Il gas della libertà

Il dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) ha recentemente ribattezzato “gas della libertà” le esportazioni di gas naturale liquefatto (LNG) dagli Stati Uniti. Ma la libertà per chi? Per l’Europa che ha già una fonte economica ed affidabile di gas naturale, ma è costretta a passare al gas statunitense più costoso sotto la minaccia delle sanzioni? Certamente no. O la libertà per la Russia di fornire all’Europa gran parte del gas naturale competendo apertamente e in modo equo cogli Stati Uniti? Sicuramente no. O è la libertà dalla competizione per gli Stati Uniti? Certamente Si. È spesso un marchio contraddittorio che preannuncia vari capitoli dell’ingiustizia degli Stati Uniti interna (sotto il draconiano “Atto patriottico” per esempio) e all’estero, come durante l’invasione e l’occupazione illegale dell’Iraq condotte sotto il falso nome “Operazione Iraqi Freedom”.

Non è The Onion
Così screditate sono le campagne statunitensi battezzate in nome della “libertà”, che pochi credevano a malapena che gli Stati Uniti, in realtà, chiamassero seriamente le loro esportazioni di gas naturale “gas della libertà”. Tuttavia, non è un titolo strappato dal giornale satirico “The Onion”, ma piuttosto dal DoE statunitense stesso. In un articolo dal sito ufficiale del DOE intitolato “Dipartimento dell’Energia autorizza ulteriori attività di GNL dal Freeport LNG”, affermava che: “Aumentare la capacità di esportazione dal progetto LNG di Freeport è fondamentale per diffondere il gas della libertà in tutto il mondo offrendo agli alleati degli USA una fonte di energia pulita diversa e conveniente. Inoltre, più esportazioni di GNL USA verso il mondo significano più posti di lavoro negli Stati Uniti e più crescita economica interna e aria più pulita qui e in tutto il mondo”, aveva detto il sottosegretario all’Energia Mark W. Menezes, che evidenziava l’approvazione al Ministeriale Energia Pulita di Vancouver, Canada. “Non c’è dubbio che l’annuncio di oggi promuova l’impegno di questa Amministrazione nel promuovere la sicurezza energetica e la diversità in tutto il mondo”. A parte il quasi comico riferimento al “gas della libertà”, c’è qualcos’altro che rivela le affermazioni del DoE di “dare agli alleati dell’America una fonte diversa ed economica di energia pulita”. Questo è un riferimento diretto all’Europa e alle attuali importazioni di gas russo, fornito dai gasdotti verso l’Europa, che sarà sempre più economico del gas naturale liquefatto degli Stati Uniti trasportato via mare in Europa. Cioè, a meno che gli Stati Uniti, attraverso la minaccia di sanzioni non solo contro la Russia, ma contro i propri alleati in Europa, possono aumentare tali costi oltre il prezzo delle esportazioni statunitensi. Articoli come il “Senato degli Stati Uniti minaccia le sanzioni sul gasdotto russo” di Foreign Policy, spiegano chiaramente fino a che punto gli Stati Uniti fanno proprio questo. L’articolo afferma: “Nell’ultimo aumento delle tensioni transatlantiche, le navi europee coinvolte nella costruzione del gasdotto dalla Russia alla Germania potrebbero essere soggette a sanzioni statunitensi con un nuovo disegno di legge bipartisan che sarà introdotto al Senato degli Stati Uniti”. FP affermava inoltre: “L’amministrazione Trump ha rimproverato la Germania per aver portato avanti il progetto, una delle tante questioni recenti che hanno messo a dura prova le relazioni transatlantiche assieme a Iran, cambiamenti climatici e commercio. Lo scorso luglio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump accusava Berlino di essere “prigioniera” della Russia a causa della sua dipendenza da Mosca per l’energia, un’accusa che i funzionari tedeschi avevano bruscamente respinto”. Pertanto, la Germania non solo viene “rimproverata” per aver preso le proprie decisioni in merito alla politica economica ed estera tedesca, ma viene minacciata di sanzioni per non aver rispettato i dettami statunitensi. Col LNG gli Stati Uniti cercano di costringere nazioni come la Germania ad acquistare contro la loro volontà “il gas della libertà”, un insulto intenzionale aggiunto al danno economico che Washington cerca d’infliggere.

