti e la gente presto impugnerà un fucile”. Ecco l’intervista di Francesca Fagnani a Grillo.

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La politica dello struzzo

N° pagine 140
Prezzo di copertina: 12 euro
Formato 15 x 21
ISBN: 88-89720-25-5

Ordina il libro

Autore: Fabio Bergamini
Titolo: Il male luminoso
Comunicazione, società, politica

Collana: Tesi e Ricerca

Genere: Filosofia

Quale volontà, più o meno criminale, si nasconde dietro l’edificazione dei nuovi idoli postmoderni? È questa la domanda fondamentale da cui traggono origine le riflessioni di Fabio Bergamini.
Il male luminoso si propone esplicitamente come l’occasione per inaugurare un vigoroso disappren-distato, come un mezzo utile per braccare la cattiva coscienza del potere, per porre sotto critica serrata i millantati vantaggi di cui la contemporaneità vorrebbe oggi pregiarsi attraverso l’azione pervadente dei mezzi d’informazione.

Nonostante questo pregevole libro del nostro concittadino e consigliere provinciale della Lega, continuiamo a non interessarci delle nostre sorti, neanche a livello politico. Peccato!

http://www.starrylink.it/editrice/tesi/bergamini/bergamini.html

La legge bancaria del 1936

Il ruolo di Beneduce fu essenziale nella ristrutturazione dell’economia italiana successiva alla crisi mondiale del 1929. Il fallimento delle maggiori banche italiane, che detenevano anche numerose partecipazioni azionarie nelle imprese industriali, fu evitato grazie all’intervento dello Stato. Il «sistema Beneduce» prevedeva la netta separazione fra banche ed imprese industriali, con la partecipazione diretta dello Stato al capitale di controllo delle imprese. Le aziende pubbliche rimanevano comunque società per azioni, continuando quindi ad associare, in posizione di minoranza, il capitale privato.

Lo Stato si riservava, inoltre, un ruolo di indirizzo dello sviluppo industriale, senza entrare nella gestione diretta: in luogo della nazionalizzazione venne decisa una serie di interventi finalizzati al salvataggio e al sostegno finanziario di singole imprese. A tale scopo furono fondati:

Alberto Beneduce fu, assieme al futuro Governatore della Banca d’Italia Donato Menichella, il principale ispiratore di queste riforme, così come della legge bancaria del 1936, rimasta in vigore fino al 1993, che vietò alle banche l’esercizio congiunto del credito a breve ed a lungo termine.

Fonte: wikipedia s.v. Beneduce

L'uovo del serpente

L’articolo di Franco Berardi Bifo, pubblicato su Micromega, si sta ormai diffondendo in rete e, come ha notato qualcuno su facebook la prima parte è una lucida analisi del presente e, come tale, la riportiamo:

In piazza del Quirinale la sera del 12 novembre una folla grida a perdifiato: “Galera galera”. E’ il popolo italiano, che vuoi farci. Feroce con i tiranni che paiono scivolare giù dal piedistallo, dopo averli adorati quando erano trionfanti. Ma questa volta il branco non è solo feroce, è anche stupido.

Credono che Berlusconi esca di scena, ma la verità è che stiamo assistendo al capolavoro finale di Berlusconi, che lui lo sappia o no, che lui abbia o meno l’energia e l’intelligenza per portare fino alla conclusione la sua avventura anarco-autoritaria. Se il povero vecchio mammasantissima non reggesse all’emozione e al cardiopalma ci sarà qualcuno che prenderà il suo posto, più giovane e più freddo, per condurre in tragedia quella che finora a ieri è stata una farsa costosa e pericolosa. Ricapitoliamo i fatti, per dissipare la nebbia auto-consolatoria scalfariana.

La Banca Centrale Europea ha mandato una lettera-diktat, anzi più d’una. Con l’arroganza del proprietario che esige obbedienza assoluta dai sudditi, chiede di rinunciare ai diritti sindacali, impone un rinvio dell’età pensionabile, esige la privatizzazione dei beni pubblici. Obbedienza assoluta all’indiscutibile forza dei numeri.

Berlusconi ha ricevuto la lettera della Banca Centrale Europea e ne ha fatto il suo programma. Ma avendo altro cui pensare, si è presto reso conto di non aver la forza per applicarlo. Ha quindi passato la mano allo zelante Napolitano e agli storditi faccendieri del centrosinistra. Hanno convocato un consulente della Goldman Sachs, un ragioniere della classe finanziaria di nome Mario Monti e l’hanno fatto santo. Suo compito è applicare il programma di Berlusconi con ferocia bocconiana.

Può darsi che il vanesio cavaliere non si renda conto ancora a pieno del suo trionfo, ma Bossi l’ha capito subito: Opposizione è bello. Ci rifacciamo la verginità e guidiamo il popolo contro la plutocrazia. E la voce della verità, l’innocente Scilipoti ha già cominciato ad attaccare la congiura giudeo-massonica. Scilipoti non usa queste parole difficili, ma il suo intervento alla Camera del 12 novembre è tutt’altro che stupido: mentre il governo Monti si affannerà a eseguire il programma che noi gli abbiamo lasciato in eredità, noi scateniamo la furia populista del nazionalismo antieuropeo. L’esercito di mafia, l’esercito razzista del nord, l’esercito dell’evasione fiscale e dell’abusivismo edilizio si preparano a dissotterrare l’ascia di guerra, che hanno seppellito negli ultimi quindici anni per la semplice ragione che avevano nelle mani le leve del governo.

Mentre i probi esattori fiscali della Goldman Sachs taglieggiano e privatizzano la società italiana, Berlusconi e Bossi si ripresenteranno alla testa di un’armata populista antieuropea.

E’ l’uovo del serpente, quello che stanno covando i probi consulenti della Goldman Sachs.

Nel 1992 il padronato italiano usò la crisi finanziaria e il crollo della prima Repubblica come occasione per attaccare l’organizzazione operaia e per imporre un modello di rappresentanza politica maggioritaria che favorisse la governabilità, cioè riducesse la democrazia e accelerasse i processi di privatizzazione e razionalizzazione capitalista. Una banda di onesti cretini si impadronì della scena per un po’ (chi si ricorda più di Mario Segni?).

Da quella fase di moralizzazione e razionalizzazione è venuto fuori Berlusconi.

Bravi, ottimo risultato. Negli anni ’80 Veltroni aveva detto di lui che era un uomo di sinistra.

Dopo la crisi del governo Berlusconi del 1994, quando era al governo e avrebbe dovuto colpire il monopolio di mafia della comunicazione, il centro-sinistra si accordò con lui per “non toccare le sue televisioni”, cioè per accettare con un accordo mafioso il regime di illegalità in cui Mediaset era nato e cresciuto (come rivela una successiva dichiarazione di Violante alla Camera).

Adesso si parla di crisi della Seconda Repubblica: è l’occasione per distruggere quel che resta della democrazia e soprattutto per sottomettere compiutamente la società all’azione predatoria della finanza.”

l’intero articolo segue al link http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/11/14/franco-bifo-berardi-la-caduta-di-b-e-luovo-del-serpente-di-goldman-sachs/

annotiamo che “L’uovo del serpente” è un film di Bergman del 1977 e deriva da un’espressione biblica del libro di Isaia

Gondrano

Nessun animale era fin allora andato in pensione, ma negli ultimi tempi l’argomento era stato ancora assai discusso. Ora che il piccolo campo oltre il frutteto era stato messo a orzo, si diceva che un angolo del grande pascolo sarebbe stato chiuso da un recinto e destinato agli animali anziani. Per un cavallo, si diceva, la pensione sarebbe stata di cinque libbre di grano al giorno, e, in inverno, di quindici libbre di fieno con una carota o, forse, una mela nei giorni di festa pubblica. I dodici anni di Gondrano cadevano alla fine dell’estate dell’anno seguente.

