Una modesta proposta

Dice Luciano Gallino: «Le riforme di Renzi si collocano tra il dramma e la barzelletta. Rispetto alle dimensioni del problema, alla gravità della crisi, il Jobs Act è una stanca ricucitura di vecchi testi dell’Ocse pubblicati nel 1994 e smentiti dalla stessa Ocse: la flessibilità non aumenta l’occupazione. Abbiamo perso il 25% della produzione industriale, il 10-11% di Pil, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono penosamente modesti. I giochetti delle riforme sono l’apoteosi preoccupante del fatto che il governo non ha la più pallida idea dei problemi reali del paese; o forse ce l’hanno ma procedono per la loro strada di passiva adesione alle politiche di austerità».

E’ solo l’ultima delle tante critiche rivolte ai politici (anche in questo blog) allora io propongo, visto che abbiamo professionalizzato anche l’esercito, istituiamo un corso di specializzazione post-laurea per chi vuole intraprendere la carriera politica e diamo l’accesso a qualsiasi carica solo a chi è provvisto di tale titolo.

NOTA: La precedente modesta proposta auspicava la annessione dell’Italia alla Germania, per farci governare direttamente da loro; ma (anche alla luce dei recenti fatti) direi che è preferibile la soluzione autoctona.

Scelte collettive

Il ruolo chiave della politica, o del “pubblico” più in generale, è di mediazione ed analisi di risorse per prendere decisioni collettive su una gamma di scelte alternative. Questa funzione chiave risale già ai primi del ‘900 con l’opera di Vilfredo Pareto ed in particolare con il secondo teorema dell’economia del benessere.
La branca della Public Economics è piuttosto scettica sulla efficacia di una democrazia diretta.
Sono i risultati della Teoria comportamentale (Behavioralism) sviluppata nel II dopoguerra.
In sintesi, ogni agente ha una informazione imperfetta sulle decisioni da prendere (vedi ad esempio le posizioni discordanti su ogm, cura del cancro, ecc.) spesso come effetto di informazioni che anche scientificamente sono in fase di definizione. Inoltre, spesso, anche i comportamenti degli individui sono distorti, vedi il problema di decidere se “bere o no” di un alcolista. La dipendenza pregiudica la libertà di decidere.
Aggiungo: esiste anche un problema di patto generazionale (i debiti di oggi sono tasse o minori servizi di domani) che in Italia ha come esempio eclatante la crisi del sistema pensionistico. Chi sceglie oggi determina in parte anche le possibilità di chi verrà domani.
Di pari passo segnalo gli studi di Kenneth Arrow che portano al celebre “teorema dell’impossibilità”, ovvero che non è possibile un metodo di scelta che preservi i requisiti di “universalità (esame di tutte le scelte possibili)”, “non imposizione”, “non dittatorialità”, “monotonicità” (se A>B e B>C anche A>C), “indipendenza dalle alternative irrilevanti”. Questo risultato “taglia le gambe” ad una ipotesi di democrazia diretta, se non in comunità di pochi “eletti” e per scopi limitati. Tra gli esempi di democrazia diretta la gestione delle risorse idriche nel Valenciano ed in alcune comunità svizzere (Elinor Ostrom). Ma i problemi di scelta pubblica non sono solamente a carico degli “elettori”.
Agli inizi degli anni ‘70 è stato studiato (Akerlof – Stiglitz) il problema delle asimmetrie informative. Scegliendo un “agente” (es un politico) il “principale” (l’elettore) è di fronte ad un problema di “selezione avversa” (non conosce le capacità del politico) e di “azzardo morale” (non sa come il politico si comporterà nel suo mandato, dato che, in genere, ha sempre alcuni interessi personali che possono distorcere le decisioni).
La scelta di un politico, come di un professionista, è definita come “scelta fiduciaria”: non conosco ex ante la “bontà del prodotto” (beni/servizi ordinari, come una confezione di pasta di marca nota), non posso conoscerla immediatamente dopo l’acquisto/voto (beni/servizi sperimentali, come una vacanza acquistata a catalogo), spesso la bontà della scelta la si apprende solo dopo anni, e non sempre è agevole individuare chi è responsabile ed in quale misura di decisioni che hanno portato ad esiti positivi/negativi.
La soluzione a tutti questi problemi che ad oggi va per la maggiore è strutturata più o meno così:
1) “participatory budget”, ovvero includere rappresentanze di “stakeholder” (operatori economici, associazioni, ecc) nella scelta di destinazione delle risorse, acquisendo in modo tracciabile e documentato suggerimenti e la analisi che ne viene fatta.

