Non per soldi

I creditori del paese ellenico, pur non avendo trovato ancora una posizione comune, insistono per una linea dura nei confronti del Governo di Atene, simile a quella tracciata da Poul Thomsen, responsabile del FMI, il quale ha chiesto nuove misure di austerità calcolate in 7,5-9 miliardi di euro entro il 2018 ,insieme al taglio alle pensioni. Nel frattempo  l’inflessibile ministro delle finanze tedesco Schaeuble ha accusato il Governo greco di aver creato un “diversivo” con la crisi dei profughi profughi per non rispettare gli impegni che sono stati assunti per il superamento della crisi dell’Eurozona”. In pratica i tedeschi accusano il governo di Atene di approfittare dei profughi per “distrarre” i creditori e dilazionare i propri obblighi di pagamento adducendo scuse. Naturalmente queste accuse hanno ulteriormente incrementato la rabbia e la ripulsa verso la Germania e le politiche dell’Unione Europea da parte della popolazione greca. Il portavoce del FMI ha insistito nel richiedere al Governo greco un ulteriore taglio di 9 miliardi di euro con misure che siano destinate al taglio delle pensioni e dell’assistenza sociale, quale coronamento degli impegni presi, se queste misure porteranno alla fame la popolazione anziana e le famiglie già fortemente in difficoltà non è questione che interessi ai funzionari del FMI che hanno grande attenzione ai conti finanziari ed al recupero dei crediti concessi, costi quello che costi. Il dibattito e le polemiche sono molto forti nel Governo, lo stesso che ha tradito le istanze richieste dalla popolazione nelle ultime elezioni, e si è inchinato alle direttive dei potentati finanziari internazionali. Il ministro delle Finanze greco, Euclide Tsakalotos, parlando in Parlamento, ha fortemente criticato il Fmi per la posizione dura espressa verso la Grecia, con la richiesta di ulteriori misure di austerità.

“Le pensioni in Grecia sono state tagliate 11 volte da quando il Paese ha firmato il suo primo piano di salvataggio nel 2010 e Atene non è possibile procedere ulteriormente”, ha sottolineato Tsakalotos. Si è fatto sentire anche il ministro del Lavoro George Katrougalos il quale ha dichiarato che “la votazione sul disegno di legge per la riforma delle pensioni e’ stato notevolmente ritardato a causa della posizione del Fmi e per le sue richieste irragionevoli”. Lo stesso ha sottolineato le difficoltà della situazione in cui si trova il paese ed ha “implorato” i creditori di avere pazienza e di cercare un possibile accordo che in pratica significherebbe una dilazione del debito superando la posizione intransigente del FMI. La prossima settimana è prevista una riunione dell’Eurogruppo per discutere la popsizione della Grecia. Nel frattempo le piazze si agitano e sono in corso manifestazioni e disordini nelle varie città greche e dalle piazze arrivano forti accuse di tradimento nei confronti degli esponenti del Governo Tsipras. Gli osservatori notano che i problemi che possono ancora esplodere sono legati anche alle sofferenze bancarie del paese ed alle privatizzazioni previste dei servizi pubblici  che determineranno un aumento nel costo di tutti i servizi. Nessun alleggerimento o rallentamento delle misure risulta previsto per causa della crisi migratoria e degli alti costi per l’accoglienza dei rifugiati, come stabilito dal ministro tedesco Schaeuble. In questo contesto di forti difficoltà finanziarie si manifesta una situazione sociale al bordo del collasso e di aperta ribellione contro i diktat della Troika.

estratto da http://www.controinformazione.info/la-grecia-sullorlo-del-collasso-tra-crisi-finanziaria-ed-invasione-di-profughi-sospinti-dalla-turchia/

Nella Grecia il nostro futuro

I più maligni credono che Tsipras stia giocando al gioco che proprio Samaras fece contro l’ex premier socialista Papandreu: il rifiuto di ogni tipo di accordo per le misure di risanamento dei conti mantenendo una linea dura contro l’austerità, per poi tornare ad un’inevitabile negoziato con la Troika dopo la vittoria alle elezioni.

