Il ponte di Kerch

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Lo Stretto di Kerch è un braccio di mare che divide la Penisola di Crimea dalla terraferma russa, dal Kuban.
Da una parte, quella orientale, c’è il Mar Nero. Dall’altra c’è il Mare d’Azov. Dai tempi di Caterina il Mare d’Azov era un mare interno della Russia. Lo rimase quando la Russia divenne Unione Sovietica. Cessò di esserlo quando crollò l’URSS e la riva occidentale divenne Ucraina.
Fino a che esistette l’Unione Sovietica, per i russi di Crimea il collegamento con la madrepatria non era un problema perché l’Ucraina era URSS, in quanto Repubblica Socialista Sovietica. La città di Kerch, di antichissime origini, era un centro minore, molto periferico. Pochi ci passavano per andare sull’altra riva dello stretto. Bastavano pochi ferry boat per auto e camion, e qualche traghetto per i passeggeri.
Lo Stretto di Kerch, insomma, non aveva grande importanza, né commerciale, né strategica. Ma l’Ucraina, uscendo dall’URSS e diventando indipendente, divenne anche ostile alla Russia. I russi di Crimea, grande maggioranza nella penisola, si trovarono tagliati fuori, appunto, dalla madrepatria. Assai più di quanto accadde quando l’allora Segretario Generale del Pcus, Nikita Krushev, decise di regalare la Crimea all’Ucraina. Sempre Unione Sovietica era, e preoccupazioni eccessive non vi furono.
Fino al febbraio 2014, quando la pentola russofobica venne fatta esplodere dal colpo di stato di Euromaidan. Gli eventi successivi li conosciamo (in pochi, per la verità, perché la narrazione occidentale preferisce continuare a ripetere il mantra dell'”annessione” russa della Crimea). Fatto sta che il legittimo parlamento della Repubblica Autonoma di Crimea si riunì, decise all’unanimità di indire un referendum popolare la cui domanda essenziale era: restiamo in una Ucraina anti-russa, cioè anti-noi, oppure torniamo in patria? L’enorme maggioranza delle risposte fu: torniamo in patria. E, con ciò, la Crimea si trovò i carri armati ucraini e le bande naziste alla frontiera nord, unico collegamento con il continente. L’attacco militare non ci fu perché Putin aveva deciso, saggiamente e per tempo, di dislocare quelli che oggi, in Russia, tutti definiscono come “gli uomini verdi”.
Cioè divenne un’isola. Con tutte le difficoltà del caso (collegamenti elettrici, idrici, rifornimenti, esportazioni e importazioni, ecc: tutto bloccato). Ecco perché parliamo adesso di Kerch. Perché il Cremlino, una volta accolta tra le sue braccia la storica penisola di Crimea, si trovò di fronte al problema di come farla vivere, respirare, prosperare. E lo Stretto di Kerch diventò improvvisamente la soluzione. Ma si sarebbe dovuto trasferire nelle basse acque dello Stretto una intera flotta di navi. Come far arrivare e ripartire flussi di uomini, turisti, merci in modo stabile, permanente, senza interminabili code, attese? La Crimea è infatti, sotto molti profili, un gioiello inestimabile. Cento milioni di russi, anche mentre era sotto il governo di Kiev, guardavano al suo mare, alle sue spiagge, ai suoi cimeli storici, al suo vino, come al migliore dei luoghi per uno splendido riposo. Una Crimea russa avrebbe moltiplicato la domanda e l’afflusso.

 

Мост через Керченский пролив построить невозможно
L’idea di un grande ponte nacque subito. Ma lo Stretto di Kerch non è così “stretto”. Quasi venti chilometri sull’acqua. Un’impresa imponente, da realizzare in condizioni di crisi economica, di sanzioni, di isolamento e di polemiche internazionali, mentre nelle regioni a nord, sulle rive dello stesso Mare d’Azov, si formavano le due repubbliche di Donetsk e Lugansk, impegnate in sanguinosi combattimenti per difendersi dalle offensive dei battaglioni inviati da Kiev.