2) La scelta è però una responsabilità del politico che è obbligato a documentarla ed a rendere accessibile il ragionamento sviluppato.
3) “segregazione dei poteri”: al politico (sindaco + assessori) il potere di decidere “cosa fare”, ad un team tra politici e tecnici “come finanziare” (tasse, debito, compartecipazione spesa, accesso a fondi terzi e donatori in denaro, ma anche in servizi, come le associazioni). Competenza esclusiva del tecnico su “chi finanziare” o “da chi acquistare” per escludere il rischio di sperpero di risorse con spese a mera finalità elettorale (pork barrel spending). Scelta tramite tender elettronico (portale MEPA, acquisti inretePA) o tramite gara tradizionale.
4) sugli appalti, pre-qualifica dei fornitori e condivisione scrittura dei bandi con fornitori qualificati obbligati da “patti di integrità” a segnalare se sono presenti requisiti esclusivi ed inutili (tipo “l’appaltatore deve essere biondo”)
5) trasparenza nelle scelte (assegnazione appalti, bandi) , che devono essere verificabili e basate su criteri “razionali” e ricostruibili (“open data”)
6) strumenti di segnalazione abusi (Organismo di vigilanza, indipendente dall’esecutivo) e protezione dei segnalatori (whistleblowing). Arma deterrente per fallimenti “patologici” della politica e degli organi burocratici come corruzione e appropriazione indebita.
7) monitoraggio ex post degli effetti delle decisioni, sia di spesa che di entrata, anche questo deve essere di pubblico accesso.
Un sistema complesso, in parte realizzato (MEPA), in parte da sviluppare su obblighi già previsti da Legge anticorruzione (192/2012) e semplicemente da attuare secondo le migliori prassi, in parte da disegnare (participatory budget, monitoraggio) in assenza di obblighi specifici di adozione.

Contributo di Riccardo Campi

– See more at: http://www.bondeno.com/2015/05/07/chi-va-e-chi-viene/#sthash.qy6cteRP.dpuf

Conferenza Europea sul debito

Il compito cruciale è la restituzione delle sovranità nazionali agli stati dell’Eurozona, in modo da ripristinare un regime di sistemi nazionali di credito basati sul principio hamiltoniano (vedi) che permetterebbe alle nazioni europee e nordamericane di partecipare all’emergente dinamica di crescita guidata dai BRICS e dalla nazioni loro alleate.[…]
Una tale ristrutturazione del debito (come quella di Londra del 1953 n.d.r) non sarebbe possibile col sistema attuale, in primo luogo perché il debito è parte di un sistema di gioco d’azzardo bancario, in cui i cosiddetti titoli sovrani sono collegati ad un labirinto di derivati e titoli speculativi.
Oggi, la soluzione al debito ed alla crisi economica dei cosiddetti “paesi periferici” dell’Eurozona, inclusa la Grecia, è soggiogata a un imperativo “antagonistico”. Ovvero, Wall Street e la City di Londra esigono che la BCE stampi migliaia di miliardi di Euro per acquistare, da banche private, il debito sovrano di tutti i paesi europei.
Perché? Per salvare numerose banche strapiene di titoli tossici e derivati legati al settore immobiliare, petrolifero e delle commodities, e ad altre speculazioni, invece di salvare l’economia reale delle nazioni indebitate.[…]
Dunque, tutto il sistema bancario e creditizio europeo dovrà essere sottoposto ad una riorganizzazione fallimentare ordinata, come fece Roosevelt con quello americano con la legge Glass-Steagall del 1933 (abolita da noi nel 1993 n.d.r) , a partire dalla separazione bancaria e la creazione di istituti di credito nazionali simili alla Reconstruction Finance Corporation dei tempi. Solo così l’Europa potrà risolvere la crisi del debito in Grecia, Irlanda, Portogallo, Cipro e via dicendo…
I titoli speculativi delle banche d’affari saranno esaminati per stabilire quali siano legittimi e quali debbano essere cancellati. Questo condurrà naturalmente ad un drammatico ridimensionamento di tali banche. Molte non sopravviveranno alla riforma.
La conferenza dovrà ristabilire il potere sovrano delle istituzioni nazionali, come uniche autorità riconosciute col mandato politico e legale per attuare una riorganizzazione fallimentare del sistema bancario.
 estratto da

Italiani cialtroni

Perché la colpa dello strapotere di Google non è degli americani.