Qualora uscisse vincente da queste eventuali elezioni anticipate Tsipras non riuscirebbe comunque a raggiungere una vittoria così ampia da consentirgli di governare e dovrebbe ricorrere per forza a delle alleanze, per esempio con i nuovi partiti, come To Potami (il Fiume), di centro sinistra, al 6% nei sondaggi, che però non ha confermato la sua disponibilità ad un eventuale accordo con Syriza.

Poi c’è Alba Dorata che, nonostante il proprio gruppo parlamentare sia sottoposto a misure cautelari da oltre un anno,(corsivo nostro) non cala nei sondaggi e sembra confermarsi il terzo partito di Grecia, con un gradimento popolare che si attesta su percentuali che oscillano dal 6,1%, fino addirittura al 16%.

estratto da http://finanzaemercati.org/2014/12/12/il-futuro-nero-della-grecia-tra-troika-elezioni-e-antieuro/

Per approfondire l’argomento, leggi anche i commenti

L’Italia è morta

Essenzialmente per due motivi: il primo è che gli Italiani si rifiutano di credere quello che gli ha anticipato il direttore del Corriere della sera (poi silurato); il secondo, che è arrivato il giorno del giudizio (ribadito dal suo profeta Scalfari.

Il giorno dopo che De Bortoli ha annunciato questo scenario, Rcs fa sapere che non si avvarrà più della collaborazione del direttore. È stato infranto un vincolo di riservatezza, qualcosa che doveva essere taciuto è stato rivelato e forse il direttore ha pagato questa delazione, anche se l’impressione è quella di un Ponzio Pilato che vuole lavarsi le mani del sangue degli italiani e non intende accollarsi la responsabilità morale di un disastro sociale ed economico senza precedenti.

Non passano che pochi giorni dalle scioccanti dichiarazioni di De Bortoli che il Barbapapà del giornalismo italiano, Eugenio Scalfari di Repubblica ci fa dono di una delle sue memorabili articolesse domenicali dove si augura una venuta della Troika *

Estratto da http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=107791&typeb=0

* Fondo Monetario Internazionale  (FMI) ,  Banca Centrale Europea (BCE) e dalla Commissione Europea

In realtà Padoan ha già cominciato a prendere in mano la situazione negando il pensionamento degli insegnanti concesso da Renzi; se volete sapere il seguito leggete l’articolo precedente.

Quante volte dobbiamo ripeterlo?

Contrariamente al solito vogliamo riportare integralmente questo articolo per due ragioni: la prima è che sottolinea come la prospettiva cambia quando si cambiano i consueti parametri di riferimento; la seconda perché l’autore dimostra che il problema va affrontato dal punto di vista politico, prima che economico.

Quanto volte lo sentiamo ripetere? «Il problema dell’Italia è il debito pubblico!».
Non possiamo fare nulla per stimolare l’economia, i grandi investimenti sono impossibili, le riforme e i tagli sono ineludibili… perché siamo andati avanti per troppo tempo finanziandoci con il debito. Ora bisogna rientrare.
Gli italiani hanno interiorizzato questo ritornello, che si è rafforzato fino a diventare un dogma intoccabile a partire dall’attacco speculativo del 2011, con l’esplosione del famoso spread.
Quanti si sono chiesti, però, se davvero stiano così le cose?
E’ proprio vero che l’Italia sta peggio degli altri per via del debito pubblico a 120-130% del Pil? Hanno ragione i signori di Francoforte, Bruxelles e la City di Londra a mettere pressioni continue sull’Italia per tagliare il debito?