Intanto la vita era dura. L’inverno era rigido quanto lo era stato quello precedente, e i viveri erano anche più scarsi. Ancora una volta vennero ridotte tutte le razioni, eccetto quelle dei maiali e dei cani. Una eguaglianza di razioni troppo rigida, spiegava Clarinetto, sarebbe stata contraria ai principi dell’Animalismo. In ogni caso egli non aveva difficoltà a dimostrare agli altri animali che, nonostante l’apparenza, in realtà essi non soffrivano di scarsità di cibo. Per il momento, certo, s’era trovato necessario venire a un nuovo razionamento (Clarinetto parlava sempre di “razionamento”, mai di “riduzione”), ma in confronto ai tempi di Jones si stava enormemente meglio. Leggendo le cifre con voce rapida e acuta, dimostrava loro minutamente che avevano più avena, più fieno, più rape che non ai tempi di Jones, che lavoravano un minor numero di ore, che bevevano acqua di miglior qualità, che vivevano più a lungo, che c’era un’assai minore mortalità infantile, che avevano più paglia per il loro letto e soffrivano meno per le pulci. Gli animali credevano a ogni parola. A dire il vero, Jones e tutto quanto lo riguardava era quasi del tutto scomparso dalla loro memoria. Sapevano che la loro vita presente era aspra e misera, che spesso avevano fame e freddo e che quando non dormivano erano sempre al lavoro. Ma, senza dubbio, doveva essere stato peggio nei tempi andati. Erano lieti di credere così. Inoltre, allora erano schiavi e ora erano liberi, e qui stava tutta la differenza, come Clarinetto non mancava mai di rilevare.

Ora vi erano molte più bocche da nutrire. In autunno le quattro scrofe avevano partorito simultaneamente, dando alla luce, fra tutte, trentun porcellini. I porcellini erano pezzati, e poié Napoleon era l’unico verro della fattoria, era facile intuirne la paternità. Fu annunciato che in seguito, quando si fossero acquistati mattoni e legname, si sarebbe costruita una scuola nel giardino della casa colonica. Intanto i maialetti ricevevano la loro istruzione dallo stesso Napoleon nella cucina della casa. Si esercitavano in giardino, ed erano dissuasi dal giocare con gli altri giovani animali. Circa in quest’epoca fu imposta anche la regola che quando un maiale e qualunque altro animale si incontravano per via, l’altro animale doveva farsi da parte: e anche che tutti i maiali di qualsiasi grado dovevano avere il privilegio di portare la domenica un nastro verde sulla coda. La fattoria aveva avuto un’annata discreta ma vi era sempre scarsità di danaro. Bisognava comprare mattoni, sabbia, calce per la scuola e sarebbe stato necessario fare altri risparmi per l’acquisto del macchinario per il mulino. Poi occorreva olio da lampada e candele per la casa, zucchero per la mensa privata di Napoleon (lo proibiva agli altri animali é lo zucchero li avrebbe fatti ingrassare), oltre ai soliti rifornimenti di utensili, chiodi, corda, carbone, filo di ferro, rottami di metallo e biscotti per i cani. Un covone di fieno e una parte del raccolto di patate vennero venduti e il contratto per le uova venne aumentato a seicento la settimana, così che per quell’anno le galline deposero uova in numero appena sufficiente a mantenere il livello. Le razioni, ridotte in dicembre, vennero ulteriormente ridotte in febbraio e furono vietate le lanterne nelle stalle per risparmiare olio. Ma i maiali parevano passarsela abbastanza bene e infatti ingrassavano. Un giorno, sulla fine di febbraio, un profumo caldo, squisito, appetitoso, quale gli animali non avevano mai prima sentito, si sparse per il cortile dalla piccola birreria che dal tempo di Jones era caduta in disuso e che era situata dietro la cucina. Qualcuno disse che era odore di orzo cotto. Gli animali fiutarono l’aria con espressione affamata e si chiesero se la calda mistura si stesse preparando per la loro cena. Ma non comparve alcuna calda mistura e la domenica seguente venne annunciato che l’orzo sarebbe stato riservato ai soli maiali. Il campo oltre il frutteto era già stato seminato a orzo. E presto serpeggiò la notizia che ogni maiale riceveva ora quotidianamente una pinta di birra; e Napoleon invece mezzo gallone che gli veniva servito nella zuppiera Crown Derby.

Ma le privazioni che si dovevano sopportare erano in parte compensate dal fatto che la vita aveva ora un’assai maggior dignità di prima. Vi erano più canti, più discorsi, più parate. Napoleon aveva comandato che una volta la settimana fosse tenuta una cosiddetta “Dimostrazione Spontanea” il cui scopo era di celebrare le lotte e i trionfi della Fattoria degli Animali. All’ora stabilita, gli animali dovevano lasciare il lavoro e fare un giro a passo di marcia attorno alla fattoria in formazione militare; in testa venivano i maiali a cui seguivano i cavalli, poi le mucche, poi le pecore e ultimo il pollame. I cani fiancheggiavano lo schieramento e in testa a tutti marciava il gallo nero di Napoleon. Gondrano e Berta sorreggevano una bandiera verde con lo zoccolo, il corno e la scritta “Viva il compagno Napoleon”. Seguivano declamazioni di poesie, composte in onore di Napoleon e discorsi di Clarinetto, che davano particolari sugli ultimi aumenti della produzione dei viveri, e in certe circostanze veniva sparato un colpo di fucile. Le pecore erano le più entusiaste partecipanti alle Dimostrazioni Spontanee, e se qualcuno si lamentava (come qualche animale faceva quando non vi erano vicini né maiali né cani) di perdere il proprio tempo e di stare esposto al freddo per nulla, era certo che le pecore lo riducevano al silenzio col loro tremendo belato: «Quattro gambe, buono; due gambe, cattivo!». Ma nel complesso gli animali godevano di queste celebrazioni. Trovavano consolante che venisse loro ricordato che, dopo tutto, erano veramente padroni di se stessi e che il lavoro che facevano era a proprio beneficio. Così, coi canti, i cortei, le cifre di Clarinetto, il rombo del fucile, le note squillanti del gallo, lo sventolio della bandiera, finivano col dimenticare, almeno per qualche tempo, che il loro ventre era vuoto.

In aprile la Fattoria degli Animali venne proclamata Repubblica e fu necessario eleggere un presidente. Vi era un solo candidato, Napoleon, che fu eletto all’unanimità. Lo stesso giorno si seppe che erano stati scoperti altri documenti che svelavano nuovi particolari sulla complicità di Palla di Neve con Jones. Appariva ora che Palla di Neve non solo aveva tentato di far perdere con stratagemmi la Battaglia del Chiuso delle Vacche, come gli animali avevano fino allora creduto, ma che apertamente egli aveva combattuto a fianco di Jones. Era lui infatti che in realtà aveva capeggiato le forze umane e caricato in battaglia al grido di «Viva l’Umanità!»; le ferite sul dorso di Palla di Neve, che ormai pochi animali ricordavano di aver visto, erano state inflitte dai denti di Napoleon.

A mezza estate Mosè, il corvo, riapparve improvvisamente alla fattoria dopo un’assenza di parecchi anni. Non era affatto mutato, continuava a non lavorare e con lo stesso entusiasmo parlava, come sempre, del Monte Zuccherocandito. Si appollaiava su un ceppo d’albero, batteva le ali e parlava per ore a chiunque lo volesse ascoltare. «Lassù, compagni» diceva solennemente, puntando verso il cielo il suo grosso becco «lassù, proprio al di là di quella nuvola nera che vedete, là sta il Monte Zuccherocandito, quel felice paese dove i poveri animali riposano per sempre delle loro fatiche!» Pretendeva anche di esservi stato in uno dei suoi alti voli e di aver visto gli eterni campi di trifoglio e le torte di seme di lino e le zollette di zucchero che crescevano sulle siepi. Molti animali gli prestavano fede. La loro vita, ora, argomentavano, era fame e fatica: non era giusto e irragionevole che un mondo migliore dovesse esistere in qualche altro luogo? Una cosa difficile da definire era l’atteggiamento dei maiali verso Mosè. Essi dichiaravano sprezzantemente che le sue storie sul Monte Zuccherocandito, erano tutte menzogne; pure gli permettevano di rimanere nella fattoria, di non lavorare, e gli concedevano un bicchiere di birra al giorno. Quando lo zoccolo fu guarito, Gondrano riprese a lavorare più che mai. Veramente quell’anno gli animali faticavano come schiavi. Oltre l’andamento regolare della fattoria e la ricostruzione del mulino, vi era la scuola per i maialetti che fu iniziata in marzo. Talvolta, col cibo insufficiente, le lunghe ore di lavoro erano dure da sopportare. Ma Gondrano non esitò mai. In nulla che facesse o dicesse vi era segno che la sua forza non fosse qual era sempre stata. Solo il suo aspetto era un poco mutato: il suo mantello non era più così lucente e i suoi grandi fianchi sembravano essersi contratti. Gli altri dicevano: «Gondrano si rimetterà quando a primavera spunterà l’erba»; ma venne la primavera e Gondrano non ingrassò affatto. Talvolta sul pendio che conduceva in cima alla cava, quando tendeva i muscoli al peso di un gran masso, pareva che nulla lo tenesse in piedi se non la volontà di andare avanti. Allora si vedevano le sue labbra formare le parole: «Lavorerò di più»; non gli restava più voce. Ancora una volta Berta e Benjamin lo esortarono ad aver cura della sua salute, ma Gondrano non dava ascolto. Il suo dodicesimo compleanno si avvicinava. Non gli importava di qualunque cosa accadesse, puré una buona riserva di pietre fosse accumulata presso il mulino. In una tarda sera d’estate un’improvvisa voce che qualcosa era accaduto a Gondrano corse per la fattoria. Era andato da solo a trascinare un carico di pietre al mulino. E purtroppo la voce era vera. Pochi istanti dopo due piccioni vennero in rapido volo con la notizia: «Gondrano è caduto! E’ sdraiato sul fianco e non riesce a rialzarsi!».