LA COLPA E’ DEI CARLO.

DI TUTTI I CARLO.

E’ colpa della vostra mediocrità, del vostro pensare al passato, del vostro rifiuto di rischiare, del vostro “aspettiamo di vedere chi vince” per poi realizzare troppo tardi che la vittoria altrui vi sbatte fuori dal mercato.

Avete fatto oggi quello che avete fatto sempre: “aspettiamo chi vince, poi mettiamo in moto il governo e li costringiamo a dividere la torta”.

Non so ancora come reagirà Google, ma se tanto mi da’ tanto, non solo non dividerà la torta, ma vi sfilerà pure le briciole.

estratto da http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=112817&typeb=0

L’articolo summenzionato ricorda la nascita di VOL (Video On Line) alla quale ebbi occasione di partecipare da vicino collaborando con la cooperativa “Terza Via” (in quanto afferente al c.d. terzo settore) che si occupava anche di informatica e i cui soci confluirono poi nell’associazione “Araba Fenice” di Bondeno.

Ricordo che la coop gestiva anche il nodo di Ferrara (un armadio pieno di modem in un appartamento privato) e vendeva gli abbonamenti nella sede di Bondeno, cercando anche di far conoscere il nuovo mezzo organizzando incontri e intervenendo alle manifestazioni sul territorio.

In particolare ricordo un invito rivolto agli imprenditori locali (tenete presente che eravamo nel 1995/96) per cercare di spiegare le potenzialità di Internet, al quale intervennero (con la lusinga del rinfresco/aperitivo) circa una ventina di persone; l’impegno era di ritrovarsi dopo una settimana per un corso di formazione presso una struttura locale.

Ovviamente stavolta non si presentò nessuno, anzi no: una signora, che non era venuta la prima volta, venne mandata dall’azienda perché aveva sentito dire che c’erano dei finanziamenti disponibili!

 

 

La democrazia è organizzazione

La democrazia è organizzazione

Ne abbiamo prova quando constatiamo che le classi dominanti non hanno mai, e sottolineo mai, rinunciato ad organizzarsi e a coordinarsi, con l’obiettivo di distorcere, fuorviare, ingannare, turlupinare le classi popolari, spesso promuovendo e sostenendo organizzazioni che fittiziamente si presentavano come loro paladine. E dunque, se il “nemico” non rinuncia ad organizzarsi, e al giorno d’oggi ne abbiamo prove inconfutabili, perché mai le classi dominate dovrebbero rinunciare a ciò e adottare lo slogan “uno-vale-uno“? Come possiamo farci sedurre da uno slogan così bambinesco? 

Quante volte dobbiamo ripeterlo?

Contrariamente al solito vogliamo riportare integralmente questo articolo per due ragioni: la prima è che sottolinea come la prospettiva cambia quando si cambiano i consueti parametri di riferimento; la seconda perché l’autore dimostra che il problema va affrontato dal punto di vista politico, prima che economico.

Quanto volte lo sentiamo ripetere? «Il problema dell’Italia è il debito pubblico!».
Non possiamo fare nulla per stimolare l’economia, i grandi investimenti sono impossibili, le riforme e i tagli sono ineludibili… perché siamo andati avanti per troppo tempo finanziandoci con il debito. Ora bisogna rientrare.
Gli italiani hanno interiorizzato questo ritornello, che si è rafforzato fino a diventare un dogma intoccabile a partire dall’attacco speculativo del 2011, con l’esplosione del famoso spread.
Quanti si sono chiesti, però, se davvero stiano così le cose?
E’ proprio vero che l’Italia sta peggio degli altri per via del debito pubblico a 120-130% del Pil? Hanno ragione i signori di Francoforte, Bruxelles e la City di Londra a mettere pressioni continue sull’Italia per tagliare il debito?