http://aurorasito.altervista.org/?p=7386

Eurasia

Alla fine, oggi è iniziata la battaglia per la leadership nella quarta rivoluzione industriale. Un chiaro esempio di questo è la campagna statunitense contro Huawei, che sta sviluppando un’infrastruttura 5G. La prima e la seconda rivoluzione industriale permisero all’impero britannico di assumere una posizione di comando. L’emergere degli Stati Uniti come un egemone mondiale fu dovuto alla seconda e terza rivoluzione industriale. Pertanto, chi riesce ad ottenere successo nella quarta rivoluzione industriale diventerà probabilmente la principale forza globale nel 21 ° secolo. Questo è quello che preoccupa l’elite di potere negli USA: il sorpasso della Cina.

Eurasia Mappa

Anche se gli Stati Uniti possono condurre autonomamente innovazioni tecnologiche nel quadro della quarta rivoluzione industriale, non potranno però diventare il mercato principale per l’applicazione commerciale di nuove tecnologie a causa del numero limitato della loro popolazione. La quarta rivoluzione industriale interesserà miliardi di persone. Di conseguenza, l’implementazione dei beni di consumo tecnologici richiede un enorme mercato. Solo l’isola continentale (Eurasia) interconnessa soddisfa tutti i requisiti necessari.

Come parte della nuova rivoluzione industriale, l’UE è in ritardo rispetto alla Cina e agli Stati Uniti, almeno nello sviluppo delle comunicazioni 5G e in altre tecnologie. Se l’UE non può assumere una posizione di leadership nella tecnologia, dovrebbe prendere parte attiva all’integrazione eurasiatica per creare un mercato futuro e divenire un polo di sviluppo. L’UE in questa storica deve prendere una decisione importante.
L’alternativa è quella di rimanere appendice subordinata e dipendente di un potere in declino (quello degli USA).

Autore Alexander Belov
Traduzione: Sergei Leonov

https://www.controinformazione.info/analisti-il-futuro-dellue-si-trova-dietro-lintegrazione-eurasiatica/

Il patto di Aquisgrana

Fonte: Andrea Zhok

Il “Patto di Aquisgrana” firmato oggi contempla, tra le altre cose:
1) l’appoggio francese per far entrare la Germania come membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite
2) l’istituzione di un Consiglio dei ministri franco-tedesco;
3) l’istituzione di un consiglio franco-tedesco di difesa e sicurezza;
4) l’istituzione di un consiglio franco-tedesco di esperti economici;
5) la partecipazione di ministri delle rispettive nazioni, con turnazione trimestrale, ai consigli dei ministri dell’altro Stato.

Bisogna essere completamente ciechi per non vedere che questa è la pietra tombale su tutte le fiabe dell’Unione Europea come unione tra pari, e strumento di cooperazione.
Si tratta di un patto bilaterale classico tra i due pesi massimi dello scenario europeo, che con ciò di fatto sono in grado di predecidere l’intera politica UE.
Le altre istituzioni europee restano là come quinte di teatro ad uso dei fotografi.
Due soli mi sembrano gli scenari possibili, da oggi in poi.
Se il patto regge alle vicissitudini interne dei firmatari, allora avremo di fatto una diarchia che utilizzerà i Trattati europei un po’ come camicia di forza e un po’ come tunica di Nesso per imbrigliare e ridurre a miti consigli tutti gli altri Stati europei. Ciò che finora era accaduto in forma coperta, ciò la coazione nei confronti dei partner minori, diventerà più palese e sfacciato.
Se il patto non regge, e questo è ben possibile soprattutto sul lato francese (Macron non si capisce bene a nome di chi abbia firmato, visto che ha dietro di sé una minoranza del paese, e firma da una posizione di oggettiva subordinazione), allora la probabile crisi di Macron potrebbe portare a una denuncia precoce del patto, creando una situazione deflagrante in Europa, con un rapido collasso dell’UE, ed un generalizzato ‘si salvi chi può’, che lascerà probabilmente strascichi di lungo periodo.
Incidentalmente, questo patto credo metta anche la parola fine a un ritorno sui propri passi del Regno Unito, che ora vedrà con crescente sollievo l’allontanamento da un sistema oligarchico di cui non è parte.