Marco Fortis è vicepresidente della Fondazione Edison e professore a contratto di Economia Industriale e Commercio Estero presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano. La scorsa settimana ha incontrato un gruppo di giornalisti a Milano dove ha presentato una serie di grafici che dimostrano che in realtà la misurazione del debito pubblico come percentuale del Pil falsa la realtà della stabilità del Paese; i numeri dicono che il debito italiano è cresciuto molto meno di quello degli altri grandi paesi negli ultimi anni. Il debito è sì grande in termini di Pil, ma se lo paragoniamo alla ricchezza finanziaria del Paese, la situazione non è affatto così grave. Diventa evidente invece che il rapporto debito/Pil non riflette la realtà della situazione economica, mentre si cercano pretesti per imporre il tipo di austerità che ha devastato le imprese e le famiglie negli ultimi anni.

Presentiamo due grafici, forniti dal prof Fortis. Il primo mostra che il debito pubblico italiano, pur grande in termini assoluti, è quello che è cresciuto meno (rispetto agli altri paesi) dallo scoppio della crisi in Europa, a parte il caso della Svezia.

grafico 1 Prof. Fortis

Dunque il debito della Germania, della Francia, della Gran Bretagna (e anche degli Stati Uniti) è aumentato molto di più, principalmente a causa dei salvataggi bancari e di altre misure per contrastare la crisi. Inoltre, se guardiamo i livelli monetari (aggregati) del debito pubblico dei vari paesi, notiamo che quelli di Francia, Germania e Italia sono ora molto simili.

Il prof. Fortis presenta il patrimonio finanziario netto del settore privato – inteso come le famiglie e le società – per dimostrare la base solida su cui poggia il debito pubblico. Nella sua interezza l’Italia non è un paese indebitato, è un paese con risparmio e ricchezza finanziaria abbondanti. Certo, entrambe queste voci stanno ora diminuendo rapidamente, ma è a causa proprio della “cura” che si sta applicando, che ha distrutto circa il 20% della produzione industriale italiana.

Il secondo grafico mostra il debito pubblico in mani agli stranieri paragonato al patrimonio finanziario del settore privato.

grafico n. 2 Prof. Fortis

Il grande rischio del debito pubblico italiano viene ridimensionato non poco da questi grafici; diventa evidente che non c’è stato il peggioramento della situazione raccontatoci dalla stampa con toni allarmistici; anzi, proprio perché l’Italia non ha proceduto ai salvataggi bancari ai livelli praticati in altri paesi, l’aumento del debito è stato contenuto. Certo, però, se il Pil cala, il rapporto con il debito non può che peggiorare.
Il Pil è calato eccome, grazie proprio alle politiche di austerità imposte dalla Troika, che hanno depresso fortemente il mercato interno. I dati sviluppati dalla Fondazione Edison dimostrano anche che l’industria italiana si è ripresa relativamente bene in termini di esportazioni, quasi esattamente come le economie tedesca e francese. Sul mercato interno invece c’è stato il disastro, a causa della continua sottrazione di risorse ai cittadini italiani attraverso le tasse e i tagli al bilancio; la cura è stata peggiore del male.

E’ terribile pensarci, ma la situazione potrà anche peggiorare di molto nei prossimi anni, proprio a causa dell’insistenza isterica sulla riduzione del rapporto debito/Pil attraverso l’austerità.
Il trattato europeo del Fiscal compact obbliga gli Stati membri a ridurre il debito pubblico al 60% del Pil entro 20 anni. Per l’Italia questo significherà ulteriori tagli di 45-50 miliardi di euro all’anno per poter centrare l’obiettivo. Il prof. Fortis dice giustamente che l’Europa “si autocondanna alla distruzione” se applica il Fiscal Compact.
Noi diciamo che è ora di abbandonare l’ideologia della grande finanza e dei suoi rappresentanti nelle banche centrali e nella altre istituzioni sovranazionali. Non sarà possibile sopravvivere senza un cambiamento di rotta netto.