Marco Fortis è vicepresidente della Fondazione Edison e professore a contratto di Economia Industriale e Commercio Estero presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano. La scorsa settimana ha incontrato un gruppo di giornalisti a Milano dove ha presentato una serie di grafici che dimostrano che in realtà la misurazione del debito pubblico come percentuale del Pil falsa la realtà della stabilità del Paese; i numeri dicono che il debito italiano è cresciuto molto meno di quello degli altri grandi paesi negli ultimi anni. Il debito è sì grande in termini di Pil, ma se lo paragoniamo alla ricchezza finanziaria del Paese, la situazione non è affatto così grave. Diventa evidente invece che il rapporto debito/Pil non riflette la realtà della situazione economica, mentre si cercano pretesti per imporre il tipo di austerità che ha devastato le imprese e le famiglie negli ultimi anni.

Presentiamo due grafici, forniti dal prof Fortis. Il primo mostra che il debito pubblico italiano, pur grande in termini assoluti, è quello che è cresciuto meno (rispetto agli altri paesi) dallo scoppio della crisi in Europa, a parte il caso della Svezia.

grafico 1 Prof. Fortis

Dunque il debito della Germania, della Francia, della Gran Bretagna (e anche degli Stati Uniti) è aumentato molto di più, principalmente a causa dei salvataggi bancari e di altre misure per contrastare la crisi. Inoltre, se guardiamo i livelli monetari (aggregati) del debito pubblico dei vari paesi, notiamo che quelli di Francia, Germania e Italia sono ora molto simili.

Il prof. Fortis presenta il patrimonio finanziario netto del settore privato – inteso come le famiglie e le società – per dimostrare la base solida su cui poggia il debito pubblico. Nella sua interezza l’Italia non è un paese indebitato, è un paese con risparmio e ricchezza finanziaria abbondanti. Certo, entrambe queste voci stanno ora diminuendo rapidamente, ma è a causa proprio della “cura” che si sta applicando, che ha distrutto circa il 20% della produzione industriale italiana.

Il secondo grafico mostra il debito pubblico in mani agli stranieri paragonato al patrimonio finanziario del settore privato.

grafico n. 2 Prof. Fortis

Il grande rischio del debito pubblico italiano viene ridimensionato non poco da questi grafici; diventa evidente che non c’è stato il peggioramento della situazione raccontatoci dalla stampa con toni allarmistici; anzi, proprio perché l’Italia non ha proceduto ai salvataggi bancari ai livelli praticati in altri paesi, l’aumento del debito è stato contenuto. Certo, però, se il Pil cala, il rapporto con il debito non può che peggiorare.
Il Pil è calato eccome, grazie proprio alle politiche di austerità imposte dalla Troika, che hanno depresso fortemente il mercato interno. I dati sviluppati dalla Fondazione Edison dimostrano anche che l’industria italiana si è ripresa relativamente bene in termini di esportazioni, quasi esattamente come le economie tedesca e francese. Sul mercato interno invece c’è stato il disastro, a causa della continua sottrazione di risorse ai cittadini italiani attraverso le tasse e i tagli al bilancio; la cura è stata peggiore del male.

E’ terribile pensarci, ma la situazione potrà anche peggiorare di molto nei prossimi anni, proprio a causa dell’insistenza isterica sulla riduzione del rapporto debito/Pil attraverso l’austerità.
Il trattato europeo del Fiscal compact obbliga gli Stati membri a ridurre il debito pubblico al 60% del Pil entro 20 anni. Per l’Italia questo significherà ulteriori tagli di 45-50 miliardi di euro all’anno per poter centrare l’obiettivo. Il prof. Fortis dice giustamente che l’Europa “si autocondanna alla distruzione” se applica il Fiscal Compact.
Noi diciamo che è ora di abbandonare l’ideologia della grande finanza e dei suoi rappresentanti nelle banche centrali e nella altre istituzioni sovranazionali. Non sarà possibile sopravvivere senza un cambiamento di rotta netto.