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61480

La presa del potere

E l’Italia giocava alle carte
e parlava di calcio nei bar

Giorgio Gaber

 

Ebbene: solo pochi giorni fa  il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi  ha specificato che  “spetta alla BCE”  dire a chi appartengono le riserve auree   dello Stato italiano (le quarte del mondo, 2400 tonnellate): di fatto dando implicitamente ragione a Fuest e Sin  e mettendo  già le  nostre riserve “a garanzia”  dei tedeschi  a disposizione della BCE e non dello Stato, ossia del Tesoro.  Con questa aggravante: che Fuest e Sinn  in realtà sanno di star affermando assurdità, e  quel che vogliono ottenere imponendo il Target 3 è né più né meno che “l’uscita furtiva dall’euro”  perché capiscono che   la Germania  ha  tratto dalla moneta unica “imperfetta” tutti i vantaggi che poteva ottenere  – mentre gli oligarchi euro-inomani italiani, per salvare l’euro, sembrano  davvero pronti ad  anticipare le riserve d’oro nazionali  “a garanzia”  dei nostri  pretesi “debiti”   passati e futuri a  disposizione della Bundesbank.

Che si fa? Si va “coi carri armati”  a riprenderci il nostro?  Quali carri armati? E il governo giallo-verde capisce quel che stanno architettando  i tedeschi? Sono culturalmente in grado di capirlo e moralmente in grado di impedirlo?

https://www.maurizioblondet.it/il-pericolo-merkel-non-e-cessato/

Ognuno ha i suoi problemi…

I problemi interni del Regno Unito

Poiché l’Unione Europea è al servizio dei ricchi contro i poveri, contadini e operai britannici hanno votato per uscirne, il settore terziario per rimanervi.

Come negli altri Paesi europei, anche nella società britannica vi è un’alta borghesia che deve il proprio arricchimento all’Unione Europea, ma, diversamente dagli altri Grandi d’Europa, nel Regno Unito vi è anche una potente aristocrazia. Prima della seconda guerra mondiale essa già godeva dei vantaggi ora procurati dalla UE, nonché di una prosperità che Bruxelles non le può più assicurare. L’aristocrazia ha perciò votato contro l’alta borghesia, ossia per la Brexit, aprendo una crisi all’interno della classe dirigente.

Alla fine, Theresa May fu scelta come primo ministro, pensando che potesse garantire gli interessi degli uni e degli altri (Global Britain). Non è andata così. – In primo luogo, May non è riuscita a concludere un accordo preferenziale con la Cina e incontra difficoltà con il Commonwealth, con cui i legami si sono col tempo allentati. – In secondo luogo, May deve fare i conti con le minoranze scozzese e irlandese, a maggior ragione perché la sua maggioranza include protestanti irlandesi aggrappati ai loro privilegi. – Infine, May deve far fronte alla rimessa in discussione della «relazione speciale» che legava Regno Unito e Stati Uniti.

Il problema che l’avvio della Brexit ha fatto emergere

Dopo aver inseguito invano diversi aggiustamenti dei trattati, il 23 giugno 2016 il Regno Unito ha democraticamente votato per la Brexit. Sorpresa dall’esito del referendum, l’alta borghesia ha tentato immediatamente di rimettere in discussione il risultato. Si parlò di organizzare un secondo referendum, come avvenne con la Danimarca per il Trattato di Maastricht. Poiché questo non è possibile, ora si fa distinzione tra una “Brexit dura” (senza nuovi accordi con la UE) e una “Brexit flessibile” (con la salvaguardia di parecchi impegni). La stampa sostiene che la Brexit sarà una catastrofe economica per i britannici. In realtà, studi anteriori al referendum, nonché a questo dibattito, dimostrano che i primi due anni dopo l’uscita dall’euro saranno di recessione, ma che il Regno Unito non tarderà a ripartire e a sorpassare l’Unione. L’opposizione al risultato del referendum – nonché alla volontà popolare – vuole dilatare i tempi di applicazione. Il governo ha notificato il ritiro britannico alla Commissione con nove mesi di ritardo, ossia il 29 marzo 2017.