Mezza fattoria corse all’altura ove sorgeva il mulino. Là giaceva Gondrano tra le stanghe del carro, il collo allungato, incapace persino di sollevare la testa. L’occhio era vitreo e i fianchi coperti di sudore. Un sottile filo di sangue gli colava dalla bocca. Berta gli si inginocchiò accanto.

«Gondrano» gridò «come stai?»

«Sono i polmoni» disse Gondrano con voce flebile.

«Non importa. Credo che potrete finire il mulino senza di me. Vi è una buona scorta di pietre in riserva. In ogni caso, avevo solo un mese davanti a me. A dire il vero, aspettavo con grande desiderio il momento del mio ritiro. E forse, poié anche Benjamin sta diventando vecchio, gli permetteranno di ritirarsi con me e tenermi compagnia.»

«Bisogna cercar subito aiuto» disse Berta «Che qualcuno corra ad avvertire Clarinetto di quanto è successo.»

Tutti gli altri animali corsero immediatamente alla casa colonica per dare a Clarinetto la notizia. Solo Berta rimase, e Benjamin, che si coricò a fianco di Gondrano e, senza parlare, gli allontanava le mosche con la lunga coda. Dopo circa un quarto d’ora Clarinetto apparve, pieno di simpatia e di sollecitudine. Egli disse che il compagno Napoleon aveva appreso col più profondo dolore la disgrazia toccata a uno dei più leali lavoratori della fattoria e che stava già combinando di mandare Gondrano in cura nell’ospedale di Willingdon. A questa notizia un senso di inquietudine invase gli animali. Salvo Mollie e Palla di Neve, nessun animale aveva mai lasciato la fattoria e il pensiero del loro compagno ammalato nelle mani di esseri umani li turbava. Ma Clarinetto presto li convinse che il chirurgo veterinario di Willingdon avrebbe potuto curare Gondrano assai meglio di quanto non era possibile fare alla fattoria. E mezz’ora dopo, quando si era un poco ripreso, Gondrano fu fatto alzare in piedi e accompagnato alla stalla ove Berta e Benjamin gli avevano preparato un buon letto di paglia. Durante i due giorni successivi Gondrano rimase nella stalla. I maiali gli avevano mandato una grande bottiglia di una medicina rosa che avevano trovato nell’armadietto farmaceutico della stanza da bagno, e Berta gliela somministrava due volte al giorno, dopo i pasti. Laser si stendeva vicino a lui e gli parlava, mentre Benjamin teneva lontane le mosche. Gondrano diceva di non essere spiacente di quanto era avvenuto. Se guariva bene poteva sperare di vivere altri tre anni e già pregustava i giorni tranquilli che avrebbe passato nell’angolo del gran pascolo. Sarebbe stata la prima volta che avrebbe avuto tempo per studiare e migliorare la propria mente. Era sua intenzione, diceva, dedicare il resto della vita a imparare le rimanenti ventidue lettere dell’alfabeto.

Tuttavia Benjamin e Berta potevano rimanere con lui solo dopo l’orario di lavoro, e fu a metà del giorno che venne il furgone a portarlo via. Gli animali erano tutti al lavoro, intenti a sarchiare le rape sotto la sorveglianza dei maiali, quando con stupore videro Benjamin venire di galoppo dalla direzione dei fabbricati ragliando con quanta voce aveva. Era la prima volta che vedevano Benjamin eccitato, la prima volta che lo vedevano galoppare. «Presto, presto!» gridava. «Venite subito! Stanno portando via Gondrano!» Senza aspettare ordini dal porco, gli animali interruppero il lavoro e si precipitarono verso i fabbricati. Nel cortile sostava un gran furgone chiuso, tirato da due cavalli un furgone con iscrizioni sui fianchi e un uomo dall’aria astuta, con in testa un berretto a visiera, seduto a cassetta. E il posto di Gondrano nella stalla era vuoto.

Gli animali si affollarono attorno al furgone. «Addio, Gondrano!» gridarono in coro. «Addio!»

«Pazzi, pazzi!» urlò Benjamin saltando attorno a loro e battendo la terra con gli zoccoli. «Pazzi! Non vedete che cosa c’è scritto sui fianchi del furgone?» Gli animali sostarono e vi fu un mormorio. Muriel cominciò a compitare le parole, ma Benjamin la spinse da parte e fra un silenzio mortale lesse: «”Alfred Simmons, Macelleria Equina e Fabbrica di Colla, Willingdon. Negoziante di cuoio e d’ossa. Forniture per canili”. Capite ciò che significa questo? Portano Gondrano al macello!».

Un grido d’orrore uscì dal petto di tutti gli animali. In quel momento l’uomo a cassetta frustò i suoi cavalli e il furgone uscì dal cortile a buon trotto. Tutti gli animali lo seguirono gridando a gran voce. Berta forzò l’andatura per portarsi innanzi. Il furgone acquistava velocità. Berta tentò di muovere al galoppo le sue pesanti membra. «Gondrano!» gridò. «Gondrano! Gondrano! Gondrano!» e proprio in quel momento, come se sentisse il frastuono esterno, il muso di Gondrano, con la striscia bianca che gli scendeva lungo il naso, apparve alla finestrella sul retro del furgone.

«Gondrano!» gridò Berta con voce terribile. «Gondrano, scendi! Scendi presto! Ti portano alla morte!» Tutti gli animali raccolsero il grido: «Scendi, Gondrano, scendi!». Ma il furgone andava sempre più veloce, portandolo via con é. Non era certo che Gondrano avesse capito ciò che aveva detto Berta. Ma poco dopo il suo muso disparve dalla finestrella e il rumore di un tremendo scalpitare si udì nell’interno del furgone. Cercava a calci una via d’uscita. C’era stato un tempo in cui pochi colpi di zoccolo di Gondrano avrebbero fatto a pezzi il furgone. Ma, ahimè!, la forza lo aveva abbandonato e in pochi istanti i colpi si fecero più deboli finché cessarono del tutto. Disperati, gli animali volsero le loro invocazioni ai due cavalli che tiravano il furgone, pregandoli di fermarsi. «Compagni, compagni!» gridavano. «Non conducete a morte vostro fratello!» Ma quegli stupidi bruti, troppo ignoranti per rendersi conto di quel che stava accadendo, non fecero che scuotere le orecchie e accelerare il passo. Troppo tardi venne a qualcuno il pensiero di correre avanti e chiudere il grande cancello; un istante dopo il furgone lo varcava e rapidamente spariva sulla strada. Gondrano non fu visto mai più. Tre giorni dopo venne annunciato che egli era morto nell’ospedale di Willingdon, a dispetto di tutte le cure che si possono prestare a un cavallo. Fu Clarinetto che venne a partecipare agli altri la notizia. Egli, disse, era stato presente alle ultime ore di Gondrano.