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C’è modo e modo…

C’è modo e modo…

Ma sia Van Rompuy che Olli Rehn contestarono le misure “per come erano state fatte”. Perchè Hollande aveva alzato le tasse ai super-ricchi, perché aveva alzato le tasse sulle rendite finanziarie, perché aveva dimezzato i costi della politica, aveva aggredito, decurtandoli, gli stipendi dei grossi manager pubblici e il risparmio così ottenuto invece di investirlo per rifinanziare le proprie banche lo aveva dirottato nell’istruzione pubblica, nella ricerca scientifica, nella salvaguardia e cura del patrimonio artistico nazionale, avviando un piano di recupero del territorio e di sostegno per la disoccupazione intellettuale, quest’ultima (per la Francia) una priorità assoluta di cui occuparsi.

Filosofia, politica, economia

Filosofia, politica, economia

All’interno del sito dell’ARS è pubblicato l’interessante scambio di riflessioni fra il Prof. Diego Fusaro e la Prof.ssa Roberta De Monticelli dell’Università San Raffaele di Milano.

Riteniamo che questo possa essere in qualche modo esplicativo delle posizioni a confronto nelle assemblee ARS dei prossimi giorni, di cui si parla nel post precedente.

Che falliscano i banchieri!

scacchi

il nero muove e dà scacco quando vuole

Andiamo oltre l’attuale sistema economico finanziario: che falliscano i banchieri

Puntellare costantemente e inutilmente questo sistema è veramente da folli: si drenano solo altre risorse per sostenerlo fittiziamente ma è già comunque fallito! Quello che ulteriormente sottolineo e ritengo ancora più tragico è che tutti gli addetti ai lavori lo sanno perfettamente, lo percepiscono quotidianamente. E’ un fallimento inarrestabile il cui default si allontana solo nel tempo: siamo ad un punto di non ritorno. Bisognerebbe che ciò, per il bene di tutti, venga presto dichiarato e ci si dia da fare con percorsi nuovi. Credo però che se non ci muoviamo decisamente noi cittadini non lo faranno mai coloro che gestiscono questo modello, non sanno proprio cosa fare!

Certamente sarà traumatico, ma non starei ad ascoltare i tromboni attuali, figli di questo sistema, che spaventano con le loro dichiarazioni. Ci dicono ad esempio che se falliscono le banche sarà una tragedia: ma per chi? Dipende infatti da chi si vuole salvare e dunque dalle scelte politiche del momento. Oggi le decisioni sono in mano alla finanza, bisogna che non sia lei a decidere ma la politica. Ma anche i politici direte sono in mano alla finanza? Allora, giustamente cambiamoli, mandiamo a casa in Italia questo governo e diamo ascolto a chi vuole invece salvare i cittadini: è possibile se si vuole! Si potrebbe infatti non
perdere i risparmi dei cittadini onesti, e non ovviamente quelli di coloro che li hanno usati, allettati da lauti guadagni, per il gioco della speculazione finanziaria mondiale, semplicemente se si utilizzasse solo una piccola parte delle risorse messe a disposizione dalla Banca Centrale Europea per salvare le Banche. Se solo una parte di queste infatti andasse invece agli Stati e da questi a coprire i risparmi dei correntisti delle banche fallite il problema sarebbe risolto. Ma solo una nuova classe Politica (con la P maiuscola) potrebbe avrebbe il coraggio di giudicare e condannare al fallimento i banchieri potenti di oggi.

Dobbiamo star certi comunque che i banchieri, nonostante siano da tempo falliti, non molleranno tanto facilmente il loro potere di influenza e per questo agiteranno come sempre lo spauracchio della speculazione attraverso il potere mediatico, che altrettanto detengono, facendo paura ai governi: “attenti, se non fate ciò che vi diciamo comincerà una speculazione forte sui vostri titoli sovrani!”. E’ un ricatto che usano da tempo, perché ancora noi stiamo dentro questa logica, ci richiudono nel pensiero unico: ci viene detto incessantemente e solamente che il problema è la speculazione, il debito, il pareggio di bilancio. Ma perché continuare a credere a coloro che, dopo aver creato tutto ciò oggi ci indicano pure le soluzioni? Perché diamo loro ancora così tanta credibilità?

