Si scrive Brasile, si legge Italia

 

di Lorenzo Carrasco

 

 

 

 

Tra corruzione ed attacco della finanza globalizzata

 

Cosa sta accadendo in Brasile? Quello che era, sino a ieri, uno dei grandi Paesi emergenti, uno dei protagonisti del Gruppo dei BRICS, cioè del nuovo poderoso polo geopolitico mondiale, è attraversato ora da una crisi economica drammatica, di cui le grandi manifestazioni di piazza evidenziano le immediate conseguenze sociali. Un Paese cioè che già credeva di star per toccare condizioni di vita migliori per tutti, ed il riscatto delle miserabili “favelas”, trova risospinte verso la povertà anche le sue classi medie.

Cosa è accaduto per giustificare una simile inversione di tendenza? Eppure il Brasile è ricchissimo di materie prime, cui ora si sta aggiungendo anche il petrolio, scoperto in giacimenti enormi. Ma invece di nuova ricchezza, l’oro nero sembra aver portato  crisi politica e disgregazione sociale, poiché col petrolio è emersa anche  la corruzione che aveva al centro la Compagnia petrolifera di Stato, ed i suoi oscuri, inconfessabili rapporti con la classe politica. Rapporti che risalgono addietro nel tempo, ma che il nuovo governo popolare non solo non ha stroncato, ma ha perpetuato.

Ma basta la corruzione emersa a giustificare una crisi politica ed economica, o invece la ventata giustizialista sorta all’improvviso è  la bomba a comando, fatta esplodere per giungere a cambiare un quadro politico non omogeneo rispetto agli interessi geopolitici degli Stati Uniti e delle oligarchie economiche occidentali?

 Noi italiani a questo riguardo abbiamo una certa esperienza: l’operazione “Mani pulite” infatti travolse  tutti i partiti della prima Repubblica e decapitò per intero la  nostra classe politica di governo, in un momento in cui l’Italia era divenuta la quinta potenza economica mondiale, era avviata a diventare la quarta, superando la Francia dopo aver superato l’Inghilterra, aspirava apertamente ad un ruolo di potenza regionale nel Mediterraneo, ove però le sue scelte ed i suoi indirizzi non erano esattamente conformi a quelli americani ed al loro appoggio quasi incondizionato ad Israele.  Vedi  invece l’atteggiamento amichevole verso i popoli arabi di Fanfani, di Moro e di Craxi, i loro sforzi per disinnescare la mina delle ricorrenti crisi mediorientali, e trasformare il Mediterraneo in un mare di pace e di sviluppo,fino all’episodio clamoroso di Sigonella, quando il leader socialista ebbe l’ardire sfrontato di mostrare a Reagan che l’Italia era un alleato, non un protettorato.

Sappiamo come andò a finire. Moro fu ucciso, Andreotti e Craxi, criminalizzati, furono estromessi dal potere.

Ma torniamo al Brasile. Alla base della sua crisi, si dice, non c’è solo il terremoto politico generato dall’emergere della corruzione; c’è soprattutto il crollo dei prezzi delle materie prime, sulla cui esportazione si regge buona parte dell’economia brasiliana. Ma neppure questo basta a spiegare l’intensità della crisi politica, economica, sociale, che il Brasile sta attraversando.

Evidentemente c’è dell’altro. Il Brasile di oggi, come l’Italia di allora, non è in riga con l’ordine occidentale. La sua adesione ai BRICS sta rischiando di diventare un esempio anche per l’Argentina. I due maggiori Paesi del “cortile di casa” (così gli Stati Uniti considerano l’America latina) che fanno blocco con Russia e Cina. E’ ovvio che una situazione simile non può essere tranquillamente accettata a Washington. La finanza globalizzata, accanto al giustizialismo, è l’arma usata per rimettere le cose in ordine. E’ questa l’interpretazione  che della crisi brasiliana dà il nostro collaboratore da Rio de Janeiro, Lorenzo Carrasco. Ed ecco il suo articolo.

                                                                                                                                                             g.v.

 

L’elezione presidenziale di ottobre del 2014, con la vittoria della presidente Dilma Roussef per un suo secondo mandato ha scatenato una delle maggiori crisi politiche della storia brasiliana e certamente evidenzia la fine di un’era politica del Paese: la cosiddetta “Nuova Repubblica”.

Ad esser franchi, non si tratta infatti di una crisi del governo del Partito dei Lavoratori (PT), ma di tutto l’accordo raggiunto dopo il regime militare (1964-1985), stabilito con la Costituzione del 1988.