«Fu la cosa più commovente che abbia mai visto!» disse Clarinetto, sollevando la zampa e asciugandosi una lacrima. «Fino all’ultimo istante sono stato vicino al suo letto; all’ultimo, quasi troppo debole per parlare, egli bisbigliò al mio orecchio che il suo solo dispiacere era di morire prima che il mulino fosse ultimato. “Avanti, compagni!” sussurrò. “Avanti nel nome della Rivoluzione! Viva la Fattoria degli Animali! Viva il compagno Napoleon! Napoleon ha sempre ragione!” Furono le sue ultime parole, compagni.»

Qui il contegno di Clarinetto mutò ad un tratto. Tacque per qualche istante, e i suoi piccoli occhi lanciarono sguardi sospettosi da un lato all’altro prima di proseguire.

Aveva saputo, disse, che una voce tanto sciocca quanto malvagia era corsa al momento del trasporto di Gondrano. Alcuni animali avevano notato che il furgone che trasportava Gondrano portava la scritta “Macelleria Equina”, e ne avevano subito concluso che Gondrano era stato mandato al macello. Era quasi incredibile, disse Clarinetto, che ci potessero essere animali tanto stolti. Certo, gridò sdegnato, dimenando la coda e saltellando qua e là, certo essi conoscevano il loro beneamato Capo, il compagno Napoleon. Ma la spiegazione era semplicissima: il furgone era stato un tempo di proprietà di un macellaio ed era stato comperato poi dal veterinario che non aveva ancora provveduto a cancellare la vecchia iscrizione. Ecco com’era sorto l’errore.

Gli animali a questa spiegazione provarono un grande sollievo. E quando Clarinetto proseguì a dare i minuti particolari del letto di morte di Gondrano, delle amorevoli cure che aveva ricevuto e delle costosissime medicine che Napoleon aveva pagato senza badare a spese, i loro ultimi dubbi sparirono e il dolore che provavano per la morte del loro compagno fu mitigato dal pensiero che almeno era morto felice.

da George Orwell, La fattoria degli animali, 1945

Oggi, a distanza di più di 60 anni, la finanza si è mangiata l’economia e il lavoro non è più necessario; si leggano in proposito i libri di Luciano Gallino: in particolare “Con i soldi degli altri. Il capitalismo per procura contro l’economia”.

Grandi manovre

GIA’ SIAMO IN CRISI, MA LE MANOVRE ECONOMICHE 1, 2 E LE ALTRE CHE VERRANNO L’AGGRAVERANNO.

Tutte queste manovre stanno gettando i presupposti per una ulteriore svendita dei beni italiani: la riserva d’oro italiana, la quarta per grandezza al mondo, grandi imprese pubbliche ancora in mano allo stato, alcune delle quali già privatizzate parzialmente, le imprese municipalizzate, quelle che danno sempre grandi profitti, come la raccolta dei rifiuti, o la distribuzione dell’acqua.

Stiamo attenti, che in certi paesi, per esempio in Bolivia la privatizzazione dell’acqua arrivò al punto che ai boliviani più poveri non solo venne negato l’allaccio all’acqua potabile ma vennero costretti a pagare, anzi prepagare per riempire alla fonte i secchi d’acqua.

Per poter prelevare l’acqua alla fonte, tramite un secchio, dovevano prima aver pagato la quota prevista.

A tutto questo vanno aggiunti i beni del demanio pubblico, che fanno gola a molti privati.

Qualcuno (povero illuso) dirà che sulla base delle attuali leggi non è possibile vendere i beni del demanio.

Tutti hanno parlato dei tagli e delle nuove tasse, ma nessuno ha messo in evidenza ciò che di losco, veramente losco si nasconde nella finanziaria.

Invito a leggere il comma 18 dell’articolo 10 della Legge 111 del 15/07/2011.

Il comma in questione recita esattamente: “I crediti, maturati nei confronti dei Ministeri alla data del 31 dicembre 2010, possono essere estinti, a richiesta del creditore e su conforme parere dell’Agenzia del demanio, anche ai sensi dell’articolo 1197 del codice civile”.

Dalla lettura sembra intendersi che i debiti che ha lo stato (che al momento ammontano complessivamente a circa 1.900 miliardi di euro, possono essere estinti, quindi pagati su richiesta del creditore.

Qui sorge il primo problema: un creditore si presenta allo stato (al ministero) e chiede il saldo dei debiti.

Lo stato (il ministero), in base a questo comma li estingue.

Ma con quali soldi o come paga il creditore? Dato che il comma prosegue con la dicitura “su conforme parare dell’Agenzia del demanio” si intuisce che i debiti potranno essere estinti su richiesta del creditore cedendo beni del demanio; se non fossimo in presenza di beni del demanio non ci sarebbe stato bisogno del parere della sua Agenzia.

Il comma conclude rimandando all’articolo 1.197 del codice civile, che a sua volta recita: “Il debitore non può liberarsi eseguendo una prestazione diversa da quella dovuta, anche se di valore uguale o maggiore, salvo che il creditore consenta (1320). In questo caso l’obbligazione si estingue quando la diversa prestazione è eseguita. Se la prestazione consiste nel trasferimento della proprietà o di un altro diritto, il debitore è tenuto alla garanzia per l’evizione e per i vizi della cosa secondo le norme della vendita (1483 e seguenti, 1490 e seguenti), salvo che il creditore preferisca esigere la prestazione originaria e il risarcimento del danno. In ogni caso non rivivono le garanzie prestate dai terzi”.

Quest’articolo del codice civile è tirato in ballo per giustificare il fatto che il creditore che ha prestato soldi allo stato, invece di ricevere i soldi, possa ricevere una prestazione differente, ossia un bene del demanio.

Il codice civile dice che se una persona contrae un debito in denaro non può liberarsi del debito restituendo cose differenti dal denaro, anche se fossero cose di pari valore o di valore superiore, salvo che il creditore sia d’accordo.

Praticamente con questa finanziaria a parte i tagli e l’aumento delle tasse si stanno dettando i presupposti per poter pagare i creditori con un bene del demanio, una spiaggia ad esempio.

L’attuale governo, qualche tempo fa non aveva pensato ad esempio di fare cassa dando in concessione le spiagge? L’idea venne ritirata per la diffusa avversione dell’opinione pubblica.

Oggi tale possibilità è stata introdotta nel silenzio più assoluto dei media ufficiali.

La cosa si presenta in maniera ancora più losca perchè la norma in questione sembra aprire la strada ad una trattativa diretta tra debitore e Stato (ministero), eliminando anche la regola dell’offerta più vantaggiosa, essendo necessario il solo parere favorevole dell’agenzia del demanio.

Io credo che siamo di fronte alla privatizzazione del patrimonio artistico e paesaggistico del Belpaese.

Il fine ultimo del debito pubblico è l’appropriarsi, da parte di ristretti e potenti gruppi economici, di imprese, beni e patrimoni dello stato.

Il privato, per quanto economicamente molto potente, mai sarebbe riuscito ad appropriarsi di determinati beni pubblici senza la scusa del debito pubblico.

Solo la scusa di un enorme e impagabile debito pubblico può portare perfino alla vendita ed alla svendita dei beni del demanio pubblico, perché l’opinione pubblica non si oppone, anzi finisce per favorire azioni del genere, pena la necessità di sborsare di tasca propria ulteriori tasse.

Inoltre, ci sono imprese in cui nessun privato, neppure il più potente potrebbe mai pensare di entrare.

E’ sufficiente pensare alla costruzione della capillare linea ferroviaria o la capillare linea telefonica.

In Italia, quando si iniziò a costruire la linea ferroviaria nessun privato avrebbe mai potuto pensare di costruirla.

Così come nessun privato sarebbe stato in grado di realizzare la Telecom.

Queste imprese colossali è in grado di realizzarle solo lo Stato, avendo la possibilità di trovare gli enormi finanziamenti necessari attraverso i crediti garantiti dallo Stato.

Come si arriva alla vendita o meglio alla svendita della Telecom? Una volta che lo stato ha terminato l’opera ed è un’opera che da frutti, grossi guadagni, il privato riesce ad entrarne in possesso grazie al problema del debito pubblico.

Quando il debito è enorme, impagabile, lo Stato deve vendere le proprie imprese e tutto quanto ha disponibile.