Il fallimento è già evidente da tempo e le misure che si attuano, fatte passare per “salvastati”, non fanno altre che confermarlo. Come definire se non un ultimo colpo di coda di un sistema ormai morto e fallito iniziative come: a) il continuo drenaggio di risorse dei cittadini e dello Stato per coprire un debito che tutti sanno è impagabile, e che è solo funzionale alla speculazione finanziaria? b) i trattati europei che hanno completamente privato i singoli Stati della propria sovranità ed imposto alla Banca Centrale Europea che il denaro stampato non possa essere messo a disposizione degli Stati ma solo dato alle Banche, dunque alimentando anche qui la sola speculazione finanziaria? c) il Fiscal Compact che tra l’altro impone a coloro il cui debito è superiore al 60% del Pil di rientrare a breve in pochi anni, in misura chiaramente insostenibile anche dall’analisi del più stupido economista e di nuovo alimentando la vendita di beni pubblici alla speculazione finanziaria?

Non deprimiamoci però, siamo vivi, abbiamo una testa per pensare e mezzi che ci possono aprire gli occhi o per lo meno farci vedere che esiste “altro”. Certamente chi è vissuto costantemente pendendo dalle labbra di questo sistema avrà più difficoltà, ma possiamo cominciare a difenderci per attenuare il trauma di questo fallimento in corso. Cerchiamo prima di tutto di informarci e conoscere cose che non vengono diffuse dai media attuali, ovviamente ancora in mano al Potere deleterio attuale. Ci sono innumerevoli esperienze recuperabili in internet cerchiamole e vedrete che tante saranno anche vicino a voi. Sono centinaia di migliaia le persone che quotidianamente già vivono senza farsi influenzare dalle logiche che ci stanno conducendo alla rovina, sociale, relazionale e ambientale. Queste persone combattono anche contro la politica di sistema attuale, che prova a mettere bastoni fra le ruote anziché agevolare la collaborazione tra cittadini: ma se i cittadini sono determinati e si muovono non possono che avere risultati positivi.

Assecondiamo perciò chi ci propone progetti di sviluppo locale, mettiamo a disposizione di finanziarie e piccole banche locali i nostri risparmi, anziché farceli bruciare dai mega colossi bancari e finanziari già falliti! Recuperiamo concetti che sembravano dimenticati o superati, ma che sono invece il fondamento più alto di ogni società, ovvero la mutualità, la solidarietà, il rispetto per l’altro. il mutuo aiuto. In questo modo la crisi della finanza ci preoccuperà di meno e sosterremo un’economia più sana e strutturata per essere al servizio dei cittadini del territorio. Sembrerà fuori luogo parlare in questo modo in un sistema globalizzato, forse però si dimentica che ogni sistema globalizzato si regge su produzioni locali che si interscambiano beni e servizi prima localmente e poi a livello planetario visto lo sviluppo dei mezzi di trasporto. Ma la globalizzazione attuale è degenerata perché ha accentuato le monoculture pensando più alla vendita internazionale che all’autonomia territoriale e alla sovranità alimentare: ora dobbiamo far fronte anche a questa crisi. ma ce la possiamo fare!

Ricominciamo dunque a recuperare la fiducia tra noi cittadini, provati da decenni di bombardamento sull’individualismo e la sopraffazione tra cittadini come unico modello di sviluppo: vinco se ti faccio fallire! Invece dobbiamo tutti vivere e tutti lavorare. In una situazione di lealtà generalizzata, il migliore avrà sempre più opportunità, ma mai si può dimenticare la crescita anche degli altri. Per realizzare questo c’è bisogno di altri politici, di altri pensieri e prospettive, siamo pronti? Forse, più che a politici di professione, dovremmo affidarci a cittadini attivi che portano un patrimonio di cultura ed esperienza nuove. E per fortuna di queste persone in Italia ve ne sono tante.

Giovanni Acquati
Riprodotto col permesso dell’autore da: http://notizie.tiscali.it/socialnews/Acquati/3998/articoli/Andiamo-oltre-l-attuale-sistema-economico-finanziario-che-falliscano-i-banchieri.html