 

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La storia di questi tre anni non si può fare qui, sul pontile di Kerch. Qui si vede l’immenso sforzo economico e politico che sta collegando, con una rapidità che sarebbe incredibile se non la si potesse vedere a occhio nudo, la Crimea alla terraferma russa. Subito era apparso chiaro che si sarebbero dovute affrontare rilevanti difficoltà legate al carattere sismico dell’area: due falde tettoniche si fronteggiano proprio sotto il mare. Il calcolo di partenza non poteva evitare la previsione di nove punti della Scala Richter: il massimo.
La struttura dovrà essere al massimo grado flessibile. Permettere il passaggio di grandi navi richiede un passaggio centrale di altezza superiore a 35 metri, sia per le quattro corsie automobilistiche, sia per le due rotaie ferroviarie.
In pratica due immensi ponti paralleli lunghi quasi venti chilometri. Mentre la Crimea attende impaziente, con il fiato sospeso.
A un anno e mezzo dall’inizio operativo, il ponte è “a metà strada”. La previsione, che ci viene confermata senza esitazione, è che il traffico automobilistico sarà aperto “entro il 2018”. Meno di tre anni in tutto. Un record. Oltre 200 imprese, tutte rigorosamente russe, hanno studiato e inventato le soluzioni. Oltre settemila operai sono impiegati 24 ore su 24. Kerch è già irriconoscibile nella sua nuova veste di principale punto di accesso alla penisola (almeno fino a quando Kiev e l’Occidente non smetteranno di sognare che la Crimea torni in Ucraina. E non sarà presto).
E, all’ingresso della città, dalla parte crimeana, è già in costruzione la prima parte di una gigantesca nuova arteria autostradale che sostituirà la vecchia strada già intasata che porta a Simferopoli e a Sebastopoli. Putin ha fatto una scelta, del resto l’unica possibile: fare della Crimea il suo capolavoro. Impossibile calcolare quanti miliardi Mosca immetterà in questo progetto, che somiglia molto, per dimensione, per sforzo tecnologico, per effetto sociale a politico, alle colossali opere del tempo socialista.
Ma la scommessa è già vinta. Il Ponte di Kerch cambierà il destino della Crimea. Il mainstream occidentale sembra non accorgersene. O finge di ignorare ciò che sta accadendo. Ma questa è una prova che lascerà il segno nella storia della Russia intera.

Giulietto Chiesa

Fonte: Sputnik

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3 thoughts on “Il ponte di Kerch

  1. Tillerson (segretario di stato USA n.d.r) ha ricordato anche pochi giorni fa, dopo l’abbattimento del caccia siriano, che le sanzioni non saranno levate finchè la Russia non restituirà la Crimea e non adempirà agli accordi di Minsk: accordi di cui Mosca non è parte in causa, bensì garante alla pari di Germania e Francia — bisogna continuare a ripeterlo, perché anche la Mogherini continua a non riconoscere alla Russia questo ruolo, e la tratta come colpevole. Una serie di umiliazioni e di provocazioni deliberate, per sventare lo “scenario da incubo” di una pacificazione con la Russia? La preparazione di un casus belli sull’Ucraina? Fanno di tutto per mettere la Russia spalle al muro.
    http://www.maurizioblondet.it/10952-2/

  2. Rjabkov. Rjabkov ha anche aggiunto che Mosca “giudicherà la politica dell’amministrazione USA verso la Russia per le azioni” piuttosto che da dichiarazioni, promesse o “suggerimenti“, e le ultime mosse “parlano da sole“. Questa è la risposta all’annuncio di Washington di aver imposto sanzioni a quasi 40 individui e aziende russi per le attività russe in Ucraina. La portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Heather Nauert, ha affermato che le sanzioni “non sono nascono dal nulla“. Ha continuato a dire che le sanzioni rimarranno in vigore finché la Russia non onorerà gli accordi relativi all’Ucraina e smetterà di occupare la Crimea.
    https://aurorasito.wordpress.com/2017/06/23/la-russia-comprende-che-dialogare-con-washington-e-inutile/

  3. BRUXELLES, 23 GIU – L’Ue estenderà di sei mesi, a partire da Luglio, le sanzioni economiche contro la Russia per il conflitto in Ucraina. Lo aveva annunciato il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, via Twitter, già mentre era ancora in corso la sessione del vertice Ue dedicata alla politica estera. “D’accordo. L’Ue estenderà le sanzioni economiche contro la Russia per la mancata attuazione degli accordi di Minsk”. La decisione fa seguito alla presentazione ai 28 della valutazione della situazione da parte della cancelliera tedesca, Angela Merkel, e del presidente francese, Emmanuel Macron, i quali naturalmente, decidono tutto loro e gli altri si accodano. Il pretesto delle sanzoni? Le presunte violazioni degli accordi di Minsk da parte della Russia, ove non si considera che la Russia è uno dei garanti dell’accordo ed il Governo di Kiev è in realtà il primo ad aver violato in modo palese gli accordi (come hanno verificato gli osservatori sul campo) ma questo non è stato neanche preso in considerazione dai funzionari della UE e dai rappresentanti dei governi europei che sono concordi ad accusare sempre e comunque la Russia.
    http://www.controinformazione.info/si-chiude-il-vertice-della-ue-con-la-merkel-e-macron-che-tutto-decidono-e-accusano-i-paesi-dellest-di-non-conformarsi-ai-valori-europei/

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