Il gruppo economico interessato all’acquisto, per poter entrare in possesso dell’impresa pubblica in questione, o meglio controllare totalmente l’impresa non deve neppure sborsare l’intera quota, essendo sufficiente, in una società per azioni, essere in possesso della quota di maggioranza.

Il problema dell’Italia è dunque grave, dato che ha debiti accumulati per 1.900 miliardi di Euro, che rappresentano il 120% del PIL, quota destinata a crescere.

Con le manovre in atto si finirà per: aumentare il fallimento delle imprese o accelerare la fuoriuscita delle imprese dall’Italia, verso quei territori che permettono maggiori guadagni; aumenterà la disoccupazione; diminuiranno gli introiti sia diretti che indiretti.

Conclusione: il PIL si contrae, il debito aumenta percentualmente sul PIL, ma continuerebbe ad aumentare anche se il bilancio fosse in pareggio per via dell’aumento degli interessi sul debito, che continuano a crescere.

L’alto debito pubblico è dunque la giustificazione per svendere quanto è rimasto da svendere e perfino, come visto, si cederanno i beni del demanio pubblico, fino alla cessione delle imprese municipalizzate, quindi alla privatizzazione dell’acqua e non ci sarà nessuna opinione pubblica contraria.

E’ già successo, anche in Italia, negli anni novanta e succederà ancora.. si stanno dando tutti i presupposti.

Tra l’altro la reazione degli italiani è ormai compromessa da decenni di instupidimento operato della televisione privata.

Ovviamente sto parlando di reazione immediata.

Successivamente, quando l’italiano si ritroverà non solo privato di una fonte di reddito, derivante dal lavoro, ma anche di quei meccanismi di protezione e di assistenza che allo stato attuale gli impediscono di rendersi conto del problema cui stanno andando incontro (pensione, sanità, educazione..), necessariamente spinto dai rimorsi della fame saranno costretti a ribellarsi.

Oggi l’italiano non protesta perchè comunque ha la pancia piena, grazie alla pensioni delle generazioni passate, ai risparmi del passato, all’assistenza sanitaria gratuita..; ma tutto questo sta per terminare.

Necessariamente si va incontro ad esplosioni sociali, come ci insegna la storia.

Naturalmente quando le esplosioni sociali saranno forti, il ricorso alla dittatura sarà inevitabile.

Solo un regime forte, dittatoriale, fascista può operare una dura repressione, non certo una democrazia, sia pure solo formale come quella italiana.

Ricordiamo un attimo il passato recente: l’Italia aveva un grande patrimonio costituito dalle imprese pubbliche ed aveva l’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, che gestiva le imprese pubbliche.. per anni una delle più grandi aziende del mondo, oggi diremmo multinazionale, superata solo da alcune multinazionali statunitensi.

Ancora nel 1992 era l’azienda con il maggior fatturato, equivalente a circa 40 miliardi di Euro e nel 1993 era ancora al settimo posto al mondo per fatturato.

Le aziende dello Stato, le aziende IRI, facevano profitto ed erano ovviamente molto appetibili dal grande capitale.

Le imprese pubbliche non solo producevano, vendevano e davano lavoro, ma erano anche fonte di introiti per lo stato.

Come si giustificò la sua vendita o meglio la svendita? Semplice: si disse che l’Italia aveva il grosso problema del debito pubblico e per ridurlo era necessario vendere qualcosa.

Ovviamente il privato non compra carrozzoni, imprese che danno perdite, ma solo imprese che fanno guadagnare, soprattutto se fanno guadagnare molto.

Per poterle vendere (o per meglio dire per poterle comprare con lo sconto, diciamo così, o al prezzo più basso possibile) era necessario farle apparire come imprese in crisi.

A capo della gestione delle imprese pubbliche italiane venivano posti gli amici o gli amici degli amici del grande capitale interessato ad acquistare; questi illustri gestori della cosa pubblica al fine di imporre la tesi che le imprese statali andavano vendute perchè allo stato non apportavano benefici, facevano di tutto per creare queste perdite.

Conclusione: grazie a queste manovre tese a svalorizzare le imprese pubbliche, il grande capitale potè acquistare le migliori imprese italiane a prezzi di svendita.

Dunque, l’Italia vendeva perchè aveva bisogno di ridurre il debito pubblico ed allo stesso tempo faceva dei grossi affari – ci dicevano – perchè si stavano vendendo dei carrozzoni che davano solo perdite e tutti erano felici e contenti.

Quando mai il capitale privato acquista carrozzoni? L’Italia vendette i suoi gioielli e momentaneamente, grazie ai quattro soldi di questa svendita, ridusse per quegli anni il debito pubblico.

Negli anni successivi, dato che la politica non è mai cambiata (ossia ha continuato a macinare deficit di bilanci) ed allo stesso tempo sono mancati gli introiti delle imprese pubbliche svendute, il debito è velocemente salito a circa il 120% del PIL ed il futuro è irrimediabilmente compromesso.

I politici di turno hanno continuato a gestire la cosa pubblica esattamente come prima, spendendo più di quanto avessero a disposizione, ossia creando annualmente dei deficit, coperti ovviamente con nuovi debiti (i Buoni del tesoro o Bond per la sua sigla in inglese).

Tra l’altro la recente nata Unione Europea, al servizio unicamente del grande capitale, imponeva che si continuasse a vivere facendo deficit; infatti, con la regola che il deficit non potesse superare il 3%, stava dicendo che gli stati potevano e dovevano spendere più di quanto avessero a disposizione, altrimenti se avesse voluto bilanci senza deficit, avrebbe imposto la regola del pareggio di bilancio.

Lasciando liberi gli stati di accumulare annualmente un 3% di debiti, la UE e chi stava dietro sapeva benissimo che in dieci anni gli stati si sarebbero ritrovati con deficit minimi del 30%, da aggiungere a quelli pregressi.

A questo si aggiunge il fatto che praticamente nessuno stato rispettava tale regola, ossia tutti sforavano tranquillamente il tetto del 3%, presentando alla UE bilanci truccati, che tutti sapevano essere truccati.

In questo modo si è favorito il debito pubblico, che non è un problema di alcuni stati, come vogliono farci credere i giornali di regime, ma di tutti gli stati della UE.

Anche stati considerati solidi (sic!), come la Germania o Francia, che 10 anni fa presentavano debiti inferiori al 50%, con la regola imposta dalla UE hanno finito per ritrovarsi con debiti dell’80% o più.

Continuano a dirci che l’Europa si divide in due: l’Europa degli stati del nord, opulenti, con politici capaci e probi e quindi meritevoli di restare nell’area Euro; l’Europa dei, PIGS (dei maiali), degli stati del sud, con deficit spaventosi, politici corrotti, che non meriterebbero di restare nell’area Euro.

E’ assolutamente vero quello che si dice dei PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna; ovviamente la I ben potrebbe identificarsi con l’Irlanda, stato del nord, fino a pochi anni fa esaltato come modello di stato capitalista), ma è altrettanto vero che gli stati del nord sono ugualmente nei guai (ad essere sinceri sarebbe più opportuno utilizzare una ben nota parola di cinque lettere che a qualcuno apparirebbe una volgarità).

La verità, dunque, è che tutti gli stati sono in fallimento, compresi quelli del nord: il fatto di avere debiti inferiori agli stati del sud, significa solo che stanno meglio degli stati del sud, ma ugualmente sono sulla soglia del fallimento.

Ovviamente l’Italia è tra i paesi con i problemi più gravi e difficilmente risolvibili, a meno che non si adottino determinate politiche già sperimentate in altre latitudini, in America Latina.

Tutto sembra indicare che l’Italia non ha un futuro molto roseo davanti e se crolla l’Italia, ossia fallisce, ossia arriva il giorno in cui il Ministro delle Finanze di turno deve dire al mondo “Signori non possiamo pagare i nostri debiti”, crolla inevitabilmente tutta l’Europa.

Tutti abbiamo assistito alla farsa (destinata a sfociare in tragedia) del salvataggio greco, di un piccolo paese; se il problema dovesse toccare un grande paese come l’Italia, la fine dell’Europa sarebbe inevitabile.

E non dimentichiamo l’altra grande farsa che si è consumata dall’altra parte dell’Atlantico.