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Saccheggio

Buon anno

Non ci sarà ricostruzione, come avvenne dopo la seconda guerra mondiale, dal 1947 agli anni cinquanta. Perché, a differenza di allora, la spietata Global class finanziaria, perfettamente organica al neocapitalismo e senza problemi di coscienza, non prevede per il paese alcun “Piano Marshall”. Le risorse del paese si saccheggiano, le sue strutture produttive si smantellano, la popolazione si spreme fino all’inverosimile, e poi si passa ad altro, ad altri “mercati”, ad altre “bolle”, lasciando dietro di se solo macerie. Materiali e Morali.

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C’è modo e modo…

C’è modo e modo…

Ma sia Van Rompuy che Olli Rehn contestarono le misure “per come erano state fatte”. Perchè Hollande aveva alzato le tasse ai super-ricchi, perché aveva alzato le tasse sulle rendite finanziarie, perché aveva dimezzato i costi della politica, aveva aggredito, decurtandoli, gli stipendi dei grossi manager pubblici e il risparmio così ottenuto invece di investirlo per rifinanziare le proprie banche lo aveva dirottato nell’istruzione pubblica, nella ricerca scientifica, nella salvaguardia e cura del patrimonio artistico nazionale, avviando un piano di recupero del territorio e di sostegno per la disoccupazione intellettuale, quest’ultima (per la Francia) una priorità assoluta di cui occuparsi.

Questo è quanto

di Italo Romano

Alla fine i nodi vengono al pettine. Le politiche di austerità, come ampiamente preannunciato dai massimi economisti mondiali, sono state un flagello per l’assetto socio-economico italiano.

Il debito pubblico italiano continua a salire sia in termini assoluti che in punti percentuali di Pil: nel secondo trimestre 2012 era di 1.982.898 milioni di euro, pari al 125,6% del pil, nel primo trimestre di quest’anno era di 2.035.833 milioni, al 130,3%, mentre nel secondo trimestre è arrivato a 2.076.182 milioni, ovvero è stata raggiunta la cifra record di 133,3%.
E’ il secondo debito pubblico Ue più alto dopo la Grecia (169,1%) e con uno dei maggiori incrementi tra primo e secondo trimestre di quest’anno.
Almeno, stando ai dati diffusi da Eurostat.

Inoltre, l’Italia esce dal G8, il club degli otto Paesi più industrializzati ed economicamente rilevanti del mondo.

 

Dopo la Cina nel 2000 e il Brasile nel 2010, quest’anno spetta alla Russia il grande sorpasso. L’Italia scivola, così, al nono posto per Prodotto interno lordo (Pil), partecipe del G8 per lignaggio politico ma fuori per dimensioni del fatturato, peso economico e capacità di proiettarlo nel mondo.

La caduta rischia però di non arrestarsi. Alle tendenze attuali fra non oltre cinque anni l’Italia sarà fuori anche dai primi dieci, scavalcata da Canada e India e relegata all’undicesimo posto; quello per il quale oggi competono Spagna e Corea del Sud.

I dati del Fondo monetario mostrano che dal 1980 la Cina è cresciuta di 29 volte, l’India di 9, gli Stati Uniti di 5,8. L’Italia in questo è in linea con Francia, Germania o Gran Bretagna: negli ultimi 40 anni la sua economia si è moltiplicata circa per quattro.

Quando nel 2014 l’Italia farà un altro turno di presidenza dell’Unione europea, continuerà a partecipare al G8 con una piccola differenza, resteremo tra gli otto grandi solo per tradizione, si potrebbe dire, ma non certo dimensioni del fatturato e peso economico.

L’Europa, l’euro e l’usura mondiale stanno affondando il vecchio continente. Il capitale si rigenera e mette radici laddove la schiavitù è già formalmente legalizzata, o mai stata dichiarata tale.

Il Paese sta per essere smantellato. Saremo “usati” solo come una portaerei dagli Stati Uniti e uno scalo di transito per la manodopera a basso costo, una sorta di “via degli schiavi”, di cui necessita la dittatura del capitale mondialista.

Tutto ciò avviene mentre in Italia si parla “magicamente” di altro.