Il 14 novembre 2018 – ovvero due anni e quattro mesi dopo il referendum – Theresa May si è arresa e ha accettato un cattivo accordo con la Commissione Europea. Però, quando lo sottopone al suo governo sette ministri si dimettono, fra cui l’incaricato della Brexit, che evidentemente non conosceva elementi dell’accordo che invece il primo ministro gli attribuisce.

Il testo dell’accordo comprende una clausola del tutto inaccettabile per qualunque Stato sovrano: viene fissato un periodo di transizione, la cui durata non è stabilita, in cui il Regno Unito non sarà più considerato membro dell’Unione, ma dovrà sottostare alle sue regole, comprese quelle che saranno adottate in detto periodo.

https://www.maurizioblondet.it/la-secessione-dellunione-europea/

Botta e risposta

di  Luciano Lago

La bocciatura della manovra presentata qualche giorno fa dal governo italiano a Bruxelles non era stata inaspettata ma anzi era stata già in certo qual modo anticipata dal commissario europeo, Pierre Moscovici, ancor prima di ricevere la lettera da Roma.
Si sapeva che alla Commissione Europea (CE) non andava giù che il Governo italiano avesse disatteso le raccomandazioni della Commissione e avesse operato di testa propria, con l’aumento della spesa di qualche punto di 0,.. causato dai provvedimenti quali, reddito di cittadinanza, abolizione della riforoma Fornero, Flat Tax (per quanto limitata )sanatoria e altri provvedimenti.

Il ministro Salvini ha risposto alla bocciatura: “E’ una decisione che fa irritare ancor di più gli italiani. Bruxelles sta attaccando un popolo, non un governo”, ha dichiarato il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Altrettanta grinta e determinazione ha dimostrato anche il vicepremier, Luigi Di Maio : “Non ci arrendiamo, andiamo avanti”. Hanno risposto bene, non si possono avere dubbi.

Tuttavia non bisogna cadere nell’equivoco di pensare che, fra la CE e il governo giallo/verde, si sia aperta soltanto una lite per questioni puramente contabili o di difforme visione dei dati di bilancio. Al contrario la vera questione è quella che la manovra del governo italiano (con tutti i suoi limiti) rappresenta una netta inversione di tendenza rispetto ai canoni stabiliti della dottrina neoliberista praticata dalla CE e dagli organismi europei sulla base dell’austerità, della riduzione del debito pubblico e del ridimensionamento dell’intervento dello Stato nel sistema economico.

Il fatto che il governo italiano abbia varato una manovra economica espansiva che punta prioritariamente l’incremento della domanda interna privilegiando interventi sulle fasce disagiate della popolazione (reddito di cittadinanza) e riduzione di imposte alle piccole imprese (Partite iVA), questo è considerato lo strappo più pericoloso in quanto rischia di costituire un precedente per altri paesi e mette in pericolo la stabilità delle banche estere (francesi e tedesche) che detengono i titoli del debito italiano.

Jean Claude Junker presidente Commissione Europea

Gli interessi in gioco sono enormi per la grande finanza che lucra enormi profitti sul debito italiano, visto il sistema penalizzante di aste pubbliche delle emissioni sui mercati internazionali che fruttano interessi cospicui alla speculazione finanziaria. L’Italia, non avendo né una moneta né una banca centrale propria, deve rifornirsi di denaro sui mercati finanziari e deve continuare a pagare alti interessi sul debito e sul rifinanziamento del debito. Normale che i grandi potentati finanziari non vogliano mollare l’osso e tanto meno permettere che l’Italia cambi il suo sistema, magari ricorrendo a risparmio nazionale e emettendo titoli garantiti da una organismo pubblico (Cassa Depositi e Prestiti) che farebbe da garante o prestatore di ultima istanza.