Nel giugno 2013 il Paese è stato scosso da massicce manifestazioni popolari, che hanno messo in  luce un sistema politico prostrato davanti ad una UTI (Unità di Terapia Intensiva nei reparti di traumatologia degli Ospedali) e deluso a causa del divorzio tra la classe politica e la Nazione, la  società e la storia.

Gli scandali della corruzione , scoperti con l’operazione “Lava Jato” (pulizia automatica) hanno messo in luce poi le interiora marce del sistema politico, metastasi di un processo che durava da decenni, anteriore cioè al governo del Partito dei Lavoratori.

 

La corruzione politica e l’attacco della finanza globalizzata

Si tratta, in genere, di una forma sofisticata e sistematica di finanziamento delle campagne elettorali e di riciclaggio di denaro per assicurare l’accesso al potere e la ripartizione dei suoi benefici tra i gruppi politici vittoriosi e tra gli interessi privati che li hanno appoggiati.

In questo contesto la Nazione è come una nave senza governo nel mezzo di una forte burrasca, con il comando e l’equipaggio disuniti, disorientati, demoralizzati, minacciati da un ammutinamento, il che li rende facile preda dei centri oligarchici del potere mondiale. Questi ultimi, agendo come corsari, bombardano il Paese con l’artiglieria  delle loro agenzie di rating, per cavarne il bottino rappresentato dal servizio del debito pubblico, dalle risorse naturali, e da quel che resta del patrimonio pubblico; l’ultimo episodio è stato il downgrading dei titoli di Stato brasiliani da parte di Standard&Poor’s.

E’ ovvio che la situazione del Brasile non è un caso isolato. Gran parte delle Nazioni del mondo si trovano soggiogate dalla finanza globalizzata, nella speranza che la buona condotta dettata dai mercati finanziari possa portare, in un futuro imprecisato, alla conquista di un vero progresso.

 

Nella spirale di un debito che è impossibile ripagare

 

La realtà tuttavia va verso il lato opposto. Nel caso del Brasile il modello di indebitamento continuo ha come traguardo una situazione fiscale impossibile da risolvere. Per quest’anno si spera che la caduta del Pil si limiti ad un 3-4%, con una conseguente riduzione delle entrate fiscali. Il problema tende a crescere già nel breve termine, perché i tassi d’interesse del debito pubblico hanno raggiunto l’8%, e conseguentemente il rapporto tra debito pubblico e pil raggiungerà il 70% nel 2016. Fino al primo settembre scorso  il servizio del debito ha  consumato  671 miliardi, pari al 47% della spesa federale.

A fronte di questa realtà, qualunque politica ortodossa di taglio delle spese e degli investimenti tenderà semplicemente ad ingigantire il problema, ed a mandare rapidamente il Brasile in direzione della Grecia, con l’aggravante che non esiste una Unione Europea che cercherà di salvarlo.

Tra una turbolenza e l’altra i governi, già indebitati fino al collo, si indebitano ogni volta di più, e non sono in grado di  realizzare le aspirazioni allo sviluppo  dei loro governati.

La realtà è che i centri oligarchici fanno di tutto per manipolare  le tempeste finanziarie, e perpetuano così il loro potere. La realtà è che la globalizzazione finanziaria, sviluppatasi dopo la caduta del muro di Berlino e la disintegrazione dell’Unione Sovietica, è solo un eufemismo per indicare un sistema mondiale di gestione delle crisi, creatosi all’inizio degli anni novanta per attuare la vecchia ambizione dell’oligarchia angloamericana: la costruzione delle strutture di un governo mondiale sui resti rimasti degli Stati nazionali, sacrificati dalle sua operazioni di manipolazione e destabilizzazione.

L’emergere dell’Eurasia  quale nuovo polo geoeconomico, dotato di nuovi strumenti finanziari, come la nuova Banca di Sviluppo (NBF) del Gruppo dei BRICS costituito da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, costituisce l’unico punto al di fuori di quella china, nel tentativo di riformulare l’architettura dell’ordine finanziario mondiale.