Che l’accordo sia stato solo una farsa si intuisce analizzando le cifre.

Molti non hanno capito che non si tratta di una crisi congiunturale, ma strutturale ed alla fine tutto l’occidente (Stati Uniti ed Europa) ne uscirà fortemente ridimensionato, con la possibilità che l’area Euro vada incontro ad una disgregazione, cosi come gli USA potrebbero cessare di esistere come stato unitario; come previsto da Igor Panarin nel 1998.

Ovviamente dire tracollo dell’occidente non significa la fine del sistema capitalistico, che ha ancora ampi margini di crescita e di fatto sta crescendo in zone del mondo, dove fino a qualche anno fa sembrava di essere in pieno medio evo. Il tracollo, ovvero il forte ridimensionamento riguarderà l’Europa occidentale, gli USA ed ovviamente Israele, stato che esiste ed esisterà solo fino al giorno in cui esisterà la protezione degli Stati Uniti. http://attiliofolliero.blogspot.com

NOTA: Il blog è stato rimosso; trovate notizie dell’autore sul suo sito http://www.folliero.it/01_attilio_folliero/attilio_folliero.htm

Appunti di economia

Ripubblichiamo oggi questo articolo uscito a ferragosto,  perché, oltre ad essere ancora attuale, si rivela profetico.
NON SI PA’! Appunti di lettura sulla manovra e sul commissariamento dell’italia

di Girolamo De Michelethe new yorker.jpg

Praise be to Nero’s Neptune
The Titanic sails at dawn
And everybody’s shouting
“Which Side Are You On?”
(Bob Dylan, Desolation Row)

Ricordate il film Titanic?
Ricordate cosa succede, quando la nave comincia ad andar giù e il comandante realizza che non c’è possibilità di salvezza?
I viaggiatori di terza classe vengono imprigionati nella stiva, dietro le cancellate chiuse, e destinati a fare la fine del topo. È la condizione che permette ai signori della prima classe di salvarsi, dal momento che non ci sono abbastanza scialuppe per tutti.
Ogni volta che vi dicono che “siamo tutti sulla stessa barca”, dovreste ricordarvi di quella scena. E del brindisi che fanno gli scampati, come ci ricorda la copertina dell’ultimo numero di “The New Yorker”.

Ad esempio, adesso, in questo agosto 2011. La crisi ha impresso una svolta ineludibile: così ci dicono. Il governo italiano è stato sostituito da un governo tecnico sovranazionale (da un “podestà forestiero”) il cui garante, o forse addirittura premier, sembra essere il tecnico bypartisan Mario Draghi: così dice il tecnico bypartisan Mario Monti [qui]. I provvedimenti per raggiungere il pareggio del bilancio, anticipando la modifica dell’art. 81 della Costituzione, non hanno alternative: così ci dice l’ex ministro derubricato a destinatario delle missive del governo tecnico sovranazionale Giulio Tremonti. E poiché siamo tutti sulla stessa barca, i sacrifici sono uguali per tutti: così ci dicono.
Beh, non è vero: ci stanno mentendo. A partire dai due tecnici bypartisan Monti e Draghi, che hanno nascosto finché è stato possibile farlo lo stato reale dell’economia nazionale e globale (e già qualche economista comincia a farsi sfuggire di bocca che la crisi è iniziata ben prima del 2008). Loro, come i loro colleghi europei e americani.taglio_agevolazioni.jpg Per rendersene conto basta ragionare sui “tagli lineari” alle detrazioni Irpef e all’Iva, che in apparenza colpiscono tutti nella stessa misura. In realtà, come mostra il grafico a sinistra, il decimo più povero della popolazione sarà penalizzato di quasi il 6% di reddito, mentre il decimo più ricco appena dell’1%. Ma c’è il “contributo di solidarietà”, dicono. Che riguarda meno del 10% della popolazione. Andiamo a vederlo: un galantuomo che intraprende e porta a casa un reddito di 120.000 € verserà in solidarietà il 5% dell’eccedente di 90.000 €, cioè 1.500 €, corrispondenti all’1.25% del proprio reddito, che aggiunto all’1% di Irpef e Iva rimodulate fa il 2.25%; per un reddito di 150.000 €, il contributo di solidarietà è di 3.000 €, cioè del 2%, che aggiunti a Irpef e Iva fanno il 3%: a fronte del quasi 6% del pensionato, del precario. Per arrivare al 5% bisogna cercare, e trovare, un reddito di 200.000 € (posto che esista uno che un simile reddito lo dichiari per intero): non sentite il rumore dei lucchetti che cominciano a chiudersi attorno alle cancellate?
Potremmo continuare: ma criticare le modalità della manovra è cosa tanto facile che ci riesce persino Bersani da solo, senza bisogno di leggere i testi scrittigli da Crozza.

Chiediamoci piuttosto: in che senso siamo “un paese commissariato”? In cosa consiste il debito nel quale siamo all’improvviso sprofondati? Ed è proprio vero che non c’è altra via d’uscita, se non decidere dove e come tagliare?

Nel suo editoriale sul “Corriere della sera”, Mario Monti ha detto con estrema chiarezza che «Il governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un “governo tecnico”. Le forme sono salve. I ministri restano in carica. La primazia della politica è intatta. Ma le decisioni principali sono state prese da un “governo tecnico sopranazionale” e, si potrebbe aggiungere, “mercatista”, con sedi sparse tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York». Come in Grecia, al governo scaturito dalla volontà sovrana degli elettori (concedeteci l’ironia del rispetto delle forme) si è sostituito un governo che non tiene conto della volontà popolare, né intende risponderne. Stendendo un velo pietoso sulla rivendicazione della salvezza della “primazia della politica” (nel senso che Draghi, Trichet e Junker hanno il buon gusto di lasciare ai nostri governanti la firma sulla finanziaria per l’Italia che ci mandano per lettera riservata?) notiamo che quando la crisi investì la Grecia, e il vicino ellenico sembrava buono per esercizi di accademia politica, questi erano i toni usati da alcuni leader politici – ad esempio Nichi Vendola, che oggi parla più prudentemente di «aprire un negoziato sui vincoli dell’Europa monetaria” come risposta al «commissariamento globale» delle istituzioni politiche europee: una sproporzione tra diagnosi e cura che lascia interdetti almeno quanto gli appelli allo sciopero generale come unica risposta da parte di chi, come Susanna Camusso, ha lavorato con metodo e merito al depotenziamento dello sciopero in uno sciopericchio di testimonianza. Ma una cosa è vera: questo commissariamento non è un fatto di oggi, e neanche di ieri o ieri l’altro: è il dato della crisi dell’autonomia politica al tempo del capitalismo finanziario e della crisi globale. Così, come cura per la crisi causata dal capitalismo finanziario, si propongono i capisaldi del capitalismo finanziario stesso: contratti in deroga, libertà di licenziamento, abrogazione di fatto dello Statuto dei Lavoratori. A voler concedere il beneficio dello stato di minorità (non è mica un’esclusiva di Renato Brunetta), la linea Sacconi-Tremonti è la malattia di cui crede di essere la cura.

Ma in cosa consiste questo intreccio perverso tra debito e crisi? Nell’incravattamento delle amministrazioni pubbliche, nazionali e locali, mediante un sistema di debiti contratti attraverso l’emissione di titoli finanziari. Tra i quali spiccano i “titoli derivati”, uno strumento perverso che ha causato il naufragio della Grecia, i cui governi di centro-destra per dieci anni, “persuasi” dagli emissari della prima banca finanziaria mondiale, la Goldman Sachs, hanno porto il collo alla cravatta dell’indebitamento progressivo. I titoli derivati, infatti, sono una sorta di tavolo da gioco al quale il banco vince sempre, e i giocatori possono solo perdere: come spiegava una puntuale inchiesta di “Report”, alla quale senz’altro rimandiamo (e sulla quale ritorneremo). Allo stato attuale, i derivati costituiscono al tempo stesso la causa del debito (stante i crescenti interessi che maturano) e la causa della crisi: le banche, infatti, hanno le casse piene di “titoli tossici”, cioè inesigibili, e non immettono liquidità sul mercato [vedi qui] – cioè non svolgono la loro funzione, che dovrebbe essere quella di finanziare gli investimenti produttivi per far ripartire l’economia. Il che non è detto che sia un male: la cosiddetta speculazione finanziaria internazionale, cioè in concreto i possessori di titoli finanziari (la speculazione è un’azione, non un soggetto), in questi giorni di lacrime e sangue stanno abilmente lucrando sui flussi di borsa, traendo profitto dalla minaccia di insolvenza: come in Una poltrona per due (chissà se questo Natale sarà rimandato in onda?), aspettano che le borse crollino per comprare a prezzi stracciati, e rivendono il giorno dopo quando il valore delle azioni risale. Su è giù per le montagne russe delle borse mondiali, Goldman Sachs (già sentita, vero?) ha guadagnato nell’ultimo mese abbastanza da superare, per possesso di liquidità, la Federal Reserve.

