Roba semplice

Non solo ora dipendiamo dalla Cina per fabbricare le nostre mutande, ma tutte quelle mutandine e pantaloncini e camicie devono essere trasportati da una parte all’altra del pianeta da navi portacontainer alimentate da combustibili fossili. Mentre potremmo produrli proprio dove viviamo, pagare ai lavoratori un salario decoroso per fabbricarli e contemporaneamente ridurre l’inquinamento. Non è una scelta difficile, anche se i vostri boxer costerebbero un dollaro in più.

E a prescindere dal fatto che vi preoccupiate o meno del pianeta, del clima e dell’estinzione delle specie, ora abbastanza persone se ne preoccupano e questo diventa un fattore sempre più determinante nel processo decisionale su questi argomenti. E c’è dell’altro. Henry Ford lo aveva capito: perché la tua attività abbia successo, i lavoratori devono essere pagati abbastanza per permettersi i tuoi prodotti. L’intera “globalizzazione” verso i paesi con salari più bassi non solo ha abbassato i prezzi negli Stati Uniti e in Europa, ma anche i salari.

E questo a sua volta ha aperto la strada a una maggiore retribuzione per i dirigenti, a prezzi delle azioni e dividendi sempre più elevati, ecc., in altre parole a una maggiore disuguaglianza. Pochissimi capiscono i meccanismi che conducono a questo, ma sempre più persone lo capiranno, e dovranno capirlo, con il loro salario che si abbassa a livello cinese.

Ad ogni modo, i grandi piani Sintetici Egemonici di Mark Carney sono “troppo poco e troppo tardi”. Non che questo gli impedirà di blaterare a riguardo – dopo tutto, lui rappresenta le classi dominanti, che stanno molto bene e vorrebbe stare ancora meglio. Ma anche lui, e loro, non possono negare che la globalizzazione è come uno squalo, che quando non può più muoversi muore. Potremmo farne il titolo di un film horror: La Globalizzazione non dorme mai…

E Trump gioca il suo ruolo meravigliosamente. Non che sia il più intelligente di tutti, tutt’altro, ma riconosce che la globalizzazione fa del male all’America. E che la Cina, non molto tempo fa un paese del terzo mondo, ora è forse  la più grande economia del mondo e dovrà essere assoggettata a regole e controlli completamente diversi rispetto, diciamo, al 1980.

La Cina deve aprire la propria economia ai prodotti statunitensi e dell’UE, altrimenti questi devono chiudere la propria a ciò che la Cina produce. A questo serve la guerra commerciale, e/o la guerra valutaria, l’intero pacchetto. E forse c’era bisogno di un elefante come Trump, ma questo non è importante. L’intera economia mondiale ha raggiunto i limiti della sua spregiudicatezza e lo squilibrio deve essere aggiustato

http://vocidallestero.it/2019/09/05/la-globalizzazione-ha-raggiunto-il-suo-picco/

#WWIV

Dice Eugenio Orso in http://pauperclass.myblog.it/2014/08/25/la-complessita-della-quarta-guerra-mondiale-eugenio-orso/

Il primo conflitto è scoppiato nel nord e nell’occidente del mondo, per distruggere i modelli di capitalismo novecenteschi d’importanti nazioni europee, come l’economia mista italiana, il capitalismo “renano” tedesco e l’economia mista francese con elementi di capitalismo “renano”, e imporre al vecchio continente il capitalismo ultraliberista anglosassone con respiro globale. O meglio, per imporre all’Europa un nuovo modo storico di produzione, all’apice del trionfo del capitale sul lavoro (e su gran parte dell’umanità), che possiamo chiamare in sintesi neocapitalismo finanziarizzato.

L’attacco, in atto da un buon ventennio, è diretto contro lo stato sociale, la spesa pubblica (che dovrebbe avere funzione propulsiva nei periodi di crisi), l’intervento statale nell’economia, la protezione delle produzioni nazionali, i diritti dei lavoratori, i livelli di occupazione, i redditi popolari, e in ultimo ma non ultima, la sovranità politica e monetaria degli stati.

Come se questo non bastasse ci complicano la vita con masse di migranti e di mercenari simili alle compagnie di ventura cinquecentesche; per quanto tempo ancora potremo resistere (soprattutto finché ancora ci rifiutiamo di capire lo scenario in cui ci muoviamo)?

Il territorio e la frontiera

Il territorio e la frontiera

“I mercati finanziari, i veri detentori del potere, sono ovunque e in nessun luogo”(De Benoist). Invece, è sul territorio che popoli e nazioni si insediano, si radicano, si costituiscono, fondano le proprie istituzioni e tracciano le frontiere a guardia e a difesa della loro identità, cultura, lavoro, diritto e ricchezza di vita dall’avidità devastante della finanza internazionale. È lo Stato che mantiene unito, tutela e perpetua il popolo, mentre è il mercato finanziario, avulso e scollegato dall’economia reale della produzione e del lavoro, che lo disfa e lo dissolve nei flussi incontrollati di denaro e di merci. Ed è per questo che gli stati sovrani sono oggi le istituzioni più credibilmente anticapitaliste, rimaste a difesa e a protezione dei ceti medi e popolari dall’aggressione sferrata dalla superclasse apolide, che si annida negli organismi sovranazionali economici, commerciali e finanziari. Lo Stato e la sua sovranità è la questione politica fondamentale per chi è interessato a una lotta antisistemica.

Luciano Del Vecchio

Cambia il mondo

Infine, su Le Monde diplomatique, edizione italiana, del novembre 2011 Lucien Séve sostiene una tesi ancora più radicale come si evince dal titolo Salvare il genere umano non solo il pianeta. Secondo l’autore siamo ormai alla mercificazione generalizzata dell’umano, proprio perché “non c’è più nulla di umano che possa sfuggire al diktat della finanza: tutto deve produrre spietatamente un profitto a due cifre… il che significa anche finanziarizzazione generalizzata dei servizi tesi a formare e sviluppare le persone – salute, sport, insegnamento, ricerca, creazione, tempo libero, informazione, comunicazione; di colpo le finalità proprie di queste attività tendono a essere scalzate dalla legge del denaro”. A questa mercificazione si accompagnano la tendenza allo svuotamento di tutti i valori, la perdita incontrollabile di senso, la decivilizzazione senza argini, ma soprattutto la proscrizione sistemica delle alternative: “la frenesia del profitto tende a persuaderci della fatalità del peggio; il sistema stesso, la cui parola d’ordine è libertà, ha assunto come motto non ci sono alternative della Thatcher – e infatti come possiamo liberarci dell’onnipotenza dei mercati finanziari e delle agenzie di rating se la gigantesca crisi del 2008 non ha cambiato niente di significativo all’interno del sistema?”. E termina sostenendo che la carica etica dell’indignazione riavvicina alla politica e “deve portare a un nuovo tipo di azione, non nel senso della rivoluzione all’antica attraverso delle trasformazioni dall’alto, il cui fallimento è garantito, ma di impegno a tutti i livelli per l’  appropriazione comune in forme innovative di iniziativa e di organizzazione; a questo prezzo si potrà far deragliare la fatalità del peggio.”

Elvio Dal Bosco

estratto da: http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/2459-elvio-dal-bosco-la-crisi-si-supera-salvando-il-pianeta.html

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