Il superamento della crisi brasiliana passa essenzialmente ed obbligatoriamente attraverso la definizione di  un nuovo progetto nazionale di sviluppo, il cui orizzonte trascenda gli stretti limiti del gioco politico, e sia capace di correggere il pessimismo  che ormai generalmente prevale  nei cittadini, che  è necessario vengano coinvolti direttamente sia nell’elaborazione che nella realizzazione di tale progetto.

http://www.lafinanzasulweb.it/2016/il-brasile-alla-deriva/

La caduta del muro

La spallata definitiva viene data con la caduta del  muro di Berlino che legittima quel modello come verità incontrovertibile ; esattamente l’anno dopo , 1990 , viene assegnato  il premio per gli studi pionieristici nel campo della finanza ( Markovitz ) e nel 1995 ( Lucas )i mercati finanziari diventano “ razionali e non sbagliano mai nell’allocazione delle risorse “. Se il fine rimane quello della massimizzazione del profitto la finanza contribuisce a realizzarlo molto più rapidamente dell’economia reale che viene delocalizzata , si preparano i disastri degli anni successivi . L’economia, quindi, da solida diventa liquida , il suo orientamento passa dal lungo tempo al breve o brevissimo tempo , spesso al saccheggio come si scoprirà dopo ;  la finanza opera lontano dal mondo reale in un contesto di risorse illimitate , i suoi volumi sono incalcolabili . In quegli anni si affermerà il dogma del “ creare valore per gli azionisti “ cioè aumentare il valore finanziario delle azioni più rapidamente possibile anche se l’economia reale ha tempi diversi e così si gioca sull’emozione che gettata dalla finestra rientra dalla porta ; per realizzare obiettivi sfidanti a breve i managers avranno “ bonus “ anche dodici volte lo stipendio base . Nel 1997 il premio viene assegnato per “ i derivati “ ( Merton e Scholes ) che  nel 1989 erano 1/20 del pil mondiale , nel 1999 diventeranno il doppio e Greenspan li deregolamenterà totalmente ; nel 2010 diventeranno 20 volte il pil mondiale . La gran parte delle loro transazioni –circa il  95 % – è riconducibile ad un numero limitatissimo  di banche d’affari ;  un contesto assolutamente diverso da quella simmetria informativa su cui Lucas aveva potuto dimostrare la razionalità dei mercati  .  Poi, è vero ,negli ultimi 15 anni ci sono state nei premi assegnazioni diverse , ma ormai i buoi erano scappati dalla stalla e le radici del modello si erano affermate come dominanti  . Le conseguenze tossiche di questo modello socioculturale sono  la disuguaglianza , la povertà , il degrado morale , una conflittualità rabbiosa e permanente , la mancanza di immaginazione e di creatività . Tutto questo dipende da un’errata regolazione dei mercati ( crisi economica ) o dalla fine di un modello socioculturale incapace di rispondere ai problemi dell’uomo inteso come persona non  come oggetto ( crisi antropologica ) ? “ L’esclusivo obiettivo del profitto , se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo , rischia di distruggere ricchezza e creare povertà “ ( “Caritas in veritate” cap.II , 21 ) . Il sistema portato agli estremi ha creato ad una concentrazione di ricchezza finanziaria senza pari nella storia con una sorta di senato egemone sovraordinato ai singoli stati.

estratto da http://www.lafinanzasulweb.it/2014/crisi-antropologica-non-economica/

Imparare dall’Egitto

Imparare dall’Egitto

O ci rimbocchiamo le maniche per cambiare questa Europa, oppure, finiremo per fare la stessa fine degli egiziani. Non ci saranno poliziotti che ci spareranno addosso dai tetti. Da noi si fa in modo diverso. Siamo più sofisticati, dotati di subdola e raffinata ipocrisia secolare. Si fa in modo di rimbecillire la gente in modo tale che, alla fine, in piazza non scende nessuno, perché ci pensano i cicisbei che gestiscono i talk show televisivi ad ammansire le persone. E’ più indolore, meno sanguinolento e più efficace. Si uccidono le coscienze e si addormentano le persone; i più riottosi e restii finiranno comunque per suicidarsi o diventare emarginati, scomparendo nel nulla: basta non dar loro accesso al mercato della diffusione delle idee.

Sergio Di Cori Modigliani

Nascita di un impeuro

Nascita di un impeuro

Nel testo che vi propongo oggi, scritto con brillantezza ed efficacia da Francesco Mazzuoli che mi ha gentilmente concesso la possibilità di pubblicarlo sul blog, prevale sicuramente il secondo aspetto della narrazione della Storia: quello romanzato, passionale, emotivamente coinvolto. Eppure ad una lettura più attenta del testo noterete che non manca nulla della rispondenza ai fatti, ai dati e agli eventi di cui abbiamo tanto discusso in questi mesi. Il racconto, che oltre a ripercorrere i più importanti fatti degli ultimi trenta anni tenta di prevedere un possibile epilogo dell’attuale vicenda italiana.