Andiamo avanti. Chi ha in mano i flussi economici globali? Secondo Andrea Fumagalli (che in questa torrida estate sta conducendo, su Uninomade e Precaria, una puntuale serie di analisi sulla crisi, mentre i suoi più rinomati colleghi si dedicano all’analisi dei prezzi della buvette di Palazzo Madama e Montecitorio, roba grossa), «oggi, non più di dieci Società d’intermediazione mobiliari (il cui acronimo, comunemente utilizzato – Sim – richiama, in modo ovviamente del tutto accidentale, quello di Stato Imperialista delle Multinazionali, usato dalle Brigate Rosse negli anni ‘70) controllano tra il 60% e il 70% del totale dei flussi finanziari in circolazione e il cui ammontare in valore è pari a circa 12 volte il Pil mondiale. Il restante 30-40% è in massima parte detenuto da banche e assicurazioni (oggi sempre più interrelate con le stesse Sim) e da Stati sovrani (quali Cina, India, paesi europei, ecc.). La quota di attività finanziarie mondiali detenuto da singoli risparmiatori è risibile e irrilevante» [qui].
Quanti ai titoli derivati, «nel 1984 le prime dieci banche al mondo controllavano il 26% del totale delle attività , con il 50% detenuto da 64 banche e il rimanente 50% diffuso tra le 11.837 rimanenti banche di minor dimensione. I dati della Federal Reserve ci dicono che dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, circa una media di 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Al I° trimestre 2011, cinque Sim (Società di Intermediazione Mobiliare e divisioni bancarie: J.P Morgan, Bank of America, Citibank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche (Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citicorp-Merrill Linch, Bnp-Parisbas) hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati: Swaps sui tassi di cambio, i Cdo (Collateral debt obligations) e i Cds (Collateral defauld swaps)» [qui].

goldmanTower.jpgNotate niente? Sì, avete visto bene: c’è di nuovo la Goldman Sachs, «la Spectre che gioca con i derivati sui destini del mondo assoldando e prezzolando tutti (o quasi)» [qui]. Caratteristica di questa banca è la sede nel New Jersey [a destra]: un grattacielo a forma di supposta piantato in mezzo al niente, che dice molto delle relazioni che i signori della GS intraprendono col mondo. Un ex presidente della GS, Jon Corzine, è stato fino all’anno scorso governatore del New Jersey: lo Stato della famiglia Soprano. Come ex dirigenti GS erano due passati segretari al tesoro del governo americano, Robert Ruby (sotto Clinton) e Henry M. Paulson (sotto G.W. Bush). Come, per venire in Italia, a diverso titolo sono stati sul libro paga della GS Mario Draghi (vicepresidente), Mario Monti (International Advisor) e Gianni Letta (membro dell’Advisory Board). E per non farsi mancare niente, anche Romano Prodi e Massimo Tononi (sottosegretario all’economia nel 2006) sono stati retribuiti a diverso titolo dalla GS.
Per non essere da meno, la J.P. Morgan si è limitata a un solo consulente: ma importante. L’ex ministro Linda Lanzillotta, moglie di Bassanini e co-fondatrice dell’API assieme a Rutelli, è stata infatti per 5 anni consulente di questa banca: il suo compito era spiegare ai futuri cravattari che avrebbero strangolati con i derivati i maggiori comuni italiani (a partire da Milano e Torino) i funzionamenti e le dinamiche degli enti locali italiani. Curiosamente, di questa attività di consulenza non c’è traccia nelle biografie dell’on. Lanzillotta: se ne ha notizia solo grazie alla puntata di “Report” già citata.

Ecco lo spessore dei detentori del debito finanziario globale: i Soprano della finanza mondiale, in tutti i sensi.

E adesso andiamo a guardare il debito pubblico italiano: sarà il caso di sapere a chi in questi tre anni di sacrifici abbiamo dato i soldi sottratti alla scuola, ai servizi sociali, ai posti di lavoro, alla sanità. A chi andranno i 45 miliardi di euro della manovra Berlusconi-Tremonti-Sacconi (leggi: Draghi-Trichet-Monti-Napolitano)? A chi paghiamo gli interessi sul debito pubblico?
Con estrema tempestività la Banca d’Italia ha appena pubblicato il Supplemento n. 42 – 12 agosto 2011: “Finanza pubblica, fabbisogno e debito” [scaricabile qui], dal quale traggo questi dati (tabella n. 5). Su un totale di 1.843.015 € di debito delle amministrazioni pubbliche (Stato ed enti locali), il debito riferito a titoli di vario tipo è di 1.548.601 €, così ripartito:

Banca d’Italia: 66.425 (4.29%) titoli_italia.jpg
Banche e Ist. Finanziari e monetari: 499.245 (32.23%)
Altri residenti (famiglie, e soc. non finanziarie): 176.868 (11.42%)
Detentori esteri: 806.063 (52.05%)
Totale: 1.548.601

Più della metà del debito pubblico italiano è in mano a quei signori di cui parlavamo sopra, o a società off shore con sede in paradisi fiscali – e che quindi non versano al fisco neanche quel 12.5% di imposta sulle rendite finanziarie, che diventerà 20%, ma solo dal prossimo gennaio (diamo tempo ai residenti di trasferire la sede all’estero). Se a questi aggiungiamo gli istituti finanziari di vario genere con sede in Italia, scopriamo che il debito pubblico è per quasi l’85% in mano a quegli stessi speculatori che in nome del libero mercato e della libertà d’impresa sono la causa dell’attuale crisi. Il messaggio vagamente terrorista, che parla di un debito per ogni italiano di 33.000 €, è palesemente falso.
Su questo debito, lo Stato paga in interessi una cifra compresa tra i 75 e gli 80 miliardi di euro all’anno. Più della metà dei quali (cioè un’intera finanziaria biennale come quella attuale) agli speculatori esteri. In linea di principio, il miglioramento del bilancio e le maggiori entrate fiscali dovrebbero far diminuire questa voce di spesa, che è la vera origine dei dissestati bilanci nazionali.
Purtroppo non è così.
Se è infatti vero che dovrebbero diminuire i titoli sui quali lo Stato paga gli interessi, è altrettanto vero che gli interessi sono destinati a salire perché è in forte ascesa il tasso d’interesse di riferimento, l’Euribor (acronimo di EURo Inter Bank Offered Rate, tasso interbancario di offerta in euro) – sul quale, per inciso, vi calcolano il mutuo sulla casa. Che era al 0.70% (trimestrale) il 12.12.2009, all’1.01% al 12.12.2010, ed è oggi, giorno di ferragosto del 2011, all’1.54. EuriborChart.jpgMentre per il tasso della BCE, attualmente all’1.50%, si prevedono ulteriori aumenti che dovrebbero portarlo al 2% al nuovo anno, e al 3% nell’anno successivo. In altri termini, siamo usciti da quel felice ma momentaneo periodo in cui i tassi di interesse erano al loro minimo storico. Come mostra il flusso dei loro andamenti [a sinistra], un tasso d’interesse al 5% non è in alcun modo un’ipotesi catastrofista: è una possibilità reale.

Di nuovo, siamo in presenza di una dinamica che vorrebbe essere la cura di quella malattia che essa in realtà è: i provvedimenti presi aiutano le dinamiche del capitalismo finanziario, che sono all’origine della crisi – per meglio dire, sono esse stesse la crisi.