Leggi tutto su https://www.controinformazione.info/lattacco-della-commissione-europea-allitalia-include-il-ricatto-e-la-minaccia-di-sanzioni/

Grecia e Italia

Grigoriou Panagiotis (antropologo, sociologo, economista, giornalista, autore di Asimmetrie sulla vicenda UE-Grecia) Posso solo dirti che il governo Tsipras ha ceduto controllo e sovranità del Paese, compresi i beni pubblici, ai creditori, titolari di un debito sistematicamente creato da dominanti esterni e complici interni. E questo per 99 anni. Si è perso il 40% dell’industria, il 40% del commercio, il 30% del turismo, tutti i porti, tutti gli aeroporti. Il 30% dei greci sono esclusi dalla sanità pubblica e al 30% è anche la disoccupazione reale. Per un po’ si è ricevuta un’indennità di 450 euro, poi più niente. Tutto questo si chiama effetto Europa, effetto euro. L’ingresso della Grecia nell’UE e nell’euro ha comportato il progressivo smantellamento della nostra economia produttrice. Importiamo addirittura gran parte dei nostri viveri. E’ una condizione di totale dipendenza. Non c’è patria, non c’è autodeterminazione e, ora con il vicino slavo titolato “Macedonia del Nord”, non ci sono più neppure gli spazi e confini della nazione greca. Un processo che interessava a UE e NATO che ora possono incorporare anche Skopje.

F.G. Come e più dell’Italia questo massacro sociale ed economico è stata aggravato dall’afflusso di decine di migliaia di migranti da Siria e altri Paesi.
G.P. Un gravame terribile, insostenibile e sicuramente non innocente da parte della Turchia e di coloro che hanno messo queste persone in condizione di dover fuggire. E’ sconcertante come a questi profughi sia garantita, giustamente, un minimo di copertura sociale, mentre a milioni di Greci è stata tolta. Le ONG straniere sollecitano l’immigrazione, per esempio affittando abitazioni a basso prezzo e riempiendole di migranti, cui pagano anche elettricità, gas e acqua. Migliaia di Greci rimangono senza casa e senza niente.

F.G. Stavo filmando un gruppo di persone dell’OIM (Organizzazione Internazionale Migranti), un organismo a metà tra ONU e privati. Non gradivano essere ripresi. Poi mi è piombato addosso un arcigno poliziotto che mi ha intimato di cancellare quelle riprese, se no mi avrebbe addirittura arrestato. Cosa significa tutto questo?
G.P. Non appena si affrontano queste cose si viene accusati di razzismo. Qui abbiamo una strategia contro certi Paesi del Sud. Da un lato la gente viene indotta a lasciare casa sua dalla violenza o dalla miseria importate a forza; dall’altro, chi li riceve non deve sentirsi più padrone a casa sua. Tanto meno, in quanto forze ed enti esterni assumono il controllo della tua economia nazionale. E qui, a difenderla, sei tacciato di nazionalismo. I Greci pensano a ragione di aver perduto la loro sovranità. E’ come essere sotto occupazione. Di nuovo un’occupazione tedesca. Pensa che in tutti i settori dello Stato ci sono dei controllori della Troika! Ricevono i ministri all’Hotel Hilton. Della Costituzione non c’è più traccia e neppure i diritti fondamentali del lavoro sanciti dall’UE sono rispettati.

F.G. Perché si impedisce di filmare migranti e chi se ne occupa? Cosa si vuole nascondere?
G.P. Il fatto è che altri decidono sulle sorti del tuo Paese e che devi fare o non fare quello che vogliono loro. Sempre di più la vicenda dei migranti, come in Italia, diventa un segreto. Un segreto delle ONG e dei loro finanziamenti occulti o, comunque, finalizzati a fargli assumere un ruolo che non è il loro e che sottrae prerogative allo Stato nazionale, uno Stato che non è più padrone delle proprie frontiere, del proprio territorio, delle persone che vuole o può accogliere. Tutte queste decisioni sono prese altrove, con le ONG che gestiscono un fenomeno, in effetti nella piena illegalità, dato che non esiste un quadro giuridico entro il quale farle agire. A cosa ti fa pensare un Paese mandato in default dall’Europa e a cui l’Europa, Dublino, impongono di ricevere e tenersi decine di migliaia di migranti che ne sono la rovina definitiva? Dobbiamo integrare chi non lo vorrebbe quando dalla nostra comunità nazionale, costituzionale, espelliamo tre quarti dei Greci? A cosa ti fa pensare un Paese mandato in default dall’Europa e a cui l’Europa, Dublino, impongono di ricevere e tenersi decine di migliaia di migranti che ne sono la rovina definitiva?

F.G. All’Italia.

Fonte https://byebyeunclesam.wordpress.com/2018/06/23/per-uneuropa-della-liberta-e-della-capacita-sovrana-dei-popoli-di-autogovernarsi/