Questo rende piuttosto surreale il dibattito su una finanziaria “giusta”, o “alternativa”, o “equa”: se non nei termini di una disputa su chi – Tremonti? Draghi-Monti? Bersani? – si candida a gestire i diktat della BCE.
Intendiamoci: sarebbe certo apprezzabile una imposta patrimoniale. A condizione di sottolineare che non si tratta di “prendere ai ricchi”, perché la ricchezza che, attraverso l’imposta sui patrimoni, si andrebbe a prelevare è prodotta dal lavoro vivo, dalla cooperazione sociale (vogliamo dire, se la cosa non sembra troppo marxista: dal General Intellect messo al lavoro?) in origine, e poi espropriata dal galantuomini che intraprendono e convertita in beni e patrimoni. Ma una volta prelevata questa ricchezza che il capitale sottrae al lavoro vivo, materiale o immateriale che sia: che ne facciamo? La togliamo a Tronchetti Provera, o a Berlusconi, o alla famiglia Agnelli, per darla… alla Goldman Sachs? Alla JP Morgan? Alle finanziarie off shore?
E soprattutto: togliamo ai ricchi per dare ai ricchissimi, allo scopo di aiutare il capitale finanziario a galleggiare sull’onda di una crisi che è la vera natura del capitale? Il capitale, ricordava ancora il vecchio Marx, non “è in crisi”: il capitale “è crisi”, e come tale genera quelle condizioni di instabilità che sono la ragione stessa della propria rendita. Come la precarizzazione dell’esistenza, ancor più che del lavoro: che non è un incidente di percorso, o una momentanea stortura, ma l’essenza stessa del capitale. I provvedimenti che la BCE ha imposto all’Italia non faranno che accrescere quei tratti della vita e del lavoro – materiale o immateriale, intellettuale o manuale che sia – che sembrano ormai caratterizzare l’esistenza di ognuno: «totale sovrapposizione tra tempo di lavoro e tempo di vita, indistinzione tra produzione e riproduzione, centralità sempre più accertata del lavoro di cura, precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro salariato, integrazione dentro il lavoro salariato di forme di produzione non retribuite e che eccedono il tempo di lavoro, difficoltà a mantenere spazi di autodeterminazione, di soggettivazione e di messa in comune delle esperienze, impossibilità quasi totale a mantenere un senso prospettico, aperto, del proprio tempo di vita ecc., sembrano ormai caratterizzare la vita di ognuno, sullo sfondo del nuovo regime biopolitico di accumulazione» (traggo questo elenco dal libro di Cristina Morini Per amore o per forza]. È bene essere chiari: non c’è generazione, classe, genere, ceto, segmento della società che sia immune da questa cartolarizzazione delle speranze, delle aspettative, dell’intera vita, nella quale ciò che dovrebbe essere un diritto diventa una virtualità, un’opzione, nel migliore dei casi l’obiettivo di una lotta. (grassetto nostro)

den_plirono.jpgCosì stando le cose, che fare?
Una cosa molto semplice: NON PAGARE. Come in Grecia, assumere la parola d’ordine DEN PLIRONO – non voglio pagare! – come conseguenza politica della parola d’ordine europea del 2008 (c’è Europa ed Europa!) Noi la crisi non la paghiamo.
Un governo degno di questo nome – un governo che esercitasse quella “primazia della politica” con la quale Monti fa i gargarismi – dovrebbe (magari di concerto con la Spagna, che è nelle stesse condizioni dell’Italia) porsi nei confronti dei creditori, che giocano in borsa sul rischio del default al mattino, e al pomeriggio invocano politiche che scongiurino il default, in modo molto duro: o il default unilaterale dell’Italia e della Spagna (come ha già fatto l’Islanda; come ha fatto dieci anni fa l’Argentina), o il dimezzamento del debito, e dei conseguenti tassi di interesse, attraverso la conversione dei titoli pubblici – a partire dai derivati – in titoli emessi dalla Banca Centrale Europea e garantiti da un tasso d’interesse fissato a livello politico. Italia e Spagna, a differenza della Grecia e dell’Islanda, sono too big to fail, troppo grandi per fallire: questa estrema debolezza è la vera forza dei due paesi.
Chiariamo un punto: quando Tremonti dice che «se ci fossero stati gli Eurobond questa finanziaria non sarebbe stata necessaria», dice, come sempre, una mezza verità. O meglio: incarta una menzogna in un foglio di verità. Nel documento del Consiglio Europeo che istituiva il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (16-17 dicembre 2010) era infatti scritto a chiare lettere che «Si adegueranno le regole per prevedere la partecipazione dei creditori del settore privato in base a valutazioni caso per caso, in linea con le politiche dell’FMI. […] Per i paesi considerati solvibili in seguito all’analisi di sostenibilità del debito condotta dalla Commissione e dall’FMI di concerto con la BCE, i creditori del settore privato saranno incoraggiati a mantenere le rispettive esposizioni secondo le norme internazionali e pienamente in linea con le prassi dell’FMI». La prassi del Fondo Monetario Internazionale, com’è noto, è quella di concedere prestiti in cambio dell’attuazione di misure economiche e sociali che distruggono lo stato sociale e concedono mano libera al mercato: che è quello che, anche senza gli Eurobond, è stato fatto ieri con la Grecia, oggi con l’Italia (e domani sarà fatto con Spagna e Portogallo).
Cosa diversa sarebbe, invece, l’uso dei titoli europei governati non dal mercato ma dalla politica; la cui condizione di esistenza non è lo strangolamento dello stato sociale, ma la restituzione della cravatta al collo dei creditori – cioè delle Società d’Intermediazione Finanziaria che controllano i flussi creditizi mondiali.

Ma è possibile che un Monti, un Bersani, un Rutelli si facciano portatori della parola d’ordine del “diritto all’insolvenza”? In tutta evidenza, no. È possibile che questa parola d’ordine venga fatta propria da quei personaggi che, a torto o a ragione, sono investiti dalle aspettative di un radicale rinnovamento politico caciocavallo.jpg – Vendola e Landini, per capirci? Chissà. Forse. Finora, non è successo.
Ma è altrettanto certo che i movimenti non possono rimanere appesi a caciocavalleggiare in attesa di sapere se questo o quel possibile o virtuale leader di una sinistra cosiddetta radicale dirà “sacrifici” piuttosto che “default”. Le parole d’ordine, dopo tutto, sono fatte per essere imposte: con le lotte, se occorre.
Ed è altrettanto certo che le parole, da un anno a questa parte, hanno preso il valore e il peso delle pietre: dopo gli scontri in Val di Susa (ma ancor prima: dopo le giornate del dicembre 2010) è chiaro a tutti che espressioni come “acqua e aria sono beni comuni”, o anche: “cultura e istruzione sono beni comuni come l’acqua e la natura”, hanno un senso solo se si è disposti a difendere i beni comuni – meglio: i beni che afferiscono non a Tizio o a Caio, non al singolo né allo Stato, ma al comune – con la necessaria radicalità. Con una certezza: se è vero che non bisognerebbe mai rinchiudere le idee dentro un casco, è ancor più vero che nelle situazioni di pericolo il casco ti salva la vita. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

«Stanno riordinando le sdraio sulla tolda del Titanic», disse nel suo ultimo discorso il leader nero Jeriko One: prendiamone atto, e regoliamoci di conseguenza. Nella consapevolezza che ai viaggiatori di terza classe non basterà conquistare la tolda: dovranno impossessarsi delle scialuppe, e lasciare che ad affondare col Titanic siano i signori in abito da sera, con i loro conti nelle banche in terraferma e l’insopportabile My heart will go on come lamento funebre.
Ognuno ha le sirene che si merita, dopo tutto – e quello che accade ai nostri cuori, sono cazzi nostri.

http://www.carmillaonline.com/archives/2011/08/003994.html

Girolamo De Michele, nato a Taranto, vive a Ferrara. È redattore di Carmilla, e-magazine diretto da Valerio Evangelisti, tra i più seguiti nel web (www.carmillaonline.com). Scrive di filosofia e critica letteraria su diversi giornali, e ha pubblicato saggi di filosofia e ricerca storica. Per Einaudi Stile libero sono usciti i suoi romanzi Tre uomini paradossali (2004), Scirocco (2005) e La visione del cieco (2008). I suoi romanzi sono scaricabili in copyleft su www.iquindici.org